RIFLESSIONI ATTUALI - DISCESE AGLI INFERI; IL TERZO GIORNO RISUSCITÒ DA MORTE (a cura di Ileana Mortari)

Il CREDO è un breve sommario delle principali verità che il cristiano è tenuto a credere, se vuole essere veramente tale; è una sintesi che abbraccia tutta la Rivelazione. E’ articolato in 3 parti: 1°- Dio Padre e la creazione; 2° - Gesù Cristo e la redenzione; 3° - Lo Spirito Santo e la santificazione. Inoltre vedi Newsl.N.32 pagg.1-2.

 

Il 5° articolo del Credo apostolico è riportato qui sopra, nel titolo della Newsletter.

 

 

DISCESE AGLI INFERI

Immagino che qualcuno pensi: ma allora Gesù è andato all’inferno? Certamente NO!

“Gli inferi” è un’espressione che forse dice qualcosa a chi ha masticato cultura classica (è l’equivalente dell’Ade greco e in ebraico è lo Sheol) e magari qualche salmo biblico. Ad esempio, il salmo 138/9, v.8 dice: “Se salgo in cielo, là Tu sei, se scendo negli inferi, eccoti”. Gli inferi, nella concezione ebraica antica, non sono intesi come il regno del Maligno, ma più semplicemente come il luogo dove finiscono i morti, in cui non c’è più la vita. (Cfr. Sal 6,6; 88,12-13; Qoehlet 9,5 ss.). Infatti il concetto di una vita oltre la morte comparirà solo in alcuni testi tardivi dell’Antico Testamento.

 

Se nel Credo è stata inserita questa espressione, vuol dire che ha un significato ulteriore rispetto al ripetere semplicemente che Gesù era morto (fatto già affermato prima). Come ben sa chi frequenta il triduo liturgico pre-pasquale, questo articolo del Credo viene particolarmente meditato il Sabato santo, che da un’antica omelia è così descritto: “Oggi sulla terra c’è un grande silenzio e solitudine. Il Re dorme…la terra tace, perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano”.

 

Il Card. Ratzinger ravvisa nel silenzio del sabato santo l’esperienza tipica dell’uomo moderno, che prova la sensazione che Dio si sia assentato da noi e che nessun grido sia capace di risvegliare il Dio assente. Egli inoltre coglie da questo articolo di fede il fatto che la Rivelazione cristiana non è solo Parola di Dio, ma pure “silenzio di Dio”. Il grido di Gesù in croce “Dio, perché mi hai abbandonato?” esprime in profondità che cosa significhi la sua discesa agli inferi, e cioè la sua partecipazione al destino di morte dell’uomo, all’abissale solitudine di chi, nella morte, è tragicamente solo.

 

“Il senso più profondo di questo articolo di fede – dice Mons. Tettamanzi nel suo “Questa è la nostra fede” a pag.87 e sgg. – è che non c’è situazione o condizione umana, anche la più contradditoria, la più drammatica, la più disperata, la più apparentemente priva di senso, che non sia raggiunta da Dio, dal suo amore misericordioso, dalla presenza di Suo Figlio, che si fa vicino e solidale fino a diventare partecipe di ogni vicenda umana, tranne il peccato.

 

Chiarisce ulteriormente il CCC (=Catechismo della Chiesa cattolica) al n.635:

 

Cristo è disceso nella profondità della morte, affinché i « morti » udissero « la voce del Figlio di Dio » (Gv 5,25) e, ascoltandola, vivessero. Gesù, « l'Autore della vita », ha ridotto « all'impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il

diavolo », liberando « così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita » (Eb 2,14-15). Ormai Cristo risuscitato ha « potere sopra la morte e sopra gli inferi » (Ap 1,18) e « nel nome di Gesù ogni ginocchio » si piega « nei cieli, sulla terra e sotto terra » (Fil 2,10). Davvero il Cristo è il Salvatore di ogni uomo in ogni condizione.

 

 

IL TERZO GIORNO

Perché questa precisazione? Anzitutto per sottolineare che la resurrezione di Gesù è un avvenimento storico, verificatosi in preciso momento della storia e non “fantasticato” da qualcuno. In secondo luogo c’è un significato simbolico di compimento e pienezza del progetto di Dio sull’umanità.

 

RESUSCITO’

La resurrezione di Gesù Cristo è il messaggio centrale del cristianesimo e forma il nucleo del “credo” stesso.

 

In Marco 16,1-8 leggiamo che la mattina di Pasqua alcune donne, recatesi al sepolcro, lo trovano vuoto e vedono, seduto sul lato destro, un giovane vestito di bianco.

