PELLEGRINI PER UN MILLENNIO - RELIGIOSITÀ POPOLARE a cura di Don Ettore Paganuzzi

 

 

9- RELIGIOSITA’ POPOLARE

 

Forme della religiosità popolare

 

 

 

Le forme in cui si manifesta le religiosità popolare sono almeno le seguenti: un accentuato culto alla Vergine e ai santi specialmente nelle feste; pellegrinaggi ai santuari; culti e riti a carattere sacramentale interpretati e vissuti come atti celebrativi di avvenimenti biologici dell’esistenza, nascita, fecondità, la morte; culti extra liturgici indirizzati a persone morte o ancora viventi alle quali si attribuiscono particolari poteri; e anche in pratiche magico- superstiziose unite spesso a riti “cristiani”. Questo sono i fenomeni senza entrare nel merito di una loro discussione critica.

 

Si ritrovano in tutti gli ambienti popolari anche nella nostre montagne da tempi immemorabili (anche in persone di cultura medio alta ). A quali bisogni risponde la religiosità popolare, quale funzione ha? In primo luogo ha una funzione culturale: anche se Dio è considerato come sommo bene, come creatore, è spesso visto, inconsapevolmente, come un potere che può essere piegato a proprio vantaggio eseguendo bene determinati riti. Questo è molto vicino alla magia. Perché portare in processione il santo? La risposta può essere: siamo sicuri della sua protezione perché abbiamo adempiuto tutto. Aver abolito, subito dopo il Concilio Vaticano II, molte processioni, aver nascosto molte statue di santi in sacrestia è stato preso come un affronto dal popolo. L’agire del prete intraprendente non è stato capito e ha finito per allontanare diverse persone dalla pratica della fede nel proprio ambiente. La religiosità popolare ha bisogno di toccare con mano la presenza del sacro. L’unico modo corretto, per correggere atteggiamenti magici latenti, è quello di una paziente catechesi che ricuperi i valori che stanno alla radice dei riti.

 

In secondo luogo la religiosità popolare risponde alla funzione dell’impetrazione di favori materiali o spirituali, di dire un forte grazie quando si ritiene di aver ottenuto quel favore che è stato chiesto. Vengono donati gli ex voto, si compie un pellegrinaggio, si commissiona un quadretto con un cuore, si fa fare un’immagine che descriva il fatto miracoloso, si erige una maestà.A Monchio si conserva un quadro raffigurante Maria col bimbo: è un’immagine molto dolce , circonfusa di luce soprannaturale, con un arcobaleno che indica la pace del cuore riportata nella persona devota. Sotto ha la scritta ACCIPE CONSILIUM A ME (prendi consiglio da me )(fig.183).

 

In una parete del presbiterio di Pianadetto è appeso un quadro di una Madonna di Loreto ed i Santi Carlo Borromeo, Antonio Abate e Paolo Apostolo(fig.184). Il dipinto è un ex-voto. Il committente Giovanni Paolo di Lazzaro è lo stesso della maestà detta dei Lazzari la più antica maestà datata del territorio delle Corti, che reca scolpita l’immagine della Vergine col bambino fra i santi Carlo Borromeo e Paolo Apostolo. Il quadro è citato nell’inventario del 1694. Il quadro, come nelle immaginette, presenta la descrizioni di tanti particolari, le figure sono disposte in modo simmetrico con al centro la Beata vergine.

 

La religiosità risponde, inoltre, all’esigenza di rassicurazione contro le continue incertezze che contrassegnano la vita del povero per quanto concerne il lavoro e la salute: come diremo, non esisteva né una previdenza sociale né la possibilità di curarsi in un ospedale né la disponibilità economica. Si ricorreva al un santo protettore. La devozione a Santa Barbara era molto sentita a Lugagnano e a Rigoso perché molta gente emigravano per un buon periodo all’anno per andare a lavorare in miniera o in gallerie o comunque in cantieri polverosi (la silicosi era sempre in agguato ). Ci si affidava alla protezione della divina Provvidenza per intercessione della santa. Il santo protettore era sentito più vicino al devoto che si trovava in varie difficoltà.

 

La religiosità risponde ancora al bisogno di uscire da una vita di routine, quindi possibilità di entrare in rapporto con gli altri, di fare conoscenze, di ricrearsi. Le sagre venivano attese. Si andava per incontrare amici e parenti. Il vespro domenicale, il rosario nel mese di maggio alla sera diventavano occasioni di incontro anche per fare un affare o intraprendere una relazione.

 

La religiosità popolare può rispondere anche al bisogno di innovazioni sociali o religiose più vicine al popolo.

 

La religiosità popolare contiene sicuramente valori umani e religiosi autentici anche se bisognosi di purificazione. Del resto, quale rapporto con Dio non è bisognoso di purificazione? La religiosità esprime la sete di Dio. L’apostolo Paolo parla nella lettera ai Romani di una umanità che ricerca Dio “a tentoni” (Rm 1,18-32): questo accomuna, pure, tutte le forme religiose. La pietà popolare, quando si tratta di manifestare la fede, rende capaci di generosità di sacrifici fino all’eroismo: pensiamo ai sacrifici che l’uomo pellegrino faceva per raggiungere la Palestina o Santiago di Campostela. Ripenso ad atti di generosità come l’obolo della vedova che dà tutto quello che aveva per vivere: anche Gesù che osserva ammirato la scena rimane impressionato .

 

La religiosità popolare esprime, inoltre, un senso profondo degli attributi di Dio quali la paternità, la Provvidenza, la sua presenza amorosa e costante. Quello che Manzoni ha espresso nella conclusione del suo capolavoro era l’animo di tanta parte del nostro popolo: accettare la volontà di Dio, qualunque essa fosse, e ritenere che tutto andrà per il nostro meglio. “Dopo un lungo dibattere e ricercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore “. L’autore dice questa soluzione trovata da “povera gente “.

 

Dalla religiosità popolare sono espressi altri valori quali la pazienza, il senso della croce nella vita quotidiana, il distacco, l’apertura verso gli altri, la devozione. Sono valori autentici anche se talvolta coperti da atteggiamenti non del tutto chiari per un credente, che lascino punti interrogativi per chi va alla ricerca di una fede senza ambiguità .

 

Nella religiosità popolare occupa un posto importante la festa popolare. Vediamo i valori in essa contenuti. Da intellettuali vengono messi spesso in rilievo solo gli aspetti folcloristici e le reminiscenze pagane. Sono in realtà celebrazioni ricche di simboli, di fantasia creatrice, di fede narrata. La festa popolare non rappresenta una fuga dal quotidiano, dal dolore e dal lavoro come avviene nella festa borghese. Ha spesso un carattere penitenziale cioè un riconoscimento del proprio peccato e dalla volontà di espiare. Si sottolinea anche l’aspetto faticoso della vita. Mi ricordo che mia mamma andava in processione a piedi scalzi il 15 agosto nella grande processione a Careno, per ottenere la protezione della Vergine sulla nostra famiglia. I pellegrini a Fatima sono colpiti dalla fede che cerca il sacrificio vedendo tanti che percorrono in ginocchi tutta la grande piazza per arrivare al luogo delle apparizioni.

 

La festa borghese crea opposizione tra il festivo e il feriale. Nella cultura popolare, invece, il festeggiare non si sgancia dal lavoro, ma diviene tempo idoneo per sviluppare capacità di convivenza e rapporti nuovi. Alla sagra si univa la fiera: si aspettava l’una e l’altra. Nella festa il popolo ritrovava la forza di vivere e la capacità di ritornare con rinnovata speranza alle lotte quotidiane. La festa diventa l’esplosione di una solidarietà profonda, il ricupero di una consapevolezza di non essere soli a lottare ed ad operare per una convivenza umana più giusta.(fig. 183)Di qui si capisce la nostalgia di chi parla della festa quando un tempo c’era partecipazione e la gente veniva da tutte le parti. Il tempo era scandito da un vivere non in modo uniforme ma creativo che offriva nuove possibilità alla vita. La gioia, la speranza, la solidarietà sono esaltati dal fatto di sentire la presenza amica della Madonna e dei santi vicini a noi. Ecco perché le sagre erano partecipate da tutti anche da coloro che alla domenica non andavano in chiesa. La festa popolare ha in sé una somma di valenze. Costituisce la rivincita della fantasia sulla routine: ne sono segno i vestiti nuovi, il mangiare senza parsimonia che deve come anticipare, almeno per un giorno, l’abbondanza a cui tutti siamo chiamati nel Regno di Dio, regno di giustizia per tutti dove tutti si potranno sfamare, “banchetto di grasse vivande” (figg.185-186).

 

Nella festa viene espresso un rapporto fiducioso e filiale con Dio e di devozione filiale a Maria e ai santi .

 

La religiosità popolare si esprime in modo forte nelpellegrinaggio. Non nasce dall’istituzione anche se questa lo riconosce e gli fornisce privilegi. Al santuario si svolge una preghiera semplice, spontanea, a carattere devozionale: vedi la preghiera di consacrazione nel santuario di Rimagna.

 

Nella religiosità rimangono delle ambiguità come la ricerca del consolatorio, del miracoloso, dell’evasione dalla realtà per cercare una gratificazione. Penso, comunque, che siano più gli aspetti positivi: integrano la freddezza di una religione “intellettuale” solo teologica o solo liturgica. La venerazione della maternità di Maria ha esercitato una funzione positiva, stimolante, ha dato energia, speranza agli emarginati (pensiamo ai fenomeni di Fatima, Lourdes, Medjugorie, Radio Mariae). Il popolo ha bisogno di segni , di avere un Dio per amico: la preghiera non deve nutrire solo la mente ma anche il cuore, la vita .

