RIFLESSIONI ATTUALI - SIGNIFICATO DEL NATALE PER I PICCOLI E I GRAND (a cura di Ileana Mortari)

NEWSLETTER “ALLA RICERCA DELLA VERITA’ “ N.30 del 6/12/16

 

di Ileana Mortari

 

Anche questa lettera del 6-12 (come la N.29) si rivolge in particolare a chi educa. Ho giusto cominciato a leggere un libro che mi sembra promettente: “Genitori si può fare” (Conoscere i bambini da 0 a 10 anni) dello psicologo Ezio Aceti (ed. San Paolo), che reca come introduzione al testo questa bellissima citazione:

 

Voi dite: è faticoso frequentare bambini. Avete ragione. Poi aggiungete: bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli.

Ora avete torto. Non è questo che più stanca. E’ piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi per non ferirli.” (Janusz Korczak)

 

In molti, grandi e piccoli, mi hanno chiesto delle spiegazioni della festa di Natale. Ho messo la mia risposta in questa lettera, inviata ovviamente per tempo perché possa essere utilizzata, in tutto o in parte (a seconda delle domande dei piccoli) prima dell’arrivo del gran giorno.

 

 

CHE COSA SIGNIFICA IL NATALE?

Perché lo festeggiamo?

 

Letteralmente natale significa "nascita". Il 25 dicembre di ogni anno si celebra la nascita di Gesù. Come mai? Lo si festeggia dal giorno in cui è nato?

 

Gesù nacque quasi certamente nel 6 a. Cr., cioè nell’anno 747 dalla fondazione di Roma. Perchè invece nel nostro calendario l’anno della sua nascita risulta l’anno “zero”, o meglio l’anno 1 a. Cr., visto che lo zero non era nemmeno conosciuto in Europa a quell’epoca?

 

Questo fatto è dovuto a un errore di datazione del monaco Dionigi il Piccolo (6° sec. d. Cr.), che peraltro introdusse in Europa il computo degli anni dalla venuta di Cristo. Una conferma della data di nascita del 6 a. Cr. viene anche dal fatto che proprio tra l’8 e il 6 a. Cr. si ebbe il censimento dell’imperatore Augusto nelle province dell’impero romano; è quello di cui parla l’evangelista Luca quando narra le circostanze in cui Gesù venne al mondo.

 

Occorre precisare inoltre che il giorno effettivo della nascita non è il 25 dicembre, per le seguenti ragioni.

 

Anzitutto si può ipotizzare che il viaggio di Giuseppe e Maria per il censimento dell’anno 8-6 a. Cr. non abbia avuto luogo nella stagione invernale per problemi logistici (ruscelli non guadabili, difficoltà per l'addiaccio notturno), ma piuttosto in primavera o estate.

 

Inoltre il vangelo di Luca dice che la notte in cui nacque Gesù alcuni pastori vegliavano facendo la guardia al loro gregge. Ma in dicembre in Palestina siamo in pieno inverno, con precipitazioni e frequenti gelate, quindi è impossibile che i pastori stessero all'aperto di notte; solo a partire da marzo, con il miglioramento delle condizioni climatiche, essi cominciano a star fuori di notte.

 

Perchè allora si celebra la nascita di Gesù il 25 dicembre? La risposta è complessa, perché per ben tre secoli non ci fu consenso sulla data delle celebrazione nelle varie chiese.

 

Ma nel 4° sec. avvenne un fatto importante: si diffuse una pericolosa “eresia”; ricordiamo chel’eresia è una dottrina contraria alla verità rivelata da Dio e professata dalla Chiesa. Ora questa eresia, detta ariana (da Ario, che la formulò) sosteneva che Gesù non è realmente Dio; è un uomo eccezionale, una creatura perfetta, ma non è Dio.

 

Il Concilio di Nicea (325 d. Cr) dichiarò invece solennemente che Gesù è Dio fin dalla sua nascita e stese il "Credo di Nicea" in cui si afferma:".....Credo in un solo Signore Gesù Cristo, unigenito figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli, Dio vero da Dio vero”. Ma, nonostante la clamorosa sconfitta, l'eresia ariana continuò a diffondersi.

 

Così papa Giulio I° (IV° sec.) propose di celebrare la festa della nascita di Gesù, il Bambino-Dio, per riaffermare la verità.

 

Ma, di fronte alla mancanza di dati certi sulla data della nascita di Gesù, qualcuno (non si sa chi) ebbe un’idea interessante: associare la celebrazione ad un’altra festa molto popolare del folklore romano, chiamata “il giorno del sole invitto= non vinto”, anzi il “Giorno della nascita del Sole Invitto".

 

Come eranata questafesta nell’Antico Oriente? E’ noto che nell’emisfero nord, man mano che dicembre (cioè l’inverno) avanza, si accorciano i giorni; l’oscurità si prolunga e il sole diventa sempre più debole e incapace di dissipare il freddo.

 

Inoltre esso sorge sempre più tardi e tramonta sempre prima. Finchè giunge il 21 dicembre, il giorno più corto dell’anno, detto solstizio d’inverno; solstizio viene dal latino solstitium, che significa letteralmente "sole fermo" (da sol, "sole", e sistere, "stare fermo”).

In quell’occasione la gente primitiva d’un tempo si domandava: “Il sole si è fermato. Dunque sparirà? Le tenebre e il freddo avranno la meglio? Triste destino ci attenderebbe in questo caso!”

 

Invece la realtà è diversa. A partire dal 22 dicembre i giorni cominciano lentamente ad allungarsi. Il sole non è stato vinto dalle tenebre. Occorreva festeggiare l’evento straordinario e così si decise di celebrare la festa del Sole invitto (e della sua nascita) il 25 dicembre, quando la durata del giorno aveva già iniziato ad aumentare e si era certi che avrebbe continuato in tal senso: era la festa del sole sempre rinascente e vincitore delle tenebre.

 

I cristiani si resero conto che il significato di quella festa poteva ben applicarsi a Colui che era il vero Sole, in senso spirituale. Lo aveva detto il profeta Malachia nel V° secolo: nella pienezza dei tempi “sarebbe sorto con raggi benefici il Sole di Giustizia” (Mal.3,20); anche l’evangelista Luca scrisse: “Verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge…. (Lc.1,78) e addirittura dall’Apocalisse (21,23) sappiamo che negli ultimi tempi non ci sarà più bisogno del sole, perché l’astro sarà rimpiazzato da Gesù, il nuovo sole che ci illumina già oggi.

 

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Gesù conoscerà le tappe di crescita comuni ad ogni bambino, ma nello stesso tempo sarà assolutamente diverso da tutti gli altri bambini, perché, come abbiamo visto, è “l’uomo-Dio”: umanità e divinità cresceranno insieme in lui fino alla maturità (30 anni), quando comincerà a predicare per un periodo di tre anni lungo le strade della Palestina.

 

Per questo nella notte di Natale, detta anche Notte Santa, adoriamo questa creatura straordinaria e riflettiamo sui Suoi doni; certo, Gesù Bambino porta sempre ai piccoli dei regali concreti (giochi- dolciumi, etc.) che rendono più bella e allegra la festa natalizia.

 

Ma i doni più importanti sono quelli spirituali, di cui il piccolo Gesù è portatore:

 

  • Anzitutto Egli l’Amore: in tutta la sua vita non farà altro che dimostrarci in concreto che DIO E’ AMORE. Se ogni uomo della terra in questo giorno facesse almeno un gesto di amore, forse qualcosa cambierebbe…..

 

  • Poi è il “Principe della pace” (profeta Isaia) e non occorrono parole per dire di quanta pace ha bisogno il mondo; pace significa non violenza; chiediamo al Bimbo divino di re-insegnarci a convivere fraternamente, nel dialogo costruttivo, senza invidia, odio e malvagità, ma con accoglienza, pazienza, comprensione, dedizione.

 

  • Infine è la GIOIA, perché questa è la conseguenza di ogni incontro con Gesù, che ti regala amore, amicizia, serenità, sicurezza, perché con Lui non sei mai solo, anche nei momenti più difficili.

 

 

 

 

Simboli di Natale

 

Il presepe

In ogni casa viene allestito un presepe (o presepio), che rappresenta la scena della nascita di Gesù realizzata per mezzo di statuine di materiale vario.


La scena tradizionale ha i suoi elementi principali nella grotta o nella capanna, dove una mangiatoia accoglie Gesù Bambino, con a lato la Madonna, San Giuseppe, il bue e l'asinello, e al di fuori pastori e pecorelle, l'Arcangelo Gabriele, l'arrivo dei tre re magi, il tutto su un tappeto di muschio e un cielo di stelle, tra cui la luminosa stella cometa.


Il primo presepe, secondo la tradizione, sarebbe stato composto da San Francesco nel 1223 a Greccio. L'uso del presepe natalizio prese piede nei secoli successivi, dal 1600 in poi, uso che ha dato poi origine a una produzione artigianale che vide i suoi centri maggiori a Genova e soprattutto a Napoli, dove si affermarono presepi ricchissimi, composti da statuine rappresentanti ogni categoria sociale, e spesso con personaggi moderni, notevoli per caratterizzazione espressiva. Accanto a questi presepi si svilupparono presepi popolari, in materiali poveri (argilla, cartapesta, legno), presepi sommersi in mare o fiumi, presepi viventi.

 

 



La stella cometa

La stella cometa è senza dubbio uno dei simboli che non possono mancare in un presepe. Di questo fenomeno astronomico che annuncia la nascita di Gesù parla solo il Vangelo secondo Matteo. I tentativi scientifici, di identificare se davvero un corpo celeste sia stato visibile sul cielo di Gerusalemme sono stati moltissimi ma non si è raggiunto alcun risultato certo; anche gli esegeti sono divisi tra chi ammette la realtà di una particolare congiunzione di pianeti e chi no. Le rappresentazioni della natività, quindi dei presepi, hanno comunque cominciato ad avere questo astro posto esattamente sopra la piccola capanna dove Gesù è nato. Di esempi ve ne sono moltissimi, prendiamo per esempio “L'Adorazione dei Magi” di Giotto, in questo affresco è ben visibile la Stella Cometa, che già all'epoca era riconosciuta come simbolo della natività.