A quest’ultimo non basta dire alle donne che Gesù è resuscitato; egli attira volutamente l’attenzione di esse sul Crocefisso, sottolineando fortemente che Gesù risorto è il medesimo Gesù di Nazareth, il Crocefisso. Cioè: la resurrezione è la manifestazione del senso vero, profondo e misterioso del cammino terreno di Gesù, perché fra i due momenti: Gesù di Nazareth e il Signore risorto- vi è un rapporto di stretta continuità.

 

Anzi, la resurrezione è la verità della croce, la verità esplicitata, luminosa della croce. Infatti quell’aspetto della dedizione, dell’amore e del servizio, che Gesù ha mostrato nel suo cammino terreno, è divenuto luminoso con la Resurrezione, assumendo un’autorevole conferma.

 

Quindi, se non si fa memoria della croce, non si può capire la Resurrezione; anzi la Resurrezione stessa perderebbe il suo significato. Perché la resurrezione di Gesù non è tanto, o soltanto, la notizia di una generica vittoria della vita sulla morte, ma è a ben vedere la vittoria dell’AMORE sulla morte.

 

Solo una vita donata vince la morte. Una vita egoisticamente trattenuta non vice la morte, ma va incontro a una 2° morte! Perché si conclude in sé, non lascia nulla, è del tutto infeconda. La resurrezione di Gesù dunque celebra un preciso modo di vivere che è profondamente segnato dall’amore, proprio come è stata la Sua vita.

 

Il giovane misterioso poi continua: “Non è qui….

Richiama l’attenzione delle donne sulla TOMBA VUOTA.

Certamente una tomba priva del cadavere può essere considerata una prova, in quanto è una traccia, ben visibile e controllabile, che il Signore è risorto. Ma per i primi cristiani non era la prova più importante, né quella decisiva; infatti non c’è alcuna menzione di essa nel kerygma (= nucleo centrale della fede cristiana) primitivo (cfr.1° Cor.15,3-5). E dobbiamo attendere la stesura del 4° evangelo (fine 1° sec. d. Cr.) per avere altri particolari su questa tomba.

 

Infatti, mentre i tre sinottici (=i primi 3 vangeli così simili che si potrebbero mettere su 3 colonne parallele e abbracciare “con un sol colpo d’occhio”= synopsis) parlano solo del masso che era stato rotolato via, Giovanni (cap.20,v.7) dice che Pietro, che era andato al sepolcro dietro a Giovanni, vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.

 

Matteo, unico dei quattro evangelisti, in 28,11-15, riferisce che i sommi sacerdoti, avendo saputo quanto era accaduto, decisero di dare una buona somma ai soldati, incaricandoli di diffondere la voce che i discepoli avevano rubato di notte il corpo del Signore, mentre le guardie dormivano.

Ma quanto sia inverosimile questa affermazione lo si capisce subito dal fatto che - come dice il vangelo di Giovanni – bende e sudario erano in ordine e piegati.

 

Come già osservava S. Giovanni Crisostomo, patriarca di Costantinopoli nel 4° secolo, “chiunque avesse rimosso il corpo, non l’avrebbe prima spogliato, né si sarebbe preso il disturbo di rimuovere e arrotolare il sudario e di lasciarlo in un luogo a parte!”

 

Dunque i vangeli con estrema sobrietà (al contrario dei fantasiosi e prolissi apocrifi) ci dicono questo: il corpo di Gesù è sparito dal sepolcro – non è più lì nella tomba; e non lo è perché Dio ha resuscitato Gesù.

 

Si capisce allora che ben più importante di questa “prova” è l’esperienza fatta dai testimoni elencati da Paolo in 1° Cor.15, 3-5 e dalle varie persone che in tutti e quattro i vangeli hanno incontrato e parlato col Signore risorto per ben 40 giorni.

Se mai, se c’è un’insistenza nei testi del N.T., cioè nella predicazione primitiva, è sul fatto che “il corpo di Gesù non vide la corruzione.” Si veda ad esempio in Atti 2,30: “Questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne vide corruzione.

 

Certo il fondamento storico della nostra fede è sempre da richiamare e sottolineare: è la realtà e storicità dell’incarnazione del Verbo su cui tanto insistettero i Padri della Chiesa (da S. Ignazio di Antiochia in poi).

 

Vittorio Messori, nel suo libro “Dicono che è risorto” (Un’indagine sul sepolcro vuoto), ed. SEI, ricorda a pag. 89 un’interessante inchiesta. Nel 1976 la rivista “Le Monde” rivolse a prestigiosi esponenti della chiesa cristiana , cattolica, protestante e ortodossa, la seguente domanda: “Che ne sarebbe della vostra fede, se il piccone di un archeologo, in qualche luogo dell’antica Palestina, dissotterrasse lo scheletro di Gesù di Nazareth?”

 

Ci furono due serie di risposte:

  1. Quelli che risposero che la loro fede non ne sarebbe stata minimamente toccata. Questo si spiega con il fatto che, in quegli anni, si era creato in campo teologico un clima di “spiritualizzazione” e “smaterializzazione” dell’evento della Resurrezione, a seguito della teoria di Bultmann della “demitologizzazione”, per cui la cosa più importante era l’annuncio di fede, indipendentemente dai fattori storici.

  2. Invece una seconda serie di teologi, che comprendeva il protestante Karl Barth, il cattolico Jean Daniélou, e altri, rispose che quel ritrovamento avrebbe fatto vacillare la loro fede.

Ad esempio Jean Guitton, Accademico di Francia, morto nel 1999, a 98 anni, che in tutta la sua vita si è occupato della possibilità e delle ragioni per credere valide per l’uomo di oggi, ha risposto in questi termini:

“Se avvenisse davvero un ritrovamento di questo tipo, lascerei scritto nel mio testamento: <Ho ingannato e mi sono ingannato!> “.

 

Anch’io la penso come i teologi della 2° linea: è sempre fondamentale mantenere ben saldo lo spessore storico della nostra fede. E a questo proposito un’ulteriore conferma ci viene dai racconti di apparizione di Gesù risorto, che sono parte integrante degli annunci di resurrezione, perché sono la “prova” più sicura della resurrezione di Gesù, una prova che la chiesa primitiva ha ritenuto molto più importante di quella della “tomba vuota”, tant’è che – come visto – nel kerygma primitivo essa non compare, così in 1° Cor.15,3-5.

 

Ora, nei racconti più lunghi di Luca e Giovanni troviamo una grande insistenza sul realismo e la concretezza del “corpo” fisico di Gesù. Così in Luca 24, 41-43 Egli chiede di dargli da mangiare e gli apostoli gli offrono un po’ di pesce arrostito; Gesù lo prende e lo mangia in loro presenza. E avvengono altri episodi simili. L’insistenza sul cibo è tale che questo aspetto così “materiale” della vita quotidiana entra perfino nel kerygma, cioè nella predicazione ufficiale della Chiesa. Atti 10,41: “Dio volle che apparisse non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con Lui dopo la sua resurrezione dai morti.”

Famoso (e proverbiale) è poi l’episodio dell’incredulo Tommaso che Gesù esorta a constatare di persona come il suo corpo sia lo stesso del Crocefisso (cfr. Gv.20, 19-31, vangelo della 2° domenica di Pasqua, che ho commentato nella rubrica del mio sito “Vangelo festivo”).

 

L’episodio della resurrezione di Gesù ha dunque solida basi storiche.

Ma nello stesso tempo dobbiamo anche affermare che questo fatto è più reale che storico, perché il “reale” comprende lo “storico”, ma va al di là, dice “più che storico”. Infatti “Storico” – dice il vocabolario - è “ciò che è realmente accaduto ed è provato da documenti e testimonianze; ciò che si può accertare scientificamente, in quanto oggetto di una “scienza” che è la storia.”

 

Ora, è possibile dimostrare “scientificamente” la morte e la resurrezione di Gesù? La morte , e infatti anni fa uscì un libro intitolato “Gli ultimi giorni di Gesù”, di Bollone, che offre una nuova lettura “scientifica” del processo e dell’esecuzione capitale di Gesù.

Ma la resurrezione, con quali documenti o reperti scientifici la si potrebbe “provare”?

La risposta è: nessuno. Una tomba vuota e l’esperienza di Gesù vivo fatta da alcune persone non possono essere “dimostrazioni scientifiche”, tant’è vero che l’evento stesso della resurrezione non è descritto e non potrebbe esserlo in alcun modo!

 

Ecco che cosa significa che l’avvenimento è più “reale” che “storico”, cioè appartiene ad una realtà che va oltre la storia, è “metastorico” (meta= al di là, oltre); e dunque è costituito da una realtà che non è materiale, che perdura al di là della storia, ed è un continuum nella vita della Chiesa.

 

Questo la Chiesa delle origini l’ha capito subito, in quei 40 giorni in cui gli apostoli hanno incontrato e dialogato con il Risorto; ormai la realtà della Chiesa era assolutamente inseparabile dalla realtà di Gesù vivente in Dio e per sempre presente ai suoi, in primis nell’Eucarestia, sotto le cui specie c’è realmente il corpo dato e il sangue sparso dal Signore Gesù per tutti noi.

 

Nel corso della celebrazione eucaristica, cui il cristiano è tenuto a partecipare almeno la domenica e le feste comandate, si riprendono, proclamandole, le parole di S. Paolo di 1° Cor.11, 26: “Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finchè Egli venga.

 

Risulta chiaro allora che, se il 1° polo della fede nella resurrezione è la testimonianza degli apostoli, il 2° è quello della celebrazione eucaristica, la quale non è solo un risultato della fede nella resurrezione, ma è anche un vero e proprio crogiuolo in cui questa fede nella resurrezione si immerge e si irrobustisce.

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