 

Dalla religiosità sono nate tanti racconti, leggende, preghiere, canti popolari. Nel racconto popolare religioso, il fedele diventa partecipe dell’avvenimento, del particolare intervento del divino. Il cuore si riempie di speranza di non sentirsi soli.

 

Una delle cause dell’allontanamento di tanti è dovuta al fatto di trovare la pratica della fede fredda e distaccata, di non trovare nei fratelli e sorelle che partecipano alla stessa assemblea amicizia e simpatia .

 

 

 

Le maestà

 

 

 

Di queste è stato abbondantemente parlato da diversi ricercatori in particolare da Anna Mavilla nel suo libro Le maestà dell’Alta Val Parma e Cedra(Longo ed. Ravenna,(1996) per cui non ci fermeremo sull’argomento se non il minimo indispensabile ai fini di questa nostra ricerca.

 

Le maestà sono una eloquente manifestazione della religiosità della popolazione delle Corti: sono disseminate nei borghi e sui sentieri ora ben poco frequentati. Le più antiche risalgono agli inizi del secolo XVII. A Pianadetto la maestà dei Lazzari è datata 1621; su un pendio della Bastia sorge la cappelletta con la maestà dedicata alla Madonna del San Rocco datata 1631 (fig. 22 ). La nuova epoca per i nuovi cambiamenti economici sociali aveva portato anche nuovo benessere più diffuso.

 

Con fasi alterne la loro erezione è continuata fino ai nostri giorni. E’ stata benedetta con solenne concorso di popolo la maestà dedicata alla madonna di Fontanellato ai confini del comune di Monchio sulla strada che porta a Corniglio (1998). La maestà è stata fatta secondo le indicazioni che la storia del passato ha fornito cioè il bianco marmo è stato inserito in una piccola cappelletta di pregevole fattura degli artigiani locali. Seguendo le stessa tradizione, Pietro Cavalli ha voluto crearne un’altra vicino alla sua casa restaurata di Riana: questa volta è l’immagine di Cristo Pantocratore secondo il modello del Cristo del catino dell’abside duomo di Monreale (anche questa è stata benedetta nel 1998.) Il Cristo Pantocratore è stato riprodotto in mosaico, secondo l’antica tradizione dei mosaici ravennati, anche nella pieve di San Vincenzo, ricostruita nel 1945 (fg.187)

 

Altre maestà arrivate in questa fine secolo sono quella di Rozzi Giacomo(La Valle), Mariotti Teresa ( al Prato), Rossi Valerio(sulla strada per il lago Ballano) .

 

Sembra assodato che il nome di maestà derivi dalla parolamaiestas Domini come nel IV secolo si è cominciato a raffigurare Cristo seduto in trono nella conchiglia, simbolo della sua signoria su tutto il creato. Ne abbiamo un esempio nella raffigurazione del Cristo Pantocratore nella lunetta sopra l’altare del battistero di Parma collocato ad oriente come generalmente erano collocate le chiese ( anche la chiesa di Monchio aveva probabilmente tale collocazione in quanto nella parete dell’abside esterna si vede ancora la traccia del portone di ingresso formata da pietre lavorate e le relative finestre ).Dalla raffigurazione della maestà del Signore, si passa raffigurare la maestà di Maria, anch’essa vista come regina seduta sul trono (confrontare la Madonna col bambino raffigurata dall’Antelami sulla lunetta del Battistero di Parma che guarda piazza duomo )(fig.188).

 

Queste maestà sparse ricordano la tradizione antica pagana e germanica di edificare sacelli o pietre votive nei boschi e sentieri che si ritenevano popolati da divinità amiche e da demoni malefici .

 

Ci sono maestà sulle abitazioni, maestà vicino alle fonti, e maestà delle strade: questo non già per un richiamo al paganesimo ma perché rappresentavano i luoghi o di aggregazione(tutte le donne si recavano in quel posto a lavare ) o di passaggio o per ricordare la presenza di Dio nella propria famiglia .

 

Un particolare interesse acquistano le maestà collocate vicino alle fonti: il lavatoio rappresentava un momento di socializzazione per le donne che andavano a lavare o per chi vi conduceva le bestie all’abbeveraggio quotidiano. L’acqua è un bene prezioso: tante volte la gente doveva fare strada per rifornirsi. Più in profondità c’è il motivo di richiamo all’acqua santa del battesimo che ogni credente ricorda nel fare il segno di croce: c’è nell’uomo il bisogno istintivo della purificazione (sono da prendere in considerazione in questo modo le acque che i pellegrini portano a casa dopo essere stati a Lourdes). E’ interessante vicino alla nostra diocesi la Madonna della Fontana di Casalmaggiore (dove si conservano le spoglie del Parmigianino ) che risale fino all’anno mille. Bevendo quell’acqua ci si sente protetti, purificati, rinforzati .

 

Le maestà erette vicino ai sentieri fanno pensare alla vita come a un pellegrinare continuo fino al ritorno alla casa del Padre. Non è un camminare senza meta ma è andare incontro a Qualcuno. Che ha detto di sé : Io sono la Via , la Verità e la Vita.

 

Le maestà delle abitazioni, oltre all’ovvio motivo della protezione sulla propria famiglia, denotano la consapevolezza che la famiglia nata dal sacramento è Chiesa domestica, dove Gesù è stato invitato.

 

Variano anche i motivi per cui sono collocate anche se la motivazione più dichiarata rimane quella per devozione. Sono spesso ex voto per grazie ricevute, guarigioni straordinarie, superamento di gravi pericoli, benefici materiali. S’intende affidare al santo o alla Vergine la propria famiglia, i beni materiali, la salute. Nel cimitero di Monchio è collocata una maestà (fig.189) dedicata alla Madonna con il bambino e a San Michele e San Lorenzo. E’ del 1665, voluta da don Pietro Penelli, esponente eminente della famiglia dei Penelli della Valle, che sarà poi parroco a Trefiumi e a Rigoso (1635-1651).Le maestà delle nostre zone appaiono espressione della devozione privata delle più importanti famiglie del territorio(almeno agli inizi), e in particolare dei sacerdoti che ne erano membri.

 

Le confraternite, inoltre, intendevano diffondere la devozione alla Madonna del Rosario, o al Santissimo Sacramento o a qualche santo protettore (San Michele era pure protettore delle confraternite seppellitrici: era raffigurato con la simbolica bilancia destinata a pesare le anime dei morti per stabilire la loro giusta ricompensa).

 

Dopo il concilio di Trento, le maestà diventano un aiuto per diffondere la vera fede in mezzo al popolo e difendersi dalla eresia protestante Rappresentavano un aiuto per il popolo cattolico che a differenza dei protestanti non poteva prendere in mano direttamente la Sacra Scrittura. Erano in linea con la tradizione che aveva accettato il culto delle immagini come biblia pauperum.. Arte popolare semplice ma di aiuto alla fede del popolo: la controriforma cattolica ha combattuto, con vari mezzi, la riforma protestante.

 

Il Concilio di Trento è stato in primo luogo un grande Concilio riformatore che ha dato nuovo fiato spirituale alla Chiesa cattolica come dimostra la figura di San Carlo che ha portato un rinnovamento nella Chiesa (nella chiesa di Riana sono raffigurate nei dipinti, ormai fatiscenti, le virtù di San Carlo che dovrebbero essere il patrimonio di ogni credente). Dalla stagione del concilio si è andata affermando una vera controriforma che ha invaso tutti campi della cultura (arte, poesia,...)e ha controllato, in sostanza, il libero manifestarsi della creatività dello spirito popolare. Anche queste espressioni della religiosità popolare dovevano uniformarsi alla fede professata.

 

Mentre nel mondo protestante la riforma della Chiesa si era orientata all’analisi diretta del sacro testo, alla liturgia adattata al popolo, alla nuova formazione dei capi della comunità, nel mondo cattolico si dirotta più alla devozione , venendo ancora una volta incontro alle esigenze popolari. Mai ci si doveva dimenticare della presenza di Dio e dei santi anche quando si facevano lavori profani: il sacro doveva permeare tutta la vita dell’uomo, accompagnarlo lungo il cammino della vita e consegnarlo nelle mani del Padre, ricco di misericordia, alla fine dell’esistenza terrena.
Vediamo che significa “per devozione
” in quantoquesto qualifica probabilmente il tipo di fede vissuto nelle Corti fino all’avvento della riforma del concilio Vaticano secondo: all’avvento del ventesimo secolo si preferisce una scritta più laica (in ricordo…). La devozione consiste in una prontezza d’animo nel darsi alle cose che appartengono al sevizio di Dio. E’ devoto chi si dà o si consacra interamente a Dio e vuol rimanere totalmente sottomesso a lui. I veri devoti son sempre disposti a tutto quanto si riferisce al culto o al servizio di Dio. L’esempio più sublime di devozione è quello di Cristo che disse entrando nel mondo: “Eccomi, Signore, disposto a compiere la tua volontà; in questo pongo la mia compiacenza e dentro il mio cuore sta la tua legge”(Sal.38, 8 - 9; Ebr.10 , 5 – 7). Se si cerca l’unione amorosa con Dio proviene dalla carità; se si cerca il culto o il sevizio di Dio è un atto di religione.

 

Molti fanno consistere la propria devozione nel sovraccaricarsi di pie pratiche, di numerose preghiere recitate per abitudine, nell’appartenere a gruppi ecclesiali (allora le confraternite) senza poi farsi scrupolo nel trinciare giudizi sugli altri, o voltarsi da un’altra parte quando il prossimo ha bisogno. Quando è così e falsa devozione, perché confonde la devozione con le devozioni. La devozione si riferisce sempre a Dio. La devozione ai santi non deve fermarsi ad essi, ma giungere a Dio(per mezzo di loro). Nei santi noi veneriamo propriamente ciò che hanno di Dio, noi onoriamo Dio in loro. Sarebbe errore fermarsi al santo o a quella particolare immagine.

