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RIFLESSIONI ATTUALI - DISCESE AGLI INFERI; IL TERZO GIORNO RISUSCITÒ DA MORTE (a cura di Ileana Mortari)

Il CREDO è un breve sommario delle principali verità che il cristiano è tenuto a credere, se vuole essere veramente tale; è una sintesi che abbraccia tutta la Rivelazione. E’ articolato in 3 parti: 1°- Dio Padre e la creazione; 2° - Gesù Cristo e la redenzione; 3° - Lo Spirito Santo e la santificazione. Inoltre vedi Newsl.N.32 pagg.1-2.

 

Il 5° articolo del Credo apostolico è riportato qui sopra, nel titolo della Newsletter.

 

 

DISCESE AGLI INFERI

Immagino che qualcuno pensi: ma allora Gesù è andato all’inferno? Certamente NO!

“Gli inferi” è un’espressione che forse dice qualcosa a chi ha masticato cultura classica (è l’equivalente dell’Ade greco e in ebraico è lo Sheol) e magari qualche salmo biblico. Ad esempio, il salmo 138/9, v.8 dice: “Se salgo in cielo, là Tu sei, se scendo negli inferi, eccoti”. Gli inferi, nella concezione ebraica antica, non sono intesi come il regno del Maligno, ma più semplicemente come il luogo dove finiscono i morti, in cui non c’è più la vita. (Cfr. Sal 6,6; 88,12-13; Qoehlet 9,5 ss.). Infatti il concetto di una vita oltre la morte comparirà solo in alcuni testi tardivi dell’Antico Testamento.

 

Se nel Credo è stata inserita questa espressione, vuol dire che ha un significato ulteriore rispetto al ripetere semplicemente che Gesù era morto (fatto già affermato prima). Come ben sa chi frequenta il triduo liturgico pre-pasquale, questo articolo del Credo viene particolarmente meditato il Sabato santo, che da un’antica omelia è così descritto: “Oggi sulla terra c’è un grande silenzio e solitudine. Il Re dorme…la terra tace, perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano”.

 

Il Card. Ratzinger ravvisa nel silenzio del sabato santo l’esperienza tipica dell’uomo moderno, che prova la sensazione che Dio si sia assentato da noi e che nessun grido sia capace di risvegliare il Dio assente. Egli inoltre coglie da questo articolo di fede il fatto che la Rivelazione cristiana non è solo Parola di Dio, ma pure “silenzio di Dio”. Il grido di Gesù in croce “Dio, perché mi hai abbandonato?” esprime in profondità che cosa significhi la sua discesa agli inferi, e cioè la sua partecipazione al destino di morte dell’uomo, all’abissale solitudine di chi, nella morte, è tragicamente solo.

 

“Il senso più profondo di questo articolo di fede – dice Mons. Tettamanzi nel suo “Questa è la nostra fede” a pag.87 e sgg. – è che non c’è situazione o condizione umana, anche la più contradditoria, la più drammatica, la più disperata, la più apparentemente priva di senso, che non sia raggiunta da Dio, dal suo amore misericordioso, dalla presenza di Suo Figlio, che si fa vicino e solidale fino a diventare partecipe di ogni vicenda umana, tranne il peccato.

 

Chiarisce ulteriormente il CCC (=Catechismo della Chiesa cattolica) al n.635:

 

Cristo è disceso nella profondità della morte, affinché i « morti » udissero « la voce del Figlio di Dio » (Gv 5,25) e, ascoltandola, vivessero. Gesù, « l'Autore della vita », ha ridotto « all'impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il

diavolo », liberando « così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita » (Eb 2,14-15). Ormai Cristo risuscitato ha « potere sopra la morte e sopra gli inferi » (Ap 1,18) e « nel nome di Gesù ogni ginocchio » si piega « nei cieli, sulla terra e sotto terra » (Fil 2,10). Davvero il Cristo è il Salvatore di ogni uomo in ogni condizione.

 

 

IL TERZO GIORNO

Perché questa precisazione? Anzitutto per sottolineare che la resurrezione di Gesù è un avvenimento storico, verificatosi in preciso momento della storia e non “fantasticato” da qualcuno. In secondo luogo c’è un significato simbolico di compimento e pienezza del progetto di Dio sull’umanità.

 

RESUSCITO’

La resurrezione di Gesù Cristo è il messaggio centrale del cristianesimo e forma il nucleo del “credo” stesso.

 

In Marco 16,1-8 leggiamo che la mattina di Pasqua alcune donne, recatesi al sepolcro, lo trovano vuoto e vedono, seduto sul lato destro, un giovane vestito di bianco.

A quest’ultimo non basta dire alle donne che Gesù è resuscitato; egli attira volutamente l’attenzione di esse sul Crocefisso, sottolineando fortemente che Gesù risorto è il medesimo Gesù di Nazareth, il Crocefisso. Cioè: la resurrezione è la manifestazione del senso vero, profondo e misterioso del cammino terreno di Gesù, perché fra i due momenti: Gesù di Nazareth e il Signore risorto- vi è un rapporto di stretta continuità.

 

Anzi, la resurrezione è la verità della croce, la verità esplicitata, luminosa della croce. Infatti quell’aspetto della dedizione, dell’amore e del servizio, che Gesù ha mostrato nel suo cammino terreno, è divenuto luminoso con la Resurrezione, assumendo un’autorevole conferma.

 

Quindi, se non si fa memoria della croce, non si può capire la Resurrezione; anzi la Resurrezione stessa perderebbe il suo significato. Perché la resurrezione di Gesù non è tanto, o soltanto, la notizia di una generica vittoria della vita sulla morte, ma è a ben vedere la vittoria dell’AMORE sulla morte.

 

Solo una vita donata vince la morte. Una vita egoisticamente trattenuta non vice la morte, ma va incontro a una 2° morte! Perché si conclude in sé, non lascia nulla, è del tutto infeconda. La resurrezione di Gesù dunque celebra un preciso modo di vivere che è profondamente segnato dall’amore, proprio come è stata la Sua vita.

 

Il giovane misterioso poi continua: “Non è qui….

Richiama l’attenzione delle donne sulla TOMBA VUOTA.

Certamente una tomba priva del cadavere può essere considerata una prova, in quanto è una traccia, ben visibile e controllabile, che il Signore è risorto. Ma per i primi cristiani non era la prova più importante, né quella decisiva; infatti non c’è alcuna menzione di essa nel kerygma (= nucleo centrale della fede cristiana) primitivo (cfr.1° Cor.15,3-5). E dobbiamo attendere la stesura del 4° evangelo (fine 1° sec. d. Cr.) per avere altri particolari su questa tomba.

 

Infatti, mentre i tre sinottici (=i primi 3 vangeli così simili che si potrebbero mettere su 3 colonne parallele e abbracciare “con un sol colpo d’occhio”= synopsis) parlano solo del masso che era stato rotolato via, Giovanni (cap.20,v.7) dice che Pietro, che era andato al sepolcro dietro a Giovanni, vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.

 

Matteo, unico dei quattro evangelisti, in 28,11-15, riferisce che i sommi sacerdoti, avendo saputo quanto era accaduto, decisero di dare una buona somma ai soldati, incaricandoli di diffondere la voce che i discepoli avevano rubato di notte il corpo del Signore, mentre le guardie dormivano.

Ma quanto sia inverosimile questa affermazione lo si capisce subito dal fatto che - come dice il vangelo di Giovanni – bende e sudario erano in ordine e piegati.

 

Come già osservava S. Giovanni Crisostomo, patriarca di Costantinopoli nel 4° secolo, “chiunque avesse rimosso il corpo, non l’avrebbe prima spogliato, né si sarebbe preso il disturbo di rimuovere e arrotolare il sudario e di lasciarlo in un luogo a parte!”

 

Dunque i vangeli con estrema sobrietà (al contrario dei fantasiosi e prolissi apocrifi) ci dicono questo: il corpo di Gesù è sparito dal sepolcro – non è più lì nella tomba; e non lo è perché Dio ha resuscitato Gesù.

 

Si capisce allora che ben più importante di questa “prova” è l’esperienza fatta dai testimoni elencati da Paolo in 1° Cor.15, 3-5 e dalle varie persone che in tutti e quattro i vangeli hanno incontrato e parlato col Signore risorto per ben 40 giorni.

Se mai, se c’è un’insistenza nei testi del N.T., cioè nella predicazione primitiva, è sul fatto che “il corpo di Gesù non vide la corruzione.” Si veda ad esempio in Atti 2,30: “Questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne vide corruzione.

 

Certo il fondamento storico della nostra fede è sempre da richiamare e sottolineare: è la realtà e storicità dell’incarnazione del Verbo su cui tanto insistettero i Padri della Chiesa (da S. Ignazio di Antiochia in poi).

 

Vittorio Messori, nel suo libro “Dicono che è risorto” (Un’indagine sul sepolcro vuoto), ed. SEI, ricorda a pag. 89 un’interessante inchiesta. Nel 1976 la rivista “Le Monde” rivolse a prestigiosi esponenti della chiesa cristiana , cattolica, protestante e ortodossa, la seguente domanda: “Che ne sarebbe della vostra fede, se il piccone di un archeologo, in qualche luogo dell’antica Palestina, dissotterrasse lo scheletro di Gesù di Nazareth?”

 

Ci furono due serie di risposte:

  1. Quelli che risposero che la loro fede non ne sarebbe stata minimamente toccata. Questo si spiega con il fatto che, in quegli anni, si era creato in campo teologico un clima di “spiritualizzazione” e “smaterializzazione” dell’evento della Resurrezione, a seguito della teoria di Bultmann della “demitologizzazione”, per cui la cosa più importante era l’annuncio di fede, indipendentemente dai fattori storici.

  2. Invece una seconda serie di teologi, che comprendeva il protestante Karl Barth, il cattolico Jean Daniélou, e altri, rispose che quel ritrovamento avrebbe fatto vacillare la loro fede.

Ad esempio Jean Guitton, Accademico di Francia, morto nel 1999, a 98 anni, che in tutta la sua vita si è occupato della possibilità e delle ragioni per credere valide per l’uomo di oggi, ha risposto in questi termini:

“Se avvenisse davvero un ritrovamento di questo tipo, lascerei scritto nel mio testamento: <Ho ingannato e mi sono ingannato!> “.

 

Anch’io la penso come i teologi della 2° linea: è sempre fondamentale mantenere ben saldo lo spessore storico della nostra fede. E a questo proposito un’ulteriore conferma ci viene dai racconti di apparizione di Gesù risorto, che sono parte integrante degli annunci di resurrezione, perché sono la “prova” più sicura della resurrezione di Gesù, una prova che la chiesa primitiva ha ritenuto molto più importante di quella della “tomba vuota”, tant’è che – come visto – nel kerygma primitivo essa non compare, così in 1° Cor.15,3-5.

 

Ora, nei racconti più lunghi di Luca e Giovanni troviamo una grande insistenza sul realismo e la concretezza del “corpo” fisico di Gesù. Così in Luca 24, 41-43 Egli chiede di dargli da mangiare e gli apostoli gli offrono un po’ di pesce arrostito; Gesù lo prende e lo mangia in loro presenza. E avvengono altri episodi simili. L’insistenza sul cibo è tale che questo aspetto così “materiale” della vita quotidiana entra perfino nel kerygma, cioè nella predicazione ufficiale della Chiesa. Atti 10,41: “Dio volle che apparisse non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con Lui dopo la sua resurrezione dai morti.”

Famoso (e proverbiale) è poi l’episodio dell’incredulo Tommaso che Gesù esorta a constatare di persona come il suo corpo sia lo stesso del Crocefisso (cfr. Gv.20, 19-31, vangelo della 2° domenica di Pasqua, che ho commentato nella rubrica del mio sito “Vangelo festivo”).

 

L’episodio della resurrezione di Gesù ha dunque solida basi storiche.

Ma nello stesso tempo dobbiamo anche affermare che questo fatto è più reale che storico, perché il “reale” comprende lo “storico”, ma va al di là, dice “più che storico”. Infatti “Storico” – dice il vocabolario - è “ciò che è realmente accaduto ed è provato da documenti e testimonianze; ciò che si può accertare scientificamente, in quanto oggetto di una “scienza” che è la storia.”

 

Ora, è possibile dimostrare “scientificamente” la morte e la resurrezione di Gesù? La morte , e infatti anni fa uscì un libro intitolato “Gli ultimi giorni di Gesù”, di Bollone, che offre una nuova lettura “scientifica” del processo e dell’esecuzione capitale di Gesù.

Ma la resurrezione, con quali documenti o reperti scientifici la si potrebbe “provare”?

La risposta è: nessuno. Una tomba vuota e l’esperienza di Gesù vivo fatta da alcune persone non possono essere “dimostrazioni scientifiche”, tant’è vero che l’evento stesso della resurrezione non è descritto e non potrebbe esserlo in alcun modo!

 

Ecco che cosa significa che l’avvenimento è più “reale” che “storico”, cioè appartiene ad una realtà che va oltre la storia, è “metastorico” (meta= al di là, oltre); e dunque è costituito da una realtà che non è materiale, che perdura al di là della storia, ed è un continuum nella vita della Chiesa.

 

Questo la Chiesa delle origini l’ha capito subito, in quei 40 giorni in cui gli apostoli hanno incontrato e dialogato con il Risorto; ormai la realtà della Chiesa era assolutamente inseparabile dalla realtà di Gesù vivente in Dio e per sempre presente ai suoi, in primis nell’Eucarestia, sotto le cui specie c’è realmente il corpo dato e il sangue sparso dal Signore Gesù per tutti noi.

 

Nel corso della celebrazione eucaristica, cui il cristiano è tenuto a partecipare almeno la domenica e le feste comandate, si riprendono, proclamandole, le parole di S. Paolo di 1° Cor.11, 26: “Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finchè Egli venga.

 

Risulta chiaro allora che, se il 1° polo della fede nella resurrezione è la testimonianza degli apostoli, il 2° è quello della celebrazione eucaristica, la quale non è solo un risultato della fede nella resurrezione, ma è anche un vero e proprio crogiuolo in cui questa fede nella resurrezione si immerge e si irrobustisce.

RIFLESSIONI ATTUALI - LA MORTE DI GESU’ E’ IL DONO CHE LIBERA (a cura di Ileana Mortari)

Il CREDO è un breve sommario delle principali verità che il cristiano è tenuto a credere, se vuole essere veramente tale; è una sintesi della Rivelazione. A partire da gennaio 2017 sto facendo un commento dei singoli articoli della Professione di fede apostolica.

 

Quest’oggi, in vista della Settimana Santa e della Pasqua,l’ho sostituito con la bella e profonda riflessione che il sacerdote missionario del PIME a San Paolo (Brasile), padre Massimo Casaro, ha tenuto sul brano di Giovanni 19,31-42, in occasione dell’ultima Giornata Missionaria Mondiale.

 

 

1° - GIOIA, FELICITA’, GRATITUDINE: un commento a Gv.19,31-42

 

La durezza di cuore, ma anche di mente, è fra i più grandi e tenaci nemici dell’uomo. Accettare, dunque, che Gesù ci aiuti a rompere questo impalpabile, perverso accerchiamento, è pura grazia, l’indicibile grazia della nostra rinnovata libertà.

 

A questo punto vi propongo un esercizio: lasciando risuonare in noi le parole del Vangelo di Giovanni: “Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto” (19,37), ci mettiamo davanti alla croce, come il credente sta davanti alla manifestazione del suo Dio. Ebbene, proprio la contemplazione e la meditazione della croce dovrebbero aiutarci a riconoscere quali “sentimenti” della fede hanno preso stabile dimora in noi………Avendo riconosciuto qual è l’intenzione profonda che si manifesta nell’evento della croce, il primo sentimento è la gratitudine. Non è una semplice emozione, tanto intensa quanto effimera, ma un vero e proprio atto cognitivo.

 

Per questo la gratitudine si colloca all’origine della vita cristiana, perché esprime il modo in cui un credente si “posiziona” di fronte al manifestarsi della verità di Dio. Tutto il resto segue, compresa la gratuità (“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”, leggiamo in Mt.10,8).

 

In un tempo come il nostro in cui, anche in ambito cristiano, si celebra sia il culto della propria insindacabile autonomia, che il delirio delle sensazioni soggettive, credo sia necessario analizzare con più attenzione questo, purtroppo misconosciuto, sentimento.

 

Lo psichiatra Eugenio Borgna, distinguendo tra gioia e felicità, ci mette in guardia dal pericolo di confonderle.

 

La gioia non dipende dagli accadimenti della vita quotidiana (un amore che sboccia, un buon voto all’esame, la vincita alla lotteria, etc.), ma si dischiude nell’intimo della persona, talora anche nel roveto ardente del dolore. Inoltre è un’emozione discreta, quasi diafana, incorporea, intima, che può essere gustata anche in solitudine.

 

La felicità, al contrario, dipendendo dagli accadimenti della vita, non è uno stato d’animo permanente, è incompatibile con la sofferenza e si esprime attraverso manifestazioni “entusiaste” che cercano immediatamente un “pubblico” da coinvolgere.

 

L’esperienza della gioia è quella che permette all’uomo saggio di costruire la sua casa sulla roccia, in modo che regga all’urto del vento e alla piena dei fiumi (Mt.7,21-29). E’ come il “riflesso” di quella “buona stagione dell’anima” (Rainer Maria Rilke), generata da ciò che l’uomo, nella gratitudine, ha riconosciuto.

 

Potremmo, riassumendo, affermare che, se la felicità è contrassegnata dalle “stigmate” del tempo, la gioia è contrassegnata da quelle dell’eterno.

 

Nella gratitudine gioiosa si stringono in un patto indissolubile la gratuità del dono e la disponibilità a custodirlo offrendolo. Perché proprio questa è la condizione che permette al dono di esercitare la sua funzione salvifica. Se, infatti, l’uomo lo fa suo senza condividerlo, finisce la grazia e subentra la morte.

 

Provate a pensare a un oggetto che vi è stato regalato da una persona cara. Ebbene, finchè sarà “per voi” (e non “vostro”), assolverà al suo compito, che non consiste nel consentirvi un “possesso”, ma nel “legarvi” a qualcuno: e allora voi lo tratterete con cura.

E’ il suo valore simbolico, il suo “plusvalore” affettivo a rendervelo prezioso. Se un giorno, per qualunque motivo, smettesse di essere “per voi” e diventasse semplicemente “vostro”, cioè perdesse la capacità di legarvi alla persona amata, cadrebbe in vostro potere e sareste liberi di usarlo a vostro esclusivo arbitrio.

 

Ma tutto ciò che smette di essere “per noi” e diventa solo “nostro”, cade inevitabilmente preda della violenza e della paura…………..(vedi in Mt.25,14-30 il servo malvagio, che non provando alcuna gratitudine per l’enorme condono concessogli dal padrone, si sente solo padrone assoluto dei beni condonati e non si sogna minimamente di comportarsi allo stesso modo con i suoi compagni, a lui debitori di cifre risibili.

 

Si può allora dire che solo il sentimento della gratitudine, in quanto riconosce il dono originario che ci costituisce, ci permette di instaurare con gli altri e con le cose rapporti “a misura d’uomo”, perché, più profondamente, a “misura di Dio”.

 

Ecco perché tra le disgrazie che possono occorrere a un essere umano, l’assenza di un forte, costitutivo sentimento di gratitudine è la più devastante.

 

Se, infatti, noi “ci possediamo” e tutto è sempre e solo un diritto, non valiamo niente per nessuno.

 

Per questo il messaggio della croce, rimettendo al centro una verità, la sola che può ridare “sostanza” a noi stessi, e quindi autenticità ai nostri rapporti con gli altri, ha molto da dire agli uomini di oggi.

 

Non è certo l’enfatica affermazione dei diritti individuali, sempre accompagnata da un irresponsabile qualunquismo che ci può salvare, ma il recupero della percezione del Dono, posto all’origine di noi stessi, da rinnovare continuamente. Padre Massimo Casaro - PIME

 

 

 

2° - RIFLESSIONI PERSONALI E ATTUALIZZAZIONE

 

Il commento di Padre Casaro mi ha fatto riflettere sull’impostazione della mia esistenza e così mi sono accorta che, fin da piccola, qualcuno mi aveva trasmesso questo sentimento di gratitudine per la vita, la fede, i tantissimi doni che poi la vita stessa mi ha dato ed effettivamente devo convenire con la distinzione tra gioia e felicità, o meglio sul contenuto dei termini, visto che oggi, spesso e volentieri, una stessa parola può voler dire molte cose.

 

Tra una settimana sarà Pasqua (= passaggio), cioè commemoreremo il passaggio di Gesù dalla morte alla vita, ma questo passaggio vale per ogni uomo e donna, per qualcuno anche concretamente dal morire al vivere per sempre, PER TUTTI, dovrebbe essere (o almeno mi auguro e auspico che sia) un passaggio dalla vita vecchia a una vita nuova.

 

E’ noto che l’essere umano è in continua evoluzione e allora: quale miglior cambiamento del passare da elementi negativi (brutte abitudini, pigrizia, disinteresse, etc.) a qualcosa di positivo, anzi di molto positivo, che testimoni una forma di ”resurrezione”?

 

Mi guardo intorno e vedo che di queste forme ce ne sono già tante: non posso citarle tutte, ma ne ho scelta qualcuna a mo’ di exemplum, perché magari può suggerire qualche idea di esercizio della gratitudine, che - come viene unanimemente testimoniato - è sempre fonte di gioia e, quantomeno, può dissipare un poco quella tanfosa aria di pessimismo, che pure mi vedo attorno.

 

A – A ROMA, ARA PACIS VISIBILE AI NON VEDENTI

 

E’ la cosa che mi ha veramente strabiliato. <Nell’ambito del progetto romano “Musei senza frontiere” per l’abbattimento delle barriere architettoniche e sensoriali, il fiore all’occhiello è “Art for the Blin”: i non vedenti potranno letteralmente “entrare in contatto” con il passato mitico dell’Urbe attraverso una nuova e speciale esplorazione plurisensoriale. Mani e orecchie potranno far “vedere” grazie a diversi supporti tecnologici: l’”anello sensoriale” riconosce gli speciali sensori applicati accanto alle opere e fa partire le informazioni audio; altri sensori sono incapsulati su codifica braille…… non manca una “mappa tattile” con informazioni utili alla sicurezza (gli ostacoli fisici) e guida alla dislocazione delle opere audio-tattili, per una maggiore autonomia> (“Avvenire” 16-3-2017).

 

B – “UN BRANCO SI’, MA DI CAPRE!”. L’AUTOCRITICA DEI BULLI PENTITI

 

Ormai purtroppo il bullismo & C. è l’argomento del giorno. Sembra impossibile, ma anche qui cominciano a farsi avanti i “pentiti”. “Durante il “Festival dei giovani” di Gaeta (4 giorni a inizio mese), che ha visto la partecipazione di 97 scuole superiori da tutta Italia, si è parlato sì di bullismo, ma non solo da parte delle vittime. Giada e Giorgia, due “ex spaccone”, hanno preso in giro per mesi una nuova compagna di classe, solo perché non era come noi, faceva fatica a fare amicizia e studiava sempre. Ora esse ammettono che, in realtà, stavano sbagliando dentro di loro, non accettando la diversità della compagna; ma in quella situazione – dicono - ti senti forte, il capobranco; anche se in verità eravamo solo delle caprone! E purtroppo hanno capito di aver sbagliato solo <quando ci è stato detto che la nostra compagna di classe aveva tentato il suicidio!>……..

E’ stato chiesto alla platea di alzare la mano davanti a prof. e compagni per confessare di aver “ogni tanto superato il limite”, di “averlo fatto senza pensare alle conseguenze”, “di aver fatto scherzi innocenti”, di “essersi nascosti dietro un computer usandolo come scudo per poter attaccare” [le mani non erano poche]

E infine c’è chi arriva a dire di essere stato prima bullo e poi – secondo il più classico contrappasso dantesco – vittima; infatti Lorenzo, alle medie, si divertiva a rubare la merenda ai compagni; ma poi ha finito per essere “emarginato e sbeffeggiato davanti a tutti al liceo per la sua bassa statura e le sue orecchie a sventola: mi chiamavano Dumbo!”. Dall’articolo di A.Guerrieri, Avvenire 7-4-17

 

 

C – LA PREVENZIONE DA’ FRUTTI: 62 BULLI RECUPERATI NEL 2016.

 

“Anna Maria Baldelli è dal 2010 Procuratore dei minorenni del Piemonte e della Valle d’Aosta ed è convinta che le istituzioni debbano essere visibili, debbano non solo agire, ma essere punto di riferimento, in modo che i genitori siano certi che, se si denunciano le violenze, l’intervento sarà immediato. Il bullismo si può arginare, purchè non si abbassi la guardia sulla prevenzione capillare nel territorio, prima che l’aggressività e le vessazioni fra adolescenti diventino reato.

 

Pertanto il Procuratore, in stretta collaborazione con il Nucleo di Prossimità del Corpo di Polizia Municipale di Torino e con la Cooperativa sociale ASAI ha trattato 62 casi di ragazzi, a rischio, inseriti in percorsi di riparazione. Gli adolescenti sono stati aiutati a focalizzare la loro responsabilità, , ad assumerla e a potenziare le loro abilità in una attività di riparazione: l’esito dei percorsi è riuscito al 100%. Non solo, ma al termine del percorso autori e vittime di bullismo si sono realmente riconciliati e si sono tolti di dosso l’etichetta di carnefice e preda.

 

La Procura subalpina, con tutte le forze che operano intorno alla scuola (polizia, servizi sociali di psicologia e psichiatria, SERT, parrocchie, società sportive, oratori) è in prima linea da anni per mettere in campo interventi contro bullissmo e cyberbullismo: l’iniziativa “Gruppo noi” coinvolge ad esempio 122 scuole secondarie del Piemonte per prevenire conflittualità tra i banchi di scuola, promuovendo “benessere scolastico” attraverso sportelli d’ascolto e dibattitti collettivi.”

Dall’articolo di Marina Lomunno, “Avvenire”26-3-17

 

D – ORA IL P.O.F. DI UNA MEDIA DI GRATOSOGLIO PREVEDE ANCHE LA MONTAGNA (VERA!)

 

Una sezione a indirizzo sport-ambiente/montagna. E’ la novità quest’anno alla scuola media “Arcadia” nel quartiere periferico del Gratosoglio a Milano. Si può dire che la montagna vi sia entrata dalla porta principale: se ne parla infatti nel Piano Offerta Formativa (Pof) che è la carta d’identità di una scuola. Un risultato positivo ottenuto anche grazie al progetto “Quartieri in quota” coordinato dall’associazione “attraverso la Montagna” (alM) che nel corso del precedente anno scolastico ha consentito a più di 150 ragazzi fra gli 11 e i 13 anni delle periferie di scoprire la montagna. Il progetto, patrocinato dal Cai Milano con il coordinamento di “alM”, è nato da un’idea di Lina Sotis, giornalista e scrittrice, infaticabile animatrice dell’associazione “Quartieri tranquilli” (www.quartieritranquilli.it) di cui è presidente.

 

L’intento è soprattutto quello di far scoprire la montagna ai ragazzi che non possono permetterselo e chi di noi ha avuto modo conoscere a fondo e frequentare regolarmente la montagna, sa bene di quale “gioia” essa sia dispensatrice: grazie ad essa si impara il valore del silenzio, della fatica, della pazienza, del rispetto della natura, dello stupore per le meraviglie del creato, della solidarietà e del reciproco sostegno.

 

IN CONCLUSIONE PASQUA SIGNIFICA ANCHE DARE UNA MANO ALLA VITA!

RIFLESSIONI ATTUALI - EUTANASIA E DINTORNI: RIFLESSIONI E TESTIMONIANZE (a cura di Ileana Mortari)

Se a qualcuno fosse sfuggita la lettera che il giovane Lorenzo Moscon scrisse al giornale “Avvenire” il 5 marzo scorso, suggerirei di leggerla, perché ha qualcosa di molto importante da dire a tutti noi. La riporto qui di seguito integralmente, sottolineando i punti che riprenderò:

 

“Caro direttore, le invio questa missiva, indirizzata ai capigruppo di Camera e Senato, con la speranza che mi aiuti a far sentire la mia voce.

«Agli illustrissimi signori capigruppo della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica. Sono uno studente universitario di 23 anni affetto dalla nascita da una triplegia spastica a causa della quale sono disabile al 100%, costretto su di una sedia a rotelle. Mi rivolgo a voi attraverso questa lettera, poiché ho appreso che in questo periodo inizia un dibattito in sede parlamentare sul tema dell’eutanasia, e questa notizia ha destato in me un sincero timore.

La World Medical Association nel 1987 definì l’eutanasia come segue: "Atto volontario con cui si pone deliberatamente fine alla vita di un paziente, anche nel caso di richiesta del paziente stesso o di un suo parente stretto": dunque anche nel caso di richiesta, da parte del paziente, di realizzare nei suoi riguardi un abbandono terapeutico, la cessazione di terapie adeguate.

Il primo motivo per cui dichiaro la mia più ferma contrarietà al fatto che lo Stato si esprima e legiferi su questo tema è che intravedo il pericolo che, mediante una legge, si giustifichi e si consenta la soppressione di un malato per alleviarlo da una sofferenza terribile, mentre è ormai dimostrato da numerosi studi a riguardo che, laddove vi fosse un dolore lancinante, il ricorso alle cosiddette cure palliative consente di lenire il dolore in maniera estremamente efficace. Piuttosto, il problema nel nostro Paese è l’inaccettabile mancanza della disponibilità a intraprendere siffatto cammino terapeutico in molti luoghi di cura. Non sarebbe meglio contrastare la sofferenza dei malati piuttosto che ucciderli in nome di una pietà falsa che cela ragioni sanitarie o economiche?

In secondo luogo, nella mia esperienza ospedaliera, che si compone di ben sei interventi chirurgici subiti, ho sperimentato quanto sia indifeso, impotente e vulnerabile un malato in un letto d’ospedale. E non vedo per quale motivo i medici, viste le difficoltà economiche in cui versa il settore sanitario nel nostro Paese, la pressione sociale e quella che ricevono dalle strutture sanitarie stesse, debbano essere considerati esenti dalla tentazione di manipolare i pazienti, spingendoli a chiedere l’eutanasia. Anzi, sono convinto che, quando un essere umano patisce un dolore fisico, oltre a soddisfare i propri bisogni primari, abbia bisogno di percepire nei suoi confronti un affetto, che è l’ultima realtà a cui ognuno di noi, di qualsiasi ceto sociale, età o sesso, si può attaccare di fronte allo struggimento che l’esperienza della malattia genera nell’infermo. Di fatto non ho mai chiesto di essere ucciso, tuttalpiù di avere una persona cara al mio fianco.

Ritengo doveroso ricordare alle vostre persone che alcune misure legislative, una volta adottate, hanno effetti a lungo termine spesso imprevedibili. In questo caso però, già in altri Stati è possibile osservare gli effetti dell’adozione di simili norme. Non è nuovo, tra gli altri, l’esempio dell’Olanda, nella quale l’eutanasia fu introdotta nel 2000 per gli infermi maggiorenni capaci di intendere, di volere, e di farnerichiesta scritta. Approvata la legge, i promotori hanno subito fatto notare che anche i minorenni possono soffrire in modo atroce. Così, nel 2002 la possibilità di chiedere l’eutanasia è stata estesa agli adolescenti sopra i dodici anni, ritenuti abbastanza maturi per richiederla. Ormai, il Parlamento olandese e belga discutono l’estensione dell’eutanasia ai malati di mente, e a quelli in terapia intensiva riservando la decisione ai medici. Tant’è vero che la Società belga di terapia intensiva, in un documento dal titolo "Piece of mind: end of life in the intensive care unit statement" (febbraio 2014), propone l’eutanasia del paziente anche senza consenso di questi.

In quanto cittadino confido nel vostro impegno per la ricerca di un autentico bene comune, e mi affido alla vostra disponibilità a considerare le mie istanze durante lo svolgimento dei vostri lavori. Distinti saluti». Grazie, direttore, e buon lavoro.”

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Anzitutto ringrazio Lorenzo (e pure Avvenire che ha reso noto il documento), per il coraggio, la chiarezza, la sofferta sincerità con cui si è espresso. Desidero manifestargli tutta la mia solidarietà e il mio totale appoggio in tutte le sue richieste, che vorrei illustrare e commentare, con adeguate informazioni, argomentazioni e testimonianze.

 

Quando si è posto il problema drammatico dell’eutanasia e degli altri interventi ad essa collegati? Cioè testamento biologico o DAT= Dichiarazioni/Disposizioni Anticipate di Trattamento; accanimento terapeutico; suicidio assistito; terapia del dolore; cure palliative; accompagnamento del paziente; alleanza terapeutica tra malato, medico e familiari.

 

La questione è nata nel secolo scorso, a fronte delle nuove possibilità offerte dalla medicina intensiva nell’ambito delle tecniche di rianimazione, per cui si è spostato sempre più in là il limite della morte; ma si è anche allungata la durata del morire, l’agonia, lo stato di sofferenza: individui che in passato sarebbero morti subito, oggi invece possono essere mantenuti in vita molto a lungo.

 

Chi chiede allo Stato di consentire l’eutanasia, lo fa di solito ricorrendo alla motivazione della “dignità” di vita e del “diritto” a decidere della propria fine. Stiamo attenti però che oggi non mancano “Diritti distorti”, titolo di un libro di Liverani; nonché diritti confusi con PRETESE (cfr. libro di V.Possenti uscito oggi; e comunque bisogna capire qual è la vera radice di certi “diritti” (cfr. Galli Della Loggia nel 3° Aggiorn. allegato).

 

Concordo pienamente con Luciano Violante che di recente ha scritto, sul settimanale dell’Osservatore Romano: “Le aspirazioni non sono diritti…….ad ogni diritto corrisponde un preciso dovere [al diritto di morire dovrebbe corrispondere il dovere di dare la morte??!!]; la coppia diritti-doveri è indispensabile per la tenuta del contesto civile, in quanto una società senza doveri resta in balia di egoismi individuali.”

 

E’ evidente che nella questione affrontata entrano in gioco la visione antropologica e il senso che ognuno dà alla sua vita e alla sua morte. In questo caso, come del resto in altri, si punta sulla contrapposizione tra laici e cattolici; i primi sarebbero favorevoli, i secondi contrari all’eutanasia. E’ sempre comodo schematizzare, ma non è così. Molti valori cari ai credenti sono condivisi anche da chi non crede. Un semplice esempio: Gilberto Corbellini, sostenitore dello scetticismo morale radicale, naturalistico e non relativista (Bioetica minima. Una guida per perplessi, Mondadori 2016 – con Chiara Lelli) disse durante un’intervista: “Quando rileggo alcuni discorsi di Pio XII ai medici, li trovo esemplarmente lucidi.”

 

Un altro esempio ci viene dal grande filosofo e giurista Norberto Bobbio, che nel 1981, in occasione del referendum sull’aborto, disse: “Quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il “non uccidere”? E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere.”

 

E’ ovvio che le due posizioni non vanno confuse. La Chiesa, fin dall’inizio, nei suoi sinodi, concili e documenti ufficiali, nel CCC (Catechismo della Chiesa Cattolica) ai n° 2270-2283, fino ai numerosi interventi in materia di Papa Francesco, è sempre stata contraria senza mezzi termini a: aborto, eutanasia, accanimento terapeutico, in nome di una concezione della vita come dono, indisponibile e non manipolabile. Ma può trovare consensi almeno parziali anche in altre correnti di pensiero o altre religioni.

 

D’altra parte è altrettanto vero che in genere chi sostiene l’eutanasia e/o l’accanimento terapeutico, l’aborto, la maternità surrogata, etc. ha alle spalle (più o meno consapevolmente) un’etica di stampo liberale, un’etica dell’autonomia, che concepisce l’uomo come libertà, non condizionato dalla NATURA, ma costruita sulla CULTURA e che quindi può disporre sovranamente e liberamente, senza alcun vincolo, del suo processo biologico. Un altro aspetto tipico dell’etica laica è contrapporre alla SACRALITA’ della vita sostenuta dai credenti, la QUALITA’ DELLA VITA, che non può diventare inaccettabile (come se tale qualità non fosse già contenuta nella sacralità!).

 

Quanto all’aspetto civile, l’eutanasia ricade sotto la fattispecie dei delitti previsti dal Codice penale agli artt.579 (omicidio del consenziente) e 580 (istigazione e aiuto al suicidio) ed è proibita espressamente dall’art.36 del codice di deontologia medica.

 

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Lorenzo parla giustamente di FALSA PIETA’ che sottostà alla richiesta di eutanasia. Ma è proprio vero che il paziente terminale desidera l’eutanasia? A Losanna, durante tre anni, solo 3 persone chiesero il suicidio assistito.All’Ospedale Niguarda di Milano, qualche anno fa si è svolto un sondaggio da cui risultava che c’erano oltre 900 domande di eutanasia; poi si è visto che, con una terapia del dolore appropriata, le richieste di morte si riducevano a una quindicina, e si trattava di persone con vissuti problematici, alle quali la morte offriva una via di fuga da situazioni familiari difficili o senza soluzioni. Certo, perché l’istinto di sopravvivenza fa parte della natura umana, così come la voglia di vivere.

 

Chiediamoci ancora: quello che si fa ora in certe cliniche è sincero aiuto o non piuttosto ipocrisia?

In queste strutture ti dicono: “Qui c’è il composto mortale, ma io non lo voglio fare. Decidi tu. Basta un semplice gesto, e ti uccidi.” E’ un’ipocrisia totale, soprattutto se consideriamo la spesa che ogni malato deve affrontare: prendono 10.000 €, ma rifiutano ogni responsabilità”. (G. Fanelli, da “Avvenire” 12-3-17)

 

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Ha tutte le ragioni Lorenzo a temere la legge in discussione. Per prima cosa, è impossibile riuscire a regolamentare in pochi articoli di legge tante situazioni, così diverse l’una dall’altra. Fabo, Welby, Eluana vivevano in situazioni cliniche molto diversificate, difficilmente accomunabili.

 

E’ poi da tener presente la preoccupazione (manifestata da alcuni) che, al di là delle buone intenzioni, si verifichi “l’eterogenesi dei fini”, singolare ma interessante principio formulato dallo psicologo e filosofo tedesco W.Wundt (1832-1920), secondo il quale le azioni umane possono conseguire fini diversi da quelli che persegue chi le compie; in altre parole: può succedere che, pur avendo io compiuto un atto per un certo scopo, di fatto ne consegua qualcosa di diverso o addirittura di opposto, come se fosse stato deciso da un altro (dal greco “etero”= diverso e “genesi” = generazione).

 

Infatti, alle lucide considerazioni di Lorenzo circa l’evolversi delle decisioni legislative in Olanda, io vorrei aggiungere un esempio significativo. Hendin, in “Sedotti dalla morte” (1997) riferisce il caso di una signora particolarmente sfortunata (aveva perso il primo figlio per suicidio, si era separata dal marito alcolista, le era morto di malattia il secondo figlio), che non riusciva a immaginare un qualche futuro per se stessa e chiese quindi di “essere aiutata a morire”. Non era ammalata fisicamente, non si poteva neppure definire “depressa” in senso tecnico, ma non voleva sottoporsi ad alcun trattamento. Lei fece la domanda e, dopo alcuni incontri, uno psichiatra, che pure ebbe modo di conoscerla meglio e di proporle delle alternative, alla fine l’accontentò. Un mese dopo il primo incontro, la decisione del suicidio assistito fu presa ed ella morì. Poteva prevedere il legislatore olandese un simile esito? Io non voglio crederlo, ma di fatto è andata così.

 

 

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“il ricorso alle cosiddette cure palliative consente di lenire il dolore in maniera estremamente efficace”

Anche su questo concordo con Lorenzo.

Anzitutto vorrei far sapere a chi non ne è informato, che, accanto agli strombazzamenti mediatici dei pro-eutanasia, esistono da molti anni forme di assistenza poco conosciute, una letteratura molto ricca e interessante sul malato terminale, anch’essa poco nota e soprattutto, diciamo così, c’è una 3° via tra eutanasia e accanimento terapeutico, a proposito del quale il citato CCC n.2278 dice: “L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la capacità, o altrimenti da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.”

 

Quando sembra che non ci sia più niente da fare, è proprio allora che c’è molto da fare! Non è un gioco di parole, ma una mia sintesi della 3° via, costituita dalle cosiddette Cure palliative, regolamentate in Italia dalla Legge 38/2010. Queste cure sono “l’insieme degli interventi terapeutici, diagnostici e assistenziali, rivolti sia alla persona malata sia al suo nucleo familiare, finalizzati alla cura attiva e totale dei pazienti, la cui malattia di base, caratterizzata da un’inarrestabile evoluzione e da una prognosi infausta, non risponde più a trattamenti specifici.” Bisogna fare di tutto per alleviare il dolore, perché è quello che toglie dignità alla vita.

Molti lamentano (giustamente) che dal 2010 ad oggi si sarebbe dovuto fare molto di più per incrementare tale forma di assistenza e per arrivare ad applicarla in modo uniforme in tutto il Paese.

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Ma la migliore cura per un malato è, come ha scritto ancora Lorenzo, “avere una persona cara accanto a sé”. E qui entriamo nel discorso più delicato, perché richiede di salvaguardare fino all’ultimo il rispetto del paziente e la sua dignità.

Anzitutto è bene non abbandonare mai il morente: il sentirsi solo, abbandonato, indifferente agli altri lo terrorizza. E come si possono vivere questi momenti difficili da parte dei parenti o degli amici più vicini? E’ importante aiutare il paziente a “fare memoria” della sua totalità di persona, di essere unico e irripetibile, con un suo ruolo e una sua missione nel mondo nelle quali nessun altro può sostituirlo; aiutarlo a ritrovare il senso della sua vita; “empatizzare” con la sofferenza dell’altro, non commiserandolo – certamente - ma aiutandolo a recuperare il più possibile le sue risorse personali.

 

E’ così che Oriana Fallaci, affetta da tempo da un tumore, ci ha lasciati il 15 settembre del 2006. La giornalista volle vicino a sé l’amico Monsignor Rino Fisichella che poi riferì le sue parole: “se le cose stanno come dici, voglio che tu mi stringa la mano fino all’ultimo, quