PELLEGRINI PER UN MILLENNIO - LE OMBRE DELLA RELIGIOSITÀ POPOLARE a cura di Don Ettore Paganuzzi

 

 

10- LE OMBRE DELLA RELIGIOSITÀ POPOLARE

 La religiosità popolare presenta anche fenomeni che si discostano da un modo retto di intendere la fede, debitori di antichi pregiudizi, difficili da sradicare anche in persone colte. Nel passato, poi, erano ancor più accentuati, nonostante l’opera di istruzione promossa dal Concilio di Trento .

 

 

 

Presenza del diavolo, stregonerie

 

 

 

Nel 1628 esce a Parma un libro: BREVE INFORMATIONE DI MODO DI TRATTARE LE CAUSE DEL SANTO OFFICIO PER LI MOLTO REVERENDI VICARIJ DELLA S. INQUISITIONE INSTITUITI NELLA DIOCESI DI PARMA , E DI BORGO SAN DONNINO.

 

Ci sono pagine per individuare le tecniche di streghe e stregoni. Gli statuti precedenti al libretto prevedevano per lefatture e gli incantamenti che avvenivano nel monchiese le seguenti pene

 

Se alcuna persona maschio o femina d.a Corte di qualunque conditione si sia, istigandola il Nemico del Humano genere arà fatto, o farà fatture, et malie al alcuno. ò in qualche maschio ò femina della Corte sud.a di Rigoso. Se per tal dilinquenza sarà femina, sia tosata et poi sia scoppata per tutta la terra di Monchio, et per il detto Podestà sia condannata di perpetuo bando da tutte le terre della detta Corte, et se sarà maschio sia messo alla berlina, et ivi sia tenuto tutta un giorno, et poi nel detto modo sia scoppato con la medesima pena se da dette malie, fatture et incanti non sarà seguita morte. Ma se sarà seguita morte, all’ora per detto Podestà sia condannato a morte, et se alcuna persona sarà indebolita o infatturata per dette malìe et fatture, allora secondo la qualità del delitto per il Podestà i committenti simili cose siano puniti personalmente”(44)

 

Il fenomeno della caccia alle streghe si era ormai placato in tutta l’Europa, in Italia era stato molto meno sentito e meno drammatico per gli accusati .

 

La pratica della magia e stregoneria è esistita in ogni tempo sia nella società pagana che in quella cristiana. Quando nel medioevo si andrà oltre le pratiche superstiziose ma ci sarà il ricorso alle forze del male, la cristianità si allarmerà e la Chiesa gerarchica interverrà. Nell’epoca catara si era caduti in pieno dualismo (da una parte il Bene e dall’altra il Male ). La stregoneria diventava un appello alle forze del male. Venne, quindi, identificata con l’eresia. E’ dunque giudicato come eretico il fenomeno che costituisce un attentato al cristianesimo nella sua integrità dottrinale. I timori popolari erano molto forti, accentuati dai documenti della Chiesa come il già ricordato Malleus maleficarum (il martello delle streghe ).

 

La caccia alle streghe diventa una mania tra la fine del XV fino alla fine del XVII secolo. Le accuse nascono ovviamente da fenomeni di allucinazione o da una cattiva interpretazione di azioni di determinati soggetti. L’atmosfera di insicurezza favorisce il fenomeno delle pratiche di stregoneria e, quindi, il sorgere di timori collettivi. Insegna la vicenda biblica di Saul che nella decadenza del suo regno anzi nella fine ingloriosa della sua vita va a consultare una medium Endor che gli rievoca il profeta Samuele. Notiamo che Saul aveva proibito tali pratiche.

 

I processi delle streghe sono spesso dovuti alla paura o alla psicosi oppure anche a vera stregoneria. Per l’opinione popolare sono casi di stregoneria, per magistrati e clero si tratta di interventi diabolici. N. Rémy tra il 1576 e 1606 condannò al rogo circa tremila streghe, alla fine confessò lui stesso di essere in combutta col diavolo.

 

La presenza del diavolo è continua nella vita dell’umanità come istigatore alla violenza collettiva, a strutture sociali di enorme ingiustizia, a genocidi perpetuati con infame accanimento, o ad altro anche se la sua presenza è inafferrabile. Il demonio è l’angelo più bello e perfetto creato da Dio con una capacità immensa di influire sulle volontà collettive (mi riesce difficile a non pensarlo in determinati fenomeni così esasperati come i genocidi di questo secolo che si chiude, armeni, ebrei, avversari politici in Russia, in Ruanda, in Bosnia, in Kosovo, i cattolici a Timor dove tutto il popolo pare che approvi l’operato dei leaders).

 

D’altra parte sarebbe scorretto riferirsi al diavolo per certe combinazioni negative della vita. Prima di pensare al diavolo, bisogna essere convinti che il male ce lo portiamo dentro insieme con il bene. E’ dalla cattiva coscienza che nascono le cattive azioni dell’uomo(Mc 7,31-37), come ci insegna Gesù. In nessun caso il diavolo va combattuto con una qualche forma di Inquisizione. Gesù ci ha lasciato altri strumenti più efficaci, quali i sacramenti per la purificazione del cuore e per vivere una vita in armonia con se stessi e con gli altri.

 

La fantasia popolare ha raffigurato il diavolo in mille modi diversi(cfr.figg.214,78,189,190), sempre brutti quasi per esorcizzarlo. Nel nostro tempo, molti negano la sua esistenza per non prendere coscienza che il male esiste dentro e fuori dell’uomo, che si può vincere solo con la grazia di Dio. Il neopelagianesimo contemporaneo non accetta che nell’uomo ci sia l’inclinazione al male e neppure di aver bisogno della grazia di Dio per poter compiere il bene .

 

 

 

Il maleficio

 

 

 

Il maleficio è il tentativo di nuocere agli altri attraverso il demonio. Queste sono le forme più comuni:

 

  1. Magia nera, o stregoneria, o riti satanici che hanno il loro apice nelle messe nere. Per quanto riguarda questo territorio la stregoneria è solo un ricordo storico(45).

  2. Le maledizioni. Sono auguri di male, e l’origine del male sta nel demonio; quando sono fatte con vera perfidia, specie se c’è un legame di sangue tra il maldicente e il maledetto, possono avere effetti tremendi. I genitori per esempio hanno verso i figli un legame ed una autorità come nessun’altra persona. Queste cose vengono ancora raccontate anche per il presente ma non credo che siano fatte con perfidia diabolica. Generalmente ci sono di mezzo odi antichi dovuti a spartizioni di eredità oppure offese ricevute. Se si dovesse valutare il cristianesimo di questa gente per la capacità di perdonare, si sarebbe veramente delusi(“dopo duemila anni di eucarestia”, dice Quasimodo).

  3. Il malocchio. Consiste in un maleficio fatto da una persona per mezzo dello sguardo. Non si tratta del fatto che certe persone portino scalogna se ti guardano storto. Il malocchio è un vero maleficio, ossia suppone l’intenzione di nuocere ad una persona determinata con l’intervento del demonio facendo uso dello sguardo. Spesso, da come si dice, non si sa esattamente chi è l’artefice e neppure come il male sia iniziato. Così ci sono ancora oggi delle persone che sospettano or questo or quello. Il vero cristiano dovrebbe perdonare di cuore e pregare per chi ha fatto del male.

  4. La fattura. E’ il mezzo più usato per operare malefici. Penso che nelle Corti sia più un fenomeno del passato. Il nome deriva dal fare, o confezionare un oggetto formato col materiale più strano e più vario, che ha un valore quasi simbolico: è un segno sensibile della volontà di nuocere ed è un mezzo offerto a Satana perché vi imprima la sua forza(è un scimmiottare i sacramenti). Ci sono due modi per applicare alle persone la fattura. Un modo diretto: adoprarsi perché la persona designata assuma il preparato con gli ingredienti più strani. Un altro modo è maleficiare gli oggetti appartenenti alla persona che si vuol colpire (fotografie, indumenti, ...) o maleficiare figure che la rappresentano (pupazzi, bambole, animali, ...).

 

I malefici ottengono il risultato? “Un esame attento dei fatti tradisce molte volte cause psichiche, suggestioni, false paure alla base degli inconvenienti che si lamentano. Aggiungo anche spesso i malefici non raggiungono il loro scopo per vari motivi: perché Dio non lo permette; perché la persona colpita è ben protetta da una vita di preghiera e di unione con Dio; perché molti fattucchieri sono inabili, quando non sono dei semplici imbroglioni; perché il demonio stesso, mentitore fin da principio come lo bolla il Vangelo, inganna i suoi stessi seguaci. Sarebbe un gravissimo errore vivere col timore di ricevere malefici. Mai la Bibbia ci dice di temere il demonio, ci dice di resistergli, certi che lui fuggirà da noi (Gc 4, 7), ci dice di rimanere vigilanti contro i suoi assalti, stando saldi nella fede (1Pt 5, 9)”(46).

 

Tanto basta per un fenomeno che attraversa ancora l’animo di varie persone, creando insicurezza e odi violenti. Bisogna vincere il male col bene, l’odio con l’amore, l’ingiustizia con l’onestà, la menzogna con la verità, l’indifferenza con la fede, le pratiche nefaste con i sacramenti.

 

 

 

Superstizioni

 

 

 

Altra deviazione del sentimento religioso è la superstizione. Può presentarsi perfino mascherata quando si attribuisce una importanza magica a certe pratiche, anche legittime o necessarie. Attribuire alla sola materialità della preghiera o dei segni sacramentali la loro efficacia, prescindendo dalle disposizioni interiori che richiedono è cadere nella superstizione.

 

In primo luogo la superstizione è un eccesso di religiosità: arrivi a dare importanza a determinati giorni, a determinate coincidenze, a oggetti, a animali. Il nostro popolo è ricco di varie superstizioni. Talune sono persino accettate da persone di cultura (amuleti, date particolari, sposarsi in determinati mesi).

 

La superstizione denota una mancanza di fede, è un atteggiamento impuro che porta a sottovalutare la presenza amorosa dell’unico Dio e alimenta paure e ansietà. Solo il pensare sereno dà gioia. Se un pensiero ci rattrista non è dalla verità. La verità non può lasciar tristi o turbati. La tristezza viene da qualcosa che non è la verità. La verità è sempre quella luce per la quale è fatta la nostra intelligenza: accogliendo quella luce, la nostra mente rimane illuminata, il cuore contento. Le superstizioni creano ansie e paure e non danno la possibilità di gettarsi con fiducia nelle braccia di Dio, Padre Misericordioso.

 

L’altra faccia della superstizione sta in un modo errato di vivere la pratica cristiana della fede, cioè vivendo la religione senza cambiare il cuore. Basta aver compiuto il rito. Un sacerdote, nominato parroco in una di questa frazioni subito dopo la guerra racconta che quando moriva una persona recitavano tre rosari in latino, andando più svelti possibile. Avevano sempre fatto così: l’efficacia della preghiera era legata a dire tre rosari non importava con quale disposizione. Questo sacerdote racconta: io mi misi in ginocchio e dissi un solo rosario in italiano andando adagio. Avranno capito? La Chiesa stessa aveva sempre insegnato l’efficacia dell’ex opere operato cioè bastava compiere il rito, il sacramento, la preghiera anche senza pensare. Tanto valeva.

 

Oltre a un scollamento con la vita, la religiosità presentava un vistoso scollamento interiore: si poteva compiere un rito senza le disposizioni interiori. Parliamo al passato ma per tanti non è ancora passato. Quanti hanno lo stesso atteggiamento quando fanno celebrare una messa o quando vogliono… patteggiare col sacerdote la durata di una celebrazione. Basta che sia fatta, non importa come!

 

Lutero aveva bollato questo atteggiamento per le indulgenze. La religiosità oltre essere solo devozione rischia di diventare superstizione. Le pagine dei profeti sono piene di questi rimproveri. Perché venite a compiere riti sacrificali e poi il vostro cuore è lontano da me. Era il tipo di religiosità che osservava Gesù a Gerusalemme nella sua ultima settimana. Tanti salivano al tempio, cantavano e pregavano ma il loro cuore era lontano da Dio. Bisogna prendere una decisione: non cose esterne pur belle e preziose e ricche ma la mia vita offrirò al Padre. Quante volte Cristo dovrebbe ancora offrirla?

 

 

 

Idolatria latente.

 

 

 

Tre sono gli atteggiamenti che l’uomo assume verso Dio secondo il pensiero contemporaneo: teismo, ateismo e gnosticismo. Secondo la Bibbia esiste il vero credente o l’idolatra. O l’uomo si affida al vero Dio o si costruisce l’idolo poco importa se poi si fa una statua o meno.

 

Tutta la storia biblica è una lotta contro l’idolatria. Il primo comandamento ordina di adorare un solo Dio: si intende affermare il suo primato nella storia di cui è il vero protagonista e nel cuore dell’uomo che deve amarlo senza riserve. I profeti hanno caldeggiato l’adorazione all’unico Dio e lottato con ogni mezzo contro l’idolatria che sempre ritornava. In fondo la storia dei re di Israele è letta da questo punto di vista: il sovrano è buono se monoteista, cattivo se introduce i culti idolatrici. Il libro della Sapienza ironizza sulla stupidità dell’idolatria: gli dei sono creati dall’uomo.

 

Ci sono due tipi di idolatria, una aperta e conclamata e una latente(il Dio vero ridotto a idolo).L’idolatria è sia contro Dio che contro l’uomo (dimensione teologica e antropologica).

 

I peccati contro Dio sono molteplici, ma la radice che li provoca è sempre la stessa cioè un germe di idolatria: la sfiducia in Dio (Dio non ci basta oppure Dio ci limita ), la ricerca della sicurezza al di fuori della promessa di Dio, la volontà di indipendenza. Una volta rifiutato Dio viene sostituito con qualcosa che si crede più importante di lui. “Essi hanno rifiutato me, sorgente di acqua viva, per scarsi cisterne screpolate” (Gr 2, 13). Il rifiuto di Cristo porta a gridare: “Non abbiamo altro re che Cesare” (Gv 19, 12-16).

 

Due passi biblici emblematici in Genesi e Tessalonicesi descrivono il peccato come idolatria.

 

Secondo Genesi 3 il peccato consiste nel pensare Dio come un padrone che dà ordini per salvare il suo dominio sull’uomo. Qui l’uomo se ne vuol liberare e fare le sue scelte in modo totalmente autonomo. La letteratura ha creato un simbolo forte di questo modo di comportarsi dell’uomo. E’ l’Ulisse dantesco che coscientemente e volontariamente decide di intraprendere il viaggio verso l’ignoto per fare esperienza con le sue autonome capacità ma il viaggio si interromperà di fronte al mistero della vita eterna. L’uomo ha voluto essere libero d ogni legame e rispondere solo di fonte a se stesso.

 

Considerate la vostra semenza:

 

fatti non foste per viver come bruti,

 

ma per seguir virtute e conoscenza

 

………………………………….

 

Dei remi facemmo ali al folle volo(47)

 

La lettera di Paolo ai Tessalonicesi descrive l’Anticristo. Avrà le caratteristiche dell’anti - Dio cioè al posto di Dio. E’ il contrario di Cristo. Nell’Anticristo troviamo un uomo che vuole farsi Dio, quindi superbia, indipendenza, dominio. Vuol togliere dal mondo la gloria di Dio, il senso della grazia e del dono.

 

Idolatria è questione di tipo di Dio. Gli Ebrei si sono fatti il vitello d’oro per poterlo manipolare, toccare, vederlo, a portata di mano. E’ idolatria mettere Dio a servizio della ragion di Stato, un Dio di parte (“noi crediamo in Dio, in God we trust”sui dollari americani, “Gott und mitt uns “ “Dio è con noi” sui cinturoni dei nazisti tedeschi).

 

Così l’idolatria si può manifestare in due modi: nel rifiuto di Dio e nella strumentalizzazione di Dio. Ambedue le forme sono essenzialmente uguali pur manifestandosi in due modi diversi (atea e religiosa). Sia negando Dio che degradandolo si erigono gli idoli

 

L’idolatria ha una valenza anche antropologica. Sono idolatria anche la sottomissione dell’uomo alle cose e il dominio dell’uomo sull’uomo. La Bibbia dice che l’uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio. L’uomo è il segno della sovranità di Dio. Non c’è alcun bisogno di farsi un’immagine di Dio.

 

Tutto deve sottomettersi all’uomo, e l’uomo deve sottomettersi soltanto a Dio. Le cose sono per l’uomo non l’uomo per le cose: il denaro, l’istinto del possesso, la carriera, il successo...

 

Anche nella religiosità della nostra gente ci sono ambiguità cioè atteggiamenti che rasentano l’idolatria(voler mettere Dio dalla propria parte, il peso eccessivo dato ai soldi, rendere l’immagine di Dio piccola tanto da mettere in atto il tentativo di comprarlo… con un cero, il non saper accettare la sua presenza nell’altro, pregarlo solo nel momento del bisogno, rimandare la conversione a data da destinarsi,…)

 

 

 

Il giorno più bello? Oggi.

 

L'ostacolo più grande? La paura.

 

La cosa più facile? Sbagliarsi.

 

L'errore più grande? Rinunciare.

 

La radice di tutti mali? L'egoismo.

 

La distrazione migliore? Il lavoro.

 

La sconfitta peggiore? Lo scoraggiamento.

 

Il primo bisogno? Comunicare.

 

La felicità più grande?Essere utili agli altri.

 

Il mistero più grande? La morte.

 

Il difetto peggiore? Il malumore.

 

La persona più pericolosa? Quella che mente.

 

Sentimento più brutto? Il rancore.

 

Il regalo più bello? Il perdono.

 

Quello indispensabile? La famiglia.

 

La rotta migliore? La via giusta.

 

La sensazione più piacevole? La pace interiore.

 

L'accoglienza migliore? Il sorriso.

 

La miglior medicina ? L'ottimismo.

 

La soddisfazione più grande? Il dovere compiuto.

 

La forza più grande? La fede.

 

Le persone più necessarie? I sacerdoti.

 

La cosa più bella del mondo? L'amore.

 

( Domande e risposte Madre Teresa di Calcutta)

 

 

 

 

 

 

PELLEGRINI PER UN MILLENNIO - RELIGIOSITÀ POPOLARE a cura di Don Ettore Paganuzzi

 

 

9- RELIGIOSITA’ POPOLARE

 

Forme della religiosità popolare

 

 

 

Le forme in cui si manifesta le religiosità popolare sono almeno le seguenti: un accentuato culto alla Vergine e ai santi specialmente nelle feste; pellegrinaggi ai santuari; culti e riti a carattere sacramentale interpretati e vissuti come atti celebrativi di avvenimenti biologici dell’esistenza, nascita, fecondità, la morte; culti extra liturgici indirizzati a persone morte o ancora viventi alle quali si attribuiscono particolari poteri; e anche in pratiche magico- superstiziose unite spesso a riti “cristiani”. Questo sono i fenomeni senza entrare nel merito di una loro discussione critica.

 

Si ritrovano in tutti gli ambienti popolari anche nella nostre montagne da tempi immemorabili (anche in persone di cultura medio alta ). A quali bisogni risponde la religiosità popolare, quale funzione ha? In primo luogo ha una funzione culturale: anche se Dio è considerato come sommo bene, come creatore, è spesso visto, inconsapevolmente, come un potere che può essere piegato a proprio vantaggio eseguendo bene determinati riti. Questo è molto vicino alla magia. Perché portare in processione il santo? La risposta può essere: siamo sicuri della sua protezione perché abbiamo adempiuto tutto. Aver abolito, subito dopo il Concilio Vaticano II, molte processioni, aver nascosto molte statue di santi in sacrestia è stato preso come un affronto dal popolo. L’agire del prete intraprendente non è stato capito e ha finito per allontanare diverse persone dalla pratica della fede nel proprio ambiente. La religiosità popolare ha bisogno di toccare con mano la presenza del sacro. L’unico modo corretto, per correggere atteggiamenti magici latenti, è quello di una paziente catechesi che ricuperi i valori che stanno alla radice dei riti.

 

In secondo luogo la religiosità popolare risponde alla funzione dell’impetrazione di favori materiali o spirituali, di dire un forte grazie quando si ritiene di aver ottenuto quel favore che è stato chiesto. Vengono donati gli ex voto, si compie un pellegrinaggio, si commissiona un quadretto con un cuore, si fa fare un’immagine che descriva il fatto miracoloso, si erige una maestà.A Monchio si conserva un quadro raffigurante Maria col bimbo: è un’immagine molto dolce , circonfusa di luce soprannaturale, con un arcobaleno che indica la pace del cuore riportata nella persona devota. Sotto ha la scritta ACCIPE CONSILIUM A ME (prendi consiglio da me )(fig.183).

 

In una parete del presbiterio di Pianadetto è appeso un quadro di una Madonna di Loreto ed i Santi Carlo Borromeo, Antonio Abate e Paolo Apostolo(fig.184). Il dipinto è un ex-voto. Il committente Giovanni Paolo di Lazzaro è lo stesso della maestà detta dei Lazzari la più antica maestà datata del territorio delle Corti, che reca scolpita l’immagine della Vergine col bambino fra i santi Carlo Borromeo e Paolo Apostolo. Il quadro è citato nell’inventario del 1694. Il quadro, come nelle immaginette, presenta la descrizioni di tanti particolari, le figure sono disposte in modo simmetrico con al centro la Beata vergine.

 

La religiosità risponde, inoltre, all’esigenza di rassicurazione contro le continue incertezze che contrassegnano la vita del povero per quanto concerne il lavoro e la salute: come diremo, non esisteva né una previdenza sociale né la possibilità di curarsi in un ospedale né la disponibilità economica. Si ricorreva al un santo protettore. La devozione a Santa Barbara era molto sentita a Lugagnano e a Rigoso perché molta gente emigravano per un buon periodo all’anno per andare a lavorare in miniera o in gallerie o comunque in cantieri polverosi (la silicosi era sempre in agguato ). Ci si affidava alla protezione della divina Provvidenza per intercessione della santa. Il santo protettore era sentito più vicino al devoto che si trovava in varie difficoltà.

 

La religiosità risponde ancora al bisogno di uscire da una vita di routine, quindi possibilità di entrare in rapporto con gli altri, di fare conoscenze, di ricrearsi. Le sagre venivano attese. Si andava per incontrare amici e parenti. Il vespro domenicale, il rosario nel mese di maggio alla sera diventavano occasioni di incontro anche per fare un affare o intraprendere una relazione.

 

La religiosità popolare può rispondere anche al bisogno di innovazioni sociali o religiose più vicine al popolo.

 

La religiosità popolare contiene sicuramente valori umani e religiosi autentici anche se bisognosi di purificazione. Del resto, quale rapporto con Dio non è bisognoso di purificazione? La religiosità esprime la sete di Dio. L’apostolo Paolo parla nella lettera ai Romani di una umanità che ricerca Dio “a tentoni” (Rm 1,18-32): questo accomuna, pure, tutte le forme religiose. La pietà popolare, quando si tratta di manifestare la fede, rende capaci di generosità di sacrifici fino all’eroismo: pensiamo ai sacrifici che l’uomo pellegrino faceva per raggiungere la Palestina o Santiago di Campostela. Ripenso ad atti di generosità come l’obolo della vedova che dà tutto quello che aveva per vivere: anche Gesù che osserva ammirato la scena rimane impressionato .

 

La religiosità popolare esprime, inoltre, un senso profondo degli attributi di Dio quali la paternità, la Provvidenza, la sua presenza amorosa e costante. Quello che Manzoni ha espresso nella conclusione del suo capolavoro era l’animo di tanta parte del nostro popolo: accettare la volontà di Dio, qualunque essa fosse, e ritenere che tutto andrà per il nostro meglio. “Dopo un lungo dibattere e ricercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore “. L’autore dice questa soluzione trovata da “povera gente “.

 

Dalla religiosità popolare sono espressi altri valori quali la pazienza, il senso della croce nella vita quotidiana, il distacco, l’apertura verso gli altri, la devozione. Sono valori autentici anche se talvolta coperti da atteggiamenti non del tutto chiari per un credente, che lascino punti interrogativi per chi va alla ricerca di una fede senza ambiguità .

 

Nella religiosità popolare occupa un posto importante la festa popolare. Vediamo i valori in essa contenuti. Da intellettuali vengono messi spesso in rilievo solo gli aspetti folcloristici e le reminiscenze pagane. Sono in realtà celebrazioni ricche di simboli, di fantasia creatrice, di fede narrata. La festa popolare non rappresenta una fuga dal quotidiano, dal dolore e dal lavoro come avviene nella festa borghese. Ha spesso un carattere penitenziale cioè un riconoscimento del proprio peccato e dalla volontà di espiare. Si sottolinea anche l’aspetto faticoso della vita. Mi ricordo che mia mamma andava in processione a piedi scalzi il 15 agosto nella grande processione a Careno, per ottenere la protezione della Vergine sulla nostra famiglia. I pellegrini a Fatima sono colpiti dalla fede che cerca il sacrificio vedendo tanti che percorrono in ginocchi tutta la grande piazza per arrivare al luogo delle apparizioni.

 

La festa borghese crea opposizione tra il festivo e il feriale. Nella cultura popolare, invece, il festeggiare non si sgancia dal lavoro, ma diviene tempo idoneo per sviluppare capacità di convivenza e rapporti nuovi. Alla sagra si univa la fiera: si aspettava l’una e l’altra. Nella festa il popolo ritrovava la forza di vivere e la capacità di ritornare con rinnovata speranza alle lotte quotidiane. La festa diventa l’esplosione di una solidarietà profonda, il ricupero di una consapevolezza di non essere soli a lottare ed ad operare per una convivenza umana più giusta.(fig. 183)Di qui si capisce la nostalgia di chi parla della festa quando un tempo c’era partecipazione e la gente veniva da tutte le parti. Il tempo era scandito da un vivere non in modo uniforme ma creativo che offriva nuove possibilità alla vita. La gioia, la speranza, la solidarietà sono esaltati dal fatto di sentire la presenza amica della Madonna e dei santi vicini a noi. Ecco perché le sagre erano partecipate da tutti anche da coloro che alla domenica non andavano in chiesa. La festa popolare ha in sé una somma di valenze. Costituisce la rivincita della fantasia sulla routine: ne sono segno i vestiti nuovi, il mangiare senza parsimonia che deve come anticipare, almeno per un giorno, l’abbondanza a cui tutti siamo chiamati nel Regno di Dio, regno di giustizia per tutti dove tutti si potranno sfamare, “banchetto di grasse vivande” (figg.185-186).

 

Nella festa viene espresso un rapporto fiducioso e filiale con Dio e di devozione filiale a Maria e ai santi .

 

La religiosità popolare si esprime in modo forte nelpellegrinaggio. Non nasce dall’istituzione anche se questa lo riconosce e gli fornisce privilegi. Al santuario si svolge una preghiera semplice, spontanea, a carattere devozionale: vedi la preghiera di consacrazione nel santuario di Rimagna.

 

Nella religiosità rimangono delle ambiguità come la ricerca del consolatorio, del miracoloso, dell’evasione dalla realtà per cercare una gratificazione. Penso, comunque, che siano più gli aspetti positivi: integrano la freddezza di una religione “intellettuale” solo teologica o solo liturgica. La venerazione della maternità di Maria ha esercitato una funzione positiva, stimolante, ha dato energia, speranza agli emarginati (pensiamo ai fenomeni di Fatima, Lourdes, Medjugorie, Radio Mariae). Il popolo ha bisogno di segni , di avere un Dio per amico: la preghiera non deve nutrire solo la mente ma anche il cuore, la vita .

 

Dalla religiosità sono nate tanti racconti, leggende, preghiere, canti popolari. Nel racconto popolare religioso, il fedele diventa partecipe dell’avvenimento, del particolare intervento del divino. Il cuore si riempie di speranza di non sentirsi soli.

 

Una delle cause dell’allontanamento di tanti è dovuta al fatto di trovare la pratica della fede fredda e distaccata, di non trovare nei fratelli e sorelle che partecipano alla stessa assemblea amicizia e simpatia .

 

 

 

Le maestà

 

 

 

Di queste è stato abbondantemente parlato da diversi ricercatori in particolare da Anna Mavilla nel suo libro Le maestà dell’Alta Val Parma e Cedra(Longo ed. Ravenna,(1996) per cui non ci fermeremo sull’argomento se non il minimo indispensabile ai fini di questa nostra ricerca.

 

Le maestà sono una eloquente manifestazione della religiosità della popolazione delle Corti: sono disseminate nei borghi e sui sentieri ora ben poco frequentati. Le più antiche risalgono agli inizi del secolo XVII. A Pianadetto la maestà dei Lazzari è datata 1621; su un pendio della Bastia sorge la cappelletta con la maestà dedicata alla Madonna del San Rocco datata 1631 (fig. 22 ). La nuova epoca per i nuovi cambiamenti economici sociali aveva portato anche nuovo benessere più diffuso.

 

Con fasi alterne la loro erezione è continuata fino ai nostri giorni. E’ stata benedetta con solenne concorso di popolo la maestà dedicata alla madonna di Fontanellato ai confini del comune di Monchio sulla strada che porta a Corniglio (1998). La maestà è stata fatta secondo le indicazioni che la storia del passato ha fornito cioè il bianco marmo è stato inserito in una piccola cappelletta di pregevole fattura degli artigiani locali. Seguendo le stessa tradizione, Pietro Cavalli ha voluto crearne un’altra vicino alla sua casa restaurata di Riana: questa volta è l’immagine di Cristo Pantocratore secondo il modello del Cristo del catino dell’abside duomo di Monreale (anche questa è stata benedetta nel 1998.) Il Cristo Pantocratore è stato riprodotto in mosaico, secondo l’antica tradizione dei mosaici ravennati, anche nella pieve di San Vincenzo, ricostruita nel 1945 (fg.187)

 

Altre maestà arrivate in questa fine secolo sono quella di Rozzi Giacomo(La Valle), Mariotti Teresa ( al Prato), Rossi Valerio(sulla strada per il lago Ballano) .

 

Sembra assodato che il nome di maestà derivi dalla parolamaiestas Domini come nel IV secolo si è cominciato a raffigurare Cristo seduto in trono nella conchiglia, simbolo della sua signoria su tutto il creato. Ne abbiamo un esempio nella raffigurazione del Cristo Pantocratore nella lunetta sopra l’altare del battistero di Parma collocato ad oriente come generalmente erano collocate le chiese ( anche la chiesa di Monchio aveva probabilmente tale collocazione in quanto nella parete dell’abside esterna si vede ancora la traccia del portone di ingresso formata da pietre lavorate e le relative finestre ).Dalla raffigurazione della maestà del Signore, si passa raffigurare la maestà di Maria, anch’essa vista come regina seduta sul trono (confrontare la Madonna col bambino raffigurata dall’Antelami sulla lunetta del Battistero di Parma che guarda piazza duomo )(fig.188).

 

Queste maestà sparse ricordano la tradizione antica pagana e germanica di edificare sacelli o pietre votive nei boschi e sentieri che si ritenevano popolati da divinità amiche e da demoni malefici .

 

Ci sono maestà sulle abitazioni, maestà vicino alle fonti, e maestà delle strade: questo non già per un richiamo al paganesimo ma perché rappresentavano i luoghi o di aggregazione(tutte le donne si recavano in quel posto a lavare ) o di passaggio o per ricordare la presenza di Dio nella propria famiglia .

 

Un particolare interesse acquistano le maestà collocate vicino alle fonti: il lavatoio rappresentava un momento di socializzazione per le donne che andavano a lavare o per chi vi conduceva le bestie all’abbeveraggio quotidiano. L’acqua è un bene prezioso: tante volte la gente doveva fare strada per rifornirsi. Più in profondità c’è il motivo di richiamo all’acqua santa del battesimo che ogni credente ricorda nel fare il segno di croce: c’è nell’uomo il bisogno istintivo della purificazione (sono da prendere in considerazione in questo modo le acque che i pellegrini portano a casa dopo essere stati a Lourdes). E’ interessante vicino alla nostra diocesi la Madonna della Fontana di Casalmaggiore (dove si conservano le spoglie del Parmigianino ) che risale fino all’anno mille. Bevendo quell’acqua ci si sente protetti, purificati, rinforzati .

 

Le maestà erette vicino ai sentieri fanno pensare alla vita come a un pellegrinare continuo fino al ritorno alla casa del Padre. Non è un camminare senza meta ma è andare incontro a Qualcuno. Che ha detto di sé : Io sono la Via , la Verità e la Vita.

 

Le maestà delle abitazioni, oltre all’ovvio motivo della protezione sulla propria famiglia, denotano la consapevolezza che la famiglia nata dal sacramento è Chiesa domestica, dove Gesù è stato invitato.

 

Variano anche i motivi per cui sono collocate anche se la motivazione più dichiarata rimane quella per devozione. Sono spesso ex voto per grazie ricevute, guarigioni straordinarie, superamento di gravi pericoli, benefici materiali. S’intende affidare al santo o alla Vergine la propria famiglia, i beni materiali, la salute. Nel cimitero di Monchio è collocata una maestà (fig.189) dedicata alla Madonna con il bambino e a San Michele e San Lorenzo. E’ del 1665, voluta da don Pietro Penelli, esponente eminente della famiglia dei Penelli della Valle, che sarà poi parroco a Trefiumi e a Rigoso (1635-1651).Le maestà delle nostre zone appaiono espressione della devozione privata delle più importanti famiglie del territorio(almeno agli inizi), e in particolare dei sacerdoti che ne erano membri.

 

Le confraternite, inoltre, intendevano diffondere la devozione alla Madonna del Rosario, o al Santissimo Sacramento o a qualche santo protettore (San Michele era pure protettore delle confraternite seppellitrici: era raffigurato con la simbolica bilancia destinata a pesare le anime dei morti per stabilire la loro giusta ricompensa).

 

Dopo il concilio di Trento, le maestà diventano un aiuto per diffondere la vera fede in mezzo al popolo e difendersi dalla eresia protestante Rappresentavano un aiuto per il popolo cattolico che a differenza dei protestanti non poteva prendere in mano direttamente la Sacra Scrittura. Erano in linea con la tradizione che aveva accettato il culto delle immagini come biblia pauperum.. Arte popolare semplice ma di aiuto alla fede del popolo: la controriforma cattolica ha combattuto, con vari mezzi, la riforma protestante.

 

Il Concilio di Trento è stato in primo luogo un grande Concilio riformatore che ha dato nuovo fiato spirituale alla Chiesa cattolica come dimostra la figura di San Carlo che ha portato un rinnovamento nella Chiesa (nella chiesa di Riana sono raffigurate nei dipinti, ormai fatiscenti, le virtù di San Carlo che dovrebbero essere il patrimonio di ogni credente). Dalla stagione del concilio si è andata affermando una vera controriforma che ha invaso tutti campi della cultura (arte, poesia,...)e ha controllato, in sostanza, il libero manifestarsi della creatività dello spirito popolare. Anche queste espressioni della religiosità popolare dovevano uniformarsi alla fede professata.

 

Mentre nel mondo protestante la riforma della Chiesa si era orientata all’analisi diretta del sacro testo, alla liturgia adattata al popolo, alla nuova formazione dei capi della comunità, nel mondo cattolico si dirotta più alla devozione , venendo ancora una volta incontro alle esigenze popolari. Mai ci si doveva dimenticare della presenza di Dio e dei santi anche quando si facevano lavori profani: il sacro doveva permeare tutta la vita dell’uomo, accompagnarlo lungo il cammino della vita e consegnarlo nelle mani del Padre, ricco di misericordia, alla fine dell’esistenza terrena.
Vediamo che significa “per devozione
” in quantoquesto qualifica probabilmente il tipo di fede vissuto nelle Corti fino all’avvento della riforma del concilio Vaticano secondo: all’avvento del ventesimo secolo si preferisce una scritta più laica (in ricordo…). La devozione consiste in una prontezza d’animo nel darsi alle cose che appartengono al sevizio di Dio. E’ devoto chi si dà o si consacra interamente a Dio e vuol rimanere totalmente sottomesso a lui. I veri devoti son sempre disposti a tutto quanto si riferisce al culto o al servizio di Dio. L’esempio più sublime di devozione è quello di Cristo che disse entrando nel mondo: “Eccomi, Signore, disposto a compiere la tua volontà; in questo pongo la mia compiacenza e dentro il mio cuore sta la tua legge”(Sal.38, 8 - 9; Ebr.10 , 5 – 7). Se si cerca l’unione amorosa con Dio proviene dalla carità; se si cerca il culto o il sevizio di Dio è un atto di religione.

 

Molti fanno consistere la propria devozione nel sovraccaricarsi di pie pratiche, di numerose preghiere recitate per abitudine, nell’appartenere a gruppi ecclesiali (allora le confraternite) senza poi farsi scrupolo nel trinciare giudizi sugli altri, o voltarsi da un’altra parte quando il prossimo ha bisogno. Quando è così e falsa devozione, perché confonde la devozione con le devozioni. La devozione si riferisce sempre a Dio. La devozione ai santi non deve fermarsi ad essi, ma giungere a Dio(per mezzo di loro). Nei santi noi veneriamo propriamente ciò che hanno di Dio, noi onoriamo Dio in loro. Sarebbe errore fermarsi al santo o a quella particolare immagine.

 

La maggior parte delle maestà sono dedicate a Maria: le dediche riflettono motivi teologici(figurano i vari titoli mariani.), devozionali e motivi occasionali. Più comune la Madonna del rosario. Con Pio V i papi avevano in tutti modi appoggiato questa pratica di pietà.

 

I titoli mariani raffigurati vanno dai più antichi come Madonna dell’aiuto (fig.190)fino ai più recenti come l’Immacolata (figg.191-192,209) Si trattava di una fede antica, nella donna “vestita di sole e coronata di dodici stelle” e vincitrice su Satana(così proclamata nell’Apocalisse). Nel 1854 era stato solennemente proclamato il dogma dell’Immacolata. E’ dedicata all'Immacolata la maestà creata di recente dalla famiglia Isi a Rigoso(fig.190). Era posizionata originariamente nella casa di famiglia in Valcieca: la formella marmorea rappresenta una madonna assunta: immagino che un venditore tosco l’abbia allora portata sul mercato delle Corti. Il devoto ha fatto mettere sotto la scritta Beata Vergine Immacolata perché in quel momento agli inizi del novecento era devozione diffusa.

 

Altre maestà mariane hanno motivi occasionali dovuti o a una particolare devozione suscitata dal particolare attaccamento verso un santuario mariano. Molte sono dedicate alla madonna di Fontanellato: questo santuario incomincia la sua bella storia per i parmigiani a partire dal seicento (figg.193-194)

 

Altre sono dovute a contatti avuti con altri paesi, specialmente liguri e toscani, per svariate motivazioni anche commerciali percorrendo gli antichi sentieri che per attraversavano le dorsali appenniniche come la Madonna dei Quercioli che è venerata a Massa .

 

Tante maestà sono dedicate ai santi: la fede preferisce rivolgersi ai santi considerati amici dell’uomo più che rivolgersi direttamente a Dio. Il rigorismo giansenista aveva comunque gettato il suo seme: meglio rivolgersi ai santi che alla onnipotenza di Dio. I santi scelti sono legati ai bisogni immediati della vita difficile, come particolari protettori: Sant’Antonio abate perché protettore degli animali, San Rocco protettore contro le malattie pestilenziali, San Michele contro le potenze del male, San Genesio contro l’epilessia, San Valentino contro il malocchio, Santa Lucia per la vista, Santa Barbara contro le folgori e più recentemente contro le malattie derivanti dal lavorare in galleria o in miniera, Santa Liberata per le partorienti e come aiuto nei mali difficili.

 

Dalla catalogazione delle maestà delle Corti:

 

Dedicate a Gesù:

 

La Sacra Famiglia(fig.195-196), Sacro Cuore di Gesù, Gesù divino fanciullo(fig.197), Crocifissione

 

dedicate a Maria:

 

titoli teologici.

 

Natività di Maria, L’annunciazione (fig.198), Madonna Assunta (fig.199), Madonna Immacolata (numerose)(fig.200,209),Sacra Famiglia, Sacro cuore di Maria, Madonna col bambino(numerose )(figg.201-203), Madonna addolorata .

 

titoli delle litanie lauretane:

 

Madonna delle Grazie(numerose), Madonna della misericordia(figg.204-205), Madonna degli angeli, Madonna del rosario(numerose ), Madonna della pace, Madonna del buon Consiglio

 

titoli derivati da santuari conosciuti dai pellegrini

 

Madonna dell’aiuto, Madonna di Caravaggio, Madonna del Carmine, Madonna di Greggio, Madonna di Loreto(fig.206-208), Madonna di Lourdes, Madonna di Montenero, Madonna di Provenzano, Madonna dell'Edera, Madonna del Sasso di Rimagna , Madonna della Guardia, Madonna della neve, Madonna dei Quercioli, Madonna di Fontanellato, Madonna di Pompei, Madonna di Soviore, Madonna di Viterbo, Maria divina Pastorella, altre(fig.210)

 

Dedicate ai santi:

 

Sant’Antonio Abate, Sant’Antonio da Padova, Santa Barbara, San Carlo, Santa Caterina d’Alessandria, Santa Rita da Cascia, Santa Liberata, Santa Caterina da Siena, San Domenico, San Michele.

 

 

 

Diamo un particolare rilievo ad una maestà che stata oggetto di attenzione di tanti che hanno parlato delle nostre contrade, la maestà dei Lazzari a Pianadetto. E’ la più antica, 1621. La Vergine è seduta frontalmente su un piedistallo secondo il modello della Vergine del Battistero di Parma. I panneggi sono ampi e abbondanti e abbracciano tutto il corpo della Vergine. Il bambino si aggrappa in modo affettuoso al vestito della madre ma le due teste non si fondono in unica forma piramidale: ognuna richiama a sé l’attenzione, sono però al centro del gruppo quasi allo stesso livello. San Paolo alla destra con gli attributi soliti: il libro delle lettere canoniche e la spada del suo martirio. I contorni sono fortemente pronunciati e quasi compressi in uno spazio esiguo per la statura del personaggio. Rende in modo visivo la statura morale dello stesso. Alla sinistra sta la figura di San Carlo quasi ricopiato dal vero: porta la mozzetta cardinalizia, la cotta e la talare. E’ in atteggiamento di meravigliato stupore davanti al mistero della Redenzione e si offre come fervente apostolo per la diffusione del credo. La scelta dei santi mi sembra che riproponga il motivo base delle maestà cioè l’offrire ai fedeli una catechesi visiva nello spirito del Concilio di Trento. La scelta di San Carlo può essere stata influenzata dall’enorme risonanza che aveva suscitato nel popolo la canonizzazione avvenuta rapidamente dopo la sua morte nel 1610. A Riana appena qualche anno prima gli avevano dedicato la chiesa. La composizione rivela una mano esperta e di raffinato gusto artistico La scritta alla base della formella: GION. PAVLO. DI. LAZARO. DAL.PIAN.ADE. M.Dc.X.X.I. (fig.211)

 

Da quello che abbiamo detto, la moltitudine delle maestà denota una fede semplice che, però, dimostra di credere in verità fondamentali del dogma cattolico: innanzitutto la fede nella comunione dei santi e nella sopravvivenza della persona dopo la morte. I santi non sono “addormentati” in attesa del risveglio ma sono ben vivi e presenti anche nella vita del credente. Dimostrano fiducia in un Dio amico dell’uomo, Padre che si prende cura dei propri figli anche attraverso l’intercessione dei santi. In particolare è fortemente sentita l’opera mediatrice di Maria: la mediazione di Maria è legata al mistero fondamentale della fede cioè l’incarnazione del figlio Dio. Le maestà comunicano tuttora questo diffuso della presenza di Dio. Al viandante e al passante era un ricordo continuo che siamo sempre in presenza di Dio, che non esistono azioni ordinarie della vita ma che la vita vissuta in grazia di Dio ha un valore immenso per l’eternità. Le maestà parlano di questa signoria di Dio sul tempo e sullo spazio: non esiste il profano ma tutto è sacro perché esce dalle mani di Dio: esiste la volontà cattiva dell’uomo e la forza personale del male che può rovinare l’uomo capolavoro della grazia redentrice.

 

Questi accenni dimostrano l’ampiezza del discorso sulle maestà delle Corti affrontato a più riprese da Anna Mavilla nella sua opera(34)

 

 

 

I giubilei

 

 

 

Incidevano enormemente nella vita religiosa anche i giubilei che i papi indicevano più frequentemente per venire incontro alla devozione popolare .

 

Qualche accenno a quelli del periodo post-tridentino.

 

Anno santo 1575 (papa Gregorio XIII. Bolla Dominus ac Redemptornoster ). E’ terminato il concilio di Trento, inizia la grande riforma morale e religiosa della Chiesa cattolica. Il papa afferma di confidare “nella esuberanza della divina bontà” e, per il buon esito del giubileo si rivolge ai re agli imperatori, in questo caso a Massimiliano I, figlio di Ferdinando I, fratello di Carlo V. Questo appello ai capi dei popoli sarà imitato in seguito da altri papi. Scrive Gregorio XIII: “Preghiamo anche nel Signore il nostro carissimo figlio Massimiliano, re romano, imperatore eletto, e tutti i re e principi cristiani, che accrescano tanto più i loro meriti presso il Signore nel favorire questa pietà dei pellegrini e vogliano provvedere alla sicurezza delle strade a vantaggio dei medesime pellegrini e soccorrere i bisognosi con beneficenza ed elemosine”.

 

Anno santo 1600 (papa Clemente VIII. Bolla Annus Domini placabilis ). Il papa ripercorre la storia del secolo passato e lamenta la scissione dei cristiani: “Siamo presi da un pungentissimo dolore ripensando con la mente e col cuore a quante numerose nazioni e popoli si sono miseramente staccati dall’unità e dalla comunione della Chiesa cattolica e apostolica”. Quasi a far vedere a costoro quale tesoro abbiano perso allontanandosi da Roma , ecco un grande elogio della città: “Questa è quella felice città la cui fede, lodata da bocca apostolica, viene annunziata in tutto il mondo. Qui la pietra della fede, qui la fonte dell’unità sacerdotale. Qui la dottrina dell’incorrotta verità, qui le chiavi del regno dei cieli e il sommo potere di legare e di sciogliere, qui infine quell’inesauribile tesoro delle sacre indulgenze della Chiesa, custode e dispensatore è il sacro romano Pontefice”. Il papa spiega la differenza tra il Giubileo cristiano e quello ebraico: la consuetudine degli Ebrei nel loro Giubileo era soltanto in figura. Adesso non è come allora, non si deve pensare che “ gli schiavi di servitù umana sottoposti a giogo vadano liberi o gli incatenati in carcere venganodimessi o gli oppressi da grave debito verso gli altri vengano liberati, e neppure perché ritornino in possesso dei beni paterni. Infatti queste cose sono terrene, fluttuanti e caduche ...Ma i frutti dell’anno del nostro Giubileo santo e spirituale sono quelli abbondantissimi che le anime redente dal sangue di Cristo vengano sciolte dal ferreo giogo della tirannide diabolica e dal tetro carcere e dalle catene dei peccati”.

 

Nessun accenno di autocritica della Chiesa per la scissione dei protestanti: la Chiesa neppure in vista del Giubileo è invitata alla conversione del cuore. Viene sottolineata l’importanza delle indulgenze: questo continuerà a favorire una spiritualità di tipo devozionale intimo che non si incarna nella storia umana concreta. L’evento cristiano era nato dall’Incarnazione. Il Giubileo cristiano lo doveva ricordare, di fatto però continuava una religiosità avulsa dalla vita anche se la fede e la religione continuavano a impastare la vita della società. Non meglio sicuramente andava la religione nei paesi in cui si era installata la riforma protestante in quanto per sostenersi doveva appoggiare senza riserve il principe e continuare una forma di cristianesimo intimistico. C’è poi nelle parole del papa un infelice accostamento con il Giubileo ebraico: la bellezza del Giubileo ebraico stava proprio nel ristabilire rapporti sociali più equi, eliminando forme gravissime di ingiustizia. Il pensare solo all’interiorità spesso può voler dire dimenticare la dimensione di salvezza che la fede deve portare all’uomo anche sul piano umano .

 

Benedetto XIV invita i fedeli ad affrontare un viaggio per il Giubileo a Roma, ma, da uomo pratico, considera anche quando non si deve fare. Scrive: “Il pellegrinaggio fa parte del culto volontario, il cui compimento non riguarda gli atti di virtù da esercitare obbligatoriamente. Così il marito che in forza del vincolo matrimoniale è tenuto a stare con la moglie, farà male se, opponendosi la moglie, intraprende un lungo pellegrinaggio, lasciando lei a casa. Anzi, benché ci sia il consenso della moglie, un pellegrinaggio del marito potrebbe tuttavia contenere una irregolarità, se a motivo dell’assenza per l’uno o l’altro dei coniugi contenesse verosimilmente il pericolo di far venir meno la virtù”. Così un padre, la cui presenza fosse necessaria al sostentamento della famiglia. “Lo stesso dicasi di colui che, oberato dai debiti, né avendo altro modo di assolvere i debiti, fuorché stare in luogo e lavorare, scegliesse tuttavia di vedere i luoghi santi”. E’ inutile, afferma poi il papa, fare pellegrinaggi se non ci si converte. Molti credono che basti il pellegrinaggio per la remissione dei peccati, convinzione abbastanza diffusa se il pontefice cita l’abate Alberto Stadense che, nella sua Cronaca, scrive: “Raramente ho mai visto qualcuno tornare migliore di luoghi d’oltremare o dalla vista della tomba dei santi”.

 

Il papa insiste sulla confessione e sulla severità del confessore: “Lavatevi, siate mondi, togliete il male dai vostri pensieri”. I confessori di prelati, di principi, di re, di governatori, li riprendano e li ammoniscono, se non fanno i loro doveri. Al papa non piacciono quei confessori che sono troppo indulgenti con i grandi: “Se uno teme la faccia del potente, non si assuma l’ufficio del pastore”.

 

Benedetto XIV, infine, con un’altra Bolla,Inter praeterito, ricorda che, fin dai primi giubilei, per ottenere le indulgenze i romani devono fare le visite alle chiese per trenta giorni, i pellegrini forestieri, invece, per quindici. Per romani si devono intendere: “Vanno compresi sotto il nome di romani tutti quelli che sono nati e abitano a Roma, o che sono nati e abitano nel distretto di Roma, che è come dire nelle vigne dentro alle cinque miglia dalla città...Sotto il nome di abitante dell’Urbe vanno intesi tutti quelli che sono venuti a Roma con l’animo di abitarvi la maggior parte dell’anno e tutti quelli che stando in Roma per qualche impiego, o per trovare impiego, se non contraggono un vero e rigoroso domicilio, almeno contraggono un quasi domicilio”(35).

 

Trascriviamo lo scritto sul Giubileo del 1793 riportato nel volume Produzioni varie di Fr. Adeodato Turchi, vescovo di Parma , Assisi, 1802 (da p. 27 a p. 38) E’ il vescovo che ha ripristinato l’opera che caratterizza le Corti di Monchio, il ponte romano(fig.212). Il ponte sulla Cedra metteva sull’unica via per la Toscana(quindi ponte dei romei): fu fatto costruire nel 1602 dal vescovo di Parma Alessandro Farnese; ma pressoché cadente per l’impeto delle piene fu, nel 1801, rinnovato dal vescovo Turchi, come si legge nella lapide marmorea.

 

QVI PONS VERTENTE ANNO MDCII

 

FERDINANDO FARNESIO PARMENSIVM

 

ANTISTITE.ET.MVNCI. DVNASTA

 

IN COLONORUM COMMODUM FVERAT

 

EXCITATVS INIVRIA TEMPORVM

 

FATISCENS ET PENE LABESCENS

 

ADEODATI TVRCHJ E CAPPUCCINORVM

 

FAMILIA.EPISCOPI MAGNIFICENTIA

 

EST RESTITUTUS AGGERE ADIECTO

 

PRO MVNIMENTO AB INCHOATO

 

EXTRVCTO ANNO MDCCCI

 

(Questo ponte, che nell’anno 1602, sotto l’episcopato di Ferdinando Farnese, vescovo di Parma e Signore di Monchio, era stato di utilità degli abitanti, colpito dall’inclemenza delle stagioni, fatiscente e quasi cadente, fu ricostruito per la munificenza del vescovo Adeodato Turchi dell’ordine dei Cappuccini con l’aggiunta di un terrapieno di sostegno costruito ex novo nell’anno 1801)

 

Sopra la lapide sta lo stemma del vescovo Turchi e lo stemma del vescovo Farnese con i gigli .

 

In alto una bella e dolce Madonna del Rosario. Il bambino con tenerezza guarda il volto della madre che tiene in mano una grossa corona del rosario. Il marmo è tondo e la composizione crea una soffusa intimità fatta di grazia.(fig.213 )

 

 

 

GIUBBILEO

 

 

 

Concesso dal regnante sommo pontefice Pio VI allo stato di Parma , pubblicato il 16 febbraio 1793

 

 

 

E’ molto tempo, che ci va svegliando il Signore co' suoi castighi. E quanti ne abbiamo provati nel giro di questo secolo! Guerre, carestie, inondazioni, tremuoti, mortalità di bestiame, ed altri in gran numero. Ma questo secolo stesso nato e cresciuto con indole sì funesta pare voglia terminare il suo corso con un’indole assai peggiore. Sotto i colpi e replicati della divina giustizia siamo ricorsi agli Altari per implorare la divina misericordia. Eppure in mezzo alle preghiere e pubbliche, e private sembra che la stessa divina giustizia abbia preso maggior vigore per castigarci. E donde ciò, dilettissimi miei? Sarebbe mai vero, che essendo mai noi solleciti di pregar molto all’esterno, non siamo stati niente solleciti di ritornare al cuor nostro, mutar tenore di vita? E Tridui e Novene, e Solennità a Dio, alla Vergine, ai nostri santi Protettori, ed in mezzo a tante dimostrazioni di pentimento nessun pentimento efficace e sincero? Il mal costume è cresciuto e va crescendo ogni giorno. E sarà poi maraviglia, che le nostre preghiere siano fatte finora senza frutto nessuno, e che a misura si sono moltiplicate le orazioni, si sieno anche moltiplicati i castighi. Molte sono le maniere, che insegnano i Padri per istruirci a pregare Iddio. Io non ne conosco che una sola, che è l’anima di tutte, quella cioè di abbandonare il peccato, amare Iddio, e poi pregarlo di cuore. Ma se in noi vive la colpa, se Iddio non si ama, come si può pregar bene?

 

In tanta calamità dovremo dunque perder coraggio, ed abbandonarci ad una funesta disperazione? Ah no miei Figliuoli, Iddio è in collera con noi, sì; egli è forse giunto al colmo delle sue collere. Ma per questo appunto ardisco dirvi, ch’egli è anche più vicino ad usarci misericordia. Iratus, et misertus es Domine. Questo stesso conoscere ch’egli è in collera, ch’egli è in collera per le nostre colpe, è già un gran tratto della sua bontà, che ci incammina al pentimento, e per conseguenza al perdono. Eh sorgiamo una volta dal letargo, che ci opprime, apriamo gli occhi a veder quella spada, che ci aggira sul capo, disarmiamo con le lagrime e co’ singulti il nostro Padre celeste, e pieni di una tenera confidenza diciamogli una volta per sempre: Ah Padre, caro Padre abbiam peccato, ma da questo momento il peccato avrà termine nel nostro cuore .

 

Ad agevolarci una sì salutevole Penitenza, il Sommo Regnante Pontefice Pio VI con quella podestà, che da Dio solo ha ricevuta, ed a tutta la Cattolica Chiesa si estende, condiscendendo alle piissime preci del nostro Real Sovrano, che brama di far godere ai suoi sudditi ogni temporale non solamente, ma anche spirituale vantaggio, si è degnato di accordare a questi Reali Stati quella stessa Plenaria Indulgenza in forma di Giubbileo, che sotto il giorno 24 novembre dello scorso anno 1792 ha già pubblicata per tutto lo Stato Ecclesiastico, dando a noi per tale oggetto tutte le facoltà opportune, in virtù delle quali vi manifestiamo.

 

Che durerà due settimane il prefato Giubbileo, ed avrà il suo principio per questa Città e Sobborghi nella domenica seconda, e il suo termine nella domenica quarta di Quaresima inclusivamente. Nel dopo pranzo della seconda domenica verso le ore tre vi sarà nella Cattedrale un divoto Ragionamento conveniente alla circostanza, finito il quale i due Cleri Secolare e Regolare si porteranno processionalmente alla visita della Chiesa di San Pietro martire, una di quelle da noi destinate per l’acquisto della Plenaria Indulgenza .

 

Le Chiese da visitarsi in città fissate da noi sono sei: la nostra Cattedrale cioè San Pietro martire, la SS. Annunziata, San Giuseppe, San Rocco, e la Chiesa de’ Servi di Maria. A richiamare i cuori ad una vera conversione, e ad impetrare la divina misericordia mediante l’intercessione di Maria Santissima, del glorioso Apostolo San Pietro, del Santo pontefice Pio V, e de’ Santi Vescovi Ilario e Bernardo nostri principali Protettori desideriamo vivamente, che in tutte le accennate Chiese, previo il segno delle campane per convocare il popolo, sieno recitate la sera ad ora conveniente le Litanie de’ Santi.

 

Nel corso delle due settimane da noi fissate per la Città, e suoi Subborghi, e così per la Campagna nel corso di quelle, che dentro la Quaresima verranno trascelte dai rispettivi Parrochi, potranno i Fedeli tutti dell’uno e dell’altro Sesso, tutti gli Ecclesiastici non solo Secolari, ma Regolari eziandio di qualunque Ordine, Congregazione, ed Istituto scegliere a Confessore qualsiasi degli approvati rispettivamente a dette Persone. Alle Monache poi, e alle Donne tutte viventi in comunità sarà permesso in questa circostanza di eleggersi per Confessore qualsiasi degli approvati da noi per li Monasteri, e Conservatori, come da nota registrata negli atti di questa nostra Cancelleria Vescovile. A tutti questi Confessori durante il Giubbileo conferisce la Santità sua ampia facoltà di assolvere per una sola volta nel foro della coscienza da qualunque sentenza di Scomunica, Sospensione, interdetto, e da ogn’altra Censura e pena dai sacri Canoni, e dai Giudici Ecclesiastici fulminate; parimenti da tutti i peccati quantunque riservati al Sommo Pontefice, ed a noi; eccettuato però quello di eresia formale ed esterna, e del complice del delitto a norma delle Costituzioni di Benedetto XIV. - Sacramentum Paenitentiae - Apostolici muneris - .Accorda ad essi inoltre la santità sua la facoltà di commutare qualsiasi voto, eccetto li due di Castità e di Religione, in altre opere pie, imponendo però in simili casi quella salutare penitenza che giudicheranno la più conveniente allo spiritual vantaggio de’ Penitenti.

 

Non intende però il Santo Padre nel concedere il presente Giubbileo, come in simili circostanze mai non lo intesero i suoi Predecessori, di autorizzare i Confessori a dispensare nel foro della coscienza da qualsiasi pubblica ed occulta irregolarità, né ad abilitare e restituire i loro penitenti al pristino stato per qualunque nota, incapacità, ed inabilità contratta ex defectu. Nemmeno intende, che la concessione di questo Giubbileo possa, o debba in nessun modo suffragare a coloro, che dalla Santità sua, o da qualunque Prelato o Giudice ecclesiastico saranno stati nominatamente scomunicati, sospesi, o interdetti, qualora non avranno prima soddisfatto al loro dovere, e concordati non si saranno colle parti.

 

Finalmente tutti vi esortiamo giusta le intenzioni di Sua Beatitudine di aggiungere alle opere di sopra prescritte per l’acquisto della Plenaria Indulgenza qualche ulterior pratica di pietà, secondo che a ciascheduno suggerirà la propria divozione. In particolar modo raccomandiamo ai Corpi Ecclesiastici, agli Ordini Religiosi, ed alle Confraternite di portarsi unitamente per la maggior edificazione de’ Fedeli alla Chiesa trascelta per le tre Visite, recitando con divozione così all’andare alla medesima, come nel ritornare le Litanie de’ Santi, onde meritare il loro patrocinio negli occorrenti gravissimi bisogni.

 

 

 

Indulgenza Plenaria

 

In forma di Giubbileo pubblica il 17 maggio 1793 per le Corti di Monchio, Castrignano e loro adiacenze ec.

 

 

 

Accordatasi benignamente dal Sommo Pontefice Pio VI felicemente regnante alle istanze del religiosissimo R. Infante di Spagna Don Ferdiando Borbone Duca di Parma, Piacenza, e Guastalla ec. Per tutti i reali suoi stati quella stessa indulgenza plenaria in forma di Giubbileo pubblicata in Roma, ed estesa a tutto lo stato ecclesiastico con Breve del 24 novembre 1792, non consentiva al paterno nostro cuore, che privi restassero di tanto tesoro gli amatissimi nostri sudditi delle Corti di Monchio, e Castrignano, e loro adiacenze ec. Umiliate quindi le ossequiosissime nostre preci al Santo Padre, si è degnata la medesima Santità sua di estendere a tutti i prefati luoghi di nostra giurisdizione la suddetta plenaria indulgenza in forma di Giubbileo per corso di due settimane, che incominceranno per tutte le ville delle Corti di Monchio la domenica dopo la Pentecoste, ed avranno il suo termine nella domenica inclusivamente; e per la Corte di Castrignano, e sue adiacenze la domenica Pentecoste, e termineranno nella domenica ...inclusivamente.

 

E perché possano meglio disporsi gli amatissimi nostri sudditi a partecipare di questo spiritual bene vi saranno ne’ predetti luoghi durante il Giubbileo missionari zelantissimi, l’opera dei quali sarà tutta consacrata alle conversione delle anime, e ad eccitare in esse la detestazione, e la fuga del peccato.

 

Chiunque vorrà godere di tale tesoro, e Plenaria indulgenza applicabile anche per modo di suffragio a pro delle Anime del Purgatorio, dovrà entro di dette due settimane osservare il Digiuno nei giorni di mercoledì, Venerdì, e Sabato, e fare parimente entro la medesima settimana delle elemosine ai poveri, che suggerirà ad ognuno la propria pietà e divozione, confessarsi inoltre e comunicarsi, e nella stessa settimana visitare almeno tre volte una delle chiese parrocchiali delle ville soggette alla detta nostra giurisdizione, che vengano da noi a questo effetto destinate, ivi pregando fervidamente la divina Misericordia giusta l’intenzione, e mente del Sommo Pontefice.

 

Riguardo poi a quelle persone, che in tale tempo si ritrovassero detenute nelle carceri, e che per infermità, o per altra legittima causa non potessero eseguire le opere come sopra prescritte, Sua Santità concede al Confessore da loro rispettivamente eletto la facoltà di commutarle in altre opere pie più adattate al loro rispettivo stato.

 

All’oggetto poi di eccitare viemaggiormente ne’ nostri amatissimi sudditi una vera compunzione, ed un cuore totalmente contrito, ordiniamo, che durante il tempo di questo Giubbileo in tutte le accennate chiese parrocchiali ogni giorno, previo il segno della campana per convocare il popolo, sieno recitate la sera ad ora conveniente le litanie de’ Santi colle preci annesse, esortando tutti, giusta le intenzioni di sua Beatitudine di aggiungere alle opere di sopra prescritte per l’acquisto della Plenaria Indulgenza qualche ulterior pratica di pietà, e divozione, principalmente verso di Maria SS., dei santi Apostoli Pietro, e Paolo, del Pontefice S .Pio V e de’ Santi Ilario, e Bernardo Protettori di questa città, e Diocesi, affine di impetrare col valevolissimo loro patrocinio che il Signore Iddio plachi le sue giuste collere, e ci faccia meritevoli delle sue divine misericordie, e delle sue sante benedizioni.

 

Note in margine al giubileo concesso dal Papa Pio VI e trasmesso alle Corti dal vescovo Turchi.

 

 

 

L’inizio del documento parte da un elenco dei castighi di Dio (guerre, carestie, inondazioni , terremoti, epidemie di bestiame, ...) a giudizio del vescovo abbattutisi sull’umanità durante tutto il secolo che si va chiudendo. La fede, spesso, vede nelle sciagure naturali il castigo di Dio per i peccati degli uomini. Il nostro secolo ha pure conosciuto le stesse sventure ancor più grandi perché la popolazione nel frattempo è aumentata a dismisura. Se tutto viene da Dio, il credente vede anche nei fenomeni naturali l’opera di Dio. Nel nostro tempo, determinati fenomeni come le pesti del bestiame sono enormemente diminuite per le cure scientifiche cui è sottoposto. La guerra rimane sempre un fenomeno endemico del genere umano.

 

L’uomo credente vedeva l’origine dei castighi di Dio nella mancanza di coerenza tra la fede e la vita. Manca il pentimento efficace anche se dimostrato attraverso l’esteriorità dei riti. La vera preghiera è abbandonare il peccato, la preghiera del cuore, amare Dio. Non c’è preghiera genuina se non accompagnata dalla conversione dal peccato. Occorre allora fare ritorno al Padre: giubileo è fare ritorno al Padre che aspetta il figlio prodigo. Ecco il gran bene dell’indulgenza giubilare (per due settimane) estesa anche ai territori sotto la giurisdizione del vescovo, per favorire la penitenza e la conversione, attraverso il sacramento della confessione, con missionari e confessori straordinari muniti di ampie facoltà. Sono richiesti il digiuno, preghiere particolari come le litanie dei santi. L’indulgenza può essere applicata alle anime del Purgatorio.

 

 

 

Giubileo del duemila

 

 

 

Nelle parole del papa Giovanni Paolo II c’è la preoccupazione di aiutare a varcare la soglia del terzo millennio con una fede viva, a guardare avanti al futuro della Chiesa. Nella sua bolla d’indizione del gran giubileo, in primo luogo fa prendere coscienza che la storia della salvezza trova in Cristo il suo punto culminante, il suo supremo significato: l’Incarnazione non è un fatto del passato ma ha la sua valenza nel presente. Gesù è “colui che è, che era e che viene”: con la sua salvezza tocca tutta l’umanità. Il tempo non è più Cronos ma Kairos cioè tempo pieno di salvezza, è esplosivo di novità. Il giubileo deve rivolgere l’uomo a Cristo, spingerlo alla conversione e alla sua vera riabilitazione.

 

Il giubileo è stato preparato con tre anni di catechesi trinitaria, sul Figlio, sullo Spirito Santo, sul Padre misericordioso. Il papa spera che su queste verità convergano tutte le confessioni cristiane e che il pellegrinaggio verso la Terra Promessa trovi come compagni di viaggio le tre grandi religioni monoteistiche, ebrei, cristiani, mussulmani. L’ecumenismo è una novità assoluta nella storia dei giubilei: questo tema non è stato mai sfiorato dai predecessori. Una nuova sensibilità si fa strada che orienta una nuova pastorale della Chiesa: più che alle questioni dottrinali bisognerà attendere a gesti concreti di comunione non soltanto tra cristiani ma nella stessa umanità.

 

La tradizione giubilare per la Chiesa cattolica risale al 1300, giubileo indetto da Bonifacio VIII. I fedeli hanno sempre risposto in massa e con molta generosità mettendo in opera gesti concreti di carità verso i bisognosi. Nel 1550 San Filippo Neri diede inizio ad una caritas romana come segno tangibile di carità per l’accoglienza dei pellegrini. I giubilei per tanti motivi vanno incontro alla religiosità popolare e sono capiti con immediatezza(anche perché dispongono con chiarezza ciò che il fedele deve fare e quali risultati può ottenere).

 

Il giubileo inizia nel Natale 1999 e termina alla vigilia della festa dell’Epifania del 2001.

 

I segni del giubileo

 

  1. Il pellegrinaggio denota la condizione dell’homo viator. La storia d’Israele, fin dalle origini, e quella della Chiesa è il diario vivente di un pellegrinaggio mai terminato. Il pellegrinaggio evoca il cammino personale del credente sulle orme del Redentore: c’è esercizio d’ascesi operosa, di pentimento per le umane debolezze, di costante vigilanza sulla propria fragilità, di preparazione interiore alla riforma del cuore.

  2. La porta santa fu aperta la prima volta nel 1423 nella Basilica del SS. Salvatore in Laterano. Evoca il passaggio attraverso Cristo che ha detto . “Io sono la porta” (Gv 10,7), unica via di salvezza. Anche l’uomo deve aprire la porta a Cristo. “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”(Ap3,20). E aprirla anche ai fratelli nella solidarietà e nell’accoglienza caritatevole.

  3. L’indulgenza è il terzo segno giubilare. Il grande perdono di Dio concesso attraverso la Chiesa. Abbiamo al possibilità di salvarci tutti ma in cordata.(36)

 

Nella Tertio Millenium adveniente il papa aveva indicato altri segni.

 

  1. La purificazione della memoria è il coraggio e l’umiltà di riconoscere le mancanze di coloro che portano il nome di cristiani. L’esame di coscienza è momento qualificante dell’esistenza del credente (“rientrare in se stessi” Lc 15, 17 - 20). Con esso ogni persona si pone di fronte alla verità della propria vita. Scopre la distanza che separa le sue azioni dall’ideale che si è prefisso. Questo è vero anche per la storia della Chiesa: da una parte è piena della testimonianza luminosa dei suoi santi e dall’altra anche di vicende di contro testimonianza. Come singoli e come Chiesa dobbiamo chiedere scusa a Dio e al mondo per le mancanze di fede vissuta che hanno offeso e allontanato tanti dalla fede.

  2. Il segno della carità. I singoli e la Chiesa sono chiamati a testimoniare il Vangelo della carità di fronte alle enormi situazioni di ingiustizia e di violenza del mondo di oggi. Il papa propone l’azzeramento dei debiti dei paesi poveri e creare una cultura di solidarietà e cooperazione per un modello di economia al servizio di ogni persona. La vera novità del giubileo del duemila è il forte accento messo sulla carità come condizione per ottenere il grande perdono.

  3. L’acquisto della indulgenza, che può essere pure applicata ai defunti, ha queste condizioni: ricevere il sacramento della Riconciliazione e dell’eucarestia, la preghiera secondo l’intenzione del Sommo pontefice, atti di carità, atti di penitenza, visita delle Basiliche di Roma , Terra Santa e delle chiese stabilite.

 

Trascriviamo una norma che è unica, penso in tutta la storia della Chiesa, almeno formulata in questo modo: “In ogni luogo, se si recheranno a rendere visita ai fratelli che si trovano in necessità o in difficoltà( infermi, carcerati, anziani in solitudine, handicappati, ecc.)quasi compiendo un pellegrinaggio verso Cristo presente in loro e ottemperando alle consuete condizioni spirituali, sacramentali e di preghiera”(36).

 

 

 

I santi nella devozione popolare

 

 

 

San Michele

 

 

 

Michele, nome ebraico che vuol dire “Chi è come Dio?”, viene ricordato due volte nel libro di Daniele come protettore particolare del popolo eletto (Da 10,13; 12,1). La lettera di San Giuda lo presenta in lotta contro Satana per il corpo di Mosè. Anche l’Apocalisse (12,17) ricorda il combattimento di Michele e dei suoi angeli contro il drago. La liturgia dei defunti lo vuole accompagnatore delle anime. Molto venerato dagli ebrei divenne popolare nel culto cristiano, specialmente dopo l’apparizione alla grande grotta sul monte Gargano. Quel posto era meta di tutti grandi pellegrini del medioevo insieme a San Giacomo di Compostela, alle basiliche degli apostoli a Roma e alla terra santa .

 

La prima apparizione confina con la leggenda. Essa risale al pontificato di Feliciano III. Vescovo di Siponto era San Lorenzo Maiorano. Un giorno ad Elvio Emanuele, signore del monte Gargano, scomparve il più bel toro del suo armento. Dopo giorni di ricerca lo trovò inginocchiato entro una caverna inaccessibile. Non potendolo raggiungere scoccò una freccia. Il dardo, però, girandosi colpì il tiratore. Sorpreso dalla novità dell’avvenimento si recò dal Santo vescovo Lorenzo, che ordinò tre giorni di preghiere e di digiuno. Al terzo giorno gli apparve l’arcangelo Michele e gli disse: “Io sono l’arcangelo Michele e sto sempre alla presenza di Dio. La caverna è a me sacra, è una mia scelta; io stesso ne sono il vigile custode...La dove si spalanca la roccia possono essere perdonati i peccati degli uomini...Quel che sarà qui chiesto nella preghiera sarà esaudito. Va’, perciò, sulla montagna e dedica la grotta al culto cristiano”. Sulla montagna, allora, era ancor vivo il culto pagano e il vescovo indeciso differì l’esecuzione dell’ordine angelico.

 

Nuova apparizione nel 492. Siponto città cristiana assediata dalle truppe di Odoacre era agli estremi. San Lorenzo ottenne una tregua di tre giornate; ordinò preghiere e penitenze. Apparve l’arcangelo che promise il suo aiuto contro gli invasori. Una tempesta di sabbia e di grandine si abbatté sulle truppe di Odoacre: Siponto era salva. Il vescovo indisse una processione di ringraziamento e salì col popolo alla montagna, ma non osò entrare nella gotta.

 

Nel 493 nuova apparizione. L’angelo gli disse: “Non è necessario che voi dedichiate questa chiesa che io stesso ho consacrato con la mia presenza. Entrate e sotto la mia assistenza innalzate preghiere e celebrate il sacrificio. Vi mostrerò come io stesso ho consacrato quel luogo”. Quando entrò trovò un altare coperto di panno rosso e sopra una croce di cristallo. All’entrata della grotta Lorenzo fece costruire una chiesa che fu dedicata il 29 settembre. E’ l’unica chiesa al mondo che non è stata consacrata e non ha neppure la pietra sacra come gli altari delle nostre chiese.

 

Nel 1656 avvenne la quarta apparizione in cui l’angelo dava la sua protezione contro la peste che stava infuriando in quei luoghi.

 

Recenti ricerche hanno formulato l’ipotesi che sui nostri monti è stata diffusa la sua devozione perché i cristiani che primi qui abitarono erano ariani, soldati che avevano come protettore quest’angelo combattente le battaglie della fede.

 

Riporto la preghiera che in latino il sacerdote faceva in fondo alla messa quando si rivolgeva a San Michele: era stata composta da Leone XIII.

 

San Michele Arcangelo, difendici nel combattimento:

 

sii nostro aiuto contro la malizia e le insidie del demonio.

 

Che Dio lo scacci, supplichevoli te ne scongiuriamo:

 

e Tu, Principe della milizia celeste, con la forza divina,

 

respingi nell’inferno Satana e gli altri spiriti maligni,

 

che, a perdizione delle anime, vanno girando per il mondo. (Leone XIII)

 

Il suo culto ebbe diffusione, su questi monti, anche per opera delle confraternite seppellitrici, loro protettore. Spesso il sant’Angelo è raffigurato con le bilance in mano per significare il giudizio cui l’anima deve sottostare alla sua morte.

 

L’arcangelo è raffigurato in una grande stata marmorea e collocato sulla facciata della chiesa di Monchio(fig.213). Il santo è presentato in atto di calcare il demonio, che ha il busto desinente in una sinuosa coda di serpente, ha le ali aperte, la destra alzata e il braccio sinistro nell’atto di sostenere la lancia, attualmente perduta, ma documentata fino al 1934. Veste una tunica, che si apre ondeggiante sulle gambe calzate da alti schinieri. Porta la lorica e l’elmo. La raffigurazione del demonio è simile a quella della maestà dei santi Lorenzo e Michele del cimitero e della Madonna dell’aiuto del Prato(fig.188)

 

Come per la statua di San Lorenzo la collocazione originaria della statua era all’interno dell’edificio tra il presbiterio e la navata. L’ignoto marmorino lunigianese nel secolo XVII ha compiuto un’opera veramente pregevole.

 

 

 

San Giuseppe

 

 

 

San Giuseppe ha legato Gesù alla discendenza di Davide. Gesù ha potuto rivendicare questo titolo messianico annunciato dalla Scrittura. Questa funzione di Giuseppe è messa in particolare rilievo dalla doppia genealogia di Gesù che ci hanno lasciato i vangeli di Luca e di Matteo.

 

Giuseppe è, inoltre, il patriarca che compie il tema biblico dei sogni, con i quali Dio ha spesso comunicato agli uomini le sue intenzioni. Come Giovanni è l’ultimo dei profeti, perché indica a vista colui che le profezie annunciavano, così Giuseppe è l’ultimo patriarca biblico, che ha ricevuto il dono dei sogni. Questa rassomiglianza agli antichi patriarchi risalta ancora maggiormente nel racconto della fuga in Egitto con la quale Giuseppe rifà il viaggio dell’antico Giuseppe, affinché si compia in lui e in Gesù, suo figlio, il nuovo Esodo. Infine Giuseppe è il capo della modestissima famiglia, nella quale i suoi contemporanei hanno potuto costatare la realtà dell’Incarnazione del Verbo e scoprire la grandezza delle umili realtà temporali di cui Dio si serve per attuare il suo piano.

 

Giuseppe, sposo di Maria, è l’ultimo dei giusti dell’Antico Testamento che vive di fede. Per la fede meritò di custodire la promessa ormai realizzata nel mistero della salvezza. Il Vangelo lo presenta come una figura fondamentale nel disegno di amore del Padre, con un compito di segno privilegiato della paternità di Dio. La pietà popolare, decretando tanta devozione a San Giuseppe, riconosce profondamente che Dio sceglie nella sua opera le persone più adatte nel momento più giusto (20)

 

San Giuseppe è visto nella devozione popolare come patrono di ogni famiglia: nei tempi moderni vedendo le difficoltà delle famiglie si è presentato ricorso a questo particolare patrono. In tal senso è sempre stata viva la devozione alla Santa Famiglia. In una maestà di Lugagnano Superiore si svolge una scena intima familiare: la Madonna presenta il bimbo divino a San Giuseppe.

 

E’ invocato come patrono della buona morte. Lo s’immagina, secondo i vangeli apocrifi, moribondo con Maria e Gesù accanto a lui. Pur non avendo nessun supporto storico il considerarlo anziano, è sempre stato visto così dalla devozione popolare. Nei tempi passati ormai tramontati, come abbiamo detto, la buona morte era quella accompagnata dai sacramenti amministrati in modo solenne.

 

Ha faticato ad entrare nell’animo popolare, la devozione a San Giuseppe lavoratore. Il primo maggio continua ad essere considerato come festa laica.

 

La statua di San Giuseppe c’è a Riana, Valditacca, Trefiumi, Monchio, Pianadetto, Cozzanello.

 

A Monchio si conserva un bel quadro raffigurante San Giuseppe(fig.214). Il dipinto è risolto secondo l’iconografia tradizionale con il santo rappresentato in piena maturità con barba fluente, vestito di un’ampia tunica e avvolto nel mantello. Sorregge il bambino col braccio sinistro. Accanto a lui il bastone che era fiorito, unico tra i pretendenti di Maria, sempre secondo i vangeli apocrifi. E’ della seconda metà del XVII secolo di ignoto pittore di scuola parmense.(16) E’ un’opera che non molto riuscita ma trasmette ai fedeli fascino.

 

 

 

Santa Rita

 

 

 

Rita nacque nel paesello di Rocca Porrena in quel di Cascia nell’Umbria, da genitori avanzati in età l’anno 1381. Fin dai più teneri anni predilesse la mortificazione, l’amore a Gesù crocefisso e ai suoi poveri. Sposa a un uomo collerico da cui ebbe molto a soffrire, fu modello di sposa e di madre come lo era stata di fanciulla

 

Rimasta priva del marito, trucidatole da mano nemica e poi dei due figlioletti, sopportò tutto con mirabile rassegnazione non solo, ma dopo un po’ di vita penitente nella solitudine, ne prese motivo per appagare i suoi voti di fanciulla rendendosi religiosa tra le monache Agostiniane di Cascia. Là condusse una vita santa, con molte prove. Il Signore la rese degna di provare in parte le sue sofferenze con una puntura sulla fronte di una delle sue spine della sua corona. Dopo lunga e dolorosa malattia rese l’anima a Dio il 1457 a 76 anni di età e 44 di vita religiosa.

 

La statua di Santa Rita c’è a Monchio, a Valditacca, a Ceda tutte acquistate dai devoti per grazie ricevute. La devozione venne alimentata in questo secolo col movimento dell’Azione Cattolica. Le spose cristiane hanno nella santa un potente modello che non è passato di moda, visto che neppure il matrimonio sacramento è accettato solo da pochi.

 

La statua di Monchio (fig.215) raffigura la santa secondo l’iconografia tradizionale: l’abito delle suore agostiniane, il crocefisso, il segno della spina sulla fronte

 

 

 

 

 

Santa Teresa del Bambino Gesù

 

 

 

Nata ad Alençon in Normandia (Francia), Teresa Martin ottiene da Leone XIII di poter entrare nel convento del Carmelo di Lisieux a quindici anni. Vi passa nove anni. Per obbedienza scrisse la sua autobiografia spirituale,Storia di un’anima. Muore il 30 settembre 1890. Dichiarata Santa il 1925 da Pio XI; lo stesso papa la proclama patrona delle missioni; Giovanni Paolo II, la proclama dottore della Chiesa.

 

Le Aspiranti e le Beniamine della gioventù femminile di Azione Cattolica l’hanno invocata come loro patrona. Questo è il motivo della sua presenza nelle nostre chiese(statue e quadri). La sua statua c’è a Casarola, Pianadetto, Monchio. La sua particolare spiritualità viene chiamata la via dell’infanzia spirituale. Lasciamola parlare:

 

Conto proprio di non restare inattiva in cielo: il mio desiderio è di continuare a lavorare per la Chiesa e per le anime; lo chiedo al buon Dio e sono certa che mi esaudirà. Gli Angeli non si occupano continuamente di noi senza mai smettere di contemplare il volto divino, di perdersi nell’Oceano senza sponde dell’Amore? Perché Gesù non dovrebbe permettermi di imitarli?” (37).

 

Capisco e so per esperienza che il Regno di Dio è dentro di noi. Gesù non ha affatto bisogno di libri e di dottori per istruire le anime, Lui il Dottore dei dottori, insegna senza rumor di Parole...Mai l’ho udito parlare, ma sento che Egli è in me ad ogni istante, mi guida, mi ispira quello che devo dire o fare. Scopro proprio nel momento in cui ne ho bisogno delle luci che non avevo ancora visto, il più delle volte non è durante le orazioni che sono più abbondanti, ma piuttosto tra le occupazioni della giornata”(38).

 

Considerando il Corpo mistico della Chiesa, non mi ero riconosciuta in nessuna delle membra descritte da San Paolo, o meglio volevo riconoscermi in tutte...La carità mi diede la chiave della mia vocazione. Capii che se la Chiesa aveva un corpo, composto da diverse membra, il più necessario, il più nobile di tutti non le mancava, capii che la Chiesa aveva un Cuore, e che questo era bruciante d’amore”(39).

 

Tutte le grandi verità della religione, i misteri dell’eternità, mi immergevano l’anima in una felicità che non era della terra...Presentivo già quello che Dio riserva a coloro che l’amano ( non con l’occhio dell’uomo ma con quello del cuore ) e vedendo che ricompense eterne non avevano nessun paragone con i lievi sacrifici della vita, volevo amare, amare Gesù con passione, dargli mille segni d’amore fintanto che potevo”(40)

 

I suoi devoti avranno capito la sua vita o il suo pensiero oppure avranno guardato solo alla pioggia di rose?(fig.216)

 

 

 

San Giovanni Bosco

 

 

 

Di famiglia povera, ma ricco di doti, fu mosso da speciale vocazione divina a dedicarsi totalmente alla gioventù. Dinamico e concreto, da ragazzo fondò trai coetanei la società dell’allegria, sulla base della guerra al peccato. Fatto sacerdote, sentì sempre di dovere la sua opera a Maria Ausiliatrice. Iniziò coi giovani in cerca di lavoro: diede loro una casa, un cuore amico, istruzione e protezione, assicurando per essi onesti contratti di lavoro; creò scuole professionali, laboratori. Offrì uguale assistenza agli studenti. Indirizzò i giovani a conquistare un posto nel mondo, aiutandoli a raggiungere competenza e abilità professionali; li orientò alla vita cristiana, curando molto la formazione religiosa, la frequenza ai sacramenti, la devozione a Maria. Curò le vocazioni.

 

Cercò fra i suoi ragazzi i migliori collaboratori per la sua opera, avendo l’ineguagliabile arte di formare ciascuno secondo la sua personalità. Con loro formò i Salesiani e intraprese una vasta opera missionaria. Con santa Maria Domenica Mazzarello fondò le Figlie di Maria Ausiliatrice; come collaboratori esterni, uomini e donne, creò i Cooperatori, salesiani nel mondo. Anticipatore in molti campi della vita ecclesiale, Don Bosco, tanto bonario e semplice, ma di acuto ingegno e di forte capacità di azione, è tipo di apostolo dei tempi nuovi. La sua pedagogia cristiana, attuata con abilità di genio ed efficacia di santo, mira a prevenire i mali, a preservare la gioventù con l’intelligente comprensione, l’adattamento alle sue esigenze, con ragionevolezza, confidenza, carità, allegria, espressione tutte della presenza costante dell’educatore. “Che i giovani sappiano di essere amati”. Già vecchio poteva dire di sé: “Ho promesso a Dio che fin l’ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani”.

 

Tra i più bei frutti della sua pedagogia, san Domenico Savio, quindicenne, che aveva capito la sua lezione: “Noi, qui, alla scuola di Don Bosco, facciamo consistere la santità nello stare molto allegri e nell’adempimento perfetto dei nostri doveri”.(20).

 

A Lugagnano nel secondo dopo guerra è stata acquistata una statua di Don Bosco.(fig.217)

 

Molti giovani del monchiese hanno potuto studiare a Parma perché custoditi dai figli di Don Bosco in collegio. La disciplina che lì hanno trovato li ha spesso infastiditi, ma guardando al loro passato sono riconoscenti per chi li ha seguiti con amore, con lo spirito di Don Bosco.

 

 

 

Altre devozioni popolari moderne

 

 

 

Sacro Cuore

 

 

 

Diffondere questa devozione fu il compito assegnato dalla divina Provvidenza a S. Margherita Maria Alacoque. Nasce il 22 luglio 1647 in Francia. Ogni primo venerdì del mese, Gesù la favorisce con la visione del suo Cuore. Le visioni avvengono a Paray. La missione che Dio affida alla santa è dire “Dio ti ama”. Il suo messaggio sta tutto in questo: Ecco quel Cuore che ama tanto gli uomini. Quel Cuore non è solo il simbolo e il sacramento dell’amore della SS. Trinità per l’umanità, ma sta per la persona amante del Cristo Risorto, nostro contemporaneo. “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente” . Così diceva Giovanni Paolo II a Paray.

 

I documenti della Chiesa insistono sullo scopo di questa devozione: riportare la vita cristiana all’essenziale, centrare la nostra vita nel nucleo essenziale dell cristianesimo. Il cristianesimo è dall’inizio alla fine un mistero d’amore. Essere cristiano significa credere all’amore di Dio per noi e consentire a questo amore di espandersi in modo da suscitare una risposta d’amore. Il teologo Karl Rahner fa questa riflessione: “Il cuore è la realtà intima e unificante che evoca il mistero che resiste a tutte le analisi, che è la legge più potente di ogni organizzazione e utilizzazione tecnica dell’uomo. Cuore indica il luogo dove il mistero dell’uomo trascende nel mistero di Dio; là la vuota infinitudine che egli sperimenta dentro di sé grida e invoca la infinita pienezza di Dio. Evoca il cuore trafitto, il cuore angosciato, spremuto, morto. Dire cuore significa dire amore, l’amore inafferrabile e disinteressato, l’amore che vince nella inutilità, che trionfa nella debolezza, che ucciso dà la vita, l’amore che è Dio. Con questa parola si proclama che Dio è là dove si prega dicendo : Dio mio perché mi hai abbandonato? Con la parola cuore si nomina qualcosa che è totalmente corporeo e tuttavia è tutto in tutto, al punto che si possono contare i suoi battiti e ci si può fermare in un pianto beato perché non è più possibile andare avanti dal momento che si trovato Dio. Chi può negare che in questa parola noi ritroviamo noi stessi, il nostro destino e il modo proprio dell’esistenza cristiana, che ci è imposto come peso o come grazia insieme, e assegnato come nostra missione ?”

 

 

 

Padre Pio da Pietrelcina

 

 

 

Non c’è nessun quadro e nessuna statua dedicata al Beato ma è nel cuore di tutte le famiglie di Monchio. Si rivolgano a Dio per mezzo di lui in tante momenti della vita.

 

Padre Pio nacque a Pietrelcina (Benevento) il 25 maggio 1887 da umili genitori e fu battezzato col nome di Francesco.

 

Di indole timida, manifestò sin da bambino una viva tendenza alla preghiera e Dio gli infuse una così grande vocazione per la vita religiosa che a soli 15 anni (ottobre 1902) entrò nel convento dei Cappuccini di Morcone.

 

Frate Pio, così prese nome nel convento, venne ordinato sacerdote il 10 maggio 1910 nel duomo di Benevento.

 

Trascorse alcuni anni a Pietrelcina a causa della salute cagionevole. La mattina di venerdì 20 settembre 1918, pregando davanti al crocefisso del coro della vecchia chiesa, ricevette il dono delle stimmate che rimasero aperte, fresche e sanguinanti, per mezzo secolo.

 

Era la mattina del 20 dello scorso mese di settembre, in coro, dopo la celebrazione della santa Messa, allorché venni sorpreso dal riposo, simile a un dolce sonno. Tutti sensi interni ed esterni, non che le stesse facoltà dell’anima si trovarono in una quiete indescrivibile. In tutto questo tempo vi un totale silenzio intorno a me e dentro di me; vi subentrò subito una gran pace ed abbandono alla completa privazione del tutto e una posa nella stessa rovina. Tutto questo avvenne in un baleno.

 

E mentre questo si andava operando mi vi mise dinanzi un misterioso personaggio, simile a quello visto la sera del cinque agosto che differenziava in questo solamente che aveva le mani ed i piedi ed il costato che grondavano sangue. La sua vista mi atterrisce, ciò che sentivo in quell’istante in me non saprei dirvelo. Mi sentivo morire e sarei morto se il Signore non fosse intervenuto a sostenere il cuore, il quale me lo sentivo sbalzare dal petto.

 

La vista del personaggio si ritira ed io mi avvidi che mani, piedi e costato erano traforati e grondavano sangue”(41).

 

La sua vita fu una continua sofferenza sempre però votata al grande amore verso Gesù e al prossimo. “Questo umile frate cappuccino ha stupito il mondo con la sua vita tutta dedita alla preghiera e all’ascolto dei fratelli” Durante la sua vita attese unicamente allo svolgimento del suo ministero sacerdotale. “Chi si recava a San Giovanni Rotondo per partecipare alla sua Messa, per chiedere consiglio o confessarsi, scorgeva in lui un’immagine viva del Cristo sofferente e risorto. Sul volto di Padre Pio risplendeva la luce della risurrezione"(41).

 

Fondò “I Gruppi di preghiera” e “La casa Sollievo della Sofferenza”: “La sua carità si riversava come balsamo sulle debolezze e sofferenze dei fratelli: Padre Pio unì così allo zelo per le anime l’attenzione per il dolore umano. Egli volle la Casa Sollievo della Sofferenza come un ospedale di prim’ordine, ma soprattutto si preoccupò che in essa si praticasse una medicina veramente umanizzata, in cui il rapporto con il malato fosse improntato alla più calda premura e alla più cordiale accoglienza. Sapeva bene che, chi è malato e sofferente, ha bisogno non solo di una corretta applicazione dei mezzi terapeutici, ma anche e soprattutto di un clima umano spirituale che consenta di ritrovare se stesso nell'incontro con l'amore di Dio e la tenerezza dei fratelli.

 

Con la Casa Sollievo della Sofferenza egli ha voluto mostrare che i miracoli ordinari di Dio passano attraverso la nostra carità. Occorre rendersi disponibili alla condivisione e al servizio generoso dei fratelli, avvalendosi di ogni risorsa della scienza medica e della tecnica”(42). Visse sempre in umiltà e obbedienza, fu consigliere amorevole per coloro che lo avvicinarono, seppe infondere coraggio e riportare a Dio molte anime.

 

- No, non temete; voi camminate sul mare tra i venti e le onde, ma ricordatevi che siete con Gesù. Che vi è da temere? Ma se il timore vi sorprende, gridate fortemente: O Signore, salvatemi! Egli vi stenderà la mano; stringetela forte; e camminate allegramente.

 

Fatevi animo; sopportiamo anche noi l’ora della prova ed aspettiamo quel giorno in cui possiamo a lui congiungerci nella patria dei beati davanti a Gesù”(43)

 

Morì il 23 settembre 1968 a San Giovanni Rotondo.

 

Lapide posta sulla parete vicino alla tomba:

 

SUCCEDERA’ PER VOI IL MIRACOLO CHE E’ SUCCESSO PER PADRE PIO.GUARDATE CHE FAMA HA AVUTO, CHE CLIENTELA MONDIALE HA ADUNATO ATTORNO A SE’! MA PERCHE’? FORSE PERCHE’ ERA UN FILOSOFO? PERCHE’ ERA UN SAPIENTE? PERCHE’ AVEVA MEZZI A DISPOSIZIONE? PERCHE’ DICEVA LA MESSA UMILMENTE, CONFESSAVA DAL MATTINO ALLA SERA, ED ERA, DIFFICILE A DIRE, RAPPRESENTANTE , STAMPATO, DELLE STIMMATE DI NOSTRO SIGNORE. ERA UOMO DI PREGHIERA E DI SOFFERENZA. (Paolo VI)

 

A Monchio è costituito con approvazione ecclesiastica un gruppo di preghiera di Padre Pio.

PELLEGRINI PER UN MILLENNIO - LA FEDELTÀ ATTRAVERSO UNA PROFONDA DEVOZIONE A MARIA a cura di Don Ettore Paganuzzi

  1. LA FEDELTÀ ATTRAVERSO UNA PROFONDA DEVOZIONE A MARIA

 

Maria nella spiritualità dei cattolici: il volto materno di Dio

 

Nei ricordi della fanciullezza, rivedo quanta parte ebbe la devozione a Maria nella fede della gente del mio paese. E’ da settanta anni che a Careno non c’è più un prete residente. La catechesi agli adulti è venuta meno per vari motivi; già quand’ero bambino, mi trovavo con un piccolo gruppo d’amici perché la popolazione era diminuita in modo vistoso: molti erano emigrati in Inghilterra, in Argentina, o altrove. I mezzadri se n’erano andati (i padroni ormai conducevano direttamente i loro fondi che prima erano dati a mezzadria). C’era un punto che manteneva forte l’identità della mia gente: la devozione a Maria e, in particolare la sua festa del quindici agosto. La devozione alla Madonna era il cordone ombelicale che teneva tutti uniti alla fede cristiana. Questo è accaduto in tutta la montagna del parmense. Di gran lunga la devozione primaria è rivolta a Maria come via più semplice per arrivare a Dio. Maria ha sempre rappresentato il volto materno di Dio.

Ho imparato ad apprezzare due immagini di Maria che l’arte ci ha trasmesso:la Vergine di Vladimir (XI secolo) e la pietà di Michelangelo, conservata in San Pietro.

La vergine di Vladimir. Da destra scende una forte luce sul volto della Vergine e del bambino, che crea sul naso della Vergine un riflesso netto. La parte in cui volti si toccano resta nell’ombra. L’impressione ieratica, lascia il posto qui all’intimità; l’eternità sembra incarnarsi nel tempo. Il bambino abbraccia il collo della madre tenendo il volto vicino alla sua guancia. Il bimbo è più assimilabile a un giovane che a un bambino come a significare che quel bambino siamo tutti noi .

Ad Efraim io insegnavo a camminare, tenendolo per mano,

ma essi non compresero che avevo cura di loro.

Io li traevo con legami di bontà, con vincoli di amore;

ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia;

mi chinavo su di lui per dargli da mangiare.

Come potrei abbandonarti, Efraim ,

come consegnarti ad altri, Israele ?

Il mio cuore si commuove dentro di me,

il mio intimo freme di compassione “ (Osea 11, 3 - 8.8)

Quell’icona diventa così la rappresentazione della maternità di Dio

Sion ha detto: Il Signore mi ha abbandonato,

il Signore mi ha dimenticato.

Si dimentica forse una donna del suo bambino,

così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere ?

Anche se queste donne si dimenticassero,

io invece non ti dimenticherò mai” (Isaia 49, 14 – 16).

Ognuno guardando all’immagine di Maria che tiene il bimbo tra le braccia, sa che Dio non mi dimenticherà anche se sono povero o peccatore.

Quante immagini dolci e rassicuranti nelle maestà raffigurano la Madre con il bambino da quelle più semplici a quelle più elaborate, come l’immagine della Madonna di Loreto, disseminate nei sentieri che ormai non sono più percorsi. Quante le statue della Madonna del rosario a Monchio, Pianadetto, Trefiumi, Lugagnano, Riana, Casarola, Vecciatica; le madonne del Carmelo (Cozzanello, Valditacca). Da queste immagini traspare sicurezza, serenità, abbandono fiducioso. E’ da segnalare anche una Madonna vestita con stoffa a Casarola, come nei santuari parmensi di Careno e Fontanellato: un tempo teneva il bambino su un braccio.

L’anima mia magnifica il Signore

e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore.

D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.”

(Lc 1, 46 - 48)

Con queste parole Maria esprime l’immensità dei suoi sentimenti quando comprende appieno la grandezza della missione di pace che a lei è stata affidata; non a caso, infatti, il canto del Magnificat non avviene subito dopo l’annunciazione dell’angelo ma dopo l’incontro con Elisabetta; è il riconoscimento di questa maternità da parte dell’anziana cugina che svela a Maria il profondo mistero che vive. Ora che tutti la possono riconoscere, e la riconosceranno come la beata fra le donne, Maria sperimenta la Misericordia del Padre, che ancora non osa chiamare Padre, ma per il timore di Dio chiama Signore. Ed è proprio in questa prima espressione del Magnificat che Maria è sommersa di Misericordia: Dio che è il Padre di Misericordia, opera in Maria perché ella stessa diventi la Madre di Misericordia, cioè la madre di Cristo nello Spirito Santo come il Padre è il Padre di Cristo nello Spirito Santo.

Maria, dunque, partecipando della totalità delle grazie dello Spirito Santo partecipa automaticamente a tutte le vicende della Santissima Trinità, tanto da divenire la Theotokos (Colei che ha generato Dio) e tanto da essere ritratta in opere pittoriche e sculture, e inneggiata in carmi e prosa, più di ogni altra creatura al mondo.

Queste immagini di Maria col bambino hanno raccolto preghiere, voti, speranze, lacrime di tanti che ci hanno preceduto nel segno della fede: lei è come la Madre che sta per noi davanti all’Eterno.

E il cuore quando d’un ultimo battito

avrà fatto cadere il muro d’ombra,

per condurmi, madre, sino al Signore,

come una volta mi darai una mano.

In ginocchio, decisa,

sarai una statua davanti all’Eterno,

come già ti vedeva

quando eri ancora in vita.

Alzerai tremanti le vecchie braccia,

come quando spirasti

dicendo: mio Dio eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,

ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,

e avrai negli occhi un rapido sospiro.

Giuseppe Ungaretti.

La lirica esprime la confidente fiducia del figlio nella Madre e nella Madre la decisa volontà di salvare eternamente il figlio. Il figlio ha paura di varcare da solo la soglia per presentarsi al Signore: come in vita ebbe bisogno della tenerezza materna, così ora vuole quella mano sempre pietosa e buona che affettuosamente lo prenda. E’ una Madre forte e decisa, solo intenta a salvarlo. Alza le mani pronte ad accogliere ogni sacrificio in vita e ora supplicanti davanti a Dio. Guarderà il figlio con tenerezza quando lo saprà salvo dopo la dolorosa attesa .

Quest’immagine poetica riproduce per noi molto bene la premura materna di Maria verso il suo fedele. La pietà popolare la sentiva vicino. Questa fede offriva così il volto di un Dio materno, la soddisfazione di un bisogno profondo dell’animo umano.

Anche la devozione al Sacro Cuore di Gesù è su questa linea: il bisogno di tenerezza, di vedere il volto umano di Dio. I Vangeli presentono vari volti di Cristo. Marco come il leone di Giuda che tiene tra zampe la preda; in Matteo, Gesù è colui che compie le antiche profezie (la divina rivelazione si riteneva data per mezzo degli angeli); Giovanni cerca di entrare nelle profondità del mistero di Cristo, Verbo eterno (l’aquila che vola nelle altezze); il Vangelo di Luca ci offre il volto misericordioso del Padre in Gesù che si china sulla miseria umana (il bue animale mite che era aggiogato per compiere i lavori pesanti per l’uomo).

Fromm fa un’analisi psicologica del bisogno di una grande madre. Vediamo. ”Geneticamente, la madre è la prima personificazione del potere che protegge e garantisce sicurezza, ma non è affatto la sola. In seguito, quando il bambino cresce, la madre come persona è spesso sostituita e completata dalla famiglia, dal clan, da tutti coloro che partecipano dello stesso sangue e sono nati sullo stesso suolo. Più tardi, quando le dimensioni del gruppo aumentano, la razza e la nazione, la religione o i partiti politici divengono le madri, i garanti di protezione e di amore. In persone orientate in senso più arcaico, la natura stessa, la terra e il mare, diventano i grandi rappresentanti della madre. Il trasferimento della funzione materna della madre reale alla famiglia, al clan, alla nazione, alla razza, presenta lo stesso vantaggio che abbiamo rilevato a proposito della trasformazione da narcisismo personale a narcisismo di gruppo. Prima di tutto, la madre di chiunque morrà probabilmente prima dei suoi figli; donde il bisogno di una figura di madre che sia immortale. Inoltre, l’obbedienza ad una madre personale ci lascia soli e isolati dagli altri che hanno madri diverse. Se, tuttavia, tutto il clan, la nazione, la razza, la religione o Dio possono diventare una madre comune, allora il culto della madre trascende l’individuo e lo unisce a tutti quelli che adorano lo stesso idolo materno; allora nessuno deve essere intralciato idoleggiando la propria madre; la lode della madre comune al gruppo unirà tutti gli animi ed eliminerà tutte le gelosie. I molti culti della Grande Madre, il culto della Vergine, il culto del nazionalismo e del patriottismo, tutti recano testimonianza dell’intensità di tale venerazione. Empiricamente, si può agevolmente sostenere che esiste una stretta correlazione tra le persone con una forte fissazione alla loro madre, e quella dei legami eccezionalmente forti con la nazione e la razza, la terra e i sangue” (31).

E’ una lettura psicologica cui oggi si dà peso. Il legame alla madre permane tutta la vita in modo conscio o inconscio. Non è da escludere che questa tendenza dell’animo umano abbia favorito il culto a Maria Madre di Dio e madre nostra. Dio era visto solo in una dimensione paterna. Solo in tempi recenti si parla spesso della maternità di Dio. Fece chiacchierare un discorso di papa Luciani che parlava di Dio Padre e Madre. Non faceva altro che mettere in risalto ciò che la Bibbia anche nell’Antico Testamento dice con frequenza, pur usando altri termini.

Non si può dire che il bisogno di madre abbia fatto nascere il culto mariano ma il bisogno di tenerezza, di guardare a Dio come un bimbo guarda con fiducia alla propria madre ha sicuramente accentuato la devozione a Maria, che, in mancanza di una forte cultura biblica, ha permesso al popolo di perpetuare la propria fedeltà a Cristo. In Maria, Dio si faceva vicino all’uomo con un volto materno. L’analisi di Fromm va guardata con rispetto anche perché l’autore ha fornito valori positivi a chi l’ha letto anche se proviene da un’area non cattolica (i protestanti non hanno mai accettato il culto a Maria, come se togliesse qualcosa a Cristo unico mediatore dell’uomo).

A Roma nella prima cappella entrando in San Pietro c’è la pietà di Michelangelo. Reale e irreale allo stesso tempo. E’ una pietà che non rappresenta tutta la drammaticità del momento, ma anzi comunica con tenerezza e serenità il volto materno di Dio Padre. Maria è raffigurata come una bella giovane, Gesù come un bell’uomo. Non è una scena straziante ma serena (come due innamorati). La gloria che Cristo, morendo sulla croce e Maria, assistendo sotto la croce, hanno raggiunto davanti agli occhi del Padre è tale, che i loro corpi straziati dal dolore fisico e morale, sono diventati belli come nel giorno più bello della loro vita. La misericordia del Padre è presente in modo imponente e nascosta insieme.

Si vede negli occhi pieni d’amore e di misericordia di quella Madonna quasi bambina che sembra voglia giocare con il suo figlio morto, ma quasi dolce dormiente. E’ amore quello che traspare da ogni sguardo, tanto di Maria quanto dell’abbandono leggero del Cristo morto. Non c’è condanna sul volto di Maria, non c’è disperazione, c’è solo amore, misericordia, sembra che dica a ognuno di noi: tutto questo perché ti ho voluto tanto bene. Gesù si abbandona come ognuno di noi nelle tenere braccia della mamma e dona misericordia: guarda verso di noi e riceve quell’ultimo sguardo d’amore e dà a noi lo stesso amore. E’ una pietà trasfigurazione .

 

Le pietà nelle Corti

 

L’immagine della Pietà ritorna con frequenza nelle Corti: il fedele s’identificava con quella Madre e con il suo Figlio. Contemplava e il suo dolore, il suo peccato, la sua misera condizione si trasfiguravano. Nella sofferenza di Dio vedeva la sua sofferenza e se andava confortato.

Compianto sul Cristo morto,(fig.125) nella chiesa di Monchio. E’ dell'anno 1600.L’autore è un ignoto pittore di scuola romana. E’ in evidente attinenza con la pietà di Michelangelo in San Pietro. La Vergine ai piedi della croce, col volto giovanile al pari del figlio: questo dà al dramma del dolore e della redenzione una accentuazione di grazia e di mistero. Sono i forti i chiaroscuri dei volti. Maria ha in grembo il Redentore cui Giuseppe d’Arimatea sostiene il capo. A sinistra ritta in piedi la Maddalena piangente.

Il dipinto fu donato da un gruppo di monchiesi emigrati a Roma come “polaroli”. Insieme venne donata una croce con sei candelieri alla confraternita del Santissimo Sacramento in occasione del giubileo del 1600.

Compianto sul Cristo morto, coi santi Pietro e Paolo, nella chiesa di Casarola. E’ della seconda metà del ‘700.La scena si svolge in modo drammatico: il dolore sul volto della Madonna come una madre che si dispera. San Pietro e San Paolo partecipano alla scena in atteggiamento di devota contemplazione. Il recente restauro ha fatto riaffiorare i colori in modo molto vivo. Il quadro risente della temperie spirituale e artistica del barocco . (fig.126 )

La pietà di una maestà di Monchio basso. Ora è collocata su un fianco di una casa per la distruzione del cippo per una bomba. E’ del secolo XIX; richiama l’immagine del santuario di Saviore (presso Monterosso).Intensa è la partecipazione della madre al dolore del figlio E’ una immagine molto composta.(fig.224)

Pietà dell’altare maggiore di Lugagnano. E’ dello stesso artista autore dei tre altari di marmo, collocati nel 1946 (opera dell’architetto Remedi). Evidente l’imitazione del modello michelangiolesco. Opera molto dignitosa che infonde serenità per i fedeli che assistono al divino sacrificio. Ora in bella evidenza dopo i lavori per adattare l’altare alle esigenze della nuova liturgia.(fig.127)

Pietà di Pianadetto: raffigurata dal pittore Delfitto nel suo recente affresco nella chiesa(1995).E’ una scena molto umana che fa pensare alle numerose mamme che hanno dovuto raccogliere da terra il loro figlio caduto per qualche sventura (fig.128).E’ la scena straziante che si è ripetuta nelle guerre anche vicine a casa nostra. Le guerre sono fatte,almeno nel passato, dagli uomini ma spesso chi paga sono le donne.

La Madonna addolorata

Una statua pregevole in legno del ‘700 è nella chiesa di Monchio. La madonna che piange per il divin figlio: il petto, come vuole la profezia del vecchio Simeone, è trapassato da un pugnaletto in argento del secolo scorso.(Fig.129 )

La devozione ai dolori di Maria fu assai prima popolare che liturgica, diffusa particolarmente dai Serviti e Passionisti; contempla i setti momenti messi in rilievo dai Vangeli. Fu papa Pio VII, che in ricordo delle sofferenze inflitte da Napoleone alla Chiesa nel suo capo, introdusse nella liturgia la celebrazione dei dolori di Maria. La compartecipazione dolorosa della madre del Salvatore alla sua opera di salvezza (Lc 2, 33 - 35) è testimoniata nell’ora della croce da Giovanni che l’ha ricevuta in madre(Gv19,25-27 ). Questa memoria dei dolori di Maria si concentra su di lei, l’Addolorata, e sul sacrificio di Cristo, che lei stessa offre con lui al Padre. Anche nelle maestà Maria è raffigurata in questo momento di supremo sacrificio.(figg.130,224).

Laude

29 aprile 1945

 

Figlio

 

  • E perché, madre, sputi su un cadavere

A testa in giù, legato per i piedi

Alla trave? E non hai schifo degli altri

che gli pendono a fianco? Ah quella donna,

le sue calze da macabro can-can

e gola e bocca di fiori pestati!

No, madre, fermati: grida alla folla

Di andare via. Non è lamento, è ghigno,

è gioia: già s’attaccano i tafani

ai nodi delle vene. Hai sparato

su quel viso, ora: madre, madre, madre!

 

Madre

 

  • Sempre abbiamo sputato sui cadaveri,

figlio: appesi alle grate delle finestre,

ad albero di nave, inceneriti

per la Croce, sbranati dai mastini

per un po’ d’erba al limite dei feudi.

E fosse solitudine o tumulto,

occhio per occhio, dente per dente,

dopo duemila anni di eucarestia,

il nostro cuore ha voluto aperto

l’altro cuore che aveva aperto il tuo,

figlio. T’hanno scavato gli occhi, rotto

le mani per un nome da tradire.

Mostrami gli occhi, dammi qui le mani:

sei morto, figlio! Perché tu sei morto

puoi perdonare: figlio, figlio, figlio!

 

Figlio

 

  • Quest’afa ripugnante, questo fumo

di macerie, le grasse mosche verdi

a grappoli agli uncini: l’ira e il sangue

colano giustamente. Non per te

non per me, madre: occhi e mani ancora

mi bucheranno domani. Da secoli

la pietà è l’urlo dell’assassinato.

Salvatore Quasimodo

 

 

Assunzione

 

Maria Assunta e Maria Immacolata sono due icone di Maria arrivate alla pietà cristiana da una convinzione teologica; sono entrate nel cuore del popolo diventando pure due soggetti artistici riprodotti in tanti modi diversi. Il fedele vi si è identificato vedendo in esse l’immagine della donna, della persona umana pienamente riuscita. Anche noi siamo tutti chiamati ad arrivare lì dove una persona umana è già arrivata. L’una è immagine antica: le chiese a lei dedicate dimostrano la loro antichità di origine. L’altra è di formulazione recente dopo la proclamazione del dogma .

La definizione del dogma dell’Assunzione è avvenuta nel 1950 per opera di Pio XII. Noi occidentali siamo stati abituati a vedere l’immagine della Vergine Maria che sale al cielo accompagnata dagli angeli come la dipinge il Correggio fra il 1526 e 1530 nella cupola del Duomo di Parma. Il movimento della grande spirale si dilata nello spazio della composizione pittorica dominata dall’Assunta intorno alla quale ruotano una miriade di personaggi in una fantasmagoria di colori. Per noi è difficile far passare la Madre di Dio attraverso le strettoie della morte. Ma se contempliamo le icone bizantine (o anche le tavole di Duccio di Boninsegna) ci accorgiamo subito che esse presentano Maria non già ascendente al cielo accompagnata dagli angeli, ma stesa sul suo letto di morte mentre Gesù accoglie l’anima di lei sotto forma di fanciulla biancovestita.

La Bibbia fa uso di quattro modelli circa la fine dei giusti (applicabili anche a Maria).

1) Il modello dello Scheol dove vi scendono i morti nel mondo fatto di silenzio (Sal6,5;88,10;Lc 16,19-22),

2) Il modello del rapimento o assunzione al mondo divino senza passare per la morte, come si racconta di Enoc e di Elia (Gn 5,24;2Re 2,1-11)o dei cristiani (1Ts 4,17);

3) Il modello dell’innalzamento per cui i servi fedeli di Dio dopo la morte vengono introdotti nell’immortalità beata(Dn 7,27;Fil 2,9);

4) Il modello della risurrezione secondo cui i giusti dopo la morte o alla fine dei tempi risuscitano con i loro corpi a vita eterna(Dn 12,1-3;Gv 5,28).Al di là di questi vari modi, Paolo presenta il paradiso come luogo cristologico: dimorare con Cristo(Fil 1,23;2Cor 5,8). Giovanni Paolo II può concludere che “per essere partecipe della risurrezione di Cristo, Maria doveva condividere anzitutto la morte…Si può dire che il passaggio da questa all’altra vita fu per Maria una maturazione della grazia nella gloria, così che mai come in questo caso la morte poté essere concepita come una “dormizione”.

L’Assunzione è una solennità che corrisponde al dies natalis (morte) degli altri santi, quindi considerata la festa principale della Vergine. Il 15 agosto ricorda con probabilità la dedicazione di una grande chiesa a Maria in Gerusalemme. Varie sono le maestà dedicate all’Assunta.

La Vergine Assunta della chiesa parrocchiale di Rimagna è una copia dell’Assunta del Murillo(fig.131 )

La statua della Vergine Assunta di Rigoso ripete lo stesso motivo.(fig.132)

 

Immacolata

 

In Inghilterra e in Normandia si celebrava già nel secolo XI una festa della concezione di Maria; si commemorava l’avvenimento in se stesso, soffermandosi soprattutto sulle sue condizioni miracolose (sterilità di Anna, ...).Oltre questo aspetto aneddotico, mutuato dai vangeli apocrifi, Sant’Anselmo mise in luce la vera grandezza del mistero che si attua nella concezione di Maria: la sua preservazione dal peccato. Nel 1439 il concilio di Basilea considerò questo mistero come una verità di fede, Pio IX ne proclamò il dogma nel 1854.

Maria appare accanto a Cristo, il nuovo Adamo, e perciò si presenta come figura della donna vicino all’uomo. Maria aiuta a riscoprire il posto della donna nella salvezza dell’umanità. Richiama ed esalta il posto della vergine, della sposa, della madre, della vedova, nella società, nella Chiesa e nel mondo; rivendica la dignità della donna contro ciò che l’attenta.(fig.131 ) (20)

Collegata alla devozione a Maria Immacolata c’è anche quella della medaglia miracolosa. Maria apparve nel 1830 a Parigi, Rue du Banc, 140 a Santa Caterina Laboureé, figlia della Carità di San Vincenzo e le disse: “Fa coniare una medaglia su questo modello, le persone che la porteranno al collo con fiducia, riceveranno grandi grazie!” Sulla medaglia, che tanti portano, c’è scritto: O MARIA CONCEPITA SENZA PECCATO, PREGA PER NOI CHE RICORRIAMO A TE!

Un quadro di Riana ricorda questa apparizione.

Diverse sono le maestà che testimoniano questa verità di fede.(figg.133,192,201)

 

Natività della beata vergine Maria

 

Come quasi tutte le solennità principali di Maria anche la natività è di origine orientale. Nella Chiesa latina l’avrebbe introdotta il papa orientale San Sergio I alla fine del sec. VII: originariamente doveva essere la festa della dedicazione della basilica di Sant’Anna in Gerusalemme. La tradizione indicava quel luogo come la sede dell’umile dimora di Gioacchino ed Anna, lontani discendenti di Davide, genitori di Maria. Occorre cercare in questo culto della natività di Maria una profonda verità, la venuta dell’uomo - Dio sulla terra fu lungamente preparata dal Padre nel corso dei secoli. La personalità divina del Salvatore supera infinitamente tutto ciò che l’umanità poteva generare, però la storia dell’umanità fu come un lento e difficile parto delle condizioni necessarie all’Incarnazione del Figlio di Dio.

La devozione cristiana ha voluto, perciò, venerare le persone e gli avvenimenti che hanno preparato la nascita di Cristo sul piano umano e sul piano della grazia: la sua Madre, la sua nascita, la sua concezione, i suoi genitori e i suoi antenati. Credere nei preparativi dell’Incarnazione significa credere nella realtà della Incarnazione e riconoscere la necessità della collaborazione dell’uomo all’attuazione della salvezza del mondo. La vera devozione a Maria conduce sempre a Gesù: ogni celebrazione mariana culmina sempre nella messa.(20)

Nelle Corti viene celebrata con particolare solennità nel Santuario di Rimagna l’otto settembre (nella domenica successiva c’era la tradizione di celebrare una messa in onore di Maria: la festa , poi, era soprattutto fiera). La natività di Maria è celebrata anche a Cozzanello e a Trefiumi dove c’è pure l’immagine della celeste bambina, fasciata come un tempo usavano fare coi bimbi. A Cozzanello è stata trafugata la tela che raffigurava il prodigioso evento sostituito con una nuova tela di gusto pessimo. Di pregio rimane l’ancona lignea secentesca che la incornicia.

A Trefiumi si conserva in un reliquiario l’immagine di Maria infante.(134)

 

Annunciazione di Maria

 

Nella chiesa antica poco prima di Natale (in Oriente, a Milano e a Ravenna ) si celebrava il mistero dell’Incarnazione: vi si riferiscono ancora oggi i testi liturgici della terza domenica di Avvento. Non fu soltanto una preoccupazione di esattezza cronologica che contribuì a fissare la festa dell'Annunciazione nove mesi prima della nascita del Signore: calcoli eruditi e considerazioni mistiche fissavano egualmente al 25 marzo la data della crocifissione e della creazione del mondo.

Dio non è entrato nel mondo con la forza: ha voluto proporsi. Il sì di Maria realizza definitivamente l’alleanza. In lei è tutto il popolo della promessa: l’antico (Israele) e il nuovo (la Chiesa); il Signore è con lei, cioè Dio è il nostro Dio e noi siamo per sempre il suo popolo.(20)

La festa della Madonna Annunziata si celebra a Ceda nella seconda domenica di luglio. La statua segue i canoni stilistici del barocco: la madonna è raffigurata in atteggiamento di accentuato misticismo nel momento di ricevere l’annunzio dell’angelo.(fig.135 )

 

Madonna del Carmelo

 

Il Carmelo è cantato nella Bibbia per la sua bellezza. Su quel monte il profeta Elia aveva difeso la purezza della fede di Israele nel Dio vivente. Nel secolo XII alcuni eremiti, ritiratisi su questa montagna, vi avrebbero fondato l’Ordine dei Carmelitani, dedito alla contemplazione, sotto il patrocinio della santa Madre di Dio, Maria. La memoria del 16 luglio dedicata alla Beata Vergine del monte Carmelo è stata istituita per ricordare la data in cui, secondo le tradizioni carmelitane, il primo generale dell’Ordine, San Simone Stock ricevette dalle mani della Madonna lo scapolare con la promessa di salvezza eterna. “Prendi, dilettissimo figlio, questo scapolare, segno distintivo e privilegio di tutti i Carmelitani: chiunque morirà piamente con addosso quest’abito, non andrà nel fuoco eterno…

Ecco un segno di salute, di salvezza, di pace, e di patto sempiterno”.

La Madonna del monte Carmelo nelle Corti è venerata a Valditacca, a Cozzanello, in varie maestà .

L’ancona di Valditacca con la statua per festeggiare la Madonna del monte Carmelo in luglio(fig.136). L’ancona è in legno intagliato e policromato con rilievi dorati. La struttura è a colonne su plinto a mascheroni, con fusto percorso, per circa un terzo della sua lunghezza, da larghe scanalature disposte a spirale, e per i restanti due terzi da scanalature verticali; i capitelli corinzi sostengono una trabeazione a più risalti, profilata da motivi decorativi di classica compostezza, con fregio centrale a foglie d’acanto, che si ripetono, arricciate e riportate, nella cornice della trabeazione e dei semitimpani, racchiudenti una cartella sagomata entro cartouche, sormontato da un timpano con motivo a conchiglia; fianchi esterni ornati di volute ed elementi fitoformi piumati ad alto rilievo. La nicchia interna centrale è profilata da raffinati motivi a candelabro. L’opera è simile a quella dell’altare di Sant’Antonio da Padova quindi dei Ceretti eseguita nell’ultimo quarto del secolo XVII.(16). La statua della Madonna, collocata nella nicchia, è della fine del XIX o inizi del secolo XX.. Già dal 1783 esisteva una statua della Madonna col bambino con corone d’argento.

L’altra faccia dello stendardo della confraternita del Santissimo Sacramento di Cozzanello rappresenta la Madonna del monte Carmelo che dà lo scapolare al santo carmelitano e a San Bernardo(fig.137 ). La statua che viene portata in processione per la festa raffigura la Vergine col bambino vestita da carmelitana.

Varie maestà raffigurano la madonna del Carmelo, in particolare a Tichiano e Rimagna.(figg.138-139-140)

 

 

Cuore Immacolato di Maria

 

A Trefiumi una bella statua lignea di ottima fattura ligure rappresenta Maria che fa vedere il suo cuore. Sotto i suoi piedi sta il serpente con in bocca la mela. In questo modo il richiamo alla Genesi è molto puntuale. Maria è la nuova donna che vince il male perché preservata da Dio e perché molto ha amato.(fig.141 )

Il giorno che segue la solennità del Cuore di Gesù, il nuovo calendario pone la memoria del Cuore Immacolato di Maria, ritornando così all’origine storica di questa devozione. San Giovanni Eudes, nel secolo XVII nei suoi scritti, non separava i due Cuori nei progetti liturgici. All’estensione di questa devozione contribuirono specialmente le apparizioni di Fatima. Nel 1942 Pio XII consacrò tutta l’umanità al Cuore di Maria e ne fissò la celebrazione al 22 agosto, ottava dell’Assunta, per invocare la pace. “Tutte le generazioni mi chiameranno beata”, aveva predetto di sé la vergine del Magnificat. Ogni apertura di orizzonte sui tesori infiniti d’amore e di grazia racchiusi nel Cuore di Gesù è un richiamo anche a Maria. Per nove mesi la vita del Figlio di Dio fatto carne pulsò ritmicamente col cuore di Maria: un legame che non si è mai interrotto, anzi si è rafforzato da quando Maria è in cielo in anima e corpo(20).

 

Beata Maria Vergine di Lourdes

 

Solo da quattro anni Pio IX aveva additato alla Chiesa il segno luminoso della potenza salvatrice accordata dal Padre al Redentore, sua madre, ripiena di Spirito Santo, totalmente preservata dal peccato, è Immacolata. L’11 febbraio 1858, Maria si manifestò come Immacolata a Berdardetta Soubirous nella grotta di Massabielle negli alti Pirenei, per 18 volte fino al 16 luglio.

Il perenne miracolo di Lourdes è l’Eucarestia celebrata con gli ammalati. Ad di là del fenomeno religioso rimangono gli effetti del messaggio fondamentale del Vangelo, richiamato con forza da Maria, la conversione, e del grande gesto di Cristo: dare il proprio corpo e il proprio sangue per la salvezza degli uomini. L’accettazione gioiosa della sofferenza insieme con Cristo da parte degli ammalati, la dedizione ammirevole di tanti giovani ai poveri e ai sofferenti, il clima ininterrotto di intensa preghiera, a Lourdes, non sono comprensibili se non alla luce della Messa che nella cittadella di Maria è al primo posto. Sempre Cristo nell’Eucarestia passa benedicente fra i malati, annunciatore e realizzatore di una salvezza più profonda(20).

Nella chiesa di Riana e Cozzanello la Madonna di Lourdes ha statue a lei dedicate. A Lugagnano era stata costruita, adiacente alla chiesa, una grande grotta a lei dedicata. La devozione alla Madonna di Lourdes è diffusa in tutte le famiglie del monchiese.

Pregiata è l’ancona di Cozzanello(fine ‘600) che circonda la nicchia della Madonna di Lourdes(fig.142)

 

Madonna di Caravaggio

 

A Rigoso, una nicchia con la statua ci ricorda la devozione che in queste zone c’era alla Madonna di Caravaggio, ricordata pure dall’erezione di due maestà. Splendida è quella di Trecoste (fig.143 )

Caravaggio è il santuario più noto e frequentato della Lombardia. La Vergine nel 1432 appare a Giovannetta Varoli, sconsolata per la sua difficile situazione familiare e per la guerra che imperversava in quelle contrade. Maria annuncia la pace nella sua famiglia, fra gli stati vicini e anche fra le Chiese d’Oriente e d’Occidente. Il santuario è stato commissionato da San Carlo Borromeo a Pellegrino Tibaldi.

 

Il Rosario

 

Ripercorrere le tappe della spiritualità della gente delle Corti vuol dire anche imbattersi in questa pratica così diffusa a livello individuale e comunitario. Ancora oggi il rosario rappresenta la compagnia delle persone sole, la preghiera più amata dalle persone che vogliono pregare.

Le nostre maestà testimoniano la leggenda diffusa che lega il rosario a San Domenico (1170 - 1221), accreditata dal domenicano Alano de la Roche (1428 - 1478) uno dei fondatori delle confraternite del rosario. Il rosario si era già formato ancor precedentemente: preghiera ritenuta semplice anche per i conversi che non avevano cultura. Nel 1569 Sa Pio V consacrò, con la bolla “Consueverunt romani pontifices”, la forma di rosario ancor oggi in uso. In seguito lo stesso pontefice con la bolla “Salvatoris Domini” (1572) istituì la festa della Madonna del Rosario. La dottrina di Pio V si può così sintetizzare:

  1. Necessità della preghiera per superare la difficoltà di guerre e di altre calamità;

  2. il rosario diffuso da San Domenico è un mezzo semplice di preghiera e alla portata di tutti;

  3. è un mezzo efficace contro tutte le eresie e i pericoli della fede e ha operato sempre delle conversioni;

  4. il papa raccomanda la recita a tutto il popolo cristiano .

Il rosario da allora non è più il retaggio di alcune confraternite mariane ma entra nel popolo, è alla portata di tutti. Pietà mariana e rosario si confonderanno e l’una alimenterà l’altra. La devozione a Maria sarà sempre accompagnata dalla recita del rosario fino alle più recenti apparizioni accettate dall'autorità ecclesiastica, Fatima e Lourdes.

Si susseguiranno continui interventi dei sommi pontefici per erigere confraternite, stabilirne privilegi, annettere indulgenze. Leone XIII, il papa della Rerum novarum, incoraggia ed invita a pregare per superare l’avversione al sacrificio e alla sofferenza ponendo la propria fede e il proprio sguardo sulle sofferenze di Cristo; l’avversione alla vita umile e laboriosa si supera da parte del cristiano meditando sull’umiltà del Salvatore e di Maria; l’indifferenza verso i misteri della vita futura e l’attaccamento ai beni materiali si guariscono meditando e contemplando i misteri della gloria di Cristo, di Maria e dei santi.

Pio XII nella enciclica “ Ingruentium malorum “ afferma: ”Benché non ci sia un unico modo di pregare per conseguire questo aiuto, tuttavia noi stimiamo che il santo rosario sia il mezzo più conveniente ed efficace: come del resto dimostrano sia l’origine stessa, più divina che umana , di questa pratica, sia la sua intima natura ...Non esitiamo ad affermare di nuovo pubblicamente che grande è la speranza che noi riponiamo nel santo rosario per risanare i mali che affliggono i nostri tempi. Non con la forza, non con le armi, non con l’umana potenza, ma con l’aiuto divino ottenuto per mezzo di questa preghiera, forte come Davide con la sua fionda, la Chiesa potrà affrontare impavida il nemico infernale ...”.

Paolo VI nella “Marialis cultus” ricorda gli elementi costitutivi di tale preghiera:

  1. Contemplazione di una serie dei misteri della salvezza, distribuiti sapientemente in tre cicli ;

  2. L’orazione del Signore il Padre nostro, che per il suo immenso valore è alla base della preghiera del cristiano;

  3. La successione litanica delle Ave Maria nel numero fissato dalla tradizione;

  4. La dossologia Gloria al Padre che chiude questa devozione con la glorificazione del Dio uno e trino .

Il rosario ha formato generazioni di giovani alla preghiera: era un momento di forte aggregazione familiare serale quando tutta la famiglia unita recitava il rosario intonato dal capofamiglia. Nel mese di maggio tutti si ritrovavano per lodare Maria e mettere le proprie pene in mano di colei che rappresenta Dio vicino all’uomo; quando moriva un proprio caro era la preghiera che tutti avevano imparato a fare ( non c’era neppur bisogno che ci fosse un prete per condurre la veglia di preghiera); col rosario si costellava di preghiera il mese dei morti .

Qualcuno potrà dire che si tratta di preghiera ripetitiva, non biblica, che non lascia nulla. Tutta la tradizione dimostra che veniva incontro alle esigenze popolari e alimentava la fede di tanti che trovavano difficili altri modi di pregare.

I fedeli (agendo in modo scorretto liturgicamente) recitavano il rosario anche durante la Messa perché non sapevano come seguire dato che la liturgia era in latino.

Nel momento in cui si metteva la corona tra le dita di una persona morta, non si compiva un gesto semplicemente formale perché di rosari ne aveva detti tanti nella vita. Il rosario aveva rappresentato tutto il cammino della sua spiritualità. Sappiamo che, anche agli inizi della cristianità, il comando del Signore di pregare sempre era interpretato spesso come l’esortazione a ripetere tante volte una preghiera fino a ritmarla col proprio respiro.

Il rosario è preghiera dai notevoli contenuti teologici. E’ una preghiera evangelica: sono meditati i vari misteri della vita del Signore come li presenta il Vangelo, incarnazione, passione e gloria: attraverso gli occhi di Maria anche noi partecipiamo a quella stessa vicenda che è anche la nostra. La vita è fatta di gioia e dolori: la gloria, quella vera, arriva solo alla fine, nel nostro giorno eterno(l’ultimo giorno) .

E’ preghiera cristocentrica: al centro sta il mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio che si è fatto nostro fratello per condividere la nostra realtà umana (in tutto simile a noi fuorché nel peccato). Lodando Maria, in effetti, non si fa altro che proclamare ed annunciare in continuità la grazia per la quale ella è genitrice di Dio, quindi proclamare l’incarnazione. L ’Ave Maria è lode perenne a Cristo che offre se stesso all’uomo.

E’ preghiera ecclesiale. La finalità del rosario rimane l’atto di fede, cioè l’adesione a Cristo da parte di tutto il popolo dei credenti. Maria è la nuova Eva che genera con Cristo alla fede come immagine della Chiesa che genera dal fonte battesimale alla salvezza .

Il rosario contiene alti valori spirituali, che aiutano la formazione dell’uomo interiore secondo lo Spirito. E’ preghiera semplice: porta al centro del mistero cristiano senza disperdersi in forme raffinate che esigono più studio o maggiori conoscenze. Insegna l’itinerario verso la povertà e semplicità di spirito. Tutti i santi moderni si sono fatti tali con la corona in mano (pensiamo a quante volte al giorno recitava il rosario il Padre Pio; Giovanni XXIII recitava la corona intera ogni giorno, Giovanni Paolo II).

E’ preghiera contemplativa , perché di un cuore che ama, che non si stanca di ripetere la parola che fa piacere all’amato. E’ contemplativa perché l’essenza del rosario sta proprio nella meditazione del mistero .

E’ preghiera che rispetta i ritmi della vita. E’ un colloquio - respiro con Dio che passa attraverso tutti sentimenti umani, gioia, dolore, speranze. Ripropone la vita come vocazione alla lotta, al sacrificio, alla responsabilità di fronte a Dio, se stessi e il creato tutto.

Il rosario inoltre è preghiera creativa : contrariamente a quanto si pensa, porta il credente a verificare se stesso su Cristo, sul suo gesto di amore, di perdono, di verità, di fermezza. In questo continuo confronto cadono le scorie della vita, ci si mette in condizione di conversione, di purificazione .

E’ una preghiera che introduce alla liturgia , in quanto questa è proprio la meditazione del mistero di Cristo anzi la riproposizione del mistero di Cristo per l’uomo contemporaneo .

Detto questo come è vissuta in realtà? E’ difficile giudicare: a volte sembra preghiera detta senza anima; per chi la recita, rappresenta un modo per vivere la fedeltà a Cristo, per mettersi in comunione con Dio, per prendere forza di fronte alle prove della vita. Dona pace al cuore. Ritengo che proprio nel mondo di oggi possa rappresentare ancora una grande risorsa spirituale, se accompagna dalla volontà vera di pregare col cuore.

 

Beata Vergine del Rosario

 

Nel medioevo, i vassalli usavano offrire ai loro sovrani delle corone di fiori in segno di sudditanza. I cristiani adottarono questa usanza in onore di Maria , offrendole la triplice corona di rose che ricorda la sua gioia, i suoi dolori, la sua gloria nel partecipare ai misteri della vita di Gesù suo figlio. Inizialmente la festa del sette ottobre si chiamò “Santa Maria della vittoria” per celebrare la liberazione dei cristiani dagli attacchi dei Turchi, nella vittoria navale del 7 ottobre 1571 a Lepanto (Grecia). Poiché in quel giorno, a Roma le confraternite del Rosario celebravano una solenne processione, San Pio V attribuì la vittoria a “Maria aiuto dei cristiani” e in quel giorno ne fece celebrare la festa a partire dal 1572. Dopo le altre vittorie di Vienna (1683) e di Peterwaradino (1716), papa Clemente XI istituì la festa del Rosario nella prima domenica di ottobre.

Noi ci rivolgiamo a Maria, meditando e pregando, perché ci aiuti a partecipare ai misteri della vita, morte, risurrezione di Cristo. Sono i misteri che attualizzano la nostra salvezza nella celebrazione eucaristica e noi chiediamo alla sua materna intercessione che si compiono in pienezza “nell’ora della nostra morte “(20)

A Pianadetto, Riana, Casarola. Monchio, Rigoso, Trefiumi, Lugagnano, Vecciatica ci sono le statue della Madonna del Rosario che vengano variamente celebrate(fig.144).

Diverse maestà sono dedicate alla Madonna del Rosario(figg.145-146-147)

Altre forme di devozione mariana sono le processioni (di cui diremo) e i pellegrinaggi ai santuari mariani (a cui abbiamo accennato)

 

Il santuario di Rimagna .

 

La tradizione popolare afferma che il santuario di Rimagna è sorto attorno a una roccia su cui era rimasta impressa miracolosamente l’immagine di Maria. I lavori incominciarono nel 1713 con l’autorizzazione del vescovo Camillo Marazzani e sotto l’assistenza di Don Lazzaro Rinaldi, rettore. Tutta la popolazione prestò la manodopera gratuitamente per anni trasportando materiale e incaricandosi della raccolta delle offerte. Nel 1723 fu terminata la copertura del presbiterio, voltato a botte, e delle navatelle coperte a crociera. Nel luglio del 1727 fu sistemata la gloria in stucco eseguita da uno scalpellino e un muratore (notizia tratta dal libro per la spesa ). Il 14 settembre 1727 fu inaugurato il santuario con la prima messa solenne.

Nel 1732 fu edificato il piccolo campanile a vela e acquistata la campana. Nel 1738 infine fu realizzata la pavimentazione a piane regolari in arenaria fittamente zigrinata. Nel 1909 fu eseguita la decorazione a fresco del voltone eseguita da Vighi Icilio per conto di Giacomo Rinaldi.

Negli anni 1950- 1960 una pittrice esegue la decorazione musiva sovrastante la trabeazione dei pilastri, ispirati a motivi paleocristiani. Per quanto riguarda la gloria fu restaurata e ridipinta. In origine la gloria racchiudeva entro la cornice ovale a festoni di lauro l’immagine della Madonna impressa sul Sassone. Fra gli anni cinquanta e sessanta del XX sec., l’immagine originaria ormai del tutto illeggibile, fu coperta con l’attuale di autore anonimo .

Il santuario è stato un perno della fede di questo popolo. in occasione della festa della natività della Vergine la gente arrivava a piedi da tutte le Corti e da più lontano per pregare la Madre di Dio. La festa religiosa era accompagnata da una fiera in cui si trovava di tutto: i commercianti venivano soprattutto dalla Toscana. Negli ultimi anni è andato in decadenza: abbiamo fatto timidi tentativi per rivitalizzare la devozione come l’iniziativa di solennizzare il tredici del mese secondo le apparizioni di Fatima con discreta partecipazione popolare ( figg. 148-149)

Nonostante la vasta devozione alla Madonna di Rimagna troviamo solo due maestà a lei dedicate: una su una casa di Rimagna (opera commissionata per sua devozione da Guatteri Maria nel 1909). La Madonna è effigiata a braccia aperte in atto di dispensare grazie(fig.150) .

Un altra, la cosi detta Madonnina di Rigoso, fatta edificare da F.C .Dalcielo (prima metà del XIX secolo)La Madonna è raffigurata come è sul Sasso, con le braccia aperte, con il manto svolazzante in ampie pieghe e la corona sospesa sul capo, sorretta da due minuscoli cherubini. Sotto c’è l’iscrizione latina propria del santuario(fig.151).

La raffigurazione della Madonna di Rimagna è molto interessante in quanto pur avendo tutte le caratteristiche di una Assunta non guarda il cielo ma il popolo: è la Madre che vuole tutti abbracciare .

Sotto la sacra immagine della Madonna sta la scritta IN PETRA EXALTAVIT ME (sulla pietra Dio mi ha esaltata ). Ricordiamo che nella Bibbia la pietra è il Signore, la roccia da cui sgorga l’acqua viva: la gloria di Maria viene tutta dal figlio e chi è devoto a Maria cammina verso Cristo. La devozione a Maria dice sempre ordine al Padre dal quale viene ogni bene.

 

Madonnina sul Monte Sillara (m.1861)

 

Sulla vetta del monte Sillara è stata collocata il 24 luglio dai miei parrocchiani di San Leonardo una statua della Madonna con la seguente scritta:

Maria, figlia d’Adamo,

acconsentendo alla Parola divina,

diventò madre di Gesù, e abbracciando,

con tutto l’animo e peso alcuno di peccato,

la volontà salvifica di Dio,

consacrò totalmente se stessa quale Ancella del Signore

alla persona e all’opera del figlio suo,

servendo al mistero della redenzione sotto di lui e con lui,

con la grazia di Dio onnipotente”(L.G.56)

PELLEGRINI PER UN MILLENNIO - PIETÀ CRISTIANA E LE CONFRATERNITE a cura di Don Ettore Paganuzzi

8. PIETÀ CRISTIANA E LE CONFRATERNITE 

 

Nelle Corti di Monchio

 

Pietà cristiana

 

Il termine pietà è desunto dal latini pietas ma con un altro significato. Nel linguaggio attuale risulta una nozione impoverita come sinonimo di commiserazione, di compatimento verso chi soffre o verso chi è in difficoltà(come il senso di pietà che ci prendeva davanti alle immagini di gente disperata che fugge per causa delle guerre); è un sentimento verso i propri simili.

La pietas latina caratterizzava tutti i rapporti dell’inferiore verso il suo superiore. Innanzitutto questo avveniva nella sfera religiosa: l’uomo pio dimostrava il suo comportamento di fronte agli dei ( ricordiamo tutti la figura del pio Enea del capolavoro virgiliano). La pietas si allargava dalla sfera religiosa a quella familiare sociale perché gli dei erano anche gli dei familiari (Lari e Penati). La pietas era espressa pure nel rapporto col pater familias e con l’imperatore .

La pietas cristiana è prima di tutto l’atteggiamento di Dio verso l’uomo. Dio è la sorgente della pietà che gli uomini devono poi avere tra di loro, a imitazione di quella di Dio. La Bibbia parla della sua bontà-misericordia (hesed) e della sua fedeltà (‘émet).Cristo è la piena manifestazione della pietà di Dio verso gli uomini e della pietà degli uomini verso Dio: Gesù è il tipo dell’uomo pio. Non si riduce a sentimento ma a gesti concreti. Gesù è l’esercizio della pietà.

Esercitati nella pietà, perché l’esercizio fisico è utile a poco, mentre la pietà è utile a tutto” (1Tim 4, 7 - 8).E’ un passo biblico che ha esercitato un’influenza enorme. Sta pure all’origine della distinzione tra gli esercitia corporalia (mortificazione e ascesi cristiana) e le diverse forme di preghiera.

Exercitium entra nel linguaggio cristiano per indicare l’impegno per la pratica della virtù e dell’orazione. Esercizio spirituale è prima di tutto la preghiera nelle varie forme.

Dopo il Concilio di Trento, che riformò la vita religiosa e istituì i Seminari per la formazione del clero, alcuni esercizi di pietà (meditazione, esame di coscienza quotidiani, adorazione privata dell'Eucarestia, la confessione frequente, il rosario entrarono nelle costituzioni e nelle regole che sono arrivate fino ad oggi).

Per il mondo dei laici le cose andarono diversamente: data l’impossibilità di istituzionalizzare la vita dei fedeli, la loro spiritualità rimase sguarnita e aperta ad ogni iniziativa privata. Nel popolo, da una parte, gli esercizi di pietà dei religiosi rimasero l’ideale (solo loro possono diventare santi perché solo loro possono veramente praticarli); dall’altra parte nacque nella gente una larga disponibilità per ogni pratica devozionale e per gli esercizi che ne era l’espressione. L’esercizio primario sarà il rosario.

La pietà cristiana si identificherà sempre più con gli esercizi di pietà: la devozione personale e la liturga sembrano camminare su strade diverse (i singoli fedeli, come abbiamo già detto, recitavano sommessamente il rosario durante la celebrazione della messa, la confessione avveniva spesso durante la messa).

La pietà personale si sentiva più realizzata negli esercizi di pietà che nelle celebrazioni liturgiche, a meno che anche queste non diventassero popolari con canti e forme espressive di sentimento. Il movimento liturgico del novecento cercherà (spesso con poco successo e poco tatto) di rimettere la vita liturgica al centro della vita del cristiano e come momento privilegiato della pietà cristiana. Il cammino è ancora lungo: ancora oggi nuove forme devozionali prendono ancora il sopravvento quando le celebrazioni liturgiche non sembrano tenere in conto il bisogno profondo di religiosità della persona umana.

 

Culto per i morti, Confraternite seppellitrici

 

La morte come riflessione è il grande tema assente nel mondo attuale. E’ come vietato prenderne coscienza dal punto di vista personale. La morte viene celebrata come spettacolo. I media la presentano come un film che si svolge lontano dall’uomo che vive. Tutto concorre, anche le imprese di pompe funebri, a renderla un fenomeno ordinario o addirittura un commercio.

Perché questo silenzio sulla morte? In primo luogo per la concezione edonistica della vita. Riconoscerla e assumerla come realtà equivarrebbe a mettere in discussione la capacità della società di soddisfare pienamente “ la necessità di felicità” dichiarata come assolutamente imprescindibile.

Un altro motivo di questo silenzio è la secolarizzazione che va di pari passo con una società borghese. E’ una società desacralizzata, al posto dei riti, lo spettacolo. La morte è passata come celebrazione alla sfera privata.

Un altro motivo potrebbe consistere nll’atteggiamento tecnico euforico della società attuale. L’evento della morte è assunta come un fatto tecnico biologico, un incidente di percorso che va affrontato con strumenti tecnici adeguati. Questo tentativo fatto dalla società contemporanea di calare il sipario sulla realtà della morte non è riuscito che in parte. Nelle città il funerale deve essere meno visibile possibile: va sbrigato in una mezz’ora; nello stesso condominio non si sa quando è avvenuto un decesso. Per l’uomo singolo la morte rimane una minaccia, anche se inconfessabile, non essendo possibile dire all’individuo la propria finitudine in un realtà sociale che fa pensare di essere eterni.

L’atteggiamento dell’uomo che ha vissuto la fede in queste nostre comunità era totalmente diverso. La morte era oggetto di meditazione (“ memorare novissima tua et in aeternum non peccabis”) da parte di tutto un popolo. Sopra un concio di una casa posta sopra il vicolo di Ceda sta la scritta “ VOS ESTOTE PARATI QUIA QUA HORA NON PUTATIS FILIUS HOMINIS VENIET”(“voi state pronti perché nell’ora che non pensate , il Figlio dell’Uomo verrà”). Non è tanto la meditazione sulla precarietà della vita ma come prepararsi per un grande incontro. Ricordiamo le parole di papa Giovanni XXIII: “Le mie valigie sono sempre pronte!”. La scritta continua: “Qui passar dovrete!”. Era la via attraverso la quale si svolgeva il funerale, ultimo pellegrinaggio dell’uomo sulla terra insieme con gli amici e le persone che vengono per “accompagnare “ il defunto

Si conviveva coi propri morti sepolti nel sagrato (terra consacrata) o sotto i pavimenti delle chiese. Di alcuni, particolarmente illustri, ci sono cenotafi sulle pareti esterne delle chiese, memoria, in genere, della virtù del defunto

La signora Basteri Donatella , curatrice della trascrizione del testo dell’atto di fondazione della chiesa di Riana, ha raccolto questa testimonianza dalla bocca della nonna Basteri Anna Maria.

Il vecchio cimitero, quello menzionato nell’Atto di fondazione della Chiesa , è stato cancellato anche nella memoria degli abitanti del paese, dopo l’avvenuta unità d’Italia, sopravvive solo grazie al racconto del nonno Michele, che nacque a Riana nel 1870.

Era solito narrare che ogni famiglia al suo tempo possedeva alcuni metri quadrati di terreno sul sagrato attorno e di fianco alla Chiesa, in cui seppelliva i propri morti. In capo alla tomba si poneva una lapide con le date anagrafiche dei defunti incise sopra, così che il “ lastrone” fungeva anche da registro comunale all’aria aperta ed era sempre consultabile, “ perché - soleva ripetere - così si sapeva subito con chi si era parente e con chi non ci si poteva sposare”.

In un secondo momento le ossa, ripulite dalle intemperie, venivano riesumate, avvolte in bende e collocate all’interno della Chiesa, sotto i lastroni del pavimento, ove ciascuna famiglia aveva il proprio posto.

E così avvenne per due secoli e mezzo circa. Gli abitanti del paese ignorarono l’Editto di S. Cloud del 1801, Maria Luigia e i Borboni non si curarono di applicarlo, finché si arrivò all’unificazione d’Italia e all’applicazione delle leggi piemontesi. Non si ottemperò all’ordine e neppure ai successivi; purtroppo una mattina arrivarono i soldati, molti per l’esattezza e armati, che intimarono alla popolazione di uscire dalle case, la radunarono nella piazzola antistante la Chiesa, la tennero a bada con i fucili spianati, mentre alcuni di essi cominciarono a scavare il cimitero, (quale sacrilegio!) divellendo persino i lastroni del pavimento della Chiesa, accatastando cadaveri e ossa insieme, tutti, senza fare distinzione tra quelli appartenenti ad una famiglia o ad un’altra. Poi fu tutto scaraventato in una fossa comune.

Il nonno Michele vide con orrore il corpo di suo nonno, Michele anche lui, scaraventato fuori dalla tomba dopo qualche tempo appena dalla sepoltura; pur bambino, ricordò quella scena macabra e sacrilega da tramandarla ai nipoti, e fu come l’ho raccontata, perché le sue parole mi rimasero impresse nella mente.

 

La lapide sulla facciata della chiesa di Pianadetto riporta la seguente scritta : ALLA CARA MEMORIA DEL TENENTE LAZZARI GIACOMO PROSSIMO AD ESSERE SACERDOTE A SOLI 27 ANNI IL 20 GIUGNO 1917 CADEVA DA PRODE PER LA GRANDEZZA DELLA PATRIA LA MEDAGLIA AL VALORE I GENITORI DOMENICO E ROMANA E LA ZIA BARBERINA ADDOLORATISSIMI PER LA PERDITA DELL’UNICO FIGLIO Q.M.P.P.

 

I funerali erano celebrati con solennità cantando gli uffici in latino; le confraternite indossavano le loro divise( la cappa veniva girata dalla parte nera) per rendere ordinato e solenne il corteo. I cantori cantavano antiche melodie (in genere si trattava di gregoriano che aveva assunto i modi della cultura locale).Il funerale nelle Corti ancora oggi riecheggia dell’antico canto del MISERE, del BENEDICTUS, del DIES IRAE tramandati da secoli. Il culto dei morti permane vivo.

Sotto a questa esteriorità stava la certezza di Dio come Padre misericordioso (anche se giudice).

Ai nostri fratelli

dà dunque il riposo,

oh Padre amoroso

perdono pietà”.

Stava ancora la fede che

Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio,

nessun tormento le toccherà.

Agli occhi degli stolti parve che morissero;

la loro fine fu ritenuta una sciagura ,

la loro partenza da noi una rovina,

ma essi sono nella pace...

Nel giorno del loro giudizio risplenderanno ...”(Sap3, 1 - 9)

Anche la morte di un giovane era accettata con grande fede:

Il giusto, anche se muore prematuramente, troverà riposo.

Vecchiaia veneranda non è la longevità,

né si calcola dal numero degli anni;

ma la canizie per gli uomini sta nella sapienza;

vera longevità è una vita senza macchia.

Divenuto caro a Dio, fu amato da lui

e poiché viveva trai peccatori , fu trasferito.

Fu rapito . perché la malizia non ne mutasse i sentimenti

o l’inganno non ne traviasse l’animo,

poiché il fascino del vizio deturpa anche il bene

e il turbine della passione travolge una mente semplice...”

(Sap 4, 7 - 15)

Chi ben aveva vissuto non aveva da temere entrando nella vita eterna. “Io, Giovanni , udii una voce dal cielo che diceva: “Scrivi :Beati fin d’ora i morti che muoiono nel Signore. Si, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono”” .Ap 14, 13.

Se i propri defunti avevano ricevuto i sacramenti erano sicuramente salvi. Il periodo della vita sarà un’attesa per potersi poi ricongiungere con loro. Molto importante era ricevere il viatico, che veniva portato in modo solenne con l’ombrello e i ceri accesi(Castelli raccomanda che sia accompagnato da dieci della confraternita) e ricevere l’estrema unzione.

Era invalso l’uso di chiamarla così perché era l’ultima: si cercava di rimandarla il più possibile poiché toglieva tutti i peccati. Nel nostro tempo, dopo il concilio Vaticano II , è ritornato l’uso di chiamarla unzione dei malati, olio degli infermi che può essere data anche semplicemente quando una persona anziana e ammalata sente il bisogno del conforto del dono dello Spirito magari anche per lottare per la propria guarigione.

Il fenomeno della peste(ricordata dal Boccaccio del Decamerone) era stato spaventoso anche perché non si potevano ricevere i sacramenti more solito e dunque sembrava il castigo di Dio abbattutosi sulla umanità.

La gente delle Corti sente molto il bisogno di suffragare le anime dei propri morti, di fare celebrare messe perché sia abbreviata per loro la pena per i peccati in Purgatorio. Ci si iscriveva nelle confraternite soprattutto perché dopo la morte l’associazione si prendeva cura di far celebrare riti di suffragio (uffici, messe, benedizione ). Questo uso fa pensare alla “venal prece” di cui parla Foscolo nei Sepolcri: i fedeli vanno certamente educati a un modo giusto di intendere il suffragio dopo secoli di abitudini portate avanti senza essere stati illuminati sul significato.

Un particolare ricordo è riservato ai caduti delle guerre: il cippo davanti alla chiesa di Monchio ricorda il sacrificio dei giovani caduti per la libertà nelle guerre napoleoniche. Sul cippo è messa la croce penitenziale tipica di queste zone con tutti simboli della passione per stabilire un collegamento immediato tra il sacrificio di Cristo che ha dato la vita e quello dei giovani che hanno combattuto. Il pilastro votivo porta inciso il millesimo 1814 (fig.152)

Il dipinto nella chiesa di Rimagna ricorda la strage compiuta dai nazisti il due luglio durante i bombardamenti su una popolazione inerme e poverissima. Così Elsa Dalcielo di Rimagna racconta la sua esperienza:

La sera precedente il dottor Mavilla ci avvertì che il nostro paese sarebbe stato bombardato il giorno seguente. La notizia gettò il panico tra tutti noi: il due luglio gli aeroplani sorvolavano il cielo di Rimagna. Noi ci incamminammo verso la macchia per poterci nascondere nel folto, così come ci era stato consigliato dal dottor Mavilla. Ma i nostri spostamenti erano stati notati dagli aerei tedeschi che cominciarono a sganciare su di noispezzoni e ci mitragliavano. Ci furono nove morti. Io, mia madre e mio fratello eravamo insieme, in seguito io per aspettare mia nonna mi sono fermata e nascosta poi sotto un faggio dove secondo me potevamo rimanere senza essere viste; mia madre e mio fratello continuarono a camminare; fu per questo che anche mio fratello Dario fu ferito.

Vidi i feriti che giacevano a terra colpiti alla schiena, al collo. Finito il bombardamento ci riavvicinammo al paese e le altre persone ci venivano incontro per soccorrere i feriti. C’erano anche soldati tedeschi, i quali si diressero al nostro Oratorio e siccome la porta era chiusa, con il calcio del fucile la batterono più volte. La notte del bombardamento, siccome eravamo ancora sconvolti da ciò che avevamo vissuto, non la passammo nelle nostre case, ci rifugiammo nella galleria. Fu una notte terribile: io reggevo mio fratello ferito in braccio e, con i piedi e le gambe immerse nell’acqua della galleria. In seguito per un mese intero passammo le notti in quel modo; ricordo la galleria illuminata dalle candele, la puzza di cera era fortissima e dura da sopportare insieme a tutti gli altri sacrifici imposti dalla difficile situazione. Il funerale dei morti avvenne qualche giorno dopo: le bare erano costituite da assi inchiodate in qualche modo. Sul viale del cimitero vedemmo un altro triste spettacolo: due impiccati a testa in giù, orribilmente sfigurati: uno era l’ombrellaio che tutti gli anni veniva ad aggiustarci gli ombrelli “..

Il dipinto di Rimagna di Barilli (fig.153) ricorda questa strage: il due luglio la popolazione celebra ogni anno un rito di suffragio con grande partecipazione.

Altri monumenti, come quello di Lugagnano vicino alla casa canonica, ricordano i caduti delle ultime grandi guerre per dire ai giovani del nostro tempo quanto sia costata quella libertà politica che ora abbiamo.

Un cippo dell’era fascista, davanti al cimitero di Monchio, ricorda il sacrificio di un giovane nella guerra d’Etiopia.

 

Confraternita del Santo Rosario

 

Le confraternite del santo Rosario, sorte anche prima del Concilio di Trento, avevano lo scopo di alimentare la devozione a Maria con la recita del santo rosario sia in comunità che nelle famiglie. Questo ha contribuito non poco a tratteggiare l’identità del cristiano cattolico che perdura a tutt’oggi. Il cattolico sa che Gesù è l’unico mediatore di salvezza ma sa pure che una parte notevole ebbe la Vergine Maria nell’economia della salvezza, parte che continua ancor oggi ad esercitare. Diamo a lei motivatamente il titolo Madre della divina grazia. Inoltre, per il dogma della comunione dei santi, chi ci ha preceduto nel segno della fede è pure vicino a noi se è in quanto è vicino a Dio.

Nelle processioni le confraternite avevano il loro stendardo. L’insegna processionale di Monchio raffigura l’immagine della Beata Vergine del Santo Rosario, con Gesù tra le braccia, seduta su un trono di nubi, fra i santi Michele e Lorenzo a sinistra e dall’altra parte Domenico nell’atto di ricevere il rosario e santa Caterina. Lo stendardo è da mettere in relazione con la confraternita del Santo Rosario istituita nel 1637(fig.154).

Lo stendardo di Pianadetto rappresenta la Beata Vergine, già inventariato nel 1829; era lo stendardo della confraternita del Santo Rosario, eretta in Pianadetto in data imprecisata, ma riconosciuta dalla curia di Parma nel 1639(fig.155)

Il capolavoro che risale all’epoca detta è l'ancona dell’altare della Madonna. (figg.156-157-158-159-160-161)).L’ancona è in legno intagliato dipinto e in parte dorato.

Dalla relazione della dottoressa Giusto durante l’inaugurazione dell’opera dopo il restauro, avvenuta a Pianadetto con grande affluenza di popolo.

Nel dicembre del 1997 è stato completato un importante intervento conservativo sull’ancona o pala lignea raffigurante i Misteri del Rosario, custodita nella parrocchiale di Pianadetto.

Il finanziamento del restauro è avvenuto interamente con i contributi del Ministero per i beni culturali su proposta della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Parma, che da vari anni ne sollecitava il ricupero. La motivazione muoveva dal desiderio di una maggior valorizzazione e conservazione di un’opera d’arte tra le più interessanti del patrimonio seicentesco ancora in loco nel territorio parmense e i lavori sono stati diretti dalla dott.ssa Mariangela Giusto ed eseguiti dalla ditta Acanto di Gianni Piccinini di Reggio Emilia.

Già nel 1922 il Soprintendente Laudadeo Testi ne rivelò l’importanza e schedò l’ancona come opera del XVI secolo per le scene dipinte “degne di una nota speciale”, pur riscontrandovi un intervento successivo in alcune parti risalente al XVII secolo.

Pure il Satagelo nel 1934 diede rilievo all’opera riproducendola in foto catalogo a stampa del patrimonio della Provincia parmense e da quella rara immagine possiamo dedurre che a quell’epoca l’ancona era composta anche d’altri elementi strutturali che ora sono scomparsi.

Al di sopra della fascia in cui sono raffigurati i Misteri gloriosi, vi era un architrave di raccordo con il soprastante timpano spezzato, in cui ad intaglio comparivano dei gigli, emblemi farnesiani e tutta la struttura appoggiava su una doppia gradinata dipinta, che al centro conteneva il tabernacolo, ora elementi mancanti, forse alienati durante i lavori di ristrutturazione della chiesa avviati nel 1939.

Pertanto l’ancona al momento del recente restauro si trovava priva di queste parti e nel rispetto del manufatto ligneo, è stato mantenuto l’assetto trovato.

Una sorpresa che non si poteva prevedere osservando l’opera solo frontalmente è stata quella della sua compattezza strutturale. A parte il timpano, tutti i riquadri con tutti i quindici Misteri del Rosario, comprese le figure di San Domenico e di Santa Caterina da Siena e gli angioletti, si trovano direttamente dipinti in unico assetto di tavole, che non possono essere smontate singolarmente e separate dalle cornici.

Tutta la pala è quindi manovrabile come un solo dipinto, la cui carpenteria è unitaria nell’intaglio e nelle proporzioni, ma da una attenta lettura delle raffigurazioni, si è giunti a comprendere la diversità di mano e di tecnica dei vari episodi narrati della vita di Cristo e della Vergine.

Nella scena dell’Ascensione di Cristo, sul sepolcro è stata trovata la data del 1640, che più fonti avevano citato, anche se in forma imprecisa ed erronea.

E’ probabile che questa data sia da far risalire alla fase delle modifiche portate all’ancona, e forse in quell’occasione sono state dipinte, per un motivo che non possiamo comprendere, probabilmente per completare un’opera presumibilmente non terminata o parzialmente modificata in corso d’esecuzione, le scene dei Misteri Gloriosi(fig.159) e dei due angioletti, diversi nell’esecuzione pittorica e più deboli nel disegno, rispetto alle raffigurazioni dei riquadri in verticale, dei Misteri gaudiosi(figg.157-158) e dolorosi, alle figure di San Domenico(fig.160) e di Santa Caterina(fig.161), tutti più intensi cromaticamente e di maggior finezza tecnica.

Globalmente si possono riconoscere nell’ancona l’intervento di tre diversi pittori: più narrativo e raffinato l’autore dei due santi e dei misteri gaudiosi a sinistra e infine un artista di cultura più debole e scarsamente interessato alla resa dei particolari quello che eseguì i sette riquadri a coronamento dell’architrave.

Certamente al centro dell’arco vi doveva essere in origine una statua della Vergine, forse simile nella tipologia alle Madonne da vestire con abiti in stoffa, di cui ancora nei territori dell’Appennino parmense persistono rari esemplari(fig.219).

E’ possibile considerare attendibile l’ipotesi che l’opera sia il prodotto di una bottega ligure o della Lunigiana, dato i collegamenti e i frequenti scambi culturali verso quei versanti geografici di confine”.

Sulla sinistra per chi guarda, incominciando dal basso: L’annunciazione, la Visitazione, la presentazione al tempio, Gesù tra i maestri del tempio (misteri gaudiosi), a destra: l’orazione nell’orto degli ulivi, la flagellazione, l’Ecce Homo, la caduta sotto la croce, la morte sulla croce; in alto al centro: La risurrezione, l’Ascensione, Maria incoronata regina, la discesa dello Spirito santo, l’Assunzione della Vergine al cielo.

La confraternita del Santo Rosario non ha lasciato tracce importanti nei documenti ma l’opera più bella è stata quella di radicare il rosario nel popolo.

Il rosario verrà recitato in famiglia specialmente nei mesi più freddi, tenendo uniti piccoli e grandi. Il capofamiglia si sentiva in dovere di “segnare” il rosario. Nei nostri tempi è invalsa l’abitudine nelle veglie dei defunti di chiamare il parroco per la recita del rosario: un tempo questo non avveniva. Erano i laici che recitavano il rosario in latino ( i vecchi dicono “in dialetto” tanto era popolare).

Possiamo pensare che molte maestà, dedicate alla Madonna del rosario siano state volute da membri delle confraternite. Per esempio una maestà della Val Cedra raffigura la Madonna del Rosario e Santi, seconda metà del XVII secolo e inizi del XVIII. La Vergine è assisa in gloria tra le nubi, con il braccio sinistro sorregge il figlio. Porge il rosario a san Domenico. Sant’Antonio eleva la mano per ricevere il giglio da Cristo. E’ una maestà di origine essenzialmente domenicana perché è solo san Domenico a ricevere il Rosario: Sant’Antonio appartiene a quei santi pellegrini che diffusero la devozione a Maria col rosario. Come questa tante altre propongono lo stesso tema.

 

Esercizi di pietà eucaristica

 

La pietà cristiana ha sempre visto nell’Eucarestia il vertice della propria vita religiosa (una volta affermato senza ombra di dubbio che Cristo è realmente presente nell’ostia consacrata ): attorno all’Eucarestia ha creato vari esercizi di pietà (processioni, benedizione eucaristica, le sante quarantore, le adorazioni solenni, l’ora di adorazione, la visita al santissimo Sacramento, lo stesso sepolcro nel venerdì santo). Hanno un’unica matrice storico-culturale: proclamare la fede nella presenza reale, la transustanziazione messa in discussione in modo accanito dalla riforma luterana. Assume importanza enorme l’adorazione: Gesù da adorare più che da saper riconoscere nei fratelli e nella com-unione. Il testo della lettera ai Corinzi di Paolo è stato interpretato in modo devozionale più che come espressione della caritas (1Cor 11,23-34). L’affermazione della presenza reale non può essere fine a se stessa. In questo modo si sono lasciate cadere in ombra le ragioni di questa presenza e l’economia salvifica a cui corrisponde. Gli esercizi di pietà eucaristica sono degenerati in una forma di trionfalismo eucaristico come dimostrano determinate espressioni “il divino prigioniero”, “Ospite solitario”, Cristo che “impera” nei cuori.

Gesù è presente in modo reale ma sacramentale: ciò che deve essere messo in risalto è il motivo per cui lui ha voluto essere presente in mezzo agli uomini. La pietà eucaristica deve essere una attività sacramentale cioè segno efficace d’un rapporto con Cristo che si riverbera immediatamente come impegno coi fratelli. Il momento dell’esercizio di pietà deve diventare occasione di presa di coscienza che tutti dobbiamo avere per essere “custodi” dei nostri fratelli. Le processioni e le adorazioni solenni dovrebbero significare che l’economia della salvezza proclamata deve trovare applicazione nei nostri ambienti (strade, piazze, posti di lavoro) con una forte testimonianza , profetica.

La radice fortemente devozionale della spiritualità delle Corti ha impedito un cristianesimo attivo sul piano sociale e umanitario ( i bisognosi hanno dovuto arrangiarsi, i giovani se ne sono andati vedendo “la inutilità” della pratica religiosa, le comunità si sono impoverite perché incapaci di reagire alla modernità che tendenzialmente cerca di mettere Dio tra parentesi rilegandolo a un problema privato. I praticanti sono stati considerati “bigotti”). I pret1 che hanno cercato di far cogliere in tempi recenti, dopo la riforma conciliare del Vaticano secondo, anche con metodi dirompenti, la dimensione “politica” della fede sono stati amati perché popolari ma non capiti. In chi continuava a frequentare la chiesa e in chi se ne era andato rimaneva un DNA di cristianesimo antico di secoli fatto di una fede piena di belle tradizioni che lasciava tutto e tutti al loro posto senza esigere una vera conversione .

 

 

Confraternite del Santissimo Sacramento

 

Di gran lunga la confraternita più importante è stata quella del Santissimo Sacramento: di fatto obbligatoria per non dire imposta dai vescovi. Nella visita di Castelli del 1575 risultano essere costituite quella di Monchio, Lugagnano, Pianadetto , Rigoso. Nei decreti della sua visita dice che siano invece erette a Casarola e a Trefiumi.

In archivio esiste ancora la pergamena della omologazione della Venerabile Confraternita del Santissimo Corpo di Gesù in Monchio e Lugagnano (1636). Viene concessa l’aggregazione all’arciconfraternita romana di San Lorenzo in Damaso(fig.162). Vengono estese a quella di Monchio le stesse indulgenze, la grazie spirituali, gli indulti con gli adempimenti previsti nelle costituzioni di papa Clemente VIII del 1604 e Paolo V del 1607 e 1611.

Ancora l’8 maggio 1900 il vescovo Magani accoglie l’istanza di don Eugenio Gastaldi parroco a Pianadetto perché sia ufficialmente eretta tale confraternita col diritto di portare la cappa.

I numerosi simboli bernardiniani (Jesus Hostia Sancta) sui portali sono da attribuire alla grande fede dei monchiesi nell’eucarestia, alla presenza di preti in una determinata famiglia e, naturalmente, alla devozione popolare alimentata dalle confraternite, costituite per animare le pratiche di pietà eucaristiche(figg.163-166).

Trascriviamo il regolamento del 1899 della confraternita di Lugagnano che ripete i privilegi detti sulla pergamena e lo statuto, naturalmente aggiornato per gli interventi successivi dei pontefici. I privilegi per chi si adoperava per il culto del Santissimo Sacramento partono dal momento in cui era costituita la festa devozionale del Corpus Domini cioè con la bolla Transiturus di Urbano IV (1264). Poi in ordine abbiamo, Martino V (26\5\1429); Eugenio IV (26\5\1433); Paolo V (3\11\\1606); Clemente X (24\1\1673); Innocenzo XII (3\1\1694): Benedetto XIV (2\8\1749); Innocenzo XI (1\10\1678); Pio IX (13\6\1853).

 

Regole per la confraternita del Santissimo Sacramento eretta nella chiesa parrocchiale di Lugagnano (1896)

Dell’accettazione

1. Qualsivoglia persona dell’uno e dell’altro sesso, purché abbia superato gli anni dodici e sia di provata fede e vita cattolica, potrà far parte della confraternita del Santissimo Sacramento: ma il giudizio per l’ammissione spetta al parroco e agli ufficiali superiori della confraternita.

2. Non accettasi nella confraternita colui che per inobbedienza alle leggi della Chiesa potesse trovarsi vincolato da qualche censura ecclesiastica.

3. Non saranno accettati minori d’età senza il permesso dei loro legittimi superiori, né le donne maritate senza il consentimento dei loro mariti.

4. All’atto della iscrizione ogni confratello pagherà la quota di cent. 50, ed in seguito di centesimi 50 ogni anno, e più Cent. 10 per ogni defunto.

5. Colui che, trascorsi sei mesi dalla pubblicazione del presente regolamento, volesse essere iscritto nel ruolo di detta confraternita (avendo già raggiunta l’età di 50 anni ), all’atto di sua iscrizione, dovrà pagare, cominciando da quell’anno tutte le quote scadute.

 

Degli obblighi della confraternita

6. Primo e principal dovere della confraternita si è lo zelare con tutte le sue forze l’onore di Gesù nel SS. Sacramento, la gloria del quale deve uniformarla in ogni atto.

7. La confraternita dovrà ogni anno colla pompa e divozione possibile celebrare la solennità delCorpus Domini; assistere con decoro alle consuete processioni della terza Domenica d’ogni mese e tutte le altre processioni d’uso nella parrocchia. A questo ella provvederà ogni confratello di una candela.

8. Quando si avesse a recare il SS. Sacramento a qualche infermo, la confraternita avrà cura di farlo accompagnare da alcuni confratelli.

9. Qualora la famiglia di un confratello infermo chiedesse qualche assistenza, la confraternita provvederà un servigio di due suoi confratelli, i quali gratuitamente prestino all’infermo pietosa, caritatevole, cristiana assistenza.