 

La maggior parte delle maestà sono dedicate a Maria: le dediche riflettono motivi teologici(figurano i vari titoli mariani.), devozionali e motivi occasionali. Più comune la Madonna del rosario. Con Pio V i papi avevano in tutti modi appoggiato questa pratica di pietà.

 

I titoli mariani raffigurati vanno dai più antichi come Madonna dell’aiuto (fig.190)fino ai più recenti come l’Immacolata (figg.191-192,209) Si trattava di una fede antica, nella donna “vestita di sole e coronata di dodici stelle” e vincitrice su Satana(così proclamata nell’Apocalisse). Nel 1854 era stato solennemente proclamato il dogma dell’Immacolata. E’ dedicata all'Immacolata la maestà creata di recente dalla famiglia Isi a Rigoso(fig.190). Era posizionata originariamente nella casa di famiglia in Valcieca: la formella marmorea rappresenta una madonna assunta: immagino che un venditore tosco l’abbia allora portata sul mercato delle Corti. Il devoto ha fatto mettere sotto la scritta Beata Vergine Immacolata perché in quel momento agli inizi del novecento era devozione diffusa.

 

Altre maestà mariane hanno motivi occasionali dovuti o a una particolare devozione suscitata dal particolare attaccamento verso un santuario mariano. Molte sono dedicate alla madonna di Fontanellato: questo santuario incomincia la sua bella storia per i parmigiani a partire dal seicento (figg.193-194)

 

Altre sono dovute a contatti avuti con altri paesi, specialmente liguri e toscani, per svariate motivazioni anche commerciali percorrendo gli antichi sentieri che per attraversavano le dorsali appenniniche come la Madonna dei Quercioli che è venerata a Massa .

 

Tante maestà sono dedicate ai santi: la fede preferisce rivolgersi ai santi considerati amici dell’uomo più che rivolgersi direttamente a Dio. Il rigorismo giansenista aveva comunque gettato il suo seme: meglio rivolgersi ai santi che alla onnipotenza di Dio. I santi scelti sono legati ai bisogni immediati della vita difficile, come particolari protettori: Sant’Antonio abate perché protettore degli animali, San Rocco protettore contro le malattie pestilenziali, San Michele contro le potenze del male, San Genesio contro l’epilessia, San Valentino contro il malocchio, Santa Lucia per la vista, Santa Barbara contro le folgori e più recentemente contro le malattie derivanti dal lavorare in galleria o in miniera, Santa Liberata per le partorienti e come aiuto nei mali difficili.

 

Dalla catalogazione delle maestà delle Corti:

 

Dedicate a Gesù:

 

La Sacra Famiglia(fig.195-196), Sacro Cuore di Gesù, Gesù divino fanciullo(fig.197), Crocifissione

 

dedicate a Maria:

 

titoli teologici.

 

Natività di Maria, L’annunciazione (fig.198), Madonna Assunta (fig.199), Madonna Immacolata (numerose)(fig.200,209),Sacra Famiglia, Sacro cuore di Maria, Madonna col bambino(numerose )(figg.201-203), Madonna addolorata .

 

titoli delle litanie lauretane:

 

Madonna delle Grazie(numerose), Madonna della misericordia(figg.204-205), Madonna degli angeli, Madonna del rosario(numerose ), Madonna della pace, Madonna del buon Consiglio

 

titoli derivati da santuari conosciuti dai pellegrini

 

Madonna dell’aiuto, Madonna di Caravaggio, Madonna del Carmine, Madonna di Greggio, Madonna di Loreto(fig.206-208), Madonna di Lourdes, Madonna di Montenero, Madonna di Provenzano, Madonna dell'Edera, Madonna del Sasso di Rimagna , Madonna della Guardia, Madonna della neve, Madonna dei Quercioli, Madonna di Fontanellato, Madonna di Pompei, Madonna di Soviore, Madonna di Viterbo, Maria divina Pastorella, altre(fig.210)

 

Dedicate ai santi:

 

Sant’Antonio Abate, Sant’Antonio da Padova, Santa Barbara, San Carlo, Santa Caterina d’Alessandria, Santa Rita da Cascia, Santa Liberata, Santa Caterina da Siena, San Domenico, San Michele.

 

 

 

Diamo un particolare rilievo ad una maestà che stata oggetto di attenzione di tanti che hanno parlato delle nostre contrade, la maestà dei Lazzari a Pianadetto. E’ la più antica, 1621. La Vergine è seduta frontalmente su un piedistallo secondo il modello della Vergine del Battistero di Parma. I panneggi sono ampi e abbondanti e abbracciano tutto il corpo della Vergine. Il bambino si aggrappa in modo affettuoso al vestito della madre ma le due teste non si fondono in unica forma piramidale: ognuna richiama a sé l’attenzione, sono però al centro del gruppo quasi allo stesso livello. San Paolo alla destra con gli attributi soliti: il libro delle lettere canoniche e la spada del suo martirio. I contorni sono fortemente pronunciati e quasi compressi in uno spazio esiguo per la statura del personaggio. Rende in modo visivo la statura morale dello stesso. Alla sinistra sta la figura di San Carlo quasi ricopiato dal vero: porta la mozzetta cardinalizia, la cotta e la talare. E’ in atteggiamento di meravigliato stupore davanti al mistero della Redenzione e si offre come fervente apostolo per la diffusione del credo. La scelta dei santi mi sembra che riproponga il motivo base delle maestà cioè l’offrire ai fedeli una catechesi visiva nello spirito del Concilio di Trento. La scelta di San Carlo può essere stata influenzata dall’enorme risonanza che aveva suscitato nel popolo la canonizzazione avvenuta rapidamente dopo la sua morte nel 1610. A Riana appena qualche anno prima gli avevano dedicato la chiesa. La composizione rivela una mano esperta e di raffinato gusto artistico La scritta alla base della formella: GION. PAVLO. DI. LAZARO. DAL.PIAN.ADE. M.Dc.X.X.I. (fig.211)

 

Da quello che abbiamo detto, la moltitudine delle maestà denota una fede semplice che, però, dimostra di credere in verità fondamentali del dogma cattolico: innanzitutto la fede nella comunione dei santi e nella sopravvivenza della persona dopo la morte. I santi non sono “addormentati” in attesa del risveglio ma sono ben vivi e presenti anche nella vita del credente. Dimostrano fiducia in un Dio amico dell’uomo, Padre che si prende cura dei propri figli anche attraverso l’intercessione dei santi. In particolare è fortemente sentita l’opera mediatrice di Maria: la mediazione di Maria è legata al mistero fondamentale della fede cioè l’incarnazione del figlio Dio. Le maestà comunicano tuttora questo diffuso della presenza di Dio. Al viandante e al passante era un ricordo continuo che siamo sempre in presenza di Dio, che non esistono azioni ordinarie della vita ma che la vita vissuta in grazia di Dio ha un valore immenso per l’eternità. Le maestà parlano di questa signoria di Dio sul tempo e sullo spazio: non esiste il profano ma tutto è sacro perché esce dalle mani di Dio: esiste la volontà cattiva dell’uomo e la forza personale del male che può rovinare l’uomo capolavoro della grazia redentrice.

 

Questi accenni dimostrano l’ampiezza del discorso sulle maestà delle Corti affrontato a più riprese da Anna Mavilla nella sua opera(34)

 

 

 

I giubilei

 

 

 

Incidevano enormemente nella vita religiosa anche i giubilei che i papi indicevano più frequentemente per venire incontro alla devozione popolare .

 

Qualche accenno a quelli del periodo post-tridentino.

 

Anno santo 1575 (papa Gregorio XIII. Bolla Dominus ac Redemptornoster ). E’ terminato il concilio di Trento, inizia la grande riforma morale e religiosa della Chiesa cattolica. Il papa afferma di confidare “nella esuberanza della divina bontà” e, per il buon esito del giubileo si rivolge ai re agli imperatori, in questo caso a Massimiliano I, figlio di Ferdinando I, fratello di Carlo V. Questo appello ai capi dei popoli sarà imitato in seguito da altri papi. Scrive Gregorio XIII: “Preghiamo anche nel Signore il nostro carissimo figlio Massimiliano, re romano, imperatore eletto, e tutti i re e principi cristiani, che accrescano tanto più i loro meriti presso il Signore nel favorire questa pietà dei pellegrini e vogliano provvedere alla sicurezza delle strade a vantaggio dei medesime pellegrini e soccorrere i bisognosi con beneficenza ed elemosine”.

 

Anno santo 1600 (papa Clemente VIII. Bolla Annus Domini placabilis ). Il papa ripercorre la storia del secolo passato e lamenta la scissione dei cristiani: “Siamo presi da un pungentissimo dolore ripensando con la mente e col cuore a quante numerose nazioni e popoli si sono miseramente staccati dall’unità e dalla comunione della Chiesa cattolica e apostolica”. Quasi a far vedere a costoro quale tesoro abbiano perso allontanandosi da Roma , ecco un grande elogio della città: “Questa è quella felice città la cui fede, lodata da bocca apostolica, viene annunziata in tutto il mondo. Qui la pietra della fede, qui la fonte dell’unità sacerdotale. Qui la dottrina dell’incorrotta verità, qui le chiavi del regno dei cieli e il sommo potere di legare e di sciogliere, qui infine quell’inesauribile tesoro delle sacre indulgenze della Chiesa, custode e dispensatore è il sacro romano Pontefice”. Il papa spiega la differenza tra il Giubileo cristiano e quello ebraico: la consuetudine degli Ebrei nel loro Giubileo era soltanto in figura. Adesso non è come allora, non si deve pensare che “ gli schiavi di servitù umana sottoposti a giogo vadano liberi o gli incatenati in carcere venganodimessi o gli oppressi da grave debito verso gli altri vengano liberati, e neppure perché ritornino in possesso dei beni paterni. Infatti queste cose sono terrene, fluttuanti e caduche ...Ma i frutti dell’anno del nostro Giubileo santo e spirituale sono quelli abbondantissimi che le anime redente dal sangue di Cristo vengano sciolte dal ferreo giogo della tirannide diabolica e dal tetro carcere e dalle catene dei peccati”.

 

Nessun accenno di autocritica della Chiesa per la scissione dei protestanti: la Chiesa neppure in vista del Giubileo è invitata alla conversione del cuore. Viene sottolineata l’importanza delle indulgenze: questo continuerà a favorire una spiritualità di tipo devozionale intimo che non si incarna nella storia umana concreta. L’evento cristiano era nato dall’Incarnazione. Il Giubileo cristiano lo doveva ricordare, di fatto però continuava una religiosità avulsa dalla vita anche se la fede e la religione continuavano a impastare la vita della società. Non meglio sicuramente andava la religione nei paesi in cui si era installata la riforma protestante in quanto per sostenersi doveva appoggiare senza riserve il principe e continuare una forma di cristianesimo intimistico. C’è poi nelle parole del papa un infelice accostamento con il Giubileo ebraico: la bellezza del Giubileo ebraico stava proprio nel ristabilire rapporti sociali più equi, eliminando forme gravissime di ingiustizia. Il pensare solo all’interiorità spesso può voler dire dimenticare la dimensione di salvezza che la fede deve portare all’uomo anche sul piano umano .

 

Benedetto XIV invita i fedeli ad affrontare un viaggio per il Giubileo a Roma, ma, da uomo pratico, considera anche quando non si deve fare. Scrive: “Il pellegrinaggio fa parte del culto volontario, il cui compimento non riguarda gli atti di virtù da esercitare obbligatoriamente. Così il marito che in forza del vincolo matrimoniale è tenuto a stare con la moglie, farà male se, opponendosi la moglie, intraprende un lungo pellegrinaggio, lasciando lei a casa. Anzi, benché ci sia il consenso della moglie, un pellegrinaggio del marito potrebbe tuttavia contenere una irregolarità, se a motivo dell’assenza per l’uno o l’altro dei coniugi contenesse verosimilmente il pericolo di far venir meno la virtù”. Così un padre, la cui presenza fosse necessaria al sostentamento della famiglia. “Lo stesso dicasi di colui che, oberato dai debiti, né avendo altro modo di assolvere i debiti, fuorché stare in luogo e lavorare, scegliesse tuttavia di vedere i luoghi santi”. E’ inutile, afferma poi il papa, fare pellegrinaggi se non ci si converte. Molti credono che basti il pellegrinaggio per la remissione dei peccati, convinzione abbastanza diffusa se il pontefice cita l’abate Alberto Stadense che, nella sua Cronaca, scrive: “Raramente ho mai visto qualcuno tornare migliore di luoghi d’oltremare o dalla vista della tomba dei santi”.

 

Il papa insiste sulla confessione e sulla severità del confessore: “Lavatevi, siate mondi, togliete il male dai vostri pensieri”. I confessori di prelati, di principi, di re, di governatori, li riprendano e li ammoniscono, se non fanno i loro doveri. Al papa non piacciono quei confessori che sono troppo indulgenti con i grandi: “Se uno teme la faccia del potente, non si assuma l’ufficio del pastore”.

 

Benedetto XIV, infine, con un’altra Bolla,Inter praeterito, ricorda che, fin dai primi giubilei, per ottenere le indulgenze i romani devono fare le visite alle chiese per trenta giorni, i pellegrini forestieri, invece, per quindici. Per romani si devono intendere: “Vanno compresi sotto il nome di romani tutti quelli che sono nati e abitano a Roma, o che sono nati e abitano nel distretto di Roma, che è come dire nelle vigne dentro alle cinque miglia dalla città...Sotto il nome di abitante dell’Urbe vanno intesi tutti quelli che sono venuti a Roma con l’animo di abitarvi la maggior parte dell’anno e tutti quelli che stando in Roma per qualche impiego, o per trovare impiego, se non contraggono un vero e rigoroso domicilio, almeno contraggono un quasi domicilio”(35).

 

Trascriviamo lo scritto sul Giubileo del 1793 riportato nel volume Produzioni varie di Fr. Adeodato Turchi, vescovo di Parma , Assisi, 1802 (da p. 27 a p. 38) E’ il vescovo che ha ripristinato l’opera che caratterizza le Corti di Monchio, il ponte romano(fig.212). Il ponte sulla Cedra metteva sull’unica via per la Toscana(quindi ponte dei romei): fu fatto costruire nel 1602 dal vescovo di Parma Alessandro Farnese; ma pressoché cadente per l’impeto delle piene fu, nel 1801, rinnovato dal vescovo Turchi, come si legge nella lapide marmorea.

 

QVI PONS VERTENTE ANNO MDCII

 

FERDINANDO FARNESIO PARMENSIVM

 

ANTISTITE.ET.MVNCI. DVNASTA

 

IN COLONORUM COMMODUM FVERAT

 

EXCITATVS INIVRIA TEMPORVM

 

FATISCENS ET PENE LABESCENS

 

ADEODATI TVRCHJ E CAPPUCCINORVM

 

FAMILIA.EPISCOPI MAGNIFICENTIA

 

EST RESTITUTUS AGGERE ADIECTO

 

PRO MVNIMENTO AB INCHOATO

 

EXTRVCTO ANNO MDCCCI

 

(Questo ponte, che nell’anno 1602, sotto l’episcopato di Ferdinando Farnese, vescovo di Parma e Signore di Monchio, era stato di utilità degli abitanti, colpito dall’inclemenza delle stagioni, fatiscente e quasi cadente, fu ricostruito per la munificenza del vescovo Adeodato Turchi dell’ordine dei Cappuccini con l’aggiunta di un terrapieno di sostegno costruito ex novo nell’anno 1801)

 

Sopra la lapide sta lo stemma del vescovo Turchi e lo stemma del vescovo Farnese con i gigli .

 

In alto una bella e dolce Madonna del Rosario. Il bambino con tenerezza guarda il volto della madre che tiene in mano una grossa corona del rosario. Il marmo è tondo e la composizione crea una soffusa intimità fatta di grazia.(fig.213 )

 

 

 

GIUBBILEO

 

 

 

Concesso dal regnante sommo pontefice Pio VI allo stato di Parma , pubblicato il 16 febbraio 1793

 

 

 

E’ molto tempo, che ci va svegliando il Signore co' suoi castighi. E quanti ne abbiamo provati nel giro di questo secolo! Guerre, carestie, inondazioni, tremuoti, mortalità di bestiame, ed altri in gran numero. Ma questo secolo stesso nato e cresciuto con indole sì funesta pare voglia terminare il suo corso con un’indole assai peggiore. Sotto i colpi e replicati della divina giustizia siamo ricorsi agli Altari per implorare la divina misericordia. Eppure in mezzo alle preghiere e pubbliche, e private sembra che la stessa divina giustizia abbia preso maggior vigore per castigarci. E donde ciò, dilettissimi miei? Sarebbe mai vero, che essendo mai noi solleciti di pregar molto all’esterno, non siamo stati niente solleciti di ritornare al cuor nostro, mutar tenore di vita? E Tridui e Novene, e Solennità a Dio, alla Vergine, ai nostri santi Protettori, ed in mezzo a tante dimostrazioni di pentimento nessun pentimento efficace e sincero? Il mal costume è cresciuto e va crescendo ogni giorno. E sarà poi maraviglia, che le nostre preghiere siano fatte finora senza frutto nessuno, e che a misura si sono moltiplicate le orazioni, si sieno anche moltiplicati i castighi. Molte sono le maniere, che insegnano i Padri per istruirci a pregare Iddio. Io non ne conosco che una sola, che è l’anima di tutte, quella cioè di abbandonare il peccato, amare Iddio, e poi pregarlo di cuore. Ma se in noi vive la colpa, se Iddio non si ama, come si può pregar bene?

 

In tanta calamità dovremo dunque perder coraggio, ed abbandonarci ad una funesta disperazione? Ah no miei Figliuoli, Iddio è in collera con noi, sì; egli è forse giunto al colmo delle sue collere. Ma per questo appunto ardisco dirvi, ch’egli è anche più vicino ad usarci misericordia. Iratus, et misertus es Domine. Questo stesso conoscere ch’egli è in collera, ch’egli è in collera per le nostre colpe, è già un gran tratto della sua bontà, che ci incammina al pentimento, e per conseguenza al perdono. Eh sorgiamo una volta dal letargo, che ci opprime, apriamo gli occhi a veder quella spada, che ci aggira sul capo, disarmiamo con le lagrime e co’ singulti il nostro Padre celeste, e pieni di una tenera confidenza diciamogli una volta per sempre: Ah Padre, caro Padre abbiam peccato, ma da questo momento il peccato avrà termine nel nostro cuore .

 

Ad agevolarci una sì salutevole Penitenza, il Sommo Regnante Pontefice Pio VI con quella podestà, che da Dio solo ha ricevuta, ed a tutta la Cattolica Chiesa si estende, condiscendendo alle piissime preci del nostro Real Sovrano, che brama di far godere ai suoi sudditi ogni temporale non solamente, ma anche spirituale vantaggio, si è degnato di accordare a questi Reali Stati quella stessa Plenaria Indulgenza in forma di Giubbileo, che sotto il giorno 24 novembre dello scorso anno 1792 ha già pubblicata per tutto lo Stato Ecclesiastico, dando a noi per tale oggetto tutte le facoltà opportune, in virtù delle quali vi manifestiamo.