 

 

 

L'albero di Natale

Risale ai riti pagani del ceppo, bruciato a partire dal solstizio invernale, spiegato a pag.2. Simbolicamente bruciava il passato e vi si coglievano anche i segni del futuro: le scintille che salivano nella cappa indicavano il ritorno dei giorni lunghi. La cenere raccolta veniva poi sparsa nei campi con l’auspicio di abbondanti raccolti.

L'usanza di adornare l'albero di Natale in occasione della festa fu prerogativa degli antichi popoli germanici che festeggiavano il passaggio dall'autunno all'inverno bruciando enormi ceppi nei camini e piantando davanti alle case un abete (scelto per la sua caratteristica di essere sempre verde, e dunque simbolo di vita) ornato di ghirlande.

La tradizione si estese presso molti altri popoli del nord Europa e cominciò ad accompagnare la ricorrenza natalizia. Alle ghirlande si unirono nastri e frutti colorati, poi le candeline, fino a quando, verso la metà del 1800, alcuni fabbricanti svizzeri e tedeschi cominciarono a preparare leggeri e variopinti ninnoli di vetro soffiato che diventarono di moda e costituirono l' ornamento tradizionale dell'albero natalizio. Poi arrivarono anche le lampadine e le decorazioni di plastica; oggi non c'è più limite alla fantasia per creare addobbi e abbellimenti per i rami.


Nelle case italiane l'albero di Natale è arrivato da pochi decenni e in circostanze curiose. Verso la fine del 1800 questa moda dilagava in tutte le corti europee tra le famiglie della nobiltà. Anche la regina Margherita, moglie di Umberto I, ne fece allestire uno, in un salone del Quirinale, dove la famiglia reale abitava. La novità piacque moltissimo e l'albero divenne di casa tra le famiglie italiane e popolarissimo tra i bambini.


Anche nella tradizione cristiana troviamo "l'albero": l'abete nei tempi antichi era l'Albero Cosmico, cioè la manifestazione divina del cosmo. Poi viene identificato in Gesù e nella sua luce: l'illuminazione dell'albero è l'illuminazione di Cristosull'umanità, mentre i frutti, i doni, le decorazioni simboleggiano la sua generosità verso di noi.

 

 

 

E BABBO NATALE LO LASCIAMO FUORI ?

Certamente no, anche se molti pensano che non sia un personaggio della tradizione cristiana e venga fatto conoscere soprattutto ai bambini che non hanno una formazione religiosa e quindi non aspettano i doni da Gesù Bambino.

 

Come dire: occorre scegliere tra Gesù Bambino e Babbo Natale?

 

No, non è necessario perché, in barba alla versione commercializzata con la Coca Cola negli Stati Uniti, le radici di Babbo Natale affondano in un tempo molto lontano, il IV° secolo d. Cr., e chiaramente cristiano; occorre risalire a un vescovo turco realmente esistito e diventato santo, di nome San Nicola che, secondo la tradizione, di notte lasciava le vesti preziose del religioso e si vestiva comunemente, per portare sacchi di monete nelle case delle famiglie più bisognose. Era il vescovo di Myra, in Anatolia, e partecipò anche al Concilio di Nicea del 325, quello che sconfessò l’eresia ariana.

 

Così nella tradizione popolare il santo divenne il “portatore di doni” per antonomasia, aiutato nelle sue generose spedizioni da un fedele asinello.

 

In versioni posteriori semplificate per i bambini, San Nicola regalava cibo alle famiglie meno abbienti calandoglielo anonimamente attraverso i camini o le loro finestre.

 

Nell’XI° sec. le sue spoglie furono trasportate a Bari, dove è venerato come patrono, e ritenuto protettore dei piccoli.

 

Nacque così la figura del vescovo S. Nicolò (Sankt Nikolaus nei paesi di lingua tedesca), che il 6 dicembre (giorno della sua festa), porta regali ai bambini. La data poi, in quasi tutta Europa, venne assorbita da quella più importante del Natale.

 

Gli scrittori e gli artisti trasformarono il vescovo col suo manto e la mitria (particolarecopricapo a due punte) nella figura di una persona anziana, con la barba bianca, il manto e il cappuccio.

 

Parallelamente in Inghilterra nascevano le figure di due personaggi: Sir Christemas, che annunciava l'arrivo del Natale, ma non era vecchio e non portava regali, e lo Spirito del Natale Presente nominato da Charles Dickens nel suo Canto di Natale.

 

Col tempo i personaggi si fusero nella figura di un distinto e saggio uomo anziano, solitamente rappresentato con abiti verdi, che prese il nome di Father Christmas o Old Christmas. Da qui il nome del nostro Babbo Natale.

 

Il vignettista americano Nast cominciò a disegnare Babbo Natale per Harper's Weekly nel 1862, e continuò per ben 30 anni, cambiando il colore del suo mantello da quello verde o marrone a quello rosso che tutti oggi conosciamo (e che la pubblicità della Coca Cola ha fatto proprio).

 

Lo stesso Nest stabilì persino la residenza ufficiale del buon vecchio, ambientandola al Polo Nord, con tanto di ufficio in Finlandia (Post Office, SF 96930 Rovaniemi, Finlandia), dove i bambini possono spedire le loro letterine.

I coloni olandesi, per i quali S. Nicolò era Sinter Klaas(che significa “il compleanno del Santo”), lo immaginavano in cielo in sella a un cavallo e, in seguito alla loro emigrazione, lo portarono in America, dove il vescovo diventò il Santa Claus con le renne e la slitta volante.

 

CONCLUSIONE: il mio parere personaleè che, essendoci tantissimi bambini nel mondo, Gesù Bambino e Babbo Natale possano aiutarsi a vicenda nell’amorevole distribuzione dei doni.

RIFLESSIONI ATTUALI - ESCATOLOGIA: INFERNO PURGATORIO PARADISO E FINE DEL MONDO (a cura di Ileana Mortari)

I° INFERNO

 

Nell’immaginario comune anche odierno, vista la tradizione secolare cristiana circa l’aldilà, diffusa anche da grandi opere artistiche e letterarie (pensiamo solo alla “Divina Commedia” dantesca), non mi stupirei se trovassi qualcuno che vede l’inferno e il purgatorio come due luoghi di penitenza e condanna, caratterizzati soprattutto da un fuoco inestinguibile. In effetti sia la Bibbia che la Tradizione hanno fornito questa immagine per secoli: “inferno” viene dall’aggettivo latino infernus = posto sotto o in basso; il neutro infernum è stato poi usato come sostantivo per indicare il “mondo infernale”, dimora dei demoni e delle anime dannate. D’altronde, come noto, il cristianesimo è una religione “incarnata” nella storia e nelle varie epoche e per comunicare il suo messaggio si serve degli strumenti culturali del tempo. La tradizione popolare ha poi accumulato rappresentazioni assurde, indegne della fede in un Dio che è amore.

 

Appunto in forza di questa “dimensione storica”, si dovette arrivare al secolo scorso (vedi Newsletter N.25 pp.2-3) per rendersi conto che Inferno Purgatorio Paradiso non sono luoghi, ma “stati” o “condizioni”; di conseguenza anche il ricco apparato di strumenti di pena e segni di dolore (tormenti, geenna, fornace ardente, tenebre, pianto e stridor di denti, verme che non muore, etc.), andava interpretato.

 

Così ad esempio, spiega San Giovanni Paolo II: ”Le immagini evangeliche esprimono l’estrema frustrazione e vuoto di una vita senza Dio. L’inferno indica la situazione a cui giunge colui che liberamente e definitivamente si allontana da Dio, fonte di vita e di gioia.”

 

Dunque, come affermato da vari documenti del Magistero della Chiesa, l’inferno esiste (è un dogma della Chiesa Cattolica); vi cade chi è recidivo nel peccato, e consiste soprattutto nella perdita irrecuperabile di Dio e del Paradiso. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) aggiunge: “Morire in peccato mortale senza esserne pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da Lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva autoesclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola “inferno” (n.1033).

 

Il “sentire” popolare e tradizionale, anche per analogia con le punizioni eterne di altre religioni, coglie in genere dell’inferno questo aspetto: la disgraziatissima condizione di chi non si è pentito in tempo, uno status che durerà in eterno, senza alcuna maniera di riscatto o di “seconde possibilità”.

 

Ma anche in questo caso (come visto per il giudizio nella precedente Newsletter) le recenti acquisizioni della teologia e del Magistero, con l’utile apporto delle scienze umane, ci portano ben lontano da tale desolante conclusione.

 

Anni fa, Padre Giuseppe Moretti scriveva su “Presenza cristiana”: “La pedagogia della paura [purtroppo usata per secoli! ndr] sembra ottenere effetti utili in prima battura, ma sui tempi lunghi crea danni gravi alla personalità: le impedisce di crescere. Una grossa difficoltà a questo riguardo credo nasca da una concezione ancora troppo giuridica del peccato e del conseguente rapporto che si stabilisce fra Dio e il peccatore. Se il peccato è fondamentalmente la violazione di una norma, l’uomo diventa debitore nei confronti di Dio…..di un debito insolvibile.

Ma la concezione biblica del peccato fa riferimento a una storia di amore in cui Dio ha inserito l’uomo, facendone oggetto di attenzioni paterne-materne; l’individuo che pecca offende Dio nel senso che crea un grave danno a se stesso. Per usare un’analogia potremmo rifarci a un esempio di vita familiare. I genitori insistono perché il figlio eviti di fumare, di abusare dell’alcool o degli spinelli o perché non frequenti una certa persona che lo rovina……Il figlio non dà loro retta e abusa di alcool, fumo, spinelli, etc. La vita di quel ragazzo ne rimane fortemente penalizzata. I genitori ne soffrono, non per qualcosa che li tocchi direttamente, ma per quanto vedono creare sofferenze al figlio. Sono fortemente dispiaciuti, ma si trovano con le mani legate e finchè il figlio non si renderà conto del danno, non potranno fare nulla.

 

Anche Dio non farà nulla per impedire, perché la libertà è il bene fondamentale dell’uomo e Dio non interverrà mai a limitarlo. Allora tutto si gioca sulla libera decisione del singolo, che sappiamo non è mai scevra da influenze. E’ anche rischioso usare espressioni come: “ma se l’uomo rifiuta Dio…..Se l’uomo sceglie liberamente e ostinatamente una strada sbagliata…….” Perché questo presupporrebbe, nell’uomo, una chiarezza e una obiettività di scelta, che non è mai possibile in senso assoluto.

Chi ci assicura che noi abbiamo una vera visione di chi è Dio per noi e di chi siamo noi per Lui? Chi di noi ha di conseguenza una corretta idea della negatività del peccato e dell’inferno? Se noi avessimo una chiara visione di Dio, avremmo un’altrettanto chiara idea della negatività del peccato e delle sue conseguenze. Se noi avessimo queste due chiarezze, allora sì che la nostra scelta sarebbe una vera libera scelta. La conclusione che potremmo tirare a questo punto è: più che dipingere a colori oscuri l’inferno, presentiamo nel modo più vero il volto di Dio e la luce della Sua promessa e soprattutto la sofferenza che Egli prova per il peccatore che danneggia se stesso: sarà l’antidoto più efficace all’inferno.”

 

E allora, più che presentare l’inferno con fuoco e tormenti, cerchiamo di ricordare la condizione a cui porta chi non si converte: l’inferno è una condizione di totale solitudine.

“Potremmo figurarcelo come una gabbia fatta di specchi; vi si può vedere solo il proprio volto moltiplicato all’infinito e nessun altro sguardo viene a incrociarlo.” (Paul Evdokimov) “L’inferno è non amare più!” (G. Bernanos);  “Che cos’è l’inferno? La sofferenza di non poter più amare”. (Dostojewski)

 

A questo punto dobbiamo anche ricordare che, accanto alle minacce con immagini di castighi tremendi (peraltro da interpretare), troviamo nella Bibbia molte affermazioni (senza immagini) inequivocabili: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1°Tim.2,4) ; “Il Signore è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2° Pt.3,9); “Il Padre ha sottomesso al Figlio ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti” (1° Cor.15,28).

 

 

Da notare che il dogma dell’universalità della redenzione è fra le verità più grandi che siano mai state annunciate all’umanità (Paolo VI°)

 

Dunque esiste l’inferno e deve esserci, perché garantisce alla libertà dell’uomo di rifiutare Dio e Dio rispetta la scelta della sua creatura; ma nello stesso tempo il medesimo Dio vuole salvare tutti. E allora come la mettiamo?

Il famoso teologo svizzero Von Balthasar nel 1981 fece una proposta (purtroppo fraintesa perchè grossolanamente deformata dai mass media) che in pratica diceva: l’inferno c’è; ma, poiché il Creatore vuole tutti salvi, possiamo SPERARE(la speranza è una tre virtù teologali) che, a parte i demoni e Satana, l’inferno sia vuoto; egli non dice di sapere che è così, perché “noi non abbiamo alcun diritto e alcuna possibilità di conoscere in anticipo la sentenza del giudice”; ma questo può essere l’oggetto della nostra speranza. Prosegue sempre Von Balthasar: «Questo è il motivo per cui la Chiesa, che ha canonizzato e continua a dichiarare santi tanti individui, non si è mai pronunciata sulla dannazione di alcuno; neppure su quella di Giuda… Chi può sapere di che tipo fu il pentimento che egli provò, quando vide che Gesù era stato condannato?».

Immagino subito le obiezioni: ma la Madonna a Fatima nel 1917 ha mostrato l’inferno ai tre fanciulli: “anime portate dalle fiamme……che cadevano da tutte le parti…tra grida e gemiti..” (p.27 de “Il messaggio di Fatima, Congregazione per la Dottrina della Fede, Paoline, 2.000). Ebbene, anche qui vale il discorso fatto prima circa il linguaggio immaginifico che va interpretato. Il commento teologico dell’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede Card. Ratzinger scrive a p.55 del testo prima citato: “Non ogni elemento visivo deve avere un concreto senso storico; conta la visione come insieme…..….il centro della profezia; la visione diviene appello alla penitenza e guida verso la volontà di Dio”

Anche vari veggenti asseriscono di aver visto con i loro occhi anime dannate all’inferno. Sarà il caso di chiarire, ancora con Ratzinger, che “nessuna apparizione è indispensabile alla fede, visto che messaggi e segreti nulla aggiungono alla Rivelazione di Gesù.” Del resto al cristiano deve bastare la Sacra Scrittura per credere. Quando c’è più interesse per le rivelazioni private che per il Vangelo, siamo in presenza di una patologia della fede.

Certo, se si aderisce all’ipotesi di Balthasar, sorgono ulteriori interrogativi tipo: Ma Dio non vorrà mica mettere sullo stesso piano Hitler e Santa Madre Teresa???!!! Certamente no!!! Dio conosce strade note a Lui solo per raggiungere e scalfire anche il più duro dei cuori; ma, come dissi nella Newsl.N.25 a pag.2, la domanda sul come appartiene al mistero. Sappiamo per certo solo che Dio non si arrenderà mai: glielo impedisce il suo essere Padre di ogni creatura venuta al mondo.

II° - PURGATORIO

 

Dal latino “purgatorium”, che a sua volta deriva dal verbo “purgare” = purificare.

Anche per il Purgatorio vale quanto detto per l’inferno; a lungo ritenuto un luogo, ora è invece definito come uno “stato” o “condizione” in cui l’essere umano, subito dopo la morte, nell’incontro con Cristo, viene completamente purificato per raggiungere la maturità spirituale e la santità necessarie per poter entrare nella gioia del cielo; infatti – come scrive Varillon – “per essere uniti a Dio in comunità di vita, bisogna che noi siamo tutto amore, come lui stesso è tutto amore.”

 

C’è sofferenza nella condizione del Purgatorio? Sì, in qualche modo all’uomo risulterà doloroso trovarsi incompleto dinanzi a Cristo. Sarà amaro per lui sciogliere istantaneamente tutto ciò che si è venuto attorcigliando e aggrovigliando durante la sua vita, con i suoi peccati. Con questo dolore di vedersi difettoso, purificherà con angoscia le sue mancanze. Ecco perché la Chiesa ha sempre dato molta importanza alla preghiera per i defunti: può abbreviare ai nostri cari questo percorso di purificazione. Infatti il suffragio è una forma di solidarietà, attraverso l’unica via di comunicazione che abbiamo con loro: la preghiera.

 

Quanto al fuoco, pure esso tradizionalmente attribuito al Purgatorio come strumento di punizione, ecco invece un’altra spiegazione autorevole del card. Ratzinger: “Il Purgatorio diviene un concetto specificamente cristiano se lo si intende nel senso cristologico, cioè che il Signore stesso è il fuoco giudicante, che trasforma il soggetto e lo rende conforme al suo corpo glorificato.”Già nel XV° sec. S. Caterina da Genova diceva “il fuoco del Purgatorio è l’amore di Dio che ci brucia finchè non riesce a farci ardere a nostra volta.” (sul Purgatorio si veda anche il CCC N°1030-1031-1032)

 

 

III° - PARADISO

 

Ormai è chiaro che anche il Paradiso non è un luogo, ma uno stato, una condizione.

Catech. Chiesa Cattol. N.1023: Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono “così come egli è” (1° Gv.3,2), faccia a faccia.

N.1028: A motivo della sua trascendenza, Dio non può essere visto quale è se non quando Egli stesso apre il suo Mistero alla contemplazione dell’uomo e gliene dona la capacità.

In pratica ho già parlato di questa 3° condizione nella Newsl.N.25 pp.3-4: Come sarà la nostra vita in cielo?

 

 

IV° - IL GIUDIZIO UNIVERSALE (O FINALE)

 

CCC N.1040: “Il Giudizio finale avverrà al momento del ritorno glorioso di Cristo. Soltanto il Padre ne conosce l’ora e il giorno…..Per mezzo del suo Figlio Gesù pronunzierà allora la sua parola definitiva su tutta la storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l’opera della creazione e di tutta l’economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la Provvidenza divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo.

Il giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte.”

 

Data la dimensione atemporale dell’aldilà, in pratica i due giudizi (individuale-particolare e universale-finale) coincidono e ora si dice che il giudizio è INSIEME particolare e universale: particolare perché riguarda il valore delle singole persone, universale perché nessuno vi si può sottrarre e perché tutta l’umanità vi apparirà simultaneamente giudicata.

V° - FINE DEL MONDO: CIELI E TERRA NUOVA

 

 

Dalla Scrittura sappiamo che la fine del mondo e della storia sarà preceduta dallo “scontro” finale tra Gesù Risorto e l’Anticristo, una figura difficilmente definibile, forse un simbolo che riassume in sé tutte le forze del male di tutti i tempi. Come avverrà questo? In un modo dl tutto inimmaginabile; infatti non ci saranno battaglie, scontri, lotte, guerre…..Ma “il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà con lo splendore della sua venuta.” (2° Tess.2,8).

 

L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte: “La morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco….” (Apoc.20,14)

E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi……..” (Apoc.21,1). Nell’universo scoppierà come un uragano di vita! Dice ancora il libro dell’Apocalisse che non ci saranno più morte, né lutto, né grida, né affanno, perché le cose di prima sono passate.

 

Da notare che c’è una corrispondenza sorprendente tra la situazione di un mondo senza male intravista nel 1° racconto della Genesi relativo alla creazione della terra e dell’uomo, e la situazione di piena positività che vediamo realizzata nella soprastante citazione. E’ come un cerchio che si apre e si chiude solo sul BENE.

 

Concludo con una citazione di Mons. Cosmo Ruppi: “L’umanità sarà trasformata; la terra piena di guai e di problemi cederà il posto a una terra nuova e si realizzerà il disegno di una nuova creazione. Tutti i giusti entreranno nella Gerusalemme celeste; Dio si troverà in mezzo agli uomini. Si realizzerà così l’unità di tutti gli uomini, finiranno le divisioni, le nazioni, le lingue; non ci saranno più ricchi e poveri, dotti e ignoranti; la città dell’uomo finirà e avrà inizio la città di Dio, profetizzata dall’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse: ci saranno solo l’amore e la pace. Anche la creazione sarà completata e il mondo nuovo sarà il tempio eterno di Dio insieme ai suoi giusti…………….Dio prepara una nuova abitazione per l’uomo, una nuova terra in cui abiterà la giustizia. La felicità non sarà più un desiderio, ma il dono che Dio farà all’umanità intera.”

 

E, per concludere, torniamo ancora al grande Ratzinger: “La vita eterna non è una lunga durata, ma l’espressione della qualità di un’esistenza in cui scompare la durata come successione di infiniti istanti….., in cui tutto confluisce nel qui e ora dell’amore, nella nuova qualità dell’essere”; una qualità di vita che noi viviamo fin d’ora, tanto da poter sperimentare già qui in terra la bellezza del Paradiso o la bruttezza dell’inferno.

 

Nel 1° caso la stessa Parola di Dio ci rassicura “In verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna” (Gv.6,47) e “Chi mangia di questo pane [l’Eucarestia] vivrà in eterno” (Gv.6,51).

Abbiamo tantissimi esempi di “vita paradisiaca” in terra, se solo ci accostiamo alle vite dei santi; non è un caso che San Filippo Neri (XVI° sec.) che si dedicò al recupero di ragazzi sbandati e trovatelli, di tanto in tanto buttasse in aria il suo cappello esclamando: “Paradiso! Paradiso!

 

Anche chi non crede in Dio, ma ha una coscienza retta, cerca con onestà la verità, e soprattutto ama il prossimo e pratica con dedizione le opere di misericordia [in questo 2016 nessuno può ignorarle! [Cfr.Matteo 25,39: “Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?], può sperimentare il paradiso in terra.

 

E, ovviamente, spero che tanti (se non tutti) di noi (io mi ci metto senz’altro) abbiano più di una volta sperimentato la gioia profonda del credere, dell’amare, del sacrificarsi per un grande ideale, del “ricevere” più di quanto si crede di “dare”…….e ognuno potrebbe aggiungere la sua esperienza terrena di “paradiso”.

 

Nel secondo caso le frasi di pag.2 descrivono efficacemente la situazione infernale; inoltre si può constatare che fare il male in sostanza non paga mai e che “Rendere odio per odio moltiplica l’odio aggiungendo più profonda oscurità a una notte già priva di stelle.“ (Martin Luther King).

 

Chiediamoci: “Quante persone vivono già all’inferno, lontane da Dio, cariche di crudeltà, totale indifferenza, disumanità, odio, livore, non amate da nessuno e rose da una voglia mai soddisfatta di vendetta?” Tantissime, purtroppo. Che cosa si può fare per loro? Testimoniare la bellezza della vita paradisiaca già in terra e pregare lo Spirito Santo che le illumini e faccia ritrovare loro la coscienza.

 

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P.S. 3 Newsletter sull’aldilà e l’escatologia (per un totale di 17 pagg.) mi sembrano il massimo (est modus in rebus!) che la sottoscritta possa ammannire ai suoi 2.000 lettori; ma per onestà intellettuale devo almeno elencare le altre questioni collegate all’assunto, non così basilari per capire il discorso che ho cercato svolgere nei suoi punti essenziali, ma indubbiamente interessanti:

 

L’aldilà nelle varie religioni - l’Anticristo – l’anima - l’apocatastasi – la coscienza - la cremazione – i demoni - l’eternità dell’inferno – grazia - l’immortalità dell’anima – le indulgenze (parziali e plenarie) - il Limbo – morte e peccato – morte e peccato originale – l’opzione finale - la Parusia – la predestinazione – la Provvidenza - il rapporto anima/corpo – la redenzione - la retribuzione - la salvezza - lo stato intermedio.

RIFLESSIONI ATTUALI: VIVA LE DONNE! (a cura di Ileana Mortari)

Gli articoli che seguono vogliono essere un’ ”icona” di tutte le donne di tutto il mondo, che si sono impegnate e si impegnano senza risparmio (talvolta anche a prezzo della vita) per il BENE COMUNE.

 

Onoriàmole, facendo anche noi quanto è in nostro potere perché quell’espressione non resti lettera morta.

 

Dal “Corriere della sera” 2-11-16

 

LA PARTIGIANA CHE SFIDO’ LA P2 E’ MORTA NELLA SUA CASA DI CASTELFRANCO VENETO

di Marzio Breda

 

Ma chi te lo fa fare, Tina? Va a finire che sopra il tuo scranno ci mettiamo un fiore, lo capisci?

Così, scuotendo la testa con l’aria di chi non ammette tanta ostinazione, dice un giorno un parlamentare a Tina Anselmi, mentre le passa davanti a Montecitorio nel periodo più critico per i lavori della Commissione Parlamentare di inchiesta sulla Loggia P2, da lei presieduta.

 

Sono in parecchi, allora, colleghi e non, a mostrarsi fintamente preoccupati quando la incrociano. Tentativi di intimidirla all’insegna del “lascia perdere”, che l’ex partigiana conosciuta a Castelfranco Veneto con il nome di battaglia di “Gabriella”, appunta la sera nel diario. Li trascrive spesso senza commenti, come una sorta di memorandum a se stessa: ma possibile che debba ancora far capire loro di che pasta son fatta?

 

In realtà, se quegli interlocutori riflettessero sul percorso umano, politico e civile della Anselmi, si guarderebbero da qualsiasi obliqua minaccia o delegittimazione, scoprendola inutile. Infatti, da militante della Resistenza a insegnante, da sindacalista della Cisl a esponente politica, parlamentare e ministro della DC, prima donna alla guida di un dicastero, lei aveva già dimostrato molte volte il suo senso de l BENE COMUNE E DELLO STATO, per consentire a chiunque l’idea che potesse essere condizionabile sulle questioni di principio.

 

Non a caso, una sua “sentenza politica” cui resterà coerente suona così: “Basta una sola persona che ci governa ricattata o ricattabile, perché la democrazia sia a rischio”.

 

Il banco di prova definitivo, per lei, viene proprio quando la presidente della Camera, Nilde Iotti, le affida – con il sostegno di Sandro Pertini – l’indagine sulla P2. E’ il 23 settembre 1981 e l’Italia è sotto choc per la scoperta di una loggia massonica segreta, la “Propaganda Due”, guidata da Licio Gelli.

 

La lista degli iscritti conta 962 persone che formano “il nocciolo del potere fuori dalla scena del potere”. Ci sono 12 generali dei carabinieri, 5 della finanza, 22 dell’esercito, 4 dell’aeronautica, 8 ammiragli, dirigenti dei servizi di sicurezza, 44 parlamentari, 2 ministri in carica, un segretario di partito, imprenditori, banchieri, faccendieri, magistrati. Dietro di loro occhieggiano perfino settori del Vaticano. Una sorta di “interpartito”, infiltratosi anche al Corriere attraverso l’editore e alcuni giornalisti, dietro il quale si intuiscono interventi in certe oscure vicende. Non si sarebbero limitati a business e tangenti, ma avrebbero a volte agito in connessione con mafia e stragisti, avendo avuto una parte anche in delitti eccellenti (Moro, Calvi, Ambrosoli, Pecorella) e pianificando un progetto antisistema: il Piano di Rinascita Democratica.

 

Quando Tina Anselmi si mette al lavoro, le fanno comprendere subito che cosa rischia. La pedinano per strada. Trova tre chili di tritolo sotto casa. E presto scatta la tenaglia dei boicottaggi per farla passare come una visionaria che “dà la caccia ai fantasmi”.

 

Lei resiste a tutto. Anche a un emissario del potente cardinale Marcinkus, che punta alla sua sensibilità di cattolica per frenarla e al quale replica: “Non ho fatto la staffetta partigiana per farmi intimidire da un monsignore.” Tira dritto e, lo dimostra il diario, affronta il compito con freddezza. Il metodo che s’impone, e che annota, è “fare presto, delimitare la materia, stare nei tempi della legge”. E ce la fa.

 

Con infinite audizioni, 147 sedute di Commissione, un certosino setaccio dei messaggi depistanti che le vengono recapitati e consegnando nell’85 al Parlamento il risultato dell’inchiesta: 120 volumi. Le cui conclusioni sono tutt’altro che fantapolitica: “La P2 è il più dotato arsenale di pericolosi e validi strumenti d’eversione politica e morale”.

 

Sarà una coincidenza se la sua parabola politica comincia da quel momento a spezzarsi progressivamente?

 

Sarà una fatalità se le sempre più rare volte in cui parla in pubblico, e i media ne rilanciano il messaggio, denuncia che le “solidarietà occulte” restano ancora attive?

 

Sarà uno scherzo del destino se, tra le ultime pagine del suo memoriale di quel periodo convulso, avverte che “le P2 non nascono a caso, ma occupano spazi lasciati vuoti per insensibilità, e li occupano per creare la P3, la P4….” ?

 

Prima di entrare nel tunnel della malattia, la Anselmi si candida per l’ultima volta al Parlamento nel 1992, l’annus horribilis in cui il vento di Tangentopoli fa tabula rasa della Prima Repubblica. La DC la inserisce in un collegio perdente (altro incrocio astrale?) e lei si trova battuta da un leghista ed esclusa dopo 6 legislature. Qualcuno, a intermittenza, evoca il suo nome per il Quirinale. Ma sono indicazioni poco convinte, platoniche. Sulla donna coraggiosa che ai tempi dello scandalo P2 era stata investita di un ruolo da “pubblico ministero del popolo” scende un’amnesia provvidenziale.