10. Nel trasporto funebre di un confratello o di una consorella , almeno 4 vestiti di cappa lo accompagneranno dall’abitazione fino al cimitero e tutta la confraternita presente lo accompagnerà dalla chiesa al cimitero con le candele accese.

11. Farà poi suffragare l’anima di ciascun confratello defunto con un Uffizio da requiem e 10 messe; il primo giorno non impedito dopo la prima domenica di settembre farà celebrare per tutti i confratelli defunti ogni anno un Uffizio con messa da requiem cantata, assistita dal parroco, con l’intervento di tutta la compagnia .

 

Degli obblighi de’ confratelli

12. Ogni confratello avrà cura di frequentare i SS. Sacramenti, essere d’esempio agli altri per la vita veramente cristiana, e mantenere con tutti una santa armonia ed una caritatevole benevolenza.

13. E’ dovere di ogni confratello l’intervenire con diligenza e divozione alle parrocchiali funzioni., vestendo, richiesto, la propria cappa che dovrà provvedersi a proprie spese.

14. Pel mantenimento del buon ordine ogni confratello dee star sottomesso al proprio priore, e prestarsi volentieri a qualsivoglia servigio cui sia chiamato nelle sacre funzioni.

15. Quel confratello che, senza ragionevoli motivi, si rifiutasse per il trasporto funebre dei confratelli defunti (la casa dei quali non disti dalla sua oltre un miglio), dovrà pagare ad ogni mancanza la multa di centesimi 20. In quelle famiglie dove fossero più confratelli, sarà sufficiente che ne intervenga uno solo. Questa regola è fatta pei morosi: ma non menoma punto il dovere di carità che tutti hanno di assistere al trasporto dei loro confratelli defunti.

16.Ciascun confratello, non appena avrà ricevuto l’annunzio di morte di un suo confratello, reciti in suffragio dell’anima di lui la terza parte almeno del santo Rosario.

 

Degli ufficiali della confraternita

17 . La confraternita vien regolata

  • da sei ufficiali che ne formano il consiglio, e

  • da un presidente che è sempre il parroco pro tempore , cui spetta l’alta sorveglianza della confraternita.

  • Da un priore che presiede in ogni occorrenza alla comunità, ed invigila affinché i confratelli conservinsi insieme uniti tra loro pel vincolo della santa pace, osservando esattamente queste regole, e così sia tolto ogni disordine.

  • Da un sotto - Priore che fa le veci del priore in sua assenza.

  • Da un maestro de’ novizi, il quale presenterà i nuovi ascritti al parroco per l’accettazione e benedizione d’uso; e intanto verrà istruendoli di quanto abbisogna.

  • Da un tesoriere che riceve le quote dei confratelli, fa le spese ordinate dal Consiglio, e di tutto ha da tenere esatto registro per darne poi ogni anno conto fedele alla confraternita.

  • Da un cancelliere che tiene nota dei nomi e cognomi dei confratelli, delle elezioni degli uffiziali e delle decisioni prese dal consiglio.

  • Il priore, il sotto Priore, il maestro dei novizi, ed il Cancelliere vengono per la prima volta eletti, e in seguito rinnovati ad ogni triennio per voti segreti dai confratelli capifamiglia della parrocchia.

  • Nel fare le sopraddette elezioni ognuno non deve aver di mira altro che il puro bene della confraternita: quindi gli ufficiali saranno da scegliersi tra quelli che maggiormente si distinguono per la vita veramente cristiana e per la più esatta osservanza dei proprii doveri inverso della confraternita.

 

  • Nessuno quindi oserà di brigarsi per essere lui l’eletto. Eletto però che uno sia, non rinunzi alla carica cui fu assunto senza forti e legittimi motivi; ma procuri anzi di adempierne con prudente zelo e dolci maniere gli obblighi annessi.

 

  • Il consiglio nomina la prima volta ed in seguito poi rinnova ad ogni triennio per le consorelle:

  • Una priora, la quale unicamente invigili le consorelle, perché non nascono scandali e siavi tra loro santa armonia.

  • Una sotto Priora che farà le veci della priora in sua assenza.

  • Una maestra delle novizie che istruisca in tutto che occorre le nuove consorelle e le presenti al parroco per l’accettazione e benedizione d’uso.

22. Il consiglio è tenuto ad adunarsi ogni anno nella prima domenica di gennaio per la rivista ed approvazione dei conti presentati dal tesoriere, e per trattare di tutto ciò che può essere necessario al buon andamento della confraternita. Ma al bisogno, dietro invito dell presidente o del priore, dovrà adunarsi in qualunque tempo.

23. Qualora l’Ordinario diocesano chiedesse i conti della confraternita, il consiglio è tenuto a darli precisi con prontezza.

24. Il parroco presiede sempre le Adunanze sia della confraternita sia del consiglio della medesima e, nella parità dei voti ha la preponderanza.

  1. Le adunanze si terranno sempre nella sagrestia della chiesa parrocchiale o nella canonica, non mai nelle case dei privati.

Dell’espulsione

26. Un confratello che, per inobbedienza alle canoniche leggi, fosse incorso in qualche censura ecclesiastica, se entro tre mesi dalla incorsa censura non si sarà con la santa Chiesa riconciliato, verrà irremissibilmente espulso.

27. Chi desse cattivo esempio da disonorare colla riprovevole sua condotta la confraternita, e si dimostrasse incorreggibile, verrà espulso.

28. In qualunque caso l’espulsione deve farsi con deliberazione del Consiglio.

29. Chi lascerà passare due anni senza pagare la quota, sarà tenuto come non più appartenente alla confraternita.

30. Chi per qualunque motivo cessasse di appartenere alla confraternita non potrà vantare diritto o rimborso qualsiasi.

 

Approvato il 20 gennaio 1899 dal vicario generale

Can .Guido Maria Conforti..

 

 

 

 

 

Mi sembra utile riportare le indulgenze concesse ai confratelli che assolveranno i seguenti compiti:

Indulgenza di cento giorni ai confratelli e alle consorelleogni volta che assisteranno alle Messe da celebrarsi pro tempore nella chiesa o cappella o nell’oratorio della confraternita .

od a qualunque processione si faccia con licenza dell’ordinario;

od alloggeranno poveri:

oppure pacificheranno nemici o dissidenti fra loro o li faranno pacificare od anche lo procureranno:

o se impediti non potranno accompagnare il Santissimo Sacramento dell’Eucarestia sia nelle processioni, sia quando viene portato agli infermi; od in qualunque altro luogo ed in qualunque modo, ed al segno della campana dato per questo reciteranno una volta l’orazione domenicale e la salutazione angelica, o reciteranno la stessa orazione e salutazione cinque volte per le anime dei confratelli e delle consorelle defunti della stessa confraternita:

o ridurranno sulla via della salute qualche traviato:

od insegneranno a chi li ignora i comandamenti di Dio, e quelle cose che son necessarie alla salute:

o visiteranno gli infermi e i carcerati o li sovverranno in qualche aiuto spirituale o temporale;

od eserciteranno qualunque opera di pietà o di carità .

 

Come si può notare, in questo caso, in un clima di grandi cambiamenti sociali, culturali e politici si intende orientare la confraternita anche all’attenzione ai problemi attraversati dalla società .

L’impulso dato alla costituzione delle confraternite rispondeva alla necessità della Chiesa gerarchica di rispondere a chi aveva voluto la rivoluzione all’interno della Chiesa. C’era però largamente diffusa una religiosità popolare che si esprimeva sia in modi conformi alla dottrina ufficiale della Chiesa e sia in modi anche difformi .

Il fiorire delle maestà è sia espressione della religiosità popolare sia risposta devozionale alla chiamata della Chiesa a riformarsi.

Gli stendardi delle confraternite del Santissimo Sacramento parlano della grande devozione vissuta con profonda intensità. Lo stendardo di Cozzanello è inserito nell’ancona lignea di sinistra. Raffigura l’Ostia santa entro un ricchissimo ostensorio ambrosiano con ai piedi un santo vescovo e Sant’Antonio di Padova in atteggiamento di mistica devozione. Anche quest’opera è vicina all’epoca della consacrazione della chiesa. I due santi adorano: l’adorazione all’eucarestia non è un atto di idolatria ma riconoscere che in Cristo ci sono due nature, quella umana e quella divina. Nella consacrazione si rende presente la persona di Cristo mediante l’azione dello Spirito Santo e del sacerdote.(fig.166).

Ricco ma povero d’immagini è pure quello di Rigoso(fig.167). E’ della seconda metà del XIX secolo, preesistente all’attuale chiesa. Finissima la decorazione che inquadra il calice con l’ostia raggiata che reca il monogramma IHS. Due putti alati, dipinti a mano libera all’acquerello, sorreggono una corona sopra l’ostia divina. E’ la fede che riconosce nel pane consacrato il re dell’universo( la fede riaffermata a Trento nella transustanziazione).

Nelle Corti Monchio, don Piero Viola ha riportato varie cose sulle confraternite. La pagina che più interessa al nostro discorso è presa dal libro delle spese delle Confraternite di Grammatica. Le due confraternite di cui abbiamo detto sono una potente organizzazione laicale anche se a capo c’è in priore prete. Le confraternite hanno avuto come scopo di rendere il culto perfetto e di propagare la devozione a Maria con il rosario. E’ chiaro che i membri dell’una sono quasi del tutto i membri dell’altra. Un sinodo diocesano del 1691 aveva dato norme istruzioni. Dovevano mantenere libri contabili e rendere conto. Anche per questo motivo era importante la scelta del priore anche se non era necessariamente il parroco. Da quel libro appare che le due confraternite si mantenevano con l’iscrizione dei soci ma soprattutto con le rendite che venivano da prati, boschi e castagneti.

Per iscriversi la persona pagava una quartarola di frumento, le rendite arrivavano in generi alimentari, formaggio, lana,…I generi venivano, poi, messi all’incanto, all’asta.

Le spese della confraternita consistevano nell’acquisto dell’olio per la lampada, finanziare il culto del SS. Sacramento, acquistare le candele per i soci, far pregare per i soci defunti. Le confraternite per le loro riunioni spesso avevano una casa (come a Grammatica ). Una usanza della confraternita di Grammatica: nel giorno di Ognissanti la confraternita doveva regalare a ogni famiglia 4 pani di frumento. Era una festa per tutti: allora si mangiava pane di segale, di scandella .

I governi del secolo scorso si interessarono delle cose della confraternita con leggi e decreti. Il governo di Maria Luigia nel 1824.

Perché si protrassero fino al Concilio Vaticano secondo? Rispondevano al bisogno di una fede devozionale e di aggregazione: si rimane colpiti come andarono così avanti nel tempo senza aver prodotto qualcosa sul piano sociale o umano. Il popolo era veramente sorretto da una forte fede su determinare verità come Paradiso, Purgatorio e Inferno, sulla presenza reale. Svolsero il compito importante di bloccare ogni possibile deviazione in quanto nessuno veramente poteva permetterselo, pena di sentirsi escluso da tutti.

Chiudiamo il discorso per accenni sulle confraternite con una nota di Cignolini: “Tutte le chiese di queste parrocchie sono mantenute di arredi sacri, cera e oglio dalle rispettive Compagnie del Santissimo Sacramento e del Santissimo rosario, che ordinariamente in tutte con questo o altro titolo sono erette, ed è pur dovere di tali Compagnie di solennizzare la festività del loro titolo. Non mancano tali Corpi a tal uopo d’entrate particolari, che sono amministrate dai loro rispettivi priori colla dipendenza dal parroco, e fu ottimo consiglio de’ loro fondatori e benefattori il procurargliene, perché i benefizi parrocchiali sono quasi tutti di rendite assai limitate, non oltrepassando quelli di Lugagnano e Nirone l’annua rendita di cento zecchini circa, pochi ve ne sono di duemila e molti ad di sotto delle mille lire nostre”. (5)

Le confraternite hanno permesso alle nostre chiese di essere dotate di splendidi libri liturgici come il libro per il coro di Monchio(fig.169) o oggetti decorosi per l’altare (fig.170).

La cartagloria di Casarola(sec. XVI) fa il tentativo, ben riuscito, di mettere alcuni apostoli di schiena nell’ultima cena.

 

Le processioni

 

I santi, le madonne sono celebrate con le processioni dopo la messa. L’esteriorità è ridotta al minimo indispensabile e durante la processione si prega. Un giorno ad Olbia vidi una manifestazione che ingombrava varie strade di gente festosa, allegra. Ho chiesto a un sacerdote che cosa era e mi è stato detto che era una festa popolare, un misto di sacro e profano. L’unica processione vissuta nella mia infanzia era quella mariana del 15 agosto, si portava il simulacro della Madonna attraverso i campi accompagnato da una grandissima folla che era venuta specialmente dal piacentino a festeggiare la Madonna Assunta di Careno.

La gente delle Corti che partecipa alle sacre celebrazione desidera anche fare queste processioni. Qual è il loro significato? La processione è un rito religioso universale. Il suo simbolismo, il gesto di camminare insieme, risponde ad un bisogno primario di quell’aggregazione con cui il gruppo acquista consistenza. La processione aggiunge alla celebrazione liturgica un gesto di notevole valore psicologico, il pregare camminando insieme. La preghiera diventa più fervente e la comunità è potenziata nella sua unità. Insieme uniti si cammina come un corteo dietro a un gran personaggio. Si cammina non solo per arrivare ma anche per vivere la strada: la processione fa vedere gli uomini inseriti nella vita che si svolge fuori dall’ambiente dei riti. Si passa per gli stessi luoghi della vita quotidiana, ma quei luoghi diventano sacri. Mischiati nel cammino, uniti nella preghiera e nel canto, i credenti si scoprono affratellati, più coinvolti negli stessi problemi.

La processione è, inoltre, un altro segno che manifesta l’homo viator et peregrinans. Processione e pellegrinaggio sono segni contigui: la processione diventa il pellegrinaggio ritualizzato della comunità.

La processione ha dunque un forte valore religioso. La troviamo già nella Bibbia: la marcia dell’Esodo, il ritorno dall’esilio, la presa di Gerico, il trasporto dell’Arca a Gerusalemme, la processione di Neemia, la processione di Giuditta, l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme.

Liturgicamente ci sono processioni che commemorano i misteri di Cristo, processioni straordinarie, e occasionali, processioni rituali all’interno stesso della chiesa.

Le più comuni nelle Corti sono le devozionali e votive: la processione del Corpus Domini, nata con l’istituzione della festa, le processioni mariane e degli altri santi.

Gli elementi delle processioni cristiane sono: riunione in determinato luogo o partendo dalla stessa chiesa, procedere con un ordine stabilito, preghiera intensa, una metà fissata, un mistero cristiano da celebrare.

Nelle Corti il folklore è molto contenuto e solo ad alcune di esse c’è ancora un attaccamento: la processione col Cristo morto e con la Madonna addolorata, san Lorenzo, san Rocco, Maria Assunta, la Natività di Maria e in genere il patrono. La carenza dei sacerdoti ha poi ridimensionato tutto. Da quanto detto ritengo importante mantenere questo segno che rivela una struttura dell’essere umano e offre la possibilità di una preghiera più intensa. Ritengo che determinati segni non vadano aboliti perché non sono in contrasto con la liturgia ma vadano valorizzati con una appropriata catechesi.

Non è forse un’ipotesi plausibile ritenere che molti abbiano perso il gusto della pratica religiosa perché le celebrazioni si sono impoverite e ridotte solo alla messa “letta”? Mi sembra che le forme espressive della religione debbono essere molteplici? E’ proprio vero che pregare processionalmente non interessa più ai giovani?(figg.171-174)

 

Altri Esercizi di pietà cristiana:

 

Via Crucis

 

Come è ancora praticata nei nostri giorni, è nata solo nel XVII secolo, però trova i suoi precedenti storici in pratiche devozionali che risalgono al XIII secolo. In quell’epoca avvenivano drammatizzazioni dei misteri di Cristo (sacre rappresentazioni ) per la contemplazione e per la catechesi. C’era già in uso la compartecipazione alla passione di Cristo facendo un percorso che riproducesse la via dolorosa. Prevaleva l’imitazione sulla meditazione anche se vi sottostava un ricco patrimonio di fede e di dottrina. Nel XIV secolo si sente la necessità di aggiungere la meditazione al cammino. Le stazioni arrivano fino a 47 ripercorrevano un cammino voluto simile a quello percorso da Gesù (riprodurre in loco quello che il pellegrino poteva vivere andando in Palestina ). Solo in Spagna nella prima metà del XVII secolo si ha notizia della via crucis in 14 stazioni. E’ un esercizio di pietà importante, da valorizzare: in tutte le nostre chiese vi è stata collocata tanto da diventare un elemento qualificante una chiesa cattolica. Una influenza grandissima esercitano sui pellegrini le grandi via crucis a Lourdes, Fatima, San Giovanni Rotondo.

Le suggestive immagini bronzee ad altezza d’uomo che animano la via crucis del monte Castellana, scolpite da Francesco Messina, inducono a meditare sul mistero della passione di Cristo. Questo è stato uno dei temi fondamentali della vita contemplativa di Padre Pio, uomo della terra del sud e umile servo di Dio. Nella V stazione la figura del Cireneo è quella del Padre che ha portato nella sua carne i segni della passione per tutta la vita. “Soffro e soffro assai, ma grazie al buon Gesù, sento ancora un altro po’ di forza; e di che cosa non è capace la creatura aiutata da Gesù? Io non bramo punto di essere alleggerita la croce, poiché soffrire con Gesù mi è caro; nel contemplare la croce sulle spalle di Gesù mi sento sempre più fortificato ed esulto di una santa gioia”(32).

Questo esercizio di pietà dovrebbe essere una meditazione biblica e vi si dovrebbe inserire le stazioni della gloria di Cristo perché la via crucis sia anche via lucis e per evitare che prevalga solo il sentimento di partecipazione ai patimenti di Cristo avulsa da tutto il contesto salvifico.

Una pietra in arenaria(proveniente da Ticchiano, cm.67 x cm 29 x cm16,5), rozzamente squadrata , è da collegare con il discorso della via crucis. Ben visibili nella parte conservata segni cruciformi resi ad incisione. Tra gli altri si riconoscono in alto a sinistra: croce complessa con segni orizzontali e verticali aggiunti ai bracci. In basso a sinistra: tre croci sormontanti il calvario stilizzato a forma di triangolo. In alto a destra: cerchio tagliato dalla croce con braccio orizzontale desinente a cuspide. Raffigurazioni di questo tipo, chiaramente ricollegabili alla simbologia cristiana, sono da mettersi in relazione a espressioni di culto popolare e risultano piuttosto frequenti, soprattutto in luoghi montani.

In mancanza di associazioni ed elementi datanti sicuri (come nel nostro caso)un’attribuzione cronologica risulta assai difficile essendovi in concreto la possibilità che i simboli non siano stati tracciati contemporaneamente, ma in tempi successivi. Seppure si conoscono esempi piuttosto recenti (1600 - 1700) l’uso di tracciare graffiti di questo tipo risale al tardo medioevo quando, soprattutto ad opera dell’ordine francescano, viene istituita e propagandata la pratica devozionale del “cammino della croce” e, parallelamente, viene introdotto in modo massiccio il culto dei Sacri Monti e si incoraggiano pellegrinaggi lungo percorsi prestabiliti scanditi dalle stazioni della via crucis.

Oltre alla raffigurazione della croce semplice, di quella a più bracci e di quella entro il cerchio, legata ai concetti di macro cosmo e microcosmo presenti nella filosofia platonica dei Padri della Chiesa e in particolare di Sant’Agostino, ecco quindi il diffondersi anche il simbolo stilizzato del monte che ha visto la passione di Cristo(33)(fig.174 )

 

Le via crucis nelle Corti.

 

La via crucis di Valditacca fu acquistata a Milano nel secondo dopo guerra ma risalente ai primi del ‘900. L’opera è di Carlo Morgari ultimo discendente artistico della casa torinese. Le scene ricche di particolari parlano al cuore e alla fantasia del devoto. Era il desiderio del credente di essere in medias res nel grande dramma della redenzione. (fig.176)

Nella chiese di Riana e Casarola ci sono due serie di via crucis che vengono da una scuola parmense del XIX secolo. Sono realizzate ad acquatinta colorata a mano ad acquerello. Rendono con dovizie di particolari le scene evangeliche per aiutare i credenti a rivivere la passione del Signore. (fig.177)

Il pensiero della via dolorosa porta in modo inevitabile a guardare l’immagine del crocefisso.

Il cosi detto crocefisso di San Francesco ci riporta al modo in cui dall’oriente era pervenuta a noi l’immagine del Cristo sulla croce cioè il sovrano vittorioso che innalzato attira tutti e tutto a sé. E’ l’immagine di Cristo in mezzo ai redenti. Nel nostro mondo occidentale è prevalsa l'immagine del Cristo morto.

L’immagine più bella delle Corti è il crocefisso di Monchio. Proviene dalla chiesa e dal convento soppressi di S. Maria del Tempio dei Cappuccini di Parma. E’ opera di ignoto intagliatore emiliano del secolo XVII (fine) o primi decenni del XVIII. La scultura presenta una moderna croce di sostituzione, in legno di noce decapato, a bracci e terminazioni lisci; ad essa sono applicati frammenti, in legno intagliato dipinto e dorato, provenienti dalla croce originaria. Il titolo è racchiuso entro cartouche con la scritta INRI dipinta in oro su fondo nero. La raggiera è fastosa ,doppia, caratterizzata da fasci di raggi continui che si dispongono simmetricamente ai lati dei montanti e dei bracci. Il Cristo morto, con perizoma annodato al fianco, reclina il capo, coronato da una aureola a piattello, sulla spalla destra. La croce perduta è descritta nel 1928 da G. Copertini come monumentale. La figura di Cristo, particolarmente sensibile, nel modellato risentito e nella posa lievemente contratta alle istanze espressive del seicento, caratterizzata da accenti di forte patetismo e dinamismo nel perizoma accartocciato e svolazzante sostenuto da una corda, rivela una buona qualità nella resa anatomica ed una spiccata incisività espressiva(16)(fig.178)

In tutte le chiese parrocchiali c’è la reliquia del santo legno della croce. La festa del 14 settembre(Esaltazione della Santa Croce) è l’anniversario della dedicazione delle basiliche costantiniane, erette sul Calvario e sul santo sepolcro; ma l’uso vi ha annesso il ricordo del ritorno della reliquia della vera croce, ripresa dall’imperatore Eraclio a Cosroe, re dei Persiani. Secondo la tradizione Eraclio, rivestito delle insegne imperiali, portò egli stesso la sacra reliquia, ma giunto ai piedi del Calvario, gli fu impossibile avanzarsi. Il patriarca Zaccaria avendogli consigliato di deporre tutto quello che nel suo abbigliamento era contrario alla povertà e all’umiltà di Cristo, l’imperatore smise subito i suoi abiti sontuosi, e vestito come uno del popolo, a piedi nudi, poté fare il resto del cammino e deporre la croce sul monte.

A Monchio si conserva il sacro legno in una stauroteca in argento del secolo XIX. Il reliquiario è a forma di croce con terminazioni e ricettacolo cruciforme, caratterizzato da un’ornamentazione esuberante e ricchissima di dettagli descrittivi connessi ai temi e ai simboli della Passione.(fig.179)

Forniamo l’immagine della croce penitenziale di Casarola in quanto si presenta nel miglior stato di conservazione anche perché recentemente restaurata. La croce serviva per fare la via crucis: è ricca dei segni della Passione. Questo modo di fare la croce è comune in tutte le Corti di Monchio(fig.180).

Collegabili con questa religiosità pietistica prima del concilio Vaticano secondo sono i vari cristi morti: chiesa di Pianadetto, di Rimagna, di Monchio e di Ceda. La celebrazione del venerdì santo più che meditazione della passione era occupata per i preparativi per la grande processione della sera, in cui la confraternite sfilavano con le loro divise.

A Monchio insieme col Cristo morto, si portava in processione la statua della Madonna addolorata con il relativo stendardo.(fig.181.) Grande era la devozione popolare dei monchiesi per la Vergine addolorata se fin dagli inizi del ‘900 sentirono il bisogno di costituirsi in confraternita dell’Addolorata che durò fino all’epoca del Concilio Vaticano II. Notevole importanza ha sempre avuto la processione del venerdì santo(fig.182)

 

 

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