 

Che durerà due settimane il prefato Giubbileo, ed avrà il suo principio per questa Città e Sobborghi nella domenica seconda, e il suo termine nella domenica quarta di Quaresima inclusivamente. Nel dopo pranzo della seconda domenica verso le ore tre vi sarà nella Cattedrale un divoto Ragionamento conveniente alla circostanza, finito il quale i due Cleri Secolare e Regolare si porteranno processionalmente alla visita della Chiesa di San Pietro martire, una di quelle da noi destinate per l’acquisto della Plenaria Indulgenza .

 

Le Chiese da visitarsi in città fissate da noi sono sei: la nostra Cattedrale cioè San Pietro martire, la SS. Annunziata, San Giuseppe, San Rocco, e la Chiesa de’ Servi di Maria. A richiamare i cuori ad una vera conversione, e ad impetrare la divina misericordia mediante l’intercessione di Maria Santissima, del glorioso Apostolo San Pietro, del Santo pontefice Pio V, e de’ Santi Vescovi Ilario e Bernardo nostri principali Protettori desideriamo vivamente, che in tutte le accennate Chiese, previo il segno delle campane per convocare il popolo, sieno recitate la sera ad ora conveniente le Litanie de’ Santi.

 

Nel corso delle due settimane da noi fissate per la Città, e suoi Subborghi, e così per la Campagna nel corso di quelle, che dentro la Quaresima verranno trascelte dai rispettivi Parrochi, potranno i Fedeli tutti dell’uno e dell’altro Sesso, tutti gli Ecclesiastici non solo Secolari, ma Regolari eziandio di qualunque Ordine, Congregazione, ed Istituto scegliere a Confessore qualsiasi degli approvati rispettivamente a dette Persone. Alle Monache poi, e alle Donne tutte viventi in comunità sarà permesso in questa circostanza di eleggersi per Confessore qualsiasi degli approvati da noi per li Monasteri, e Conservatori, come da nota registrata negli atti di questa nostra Cancelleria Vescovile. A tutti questi Confessori durante il Giubbileo conferisce la Santità sua ampia facoltà di assolvere per una sola volta nel foro della coscienza da qualunque sentenza di Scomunica, Sospensione, interdetto, e da ogn’altra Censura e pena dai sacri Canoni, e dai Giudici Ecclesiastici fulminate; parimenti da tutti i peccati quantunque riservati al Sommo Pontefice, ed a noi; eccettuato però quello di eresia formale ed esterna, e del complice del delitto a norma delle Costituzioni di Benedetto XIV. - Sacramentum Paenitentiae - Apostolici muneris - .Accorda ad essi inoltre la santità sua la facoltà di commutare qualsiasi voto, eccetto li due di Castità e di Religione, in altre opere pie, imponendo però in simili casi quella salutare penitenza che giudicheranno la più conveniente allo spiritual vantaggio de’ Penitenti.

 

Non intende però il Santo Padre nel concedere il presente Giubbileo, come in simili circostanze mai non lo intesero i suoi Predecessori, di autorizzare i Confessori a dispensare nel foro della coscienza da qualsiasi pubblica ed occulta irregolarità, né ad abilitare e restituire i loro penitenti al pristino stato per qualunque nota, incapacità, ed inabilità contratta ex defectu. Nemmeno intende, che la concessione di questo Giubbileo possa, o debba in nessun modo suffragare a coloro, che dalla Santità sua, o da qualunque Prelato o Giudice ecclesiastico saranno stati nominatamente scomunicati, sospesi, o interdetti, qualora non avranno prima soddisfatto al loro dovere, e concordati non si saranno colle parti.

 

Finalmente tutti vi esortiamo giusta le intenzioni di Sua Beatitudine di aggiungere alle opere di sopra prescritte per l’acquisto della Plenaria Indulgenza qualche ulterior pratica di pietà, secondo che a ciascheduno suggerirà la propria divozione. In particolar modo raccomandiamo ai Corpi Ecclesiastici, agli Ordini Religiosi, ed alle Confraternite di portarsi unitamente per la maggior edificazione de’ Fedeli alla Chiesa trascelta per le tre Visite, recitando con divozione così all’andare alla medesima, come nel ritornare le Litanie de’ Santi, onde meritare il loro patrocinio negli occorrenti gravissimi bisogni.

 

 

 

Indulgenza Plenaria

 

In forma di Giubbileo pubblica il 17 maggio 1793 per le Corti di Monchio, Castrignano e loro adiacenze ec.

 

 

 

Accordatasi benignamente dal Sommo Pontefice Pio VI felicemente regnante alle istanze del religiosissimo R. Infante di Spagna Don Ferdiando Borbone Duca di Parma, Piacenza, e Guastalla ec. Per tutti i reali suoi stati quella stessa indulgenza plenaria in forma di Giubbileo pubblicata in Roma, ed estesa a tutto lo stato ecclesiastico con Breve del 24 novembre 1792, non consentiva al paterno nostro cuore, che privi restassero di tanto tesoro gli amatissimi nostri sudditi delle Corti di Monchio, e Castrignano, e loro adiacenze ec. Umiliate quindi le ossequiosissime nostre preci al Santo Padre, si è degnata la medesima Santità sua di estendere a tutti i prefati luoghi di nostra giurisdizione la suddetta plenaria indulgenza in forma di Giubbileo per corso di due settimane, che incominceranno per tutte le ville delle Corti di Monchio la domenica dopo la Pentecoste, ed avranno il suo termine nella domenica inclusivamente; e per la Corte di Castrignano, e sue adiacenze la domenica Pentecoste, e termineranno nella domenica ...inclusivamente.

 

E perché possano meglio disporsi gli amatissimi nostri sudditi a partecipare di questo spiritual bene vi saranno ne’ predetti luoghi durante il Giubbileo missionari zelantissimi, l’opera dei quali sarà tutta consacrata alle conversione delle anime, e ad eccitare in esse la detestazione, e la fuga del peccato.

 

Chiunque vorrà godere di tale tesoro, e Plenaria indulgenza applicabile anche per modo di suffragio a pro delle Anime del Purgatorio, dovrà entro di dette due settimane osservare il Digiuno nei giorni di mercoledì, Venerdì, e Sabato, e fare parimente entro la medesima settimana delle elemosine ai poveri, che suggerirà ad ognuno la propria pietà e divozione, confessarsi inoltre e comunicarsi, e nella stessa settimana visitare almeno tre volte una delle chiese parrocchiali delle ville soggette alla detta nostra giurisdizione, che vengano da noi a questo effetto destinate, ivi pregando fervidamente la divina Misericordia giusta l’intenzione, e mente del Sommo Pontefice.

 

Riguardo poi a quelle persone, che in tale tempo si ritrovassero detenute nelle carceri, e che per infermità, o per altra legittima causa non potessero eseguire le opere come sopra prescritte, Sua Santità concede al Confessore da loro rispettivamente eletto la facoltà di commutarle in altre opere pie più adattate al loro rispettivo stato.

 

All’oggetto poi di eccitare viemaggiormente ne’ nostri amatissimi sudditi una vera compunzione, ed un cuore totalmente contrito, ordiniamo, che durante il tempo di questo Giubbileo in tutte le accennate chiese parrocchiali ogni giorno, previo il segno della campana per convocare il popolo, sieno recitate la sera ad ora conveniente le litanie de’ Santi colle preci annesse, esortando tutti, giusta le intenzioni di sua Beatitudine di aggiungere alle opere di sopra prescritte per l’acquisto della Plenaria Indulgenza qualche ulterior pratica di pietà, e divozione, principalmente verso di Maria SS., dei santi Apostoli Pietro, e Paolo, del Pontefice S .Pio V e de’ Santi Ilario, e Bernardo Protettori di questa città, e Diocesi, affine di impetrare col valevolissimo loro patrocinio che il Signore Iddio plachi le sue giuste collere, e ci faccia meritevoli delle sue divine misericordie, e delle sue sante benedizioni.

 

Note in margine al giubileo concesso dal Papa Pio VI e trasmesso alle Corti dal vescovo Turchi.

 

 

 

L’inizio del documento parte da un elenco dei castighi di Dio (guerre, carestie, inondazioni , terremoti, epidemie di bestiame, ...) a giudizio del vescovo abbattutisi sull’umanità durante tutto il secolo che si va chiudendo. La fede, spesso, vede nelle sciagure naturali il castigo di Dio per i peccati degli uomini. Il nostro secolo ha pure conosciuto le stesse sventure ancor più grandi perché la popolazione nel frattempo è aumentata a dismisura. Se tutto viene da Dio, il credente vede anche nei fenomeni naturali l’opera di Dio. Nel nostro tempo, determinati fenomeni come le pesti del bestiame sono enormemente diminuite per le cure scientifiche cui è sottoposto. La guerra rimane sempre un fenomeno endemico del genere umano.

 

L’uomo credente vedeva l’origine dei castighi di Dio nella mancanza di coerenza tra la fede e la vita. Manca il pentimento efficace anche se dimostrato attraverso l’esteriorità dei riti. La vera preghiera è abbandonare il peccato, la preghiera del cuore, amare Dio. Non c’è preghiera genuina se non accompagnata dalla conversione dal peccato. Occorre allora fare ritorno al Padre: giubileo è fare ritorno al Padre che aspetta il figlio prodigo. Ecco il gran bene dell’indulgenza giubilare (per due settimane) estesa anche ai territori sotto la giurisdizione del vescovo, per favorire la penitenza e la conversione, attraverso il sacramento della confessione, con missionari e confessori straordinari muniti di ampie facoltà. Sono richiesti il digiuno, preghiere particolari come le litanie dei santi. L’indulgenza può essere applicata alle anime del Purgatorio.

 

 

 

Giubileo del duemila

 

 

 

Nelle parole del papa Giovanni Paolo II c’è la preoccupazione di aiutare a varcare la soglia del terzo millennio con una fede viva, a guardare avanti al futuro della Chiesa. Nella sua bolla d’indizione del gran giubileo, in primo luogo fa prendere coscienza che la storia della salvezza trova in Cristo il suo punto culminante, il suo supremo significato: l’Incarnazione non è un fatto del passato ma ha la sua valenza nel presente. Gesù è “colui che è, che era e che viene”: con la sua salvezza tocca tutta l’umanità. Il tempo non è più Cronos ma Kairos cioè tempo pieno di salvezza, è esplosivo di novità. Il giubileo deve rivolgere l’uomo a Cristo, spingerlo alla conversione e alla sua vera riabilitazione.

 

Il giubileo è stato preparato con tre anni di catechesi trinitaria, sul Figlio, sullo Spirito Santo, sul Padre misericordioso. Il papa spera che su queste verità convergano tutte le confessioni cristiane e che il pellegrinaggio verso la Terra Promessa trovi come compagni di viaggio le tre grandi religioni monoteistiche, ebrei, cristiani, mussulmani. L’ecumenismo è una novità assoluta nella storia dei giubilei: questo tema non è stato mai sfiorato dai predecessori. Una nuova sensibilità si fa strada che orienta una nuova pastorale della Chiesa: più che alle questioni dottrinali bisognerà attendere a gesti concreti di comunione non soltanto tra cristiani ma nella stessa umanità.

 

La tradizione giubilare per la Chiesa cattolica risale al 1300, giubileo indetto da Bonifacio VIII. I fedeli hanno sempre risposto in massa e con molta generosità mettendo in opera gesti concreti di carità verso i bisognosi. Nel 1550 San Filippo Neri diede inizio ad una caritas romana come segno tangibile di carità per l’accoglienza dei pellegrini. I giubilei per tanti motivi vanno incontro alla religiosità popolare e sono capiti con immediatezza(anche perché dispongono con chiarezza ciò che il fedele deve fare e quali risultati può ottenere).

 

Il giubileo inizia nel Natale 1999 e termina alla vigilia della festa dell’Epifania del 2001.

 

I segni del giubileo

 

  1. Il pellegrinaggio denota la condizione dell’homo viator. La storia d’Israele, fin dalle origini, e quella della Chiesa è il diario vivente di un pellegrinaggio mai terminato. Il pellegrinaggio evoca il cammino personale del credente sulle orme del Redentore: c’è esercizio d’ascesi operosa, di pentimento per le umane debolezze, di costante vigilanza sulla propria fragilità, di preparazione interiore alla riforma del cuore.

  2. La porta santa fu aperta la prima volta nel 1423 nella Basilica del SS. Salvatore in Laterano. Evoca il passaggio attraverso Cristo che ha detto . “Io sono la porta” (Gv 10,7), unica via di salvezza. Anche l’uomo deve aprire la porta a Cristo. “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”(Ap3,20). E aprirla anche ai fratelli nella solidarietà e nell’accoglienza caritatevole.

  3. L’indulgenza è il terzo segno giubilare. Il grande perdono di Dio concesso attraverso la Chiesa. Abbiamo al possibilità di salvarci tutti ma in cordata.(36)

 

Nella Tertio Millenium adveniente il papa aveva indicato altri segni.

 

  1. La purificazione della memoria è il coraggio e l’umiltà di riconoscere le mancanze di coloro che portano il nome di cristiani. L’esame di coscienza è momento qualificante dell’esistenza del credente (“rientrare in se stessi” Lc 15, 17 - 20). Con esso ogni persona si pone di fronte alla verità della propria vita. Scopre la distanza che separa le sue azioni dall’ideale che si è prefisso. Questo è vero anche per la storia della Chiesa: da una parte è piena della testimonianza luminosa dei suoi santi e dall’altra anche di vicende di contro testimonianza. Come singoli e come Chiesa dobbiamo chiedere scusa a Dio e al mondo per le mancanze di fede vissuta che hanno offeso e allontanato tanti dalla fede.

  2. Il segno della carità. I singoli e la Chiesa sono chiamati a testimoniare il Vangelo della carità di fronte alle enormi situazioni di ingiustizia e di violenza del mondo di oggi. Il papa propone l’azzeramento dei debiti dei paesi poveri e creare una cultura di solidarietà e cooperazione per un modello di economia al servizio di ogni persona. La vera novità del giubileo del duemila è il forte accento messo sulla carità come condizione per ottenere il grande perdono.

  3. L’acquisto della indulgenza, che può essere pure applicata ai defunti, ha queste condizioni: ricevere il sacramento della Riconciliazione e dell’eucarestia, la preghiera secondo l’intenzione del Sommo pontefice, atti di carità, atti di penitenza, visita delle Basiliche di Roma , Terra Santa e delle chiese stabilite.

 

Trascriviamo una norma che è unica, penso in tutta la storia della Chiesa, almeno formulata in questo modo: “In ogni luogo, se si recheranno a rendere visita ai fratelli che si trovano in necessità o in difficoltà( infermi, carcerati, anziani in solitudine, handicappati, ecc.)quasi compiendo un pellegrinaggio verso Cristo presente in loro e ottemperando alle consuete condizioni spirituali, sacramentali e di preghiera”(36).

 

 

 

I santi nella devozione popolare

 

 

 

San Michele

 

 

 

Michele, nome ebraico che vuol dire “Chi è come Dio?”, viene ricordato due volte nel libro di Daniele come protettore particolare del popolo eletto (Da 10,13; 12,1). La lettera di San Giuda lo presenta in lotta contro Satana per il corpo di Mosè. Anche l’Apocalisse (12,17) ricorda il combattimento di Michele e dei suoi angeli contro il drago. La liturgia dei defunti lo vuole accompagnatore delle anime. Molto venerato dagli ebrei divenne popolare nel culto cristiano, specialmente dopo l’apparizione alla grande grotta sul monte Gargano. Quel posto era meta di tutti grandi pellegrini del medioevo insieme a San Giacomo di Compostela, alle basiliche degli apostoli a Roma e alla terra santa .

 

La prima apparizione confina con la leggenda. Essa risale al pontificato di Feliciano III. Vescovo di Siponto era San Lorenzo Maiorano. Un giorno ad Elvio Emanuele, signore del monte Gargano, scomparve il più bel toro del suo armento. Dopo giorni di ricerca lo trovò inginocchiato entro una caverna inaccessibile. Non potendolo raggiungere scoccò una freccia. Il dardo, però, girandosi colpì il tiratore. Sorpreso dalla novità dell’avvenimento si recò dal Santo vescovo Lorenzo, che ordinò tre giorni di preghiere e di digiuno. Al terzo giorno gli apparve l’arcangelo Michele e gli disse: “Io sono l’arcangelo Michele e sto sempre alla presenza di Dio. La caverna è a me sacra, è una mia scelta; io stesso ne sono il vigile custode...La dove si spalanca la roccia possono essere perdonati i peccati degli uomini...Quel che sarà qui chiesto nella preghiera sarà esaudito. Va’, perciò, sulla montagna e dedica la grotta al culto cristiano”. Sulla montagna, allora, era ancor vivo il culto pagano e il vescovo indeciso differì l’esecuzione dell’ordine angelico.

 

Nuova apparizione nel 492. Siponto città cristiana assediata dalle truppe di Odoacre era agli estremi. San Lorenzo ottenne una tregua di tre giornate; ordinò preghiere e penitenze. Apparve l’arcangelo che promise il suo aiuto contro gli invasori. Una tempesta di sabbia e di grandine si abbatté sulle truppe di Odoacre: Siponto era salva. Il vescovo indisse una processione di ringraziamento e salì col popolo alla montagna, ma non osò entrare nella gotta.

 

Nel 493 nuova apparizione. L’angelo gli disse: “Non è necessario che voi dedichiate questa chiesa che io stesso ho consacrato con la mia presenza. Entrate e sotto la mia assistenza innalzate preghiere e celebrate il sacrificio. Vi mostrerò come io stesso ho consacrato quel luogo”. Quando entrò trovò un altare coperto di panno rosso e sopra una croce di cristallo. All’entrata della grotta Lorenzo fece costruire una chiesa che fu dedicata il 29 settembre. E’ l’unica chiesa al mondo che non è stata consacrata e non ha neppure la pietra sacra come gli altari delle nostre chiese.

 

Nel 1656 avvenne la quarta apparizione in cui l’angelo dava la sua protezione contro la peste che stava infuriando in quei luoghi.

 

Recenti ricerche hanno formulato l’ipotesi che sui nostri monti è stata diffusa la sua devozione perché i cristiani che primi qui abitarono erano ariani, soldati che avevano come protettore quest’angelo combattente le battaglie della fede.

 

Riporto la preghiera che in latino il sacerdote faceva in fondo alla messa quando si rivolgeva a San Michele: era stata composta da Leone XIII.

 

San Michele Arcangelo, difendici nel combattimento:

 

sii nostro aiuto contro la malizia e le insidie del demonio.

 

Che Dio lo scacci, supplichevoli te ne scongiuriamo:

 

e Tu, Principe della milizia celeste, con la forza divina,

 

respingi nell’inferno Satana e gli altri spiriti maligni,

 

che, a perdizione delle anime, vanno girando per il mondo. (Leone XIII)

 

Il suo culto ebbe diffusione, su questi monti, anche per opera delle confraternite seppellitrici, loro protettore. Spesso il sant’Angelo è raffigurato con le bilance in mano per significare il giudizio cui l’anima deve sottostare alla sua morte.