 

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“Una rivoluzionaria; aveva una fortissima personalità, ma era una persona solare, umile. Non sapeva cosa fosse il tornaconto personale. Essere al servizio le dava gioia. Ha fatto tutte le battaglie per il lavoro e la parità con questo stile, non contro qualcuno, ma contro le ingiustizie…….Alle donne impegnate in politica lascia questa eredità: la libertà interiore e il rispetto degli avversari.” (Rosa Russo Iervolino)

 

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Da “Avvenire” 2-11-2016

“Profondamente colpito dalla scomparsa di Tina Anselmi, partigiana, parlamentare, ministro di grande prestigio, ne ricordo il limpido impegno per la legalità e per il bene comune” (Sergio Mattarella)

 

 

L’”allieva” Rosy Bindi ricorda la sua maestra politica: “Dava del filo da torcere a tutti. Era di grande abilità. Non è un caso che sia stata la prima donna a fare il ministro. Inutile dire che è andata a toccare cose che non tutti hanno gradito. Ha raggiunto la massima popolarità tra la gente e contemporaneamente aveva difficoltà nel Palazzo. Tina Anselmi aveva una formazione cattolica forte, era figlia del mondo cattolico. E’ cresciuta nel partito, che era una vera scuola di politica e di vita e in cui nessuno ti regalava niente. Lei si è conquistata tutto non solo come fatto formale: bisogna dire che lei è stata non solo un ministro donna, ma una donna che ha fatto una riforma fondamentale come l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale. Non vi sono tanti uomini ministro che si ricordano per riforme così importanti….. Il suo essere profondamente cattolica ha fatto la differenza in politica, perché è stata pienamente coerente con i principi evangelici, e al tempo stesso ha coniugato il valore della laicità. Una credente morta nel giorno di tutti i Santi: la “santità” di Tina Anselmi è stata la coerenza al Vangelo praticata e vissuta nella laicità dello stato.”

 

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Dal “Corriere della Sera “ 2-11-16

 

CHIEDETELO ALLE SCIENZIATE

 

a cura di Elena Tebano

 

Le donne sono la metà del mondo, ma se dovessimo giudicare dai media italiani – radio, Tv e giornali – non lo immagineremmo mai: la stragrande maggioranza delle persone che vi compaiono, quasi otto su dieci (il 79%) sono infatti uomini.

 

Se si guarda agli esperti, le persone che parlano in quanto “autorità” in una data questione, le donne in proporzione sono ancora meno: solo il 18%. Scendono addirittura al 10% nel caso delle cosiddette STEM, le “scienze dure” (l’acronimo in inglese sta per “scienze, tecnologia, ingegneria, matematica”, ndr”, spiega Monia Azzalini, ricercatrice dell’Osservatorio di Pavia e una delle coordinatrici del Global Media Monitoring Project per l’Italia.

 

E le cose sono anchesì molto migliorate: nel 1995 le donne erano solo il 7% delle persone che comparivano sui media. Ma di questo passo, per avere una rappresentazione realistica (in termini di genere) del mondo in cui viviamo, ci vorranno comunque 40 anni.

 

Per provare a rendere più veloce questo processo l’Osservatorio di Pavia e l’associazione di giornaliste “Giulia”, in collaborazione con Fondazione Bracco e con il sostegno della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, lanciano “100 donne contro gli stereotipi”, una piattaforma online a disposizione dei giornalisti che raccoglie recapiti e curricula delle migliori esperte italiane di STEM, scelte valutando il loro “H Index”, la rilevanza scientifica delle loro pubblicazioni.

 

“Evitare la deformazione prospettica che esclude le esperte dai media – conclude Monia Azzalini – serve anche a sfatare il pregiudizio ancora radicato secondo cui le donne non sarebbero “portate” per le materie scientifiche.” Il sito www.100esperte.it è online dal 3 novembre.

 

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La linguista: “RAGAZZE, L’INFORMATICA E’ ROBA PER VOI”

 

di Paola Velardi, linguista computazionale, docente alla “Sapienza” di Roma

 

“L’ambiguità delle parole”, è questo il problema (scientifico) più interessante. Il linguaggio delle macchine non è mai ambiguo: un’istruzione ha sempre un unico significato. Invece le parole possono avere significati molto diversi. Noi umani riusciamo a distinguerli facilmente. Le macchine no.

 

Quindi occorre insegnare ai computer il linguaggio umano. Per esempio nelle ricerche: fare in modo che trovino l’informazione richiesta nel mare infinito di quelle disponibili. Un compito che per un umano sarebbe impossibile. Adesso lavoriamo soprattutto sui social network.

 

Sviluppiamo strumenti per analizzare in modo anonimo grandi quantità di messaggi. Si tracciano in automatico le reti sociali e si ottengono dati interessanti: prevediamo picchi di influenza prima delle organizzazioni sanitarie. Come? rileviamo che moltissime persone iniziano a lamentarsi perché stanno male. Ovviamente sono indagini che funzionano su una mole enorme di dati.

 

Occorre sfatare l’idea che l’informatica sia “poco femminile”. Da parte mia vado spesso nelle scuole con un progetto realizzato in collaborazione con IBM, chiamato “NERD” (= “Non è roba per donne?”), in cui insegniamo alle ragazze a programmare.

 

Quando chiedo chi è secondo loro una persona che si occupa di informatica, vengono fuori due immagini. La prima è un tizio che aggiusta i computer, la seconda un hacker. Se si declina al femminile c’è solo la Lisbeth Salander protagonista di Millennium: modelli poco invitanti. Invece l’informatica può essere molto creativa.

 

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La matematica “I MIEI CALCOLI CAMBIANO LA VITA”

 

di Maria Grazia Speranza, specializzata in Ricerca operativa: 150 pubblicazioni

intervistata da Elena Tebano

 

“Il percorso che ogni giorno fanno molti camion in Italia, da un fornitore al cliente al successivo, dipende anche dagli algoritmi scritti nel mio laboratorio di Ricerca operativa, un ramo della Matematica applicata. I nostri calcoli servono a rendere il trasporto delle merci più efficiente; infatti non è detto che mandare un automezzo per prima cosa dal cliente più vicino sia il meglio da fare; anzi, spesso la scelta apparentemente più sensata è controproducente. Noi guardiamo al sistema nel suo complesso per trovare la soluzione migliore…..” Com’è arrivata alla matematica applicata? “Ho fatto il Liceo classico spinta da mio padre: era convinto che formasse meglio. Me la cavavo in tutto, ma ero molto più brava degli altri in fisica e matematica…..”

 

Molti sono convinti che le donne non siano per niente portate per queste materie. Di recente anche Piergiorgio Odifreddi ha scritto che “l’attitudine femminile è indirettamente proporzionale all’astrazione. “All’epoca ho scelto la matematica proprio perché ero affascinata dalla sua purezza e dall’eleganza che raggiungevi astraendo dalla realtà. Ora amo quella applicata perché consente di modellare e risolvere in modo migliore problemi reali. Ma il problema non è se le donne siano “portate” o no. E’ piuttosto quello della progressione della carriera: tutti gli studi mostrano che all’università le donne hanno risultati migliori, sia in termini di voti che di tempi di laurea.

Ma è anche vero che progredendo vengono sopravanzate dagli uomini e alla fine le donne che emergono nella mia materia sono poche.

 

E perché, allora?

 

La ragione dominante è la mancanza di equilibrio nella vita familiare: le donne hanno meno tempo per la ricerca, perché ne dedicano di più ai compiti di casa. L’altra riguarda la fiducia nelle loro capacità: tuttora non sono mai incoraggiate ad emergere.

 

 

RIFLESSIONI ATTUALI - ESCATOLOGIA: MORTE E GIUDIZIO (a cura di Ileana Mortari)

Penso che i giovani e forse anche gli adulti di oggi difficilmente sappiano che cosa vuol dire “escatologia”, e tanto meno “novissimi”, due denominazioni che peraltro indicano all’incirca la stessa tematica.

In teologia l’espressione “novissimi” è un termine latino, superlativo di novus, che al neutro plurale “novissima”, significa "le cose ultime", anzi “ultimissime”, cioè le quattro parole-chiave del destino finale dell'uomo: morte = ultima cosa che accade in questo mondo; giudizio di Dio = l'ultimo giudizio che ognuno dovrà sostenere; inferno = lo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati; paradiso = il sommo bene di cui godranno coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati.

Escatologia”, invece, deriva dal greco “éschatos” = ultimo e “logos” = discorso e significa “dottrina sulle ultime realtà”. Introdotto all’inizio del 1.800, il termine non si limita a designare “le cose ultime” (così i “novissimi”), ma riguarda anche l’orientamento dell’uomo (dotato di libertà) e del mondo verso il loro compimento in Dio tramite Cristo per la forza dello Spirito Santo. L’escatologia è la riflessione di fede su: il compimento della storia, la venuta ultima di Cristo (= parusìa), il giudizio di Dio sulla storia e sull’intera umanità, la vita futura.

Ora, fino grosso modo alla metà del secolo scorso, nella predicazione della Chiesa c’era un rilevante spazio per i “novissimi”, purtroppo presentati in termini impressionanti e spaventevoli, che obnubilavano la misericordia di Dio, presentato piuttosto come giudice inflessibile, e che insistevano soprattutto sul timore di offenderLo. E così con l’avvento dell’età post-bellica, questo tipo di predicazione è stato screditato. Di conseguenza da molti anni su questi temi regna il silenzio o quasi, in forza del quale molti si rivolgono ad altre “letture” delle realtà ultime: si veda ad esempio quanto si è diffusa la credenza nella reincarnazione, magari sperando, dopo una vita fallita, di avere con essa una seconda possibilità!

Ma il cristiano non può assolutamente ignorare l’escatologia, la quale “incrocia” le grandi domande sul senso dell’esistenza: da dove veniamo, dove andiamo, chi siamo; domande su cui si cimentano spiritualità e religioni; domande già avvertite, all’inizio della civiltà, quando gli antichi cominciarono a prendersi cura dei cadaveri per la sepoltura.

..e così si è tornati a parlare di “novissimi” e di “escatologia”!

Vescovi e Commissioni Teologiche se ne sono occupati nel 1979, 1992, 2.000, 2.007. Il papa San Giovanni Paolo II° vi ha dedicato la Catechesi del mercoledì nell’agosto-settembre del 1999. E ovviamente anche i vari catechismi si sono aggiornati.

Com’è noto, quando si affronta un tema teologico, si parte sempre dalla Sacra Scrittura, che contiene la Rivelazione di Dio. Nei tre vangeli sinottici (Matteo 24-25, Marco 13 e Luca 17 e 21) troviamo altrettanti discorsi di Gesù (in parte simili) sulla venuta degli ultimi tempi della storia e sull’aldilà. Vi si parla di catastrofi e sconvolgimenti terrestri e cosmici, ma bisogna tener presente che queste pagine rientrano nel genere letterario “apocalittico”.

 

Esso si era particolarmente sviluppato nel giudaismo del periodo ellenistico, quando, a fronte delle persecuzioni dei dominatori greci (valga un nome per tutti: l’empio re Antioco IV° Epifane!), la riflessione si sposta sempre più verso la fine dei tempi e si intensifica l’invocazione a Dio perché torni per fare giustizia.

 

Così anche gli evangelisti utilizzano un linguaggio figurato, per lo più impressionante, per parlare della fine della storia, della venuta del Figlio dell’uomo, che sarà giudice di ogni persona: “….vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo….vi perseguiteranno….Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore dei mari e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura…Le potenze dei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria”. (Luca 21, 11-28 passim).

 

Le immagini terrificanti non vanno prese alla lettera, ma denotano un radicale cambiamento del mondo: il passaggio dalla dimensione storica a quello eterna; e gli altri elementi sostanziali che emergono da questi tre discorsi sono:

  • Non è possibile sapere quando tutto questo avverrà; neppure il Figlio dell’uomo lo sa, solo il Padre

  • Né tanto meno è possibile sapere come sarà. “Quando risorgeranno dai morti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli” (Mc.12,25). Gesù dice quello che non sarà, non quello che sarà. E comunque non è difficile spiegare la sua affermazione: non occorre più il matrimonio per proseguire la stirpe umana; inoltre i risorti sono uguali agli angeli, cioè hanno come loro un corpo spiritualizzato (cfr. S.Paolo 1° Cor. 15, 42-46)

  • Di conseguenza, non sapendo quando verrà il nostro momento di passaggio, occorre vegliare e pregare in ogni momento, per non essere colti di sorpresa dalla venuta del Figlio dell’uomo (cfr.Lc.21,36)

 

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MORTE

Che significato, quale senso ha la vita, di fronte al suo certo concludersi nella morte?

L’essere uomini è forse solo un attimo di luce tra il non-essere-ancora e il diventare-di-nuovo-nulla? E’ il prodotto del caso, che scompare come la vita effimera di una mosca, al cui divenire e passare non si fa attenzione?

 

Ora la nostra fede cristiana ci dà la più consolante delle risposte: la morte non deve fare più paura, perché è stata vinta! È stata sconfitta, resa innocua, imbavagliata.

 

Assai diffusa nella Scrittura è l’idea che Dio in qualche modo salva sempre il suo popolo; il Salmo 67/68 dice al verso 21: “Il nostro Dio è un Dio che salva; il Signore Dio libera dalla morte”, perché Jahvè è l’antitesi della morte, e di Mot, il dio cananeo della morte.

 

Nel Nuovo Testamento le linee maestre della Rivelazione circa il termine della vita convergono tutte verso il mistero della morte in Cristo. Qui tutta la storia umana appare come un gigantesco dramma. Fino a Cristo e senza di lui c’era il regno della morte. La vita di Cristo è stata una lotta contro il male, il peccato e la morte; e in concreto Gesù ha dimostrato di essere Dio proprio perché ha vinto questi tre elementi negativi.

 

In Apocalisse 7,17 leggiamo: “l’agnello che sta ritto in mezzo a loro, li guiderà alle fonti delle acque della vita, e Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi.” Quindi sarà la fine non solo della morte, del corpo mortale che è soggetto al disfacimento e alla corruzione, ma di qualsiasi forma di dolore; è bellissima questa frase: Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi, presente anche in Apocalisse 21,3.

 

Dunque, dalla Scrittura, Antico e Nuovo Testamento, emerge questo, che è ripreso dal Catechismo della Chiesa cattolica (CCC), al n.413: “Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi; non è volontà di Dio la morte. Anzi, Dio libera i suoi fedeli dalla morte.”

 

“Uno è morto per tutti; e quindi tutti sono morti” dice S. Paolo, in 2° Cor.5,14. La morte è stata vinta; non è più un baratro che tutto inghiotte, ma un ponte che porta all’altra riva, quella dell’eternità.

 

Qualche anno fa Suor Emmanuelle-Marie, scrittrice di spiritualità, disse: “A volte, parlando di una persona defunta, diciamo che “è passata a miglior vita”, come se la sua esistenza appena trascorsa fosse diversa da quella che ora sta vivendo. Ma l’eternità è la continuazione della stessa vita, che raggiunge la sua vera dimensione oltre la morte.” E poi, come già detto nella precedente Newsletter a pag.3 la condizione paradossale del cristiano è questa: i tempi escatologici sono già incominciati con la risurrezione di Cristo, il taglio della storia non appartiene al futuro, ma al passato. E’ la tesi, questa, di O. Cullmann espressa in “Cristo e il tempo”, giustamente fatta propria dal Concilio Vaticano II e dalla moderna teologia: Cristo è il centro della storia, il centro del tempo; con la sua venuta, la sua predicazione e le sue opere Egli proclama che il regno di Dio è già venuto, e nello stesso tempo deve ancora venire, perché solo dopo la morte ci sarà il compimento totale.

 

IL GIUDIZIO

Nei manuali di studio l'escatologia viene divisa in due parti fondamentali: l'escatologia individuale che riguarda le ultime realtà riguardanti la fine di ogni singola persona (morte, giudizio particolare, paradiso, inferno e purgatorio) e l'escatologia comunitaria o cosmica che studia la fine di tutto il genere umano, comprendente la parusia o la seconda venuta di Cristo, la risurrezione della carne, il giudizio universale e la fine-rinnovamento del mondo (così il Dizionario di Teologia, ediz. Paoline)

 

Seguendo questo schema, affrontiamo il tema del GIUDIZIO, in particolare ora quello del GIUDIZIO INDIVIDUALE O PARTICOLARE. [Del GIUDIZIO UNIVERSALE parlerò nella Newsl.N.27].

 

Il tema del giudizio è assai presente nella storia delle religioni: anche l’Egitto e la Grecia, ad esempio, conoscono un “giudizio dei morti”. Spesso gli antichi rappresentavano il giudizio sul singolo mediante l’immagine della bilancia a due piatti, sui quali si mettevano rispettivamente le azioni buone e quelle cattive, per vedere quale dei due piatti scendeva di più e quindi stabilire il premio o il castigo.

 

Tuttavia nei vangeli abbiamo vari esempi che ci mostrano come la giustizia di Dio sia qualcosa di assai diverso dall’idea di giustizia che la storia e varie culture ci ha tramandato e che per noi è in genere ancora valida, al punto che alcune pagine del Nuovo Testamento ci risultano davvero molto sconcertanti.

 

Prendiamo ad esempio il noto figliuol prodigo (Lc.15); nonostante la risposta chiarificatrice del padre al fratello maggiore, ci viene spontaneo pensare: ma perché tutto questo entusiasmo e festa per uno che le disgrazie se le era andate a cercare, sperperando la sua parte di beni! Così pure nella parabola dei lavoratori giunti a diverse ore (Mt.20), a noi parrebbe più che giusto che ognuno ricevesse il salario corrispondente al tempo e alla fatica impiegati.

 

Ora, dobbiamo aver chiaro che Gesù non attua la predicazione del GIUDIZIO, come faceva Giovanni Battista (Mt.3), che in fondo rientrava di più nelle nostre categorie. Gesù si pone quasi all’opposto: non nega il giudizio, ma la sua novità sta nel proclamare LA LIETA NOTIZIA DEL PERDONO DI DIO RIVOLTO A TUTTI.

 

Devo confessare che per molto tempo sono stata convinta che il perdono è un’ottima cosa, ma non va svenduto, o considerato come un colpo di spugna che cancella istantaneamente il male commesso, senza alcuna adeguata riparazione. Anche Gesù dice all’adultera in Gv.8 : “…….vai e non peccare più.” Ero convinta che anzitutto il perdono lo si dà a chi lo chiede; altrimenti, se uno non sa neanche capirlo e addirittura non sa cosa farsene, è un po’ come dare “le perle ai porci” (cfr. Mt.7); in 2° luogo lo si dà a chi ha veramente capito quanto male ha fatto e solo se è sinceramente pentito e disposto a cambiare.

 

Poi (particolarmente in questo Anno del Giubileo della Misericordia) ho riflettuto sul fatto che “Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rom.5,8); al padre del prodigo non interessa sapere se il figlio è pentito o no, ma il fatto che sia tornato a casa; e così ho cominciato a capire che Dio è Dio; per Lui non vale “La legge è uguale per tutti” , che va bene – e magari la norma fosse più praticata! – nel consorzio umano; ma Dio è Dio e Gesù, Suo Figlio, ha detto chiaro e tondo: Non sono venuto a giudicare il mondo, ma a salvarlo (Gv.3,17)

 

Detto in altre parole, Dio non aspetta che siamo noi a fare il 1° passo, anche perché in tante confuse e contorte vicende è davvero difficile discernere la responsabilità del singolo e i condizionamenti, gli influssi negativi, gli inganni, le tentazioni, le violenze che egli ha subito, etc. Ci sono situazioni così incancrenite nel male, che difficilmente il soggetto potrà anche solo tentare di uscirne; ecco il perché del dono gratuito (per-dono = dono perfetto) che, sbalordendo il peccatore (“come, proprio a me?!”) può cominciare ad erodere la corazza di cattiveria e insensibilità che lo imprigiona……

 

“Se poi pensiamo alla parabola dei lavoratori pagati allo stesso modo pur avendo lavorato per un numero diverso di ore – osserva il biblista Maggioni, in AA.VV., L’aldilà, Paoline, p.24 – ci accorgiamo che non si tratta di un’ingiustizia, come pensa l’operaio, dal momento che lui riceve tutto ciò che era stato stabilito: il suo premio ce l’ha, sufficiente e proporzionato al lavoro che ha fatto. Dio non impoverisce i primi, semplicemente arricchisce gli ultimi come i primi. Non viene violata la giustizia, ma il CRITERIO DI PROPORZIONALITA’. La giustizia divina non è legata a un criterio di proporzionalità: E’ questo il messaggio di Cristo ed è questo che sconcerta. Tant’è vero che Gesù è stato accusato e rifiutato non perché parlava della minaccia del giudizio (tipo Giovanni Battista); a sconcertare era la GRATUITA’ DEL SUO AMORE, il fatto che accogliesse i peccatori e li amasse prima ancora che si pentissero.”

 

Vengono proprio a proposito le parole pronunciate da Papa Francesco nel corso dell’Angelus di domenica 30 ottobre scorso, imperniato sull’episodio di Zaccheo: “Lo sguardo di Gesù va oltre i peccati e i pregiudizi; vede la persona con gli occhi di Dio, che non si ferma al male passato, ma intravede il bene futuro. Gesù non si rassegna alle chiusure, ma apre sempre nuovi spazi di vita; non si ferma alle apparenze, ma guarda il CUORE……………la strada che Gesù ci indica è quella di mostrare a chi sbaglia il suo VALORE, quel valore che Dio continua a vedere malgrado tutto, malgrado tutti i suoi sbagli. Questo può provocare una sorpresa positiva, che intenerisce il cuore e spinge la persona a tirar fuori il buono che ha in sé. E’ il dare fiducia alle persone che le fa crescere e cambiare. Così si comporta Dio con tutti noi: non è bloccato dal nostro peccato, ma lo supera con l’AMORE e ci fa sentire la nostalgia del bene. Tutti abbiamo sentito questa nostalgia del bene dopo uno sbaglio. E così fa Dio nostro Padre, così fa Gesù. Non esiste una persona che non ha qualcosa di buono. E questo guarda Dio per tirarla fuori dal male.”

 

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Per quanto poi riguarda l’uomo, una spiegazione del GIUDIZIO davvero molto interessante è quella che ci viene dal 4° vangelo.

 

Il tema del giudizio in Giov.3,17-18 non compare nel senso tradizionale di una sentenza favorevole o no, ma nel senso tipicamente giovanneo di privazione definitiva della “vita”.

 

L’opera propria di Dio, condivisa dal Figlio, è la comunicazione al credente della VITA. Di questa realtà il giudizio appare come il rovescio: esso coincide con il rifiuto da parte dell’uomo di riconoscere nel Figlio il Rivelatore del Dio della VITA. Non riconoscerlo come tale significa rifiutare di entrare mediante Lui in comunione con Dio.

 

Osservava il grande Don Luigi Serenthà: “Dio è un puro irradiarsi, paragonabile alla luce: il credente si volge verso questa luce e così è nella salvezza. Egli “è passato dalla morte alla vita” (Giov.5,24). L’incredulo volta le spalle ad essa e con ciò è nelle tenebre, nella rovina, nella morte

(Giov.3,19.36). In questa visione è tenuto lontano da Dio quel sentimento dell’ira, che è invece inerente alla rappresentazione di un Dio che giudica, punisce e condanna” (Mysterium salutis, pp.362-3)

 

Il Giudizio finale sarà del tutto interiore. Non si effettuerà mediante un apparato di polizia o di vendetta, ma attraverso la coscienza stessa di ognuno, coronata o condannata dalla Luce.

 

“Coloro che sono vissuti nell’amore di Dio, secondo modalità molto diverse andranno pieni di slancio verso l’amore svelato: “Venite, benedetti dal Padre mio………perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare” (Mt.25,34-35).

Coloro che sono vissuti nell’egoismo e nell’odio senza amore o contro l’amore, fuggiranno quella luce che li confonde e si rifugeranno nella sventura.” Dunque, in Giovanni, il giudizio diventa autogiudizio, per cui non è più Dio a operare la discriminazione, ma il soggetto umano stesso che accetta o rifiuta l’offerta di salvezza, da Dio ripetuta in tutti i momenti dell’esistenza e, in particolare, negli istanti finali.” (G.Frosini)

 

Molto chiarificatrici mi sono apparse anche le seguenti parole del teologo americano Peter C. Phan, in “E dopo?”, San Paolo, p.99:

“Sotto il profilo teologico il giudizio particolare va visto nel contesto di tutto il processo di morte, che per l’uomo è innanzitutto un atto personale, in cui egli porta la propria storia a definitivo compimento.

 

Nell’atto di una morte liberamente accettata, una persona esprime una posizione decisiva di fronte a Dio, una posizione presa durante la vita e adesso ricapitolata e resa irreversibile. Così facendo la persona “giudica” se stessa. Naturalmente noi ci giudichiamo nel corso della vita ogni volta che esaminiamo la nostra coscienza e valutiamo le nostre motivazioni e i nostri comportamenti; ma in queste valutazioni possiamo essere ingannati o accecati dalla passione o dai pregiudizi.

Nella morte, invece, tale eventualità di errore e autoinganno non è più possibile, perché la persona è posta faccia a faccia con Dio-Luce e Verità. Qualunque decisione essa prenda davanti a Lui, Dio la ratifica e, in questo senso, la “giudica”. Come si vede, è un “giudizio” ben diverso da quello che ci è familiare.”

 

Quanto confortante è allora il sapere che “a giudicarci non sarà un estraneo, bensì Colui che già conosciamo tramite la fede. Il giudice non ci verrà incontro come il totalmente Altro, bensì come uno di noi, che conosce l’essere umano dal di dentro e che ha sofferto” (J. Ratzinger).

 

Don Giovanni Moioli poi arrivò ad esclamare: “La mia speranza, Signore, è in Te. Cosa strana e stupenda avere un giudice crocifisso per me!”.

RIFLESSIONI ATTUALI: I NOSTRI CARI DEFUNTI E L'ALDILÀ

di Ileana Mortari

2 novembre: commemorazione dei fedeli defunti

 

Premessa: l’argomento che affronterò (in genere poco trattato negli ultimi tempi) è piuttosto arduo, perché, pur attenendosi alla Scrittura, alla teologia e alla Tradizione, non è possibile varcare una certa soglia di mistero che comunque permane, né quindi rispondere a certe curiosità che esulano dall’essenziale o imbarcarsi in risibili elucubrazioni. Faccio mia l’affermazione di André Gounelle: “In questo campo, bisogna accettare di deludere, piuttosto che dare l’illusione di sapere”.

 

CHE COSA CI ATTENDE DOPO LA MORTE?

 

Nell’immaginario comune dei cristiani, al momento della morte, l’anima si stacca dal corpo (destinato al disfacimento fisico) e si presenta a Dio per il giudizio personale: beatitudine, o dannazione, o purificazione; alla fine dei tempiognuno riavrà il suo corpo mortale, risorto e trasfigurato, e ci sarà il giudizio definitivo e universale.

Ecco, occorre dire che questo modo di spiegare le cose è stato superato, specie dopo il Concilio Vaticano II° ( 1962-65); infatti il progresso degli studi biblici e teologici ha portato a riformulare la tematica. Vediamo le tappe di questo cambiamento.

 

Com’è noto, il cristianesimo, nato nell’area ebraico-semitica, fin dai suoi inizi dovette rendersi comprensibile anche al mondo della cultura greco-romana, dove allora dominava l’immagine platonica del ritorno dell’anima immortale nel mondo divino immediatamente dopo la morte. E questo non sembrava in contrasto con la dottrina cristiana, che parlava pure di un incontro dell’ ”anima” con Dio post mortem.

Ma successivamente si recuperarono le radici ebraiche del fenomeno, visto che il cristianesimo germina dall’ebraismo. La Bibbia non dice affatto che il corpo sia la tomba dell’anima, da cui questa si distacca al momento della morte, morte che nemmeno la tocca, e vive beata nel mondo divino (così Platone).

 

La Scrittura al contrario considera la persona umana come un’entità unitaria. Carne, anima e spirito non si riferiscono a tre distinte parti della persona umana, ma a tre aspetti sotto cui l’unica medesima persona appare: come persona corporea, come persona vivente, come persona sensibile, conoscente e volente. Di conseguenza, nell’annuncio cristiano, la morte è un passaggio fondamentale, oltre il quale avviene la resuscitazione dell’essere umano nella sua interezza, anche corporea; infatti, se la condizione umana è per sua natura sottoposta alla prova della morte, paradossalmente è proprio attraverso il morire fisico che si compie il destino dell’uomo: diventare partecipe della stessa vita di Dio, mantenendo oltre il tempo LA SUA IDENTITA’.

 

S.Paolo in 1° Cor.15,42-44 usa un’immagine eloquente: un seme non rinasce se prima non muore, e la pianta che spunta ha una forma diversa dal seme. E’ evidente che, se seme e pianta sono sotto i nostri occhi, e ne vediamo chiaramente le differenze, purtroppo non abbiamo nello stesso modo elementi per descrivere il corpo glorioso, che ciascuno sperimenterà solo dopo la morte.

 

Qualcosa però si può dire. Infatti la tradizione ininterrotta della Chiesa, da Ignazio di Antiochia a S. Agostino, S. Tommaso, fino al Magistero attuale, ha sempre annunciato la resurrezione dei morti a immagine di quella di Cristo.

 

Egli, dopo la morte e sepoltura (come si legge nelle pagine finali dei 4 vangeli), si mostra ad alcuni “in carne ed ossa”. Il corpo di Cristo risorto è corpo vero, però è corpo glorioso; il che significa che non è situato e non è limitato dalle leggi dello spazio e del tempo, ma si rende presente dove vuole, entra a porte chiuse e si sposta da una parte all’altra senza difficoltà; questo perché il suo corpo ha le qualità di Dio, partecipa alla vita divina ed è colmato dalla potenza dello Spirito Santo.

 

Tuttavia nello stesso tempo Gesù parla con i suoi discepoli, li esorta e li rimprovera, ricorda il passato e progetta l’avvenire, mangia con loro perché non pensino che Lui sia un fantasma. Gesù dunque vive in un corpo trasfigurato e diverso, libero dai normali condizionamenti terreni, ma pur sempre un CORPO che gli permette di comunicare con gli altri e che conserva caratteristiche umane, oltre che divine. Questo fenomeno è quello che i teologi chiamano della “continuità-discontinuità”.

Di ciò abbiamo sicure testimonianze oculari e auricolari da parte dei discepoli, che “hanno mangiato e bevuto con Lui dopo la sua resurrezione dai morti” (Atti 10,41). E’ su questa testimonianza che si basa la fede della Chiesa e la fede nella resurrezione dei morti.

 

Infatti, poiché Cristo è “l’uomo nuovo”, questo è il segno che tutto ciò avverrà anche per ogni essere umano; cioè nell’aldilà anche i nostri corpi si troveranno nella stessa condizione del corpo risorto di Gesù (cfr. 1° Cor.15,35-45 e Fil.3,10-11).

 

In altre parole, si può dire che, se la corporeità è la dimensione dell’uomo come “spirito nel mondo”, la morte può essere interpretata come FINE DI UN MODO IMPERFETTO DI VIVERE TALE VITA CORPOREA, e INIZIO DI UN MODO DAVVERO AUTENTICO E ANCORA UMANO DI REALIZZARLA. S. Giovanni Paolo II° a questo proposito usò una felice espressione: “Dalla vita alla Vita”; cioè: dal provvisorio al definitivo.

 

Più di così non possiamo dire sulla resurrezione dei corpi; infatti l’ESCATOLOGIA (=dottrina delle realtà ultime) è il campo del “che”, non del “come”. Cioè: sappiamo con certezza che risorgeremo, ma non come. Questa seconda domanda appartiene al mistero.

 

TEMPORALE ED ETERNO

 

Un altro aspetto della concezione tradizionale che si considera superato è relativo alle categorie spaziali e temporali. Lo spiega bene il noto biblista Gianfranco Ravasi: “Eternità ed infinito trascendono le nostre categorie mentali vincolate spontaneamente al “prima” e al “poi”, al “qui” e “là”. Nell’aldiquà dominano, infatti, le scansioni successive temporali e spaziali. E’ per questo che, seguendo il linguaggio spazio-temporale, la tradizione cristiana ha parlato, ad esempio, dopo la morte, di un giudizio “particolare” e personale, ove si vagliano le scelte morali della singola persona libera e responsabile. Ad esso segue in molti casi un “tempo” di purificazione ed espiazione (il “purgatorio”, spesso concepito come un “luogo”), per “poi” accedere al giudizio finale, quando tutta l’umanità e lo stesso creato entreranno nel nuovo ordine di cose (la “redenzione” o “salvezza”).

 

In realtà, questa successione è frutto del nostro computo temporale perché, oltre la vita terrena, non c’è più il tempo, ma l’istante eterno e infinito, in cui tutta la creazione sarà trasfigurata, giudicata e salvata. Questo grembo, che è l’eternità, ingloba e supera il tempo e lo spazio. L’eterno è presente già durante lo stesso corso della storia fatto di tappe successive, e destinato a concludersi a causa della sua finitudine.

Infatti la persona umana, anima e corpo, nella visione cristiana, ha in sé già durante l’esistenza terrena il seme dell’eternità (la grazia divina), in modo particolare nella comunione eucaristica; perciò inizia già ora a partecipare di quell’orizzonte trascendente, di quell’istante perfetto, di quel centro che tutto in sé assume e trasfigura.”

 

Se paragoniamo lo svolgimento del tempo a una linea orizzontale, l’eternità sarebbe una linea verticale: la permanenza di un presente, per cui tutto è allo stesso tempo, senza che il tempo passi. Non è facile parlare di un’esperienza che ci è ancora estranea, visto che viviamo nel tempo! Quest’ultimo infatti è stato creato e, e come tutte le creature, avrà una fine.

Ecco perché, guardando l’aldilà dalla nostra sponda, il momento dell’inizio dell’eternità ci può apparire lontano (perché ci viene spontaneo collocarlo al termine del tempo); ma, guardato dalla sponda di Dio, tutto appare “contemporaneo”: come se tutti i morti giungessero alle soglie dell’aldilà nello stesso momento, “adesso”.

 

Chiarisce bene il grande teologo Karl Rahner: il tempo intermedio che nella tradizione si pensava collocato tra il giudizio individuale/particolare (subito post mortem) e quello universale (alla fine dei tempi – ne parlerò nella prossima Newsletter) non era una dottrina di fede, ma uno strumento concettuale(debitore della cultura del tempo),per formulare certe verità di fede sulla vita ultraterrena.

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Ora la teologia ribadisce che, grazie alle nuove acquisizioni su un aldilà NON SPAZIALE NE’ TEMPORALE, la chiave di volta di tutto è Cristo Risorto: con Lui possiamo già essere in comunione durante la vita e Lui ci “traghetterà” nell’eterno, dove finalmente vedremo la Trinità “faccia a faccia”, il che evidentemente può esserci di grande aiuto a superare la naturale paura della morte. S. Paolo dice chiaramente: “Desidero andarmene per essere con Cristo” (Fil.1,23).

Inoltre, specie nell’accezione giovannea, la “vita eterna” inizia già da qui, nella fede e nella comunione con Dio (cfr. Gv. 3,15) e soprattutto nella realizzazione della carità, l’unica delle tre virtù teologali (fede, speranza, carità) che non avrà mai fine.

 

UNA QUESTIONE TUTTORA APERTA E DIBATTUTA TRA I TEOLOGI E’:

la resurrezione del corpo ha luogo immediatamente dopo la morte o è differita al momento del giudizio universale? La teologia contemporanea ha portato valide motivazioni per la 1° ipotesi; le deduco dal teologo Battista Mondin:

1 – visto che non si dà persona senza dimensione corporea, è impensabile un’anima priva di tale

dimensione

2 – quello che risorge è un “corpo spiritualizzato”, che non conosce più la pesantezza e la corruttibilità

della materia

3 – poiché nell’eterno non ci sono più spazio e tempo, diventa possibile l’immediata ricongiunzione

anima-corpo subito dopo la morte.

Questa posizione, che teologicamente appare abbastanza solida, non è stata tuttavia ancora recepita dal Magistero ecclesiastico, il cui ultimo documento sull’escatologia risale al 1992.

 

COME SARA’ LA NOSTRA VITA IN CIELO?

 

Di solito si immagina la vita paradisiaca come un luogo bellissimo, ma senza movimento, dove l’attività principale è la contemplazione estatica di Dio, il che implicherebbe un certo immobilismo e, diciamolo pure, un po’ di noia! Nulla di tutto questo. Gesù ci parla di “vita eterna”: se l’eternità più di tanto non possiamo spiegarla o descriverla, il concetto di vita è invece pienamente alla nostra portata, visto che ci appartiene!

 

Probabilmente la VITA in Paradiso ripresenterà gli stessi dinamismi che ben conosciamo. Le relazioni umane quindi continueranno ad essere centrali anche nell’altro mondo, con la differenza che, come per ogni realtà, esse verranno purificate e raggiungeranno la propria perfezione. E così ad esempio le relazioni con gli altri saranno autentiche. Non staremo sempre immobili in contemplazione, ma ci impegneremo al massimo perché tutti raggiungano la casa del Padre.

 

Del resto nulla di quanto avremo fatto di positivo sarà perduto e nell’aldilà ogni bene da noi compiuto contribuirà ad accrescere la gioia di tutti per sempre. Perché, sostiene S. Tommaso d’Aquino, “ognuno avrà tutti i beni di tutti gli altri beati”

E, rispondendo alla richiesta di molti, “Certamente rivedremo coloro che abbiamo amato – così il card. Martini – Anche quelli che hanno amato, pur non avendo conosciuto Gesù.”

 

Un articolo del nostro “Credo” è infatti “la comunione di santi”. Come noi, con preghiere, S. Messe e un ricordo amorevole possiamo aiutare i nostri cari, così loro aiutano noi nelle nostre necessità.

 

Viene spontaneo chiedersi: “Che ne è dei 75 miliardi di uomini vissuti sulla terra e poi morti? Secondo Paolo noi li troviamo presso quel Dio “che dà la vita ai morti e chiama all’esistenza ciò che non esiste” (Rom.4,17). Davvero, come promette la Scrittura, “Dio vuole che TUTTI gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della VERITA’ “ (1° Tim.2,4).

E ancora secondo Paolo: “se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti? 13Se non vi è risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto! Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede.” (1° Cor.15,12-14)

 

CONCLUSIONE

 

E’ davvero consolante pensare che tutto quello che nella storia si è fatto, si sta facendo e si farà per la giustizia, la libertà, la pace, la verità, i valori, pur se ha comportato e purtroppo continuerà a comportare immani sacrifici e perdite di esseri umani, non è stato vano.

 

E anche tutte quelle esistenze di disabili, anziani ridotti allo stato vegetativo, innocenti vittime di stragi, vite bruciate, persone che hanno conosciuto solo il male e l’odio, malati incurabili, bambini che a sciami muoiono di fame e di stenti, tutte quelle situazioni insomma che sembrano non avere senso o nemmeno qualcosa di umano, hanno al contrario un profondo significato: sono il preludio di una vita recuperata nei suoi elementi positivi anche non sviluppati e che vedrà azzerati errori e imperfezioni. Certo, questo non cancella il dolore e le sofferenze, a volte lancinanti, che viviamo in terra, ma anche Gesù ha sofferto in modo atroce e, alla fine, si è affidato al Padre: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Luca 23,46). E, se Lui è la “chiave di volta”, il Suo esempio vale anche per tutti noi.

 

E’ consolante anche un altro effetto che si può dedurre da quanto detto (questa è una mia considerazione personalissima): se la nostra persona risorta si vedrà purificata da tutto il male compiuto, penso che emergerà anche il bene che noi non vedemmo in terra (specie in persone purtroppo molto o totalmente negative), se è vero – come disse il famoso Baden-Powell – che “in ogni individuo c’è almeno un 5% di bene che va sviluppato”.

(Fonte: http://www.chiediloallateologa.it/ileana/)

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