 

L’arcangelo è raffigurato in una grande stata marmorea e collocato sulla facciata della chiesa di Monchio(fig.213). Il santo è presentato in atto di calcare il demonio, che ha il busto desinente in una sinuosa coda di serpente, ha le ali aperte, la destra alzata e il braccio sinistro nell’atto di sostenere la lancia, attualmente perduta, ma documentata fino al 1934. Veste una tunica, che si apre ondeggiante sulle gambe calzate da alti schinieri. Porta la lorica e l’elmo. La raffigurazione del demonio è simile a quella della maestà dei santi Lorenzo e Michele del cimitero e della Madonna dell’aiuto del Prato(fig.188)

 

Come per la statua di San Lorenzo la collocazione originaria della statua era all’interno dell’edificio tra il presbiterio e la navata. L’ignoto marmorino lunigianese nel secolo XVII ha compiuto un’opera veramente pregevole.

 

 

 

San Giuseppe

 

 

 

San Giuseppe ha legato Gesù alla discendenza di Davide. Gesù ha potuto rivendicare questo titolo messianico annunciato dalla Scrittura. Questa funzione di Giuseppe è messa in particolare rilievo dalla doppia genealogia di Gesù che ci hanno lasciato i vangeli di Luca e di Matteo.

 

Giuseppe è, inoltre, il patriarca che compie il tema biblico dei sogni, con i quali Dio ha spesso comunicato agli uomini le sue intenzioni. Come Giovanni è l’ultimo dei profeti, perché indica a vista colui che le profezie annunciavano, così Giuseppe è l’ultimo patriarca biblico, che ha ricevuto il dono dei sogni. Questa rassomiglianza agli antichi patriarchi risalta ancora maggiormente nel racconto della fuga in Egitto con la quale Giuseppe rifà il viaggio dell’antico Giuseppe, affinché si compia in lui e in Gesù, suo figlio, il nuovo Esodo. Infine Giuseppe è il capo della modestissima famiglia, nella quale i suoi contemporanei hanno potuto costatare la realtà dell’Incarnazione del Verbo e scoprire la grandezza delle umili realtà temporali di cui Dio si serve per attuare il suo piano.

 

Giuseppe, sposo di Maria, è l’ultimo dei giusti dell’Antico Testamento che vive di fede. Per la fede meritò di custodire la promessa ormai realizzata nel mistero della salvezza. Il Vangelo lo presenta come una figura fondamentale nel disegno di amore del Padre, con un compito di segno privilegiato della paternità di Dio. La pietà popolare, decretando tanta devozione a San Giuseppe, riconosce profondamente che Dio sceglie nella sua opera le persone più adatte nel momento più giusto (20)

 

San Giuseppe è visto nella devozione popolare come patrono di ogni famiglia: nei tempi moderni vedendo le difficoltà delle famiglie si è presentato ricorso a questo particolare patrono. In tal senso è sempre stata viva la devozione alla Santa Famiglia. In una maestà di Lugagnano Superiore si svolge una scena intima familiare: la Madonna presenta il bimbo divino a San Giuseppe.

 

E’ invocato come patrono della buona morte. Lo s’immagina, secondo i vangeli apocrifi, moribondo con Maria e Gesù accanto a lui. Pur non avendo nessun supporto storico il considerarlo anziano, è sempre stato visto così dalla devozione popolare. Nei tempi passati ormai tramontati, come abbiamo detto, la buona morte era quella accompagnata dai sacramenti amministrati in modo solenne.

 

Ha faticato ad entrare nell’animo popolare, la devozione a San Giuseppe lavoratore. Il primo maggio continua ad essere considerato come festa laica.

 

La statua di San Giuseppe c’è a Riana, Valditacca, Trefiumi, Monchio, Pianadetto, Cozzanello.

 

A Monchio si conserva un bel quadro raffigurante San Giuseppe(fig.214). Il dipinto è risolto secondo l’iconografia tradizionale con il santo rappresentato in piena maturità con barba fluente, vestito di un’ampia tunica e avvolto nel mantello. Sorregge il bambino col braccio sinistro. Accanto a lui il bastone che era fiorito, unico tra i pretendenti di Maria, sempre secondo i vangeli apocrifi. E’ della seconda metà del XVII secolo di ignoto pittore di scuola parmense.(16) E’ un’opera che non molto riuscita ma trasmette ai fedeli fascino.

 

 

 

Santa Rita

 

 

 

Rita nacque nel paesello di Rocca Porrena in quel di Cascia nell’Umbria, da genitori avanzati in età l’anno 1381. Fin dai più teneri anni predilesse la mortificazione, l’amore a Gesù crocefisso e ai suoi poveri. Sposa a un uomo collerico da cui ebbe molto a soffrire, fu modello di sposa e di madre come lo era stata di fanciulla

 

Rimasta priva del marito, trucidatole da mano nemica e poi dei due figlioletti, sopportò tutto con mirabile rassegnazione non solo, ma dopo un po’ di vita penitente nella solitudine, ne prese motivo per appagare i suoi voti di fanciulla rendendosi religiosa tra le monache Agostiniane di Cascia. Là condusse una vita santa, con molte prove. Il Signore la rese degna di provare in parte le sue sofferenze con una puntura sulla fronte di una delle sue spine della sua corona. Dopo lunga e dolorosa malattia rese l’anima a Dio il 1457 a 76 anni di età e 44 di vita religiosa.

 

La statua di Santa Rita c’è a Monchio, a Valditacca, a Ceda tutte acquistate dai devoti per grazie ricevute. La devozione venne alimentata in questo secolo col movimento dell’Azione Cattolica. Le spose cristiane hanno nella santa un potente modello che non è passato di moda, visto che neppure il matrimonio sacramento è accettato solo da pochi.

 

La statua di Monchio (fig.215) raffigura la santa secondo l’iconografia tradizionale: l’abito delle suore agostiniane, il crocefisso, il segno della spina sulla fronte

 

 

 

 

 

Santa Teresa del Bambino Gesù

 

 

 

Nata ad Alençon in Normandia (Francia), Teresa Martin ottiene da Leone XIII di poter entrare nel convento del Carmelo di Lisieux a quindici anni. Vi passa nove anni. Per obbedienza scrisse la sua autobiografia spirituale,Storia di un’anima. Muore il 30 settembre 1890. Dichiarata Santa il 1925 da Pio XI; lo stesso papa la proclama patrona delle missioni; Giovanni Paolo II, la proclama dottore della Chiesa.

 

Le Aspiranti e le Beniamine della gioventù femminile di Azione Cattolica l’hanno invocata come loro patrona. Questo è il motivo della sua presenza nelle nostre chiese(statue e quadri). La sua statua c’è a Casarola, Pianadetto, Monchio. La sua particolare spiritualità viene chiamata la via dell’infanzia spirituale. Lasciamola parlare:

 

Conto proprio di non restare inattiva in cielo: il mio desiderio è di continuare a lavorare per la Chiesa e per le anime; lo chiedo al buon Dio e sono certa che mi esaudirà. Gli Angeli non si occupano continuamente di noi senza mai smettere di contemplare il volto divino, di perdersi nell’Oceano senza sponde dell’Amore? Perché Gesù non dovrebbe permettermi di imitarli?” (37).

 

Capisco e so per esperienza che il Regno di Dio è dentro di noi. Gesù non ha affatto bisogno di libri e di dottori per istruire le anime, Lui il Dottore dei dottori, insegna senza rumor di Parole...Mai l’ho udito parlare, ma sento che Egli è in me ad ogni istante, mi guida, mi ispira quello che devo dire o fare. Scopro proprio nel momento in cui ne ho bisogno delle luci che non avevo ancora visto, il più delle volte non è durante le orazioni che sono più abbondanti, ma piuttosto tra le occupazioni della giornata”(38).

 

Considerando il Corpo mistico della Chiesa, non mi ero riconosciuta in nessuna delle membra descritte da San Paolo, o meglio volevo riconoscermi in tutte...La carità mi diede la chiave della mia vocazione. Capii che se la Chiesa aveva un corpo, composto da diverse membra, il più necessario, il più nobile di tutti non le mancava, capii che la Chiesa aveva un Cuore, e che questo era bruciante d’amore”(39).

 

Tutte le grandi verità della religione, i misteri dell’eternità, mi immergevano l’anima in una felicità che non era della terra...Presentivo già quello che Dio riserva a coloro che l’amano ( non con l’occhio dell’uomo ma con quello del cuore ) e vedendo che ricompense eterne non avevano nessun paragone con i lievi sacrifici della vita, volevo amare, amare Gesù con passione, dargli mille segni d’amore fintanto che potevo”(40)

 

I suoi devoti avranno capito la sua vita o il suo pensiero oppure avranno guardato solo alla pioggia di rose?(fig.216)

 

 

 

San Giovanni Bosco

 

 

 

Di famiglia povera, ma ricco di doti, fu mosso da speciale vocazione divina a dedicarsi totalmente alla gioventù. Dinamico e concreto, da ragazzo fondò trai coetanei la società dell’allegria, sulla base della guerra al peccato. Fatto sacerdote, sentì sempre di dovere la sua opera a Maria Ausiliatrice. Iniziò coi giovani in cerca di lavoro: diede loro una casa, un cuore amico, istruzione e protezione, assicurando per essi onesti contratti di lavoro; creò scuole professionali, laboratori. Offrì uguale assistenza agli studenti. Indirizzò i giovani a conquistare un posto nel mondo, aiutandoli a raggiungere competenza e abilità professionali; li orientò alla vita cristiana, curando molto la formazione religiosa, la frequenza ai sacramenti, la devozione a Maria. Curò le vocazioni.

 

Cercò fra i suoi ragazzi i migliori collaboratori per la sua opera, avendo l’ineguagliabile arte di formare ciascuno secondo la sua personalità. Con loro formò i Salesiani e intraprese una vasta opera missionaria. Con santa Maria Domenica Mazzarello fondò le Figlie di Maria Ausiliatrice; come collaboratori esterni, uomini e donne, creò i Cooperatori, salesiani nel mondo. Anticipatore in molti campi della vita ecclesiale, Don Bosco, tanto bonario e semplice, ma di acuto ingegno e di forte capacità di azione, è tipo di apostolo dei tempi nuovi. La sua pedagogia cristiana, attuata con abilità di genio ed efficacia di santo, mira a prevenire i mali, a preservare la gioventù con l’intelligente comprensione, l’adattamento alle sue esigenze, con ragionevolezza, confidenza, carità, allegria, espressione tutte della presenza costante dell’educatore. “Che i giovani sappiano di essere amati”. Già vecchio poteva dire di sé: “Ho promesso a Dio che fin l’ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani”.

 

Tra i più bei frutti della sua pedagogia, san Domenico Savio, quindicenne, che aveva capito la sua lezione: “Noi, qui, alla scuola di Don Bosco, facciamo consistere la santità nello stare molto allegri e nell’adempimento perfetto dei nostri doveri”.(20).

 

A Lugagnano nel secondo dopo guerra è stata acquistata una statua di Don Bosco.(fig.217)

 

Molti giovani del monchiese hanno potuto studiare a Parma perché custoditi dai figli di Don Bosco in collegio. La disciplina che lì hanno trovato li ha spesso infastiditi, ma guardando al loro passato sono riconoscenti per chi li ha seguiti con amore, con lo spirito di Don Bosco.

 

 

 

Altre devozioni popolari moderne

 

 

 

Sacro Cuore

 

 

 

Diffondere questa devozione fu il compito assegnato dalla divina Provvidenza a S. Margherita Maria Alacoque. Nasce il 22 luglio 1647 in Francia. Ogni primo venerdì del mese, Gesù la favorisce con la visione del suo Cuore. Le visioni avvengono a Paray. La missione che Dio affida alla santa è dire “Dio ti ama”. Il suo messaggio sta tutto in questo: Ecco quel Cuore che ama tanto gli uomini. Quel Cuore non è solo il simbolo e il sacramento dell’amore della SS. Trinità per l’umanità, ma sta per la persona amante del Cristo Risorto, nostro contemporaneo. “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente” . Così diceva Giovanni Paolo II a Paray.

 

I documenti della Chiesa insistono sullo scopo di questa devozione: riportare la vita cristiana all’essenziale, centrare la nostra vita nel nucleo essenziale dell cristianesimo. Il cristianesimo è dall’inizio alla fine un mistero d’amore. Essere cristiano significa credere all’amore di Dio per noi e consentire a questo amore di espandersi in modo da suscitare una risposta d’amore. Il teologo Karl Rahner fa questa riflessione: “Il cuore è la realtà intima e unificante che evoca il mistero che resiste a tutte le analisi, che è la legge più potente di ogni organizzazione e utilizzazione tecnica dell’uomo. Cuore indica il luogo dove il mistero dell’uomo trascende nel mistero di Dio; là la vuota infinitudine che egli sperimenta dentro di sé grida e invoca la infinita pienezza di Dio. Evoca il cuore trafitto, il cuore angosciato, spremuto, morto. Dire cuore significa dire amore, l’amore inafferrabile e disinteressato, l’amore che vince nella inutilità, che trionfa nella debolezza, che ucciso dà la vita, l’amore che è Dio. Con questa parola si proclama che Dio è là dove si prega dicendo : Dio mio perché mi hai abbandonato? Con la parola cuore si nomina qualcosa che è totalmente corporeo e tuttavia è tutto in tutto, al punto che si possono contare i suoi battiti e ci si può fermare in un pianto beato perché non è più possibile andare avanti dal momento che si trovato Dio. Chi può negare che in questa parola noi ritroviamo noi stessi, il nostro destino e il modo proprio dell’esistenza cristiana, che ci è imposto come peso o come grazia insieme, e assegnato come nostra missione ?”

 

 

 

Padre Pio da Pietrelcina

 

 

 

Non c’è nessun quadro e nessuna statua dedicata al Beato ma è nel cuore di tutte le famiglie di Monchio. Si rivolgano a Dio per mezzo di lui in tante momenti della vita.

 

Padre Pio nacque a Pietrelcina (Benevento) il 25 maggio 1887 da umili genitori e fu battezzato col nome di Francesco.

 

Di indole timida, manifestò sin da bambino una viva tendenza alla preghiera e Dio gli infuse una così grande vocazione per la vita religiosa che a soli 15 anni (ottobre 1902) entrò nel convento dei Cappuccini di Morcone.

 

Frate Pio, così prese nome nel convento, venne ordinato sacerdote il 10 maggio 1910 nel duomo di Benevento.

 

Trascorse alcuni anni a Pietrelcina a causa della salute cagionevole. La mattina di venerdì 20 settembre 1918, pregando davanti al crocefisso del coro della vecchia chiesa, ricevette il dono delle stimmate che rimasero aperte, fresche e sanguinanti, per mezzo secolo.

 

Era la mattina del 20 dello scorso mese di settembre, in coro, dopo la celebrazione della santa Messa, allorché venni sorpreso dal riposo, simile a un dolce sonno. Tutti sensi interni ed esterni, non che le stesse facoltà dell’anima si trovarono in una quiete indescrivibile. In tutto questo tempo vi un totale silenzio intorno a me e dentro di me; vi subentrò subito una gran pace ed abbandono alla completa privazione del tutto e una posa nella stessa rovina. Tutto questo avvenne in un baleno.

 

E mentre questo si andava operando mi vi mise dinanzi un misterioso personaggio, simile a quello visto la sera del cinque agosto che differenziava in questo solamente che aveva le mani ed i piedi ed il costato che grondavano sangue. La sua vista mi atterrisce, ciò che sentivo in quell’istante in me non saprei dirvelo. Mi sentivo morire e sarei morto se il Signore non fosse intervenuto a sostenere il cuore, il quale me lo sentivo sbalzare dal petto.

 

La vista del personaggio si ritira ed io mi avvidi che mani, piedi e costato erano traforati e grondavano sangue”(41).

 

La sua vita fu una continua sofferenza sempre però votata al grande amore verso Gesù e al prossimo. “Questo umile frate cappuccino ha stupito il mondo con la sua vita tutta dedita alla preghiera e all’ascolto dei fratelli” Durante la sua vita attese unicamente allo svolgimento del suo ministero sacerdotale. “Chi si recava a San Giovanni Rotondo per partecipare alla sua Messa, per chiedere consiglio o confessarsi, scorgeva in lui un’immagine viva del Cristo sofferente e risorto. Sul volto di Padre Pio risplendeva la luce della risurrezione"(41).

 

Fondò “I Gruppi di preghiera” e “La casa Sollievo della Sofferenza”: “La sua carità si riversava come balsamo sulle debolezze e sofferenze dei fratelli: Padre Pio unì così allo zelo per le anime l’attenzione per il dolore umano. Egli volle la Casa Sollievo della Sofferenza come un ospedale di prim’ordine, ma soprattutto si preoccupò che in essa si praticasse una medicina veramente umanizzata, in cui il rapporto con il malato fosse improntato alla più calda premura e alla più cordiale accoglienza. Sapeva bene che, chi è malato e sofferente, ha bisogno non solo di una corretta applicazione dei mezzi terapeutici, ma anche e soprattutto di un clima umano spirituale che consenta di ritrovare se stesso nell'incontro con l'amore di Dio e la tenerezza dei fratelli.

 

Con la Casa Sollievo della Sofferenza egli ha voluto mostrare che i miracoli ordinari di Dio passano attraverso la nostra carità. Occorre rendersi disponibili alla condivisione e al servizio generoso dei fratelli, avvalendosi di ogni risorsa della scienza medica e della tecnica”(42). Visse sempre in umiltà e obbedienza, fu consigliere amorevole per coloro che lo avvicinarono, seppe infondere coraggio e riportare a Dio molte anime.

 

- No, non temete; voi camminate sul mare tra i venti e le onde, ma ricordatevi che siete con Gesù. Che vi è da temere? Ma se il timore vi sorprende, gridate fortemente: O Signore, salvatemi! Egli vi stenderà la mano; stringetela forte; e camminate allegramente.

 

Fatevi animo; sopportiamo anche noi l’ora della prova ed aspettiamo quel giorno in cui possiamo a lui congiungerci nella patria dei beati davanti a Gesù”(43)

 

Morì il 23 settembre 1968 a San Giovanni Rotondo.

 

Lapide posta sulla parete vicino alla tomba:

 

SUCCEDERA’ PER VOI IL MIRACOLO CHE E’ SUCCESSO PER PADRE PIO.GUARDATE CHE FAMA HA AVUTO, CHE CLIENTELA MONDIALE HA ADUNATO ATTORNO A SE’! MA PERCHE’? FORSE PERCHE’ ERA UN FILOSOFO? PERCHE’ ERA UN SAPIENTE? PERCHE’ AVEVA MEZZI A DISPOSIZIONE? PERCHE’ DICEVA LA MESSA UMILMENTE, CONFESSAVA DAL MATTINO ALLA SERA, ED ERA, DIFFICILE A DIRE, RAPPRESENTANTE , STAMPATO, DELLE STIMMATE DI NOSTRO SIGNORE. ERA UOMO DI PREGHIERA E DI SOFFERENZA. (Paolo VI)

 

A Monchio è costituito con approvazione ecclesiastica un gruppo di preghiera di Padre Pio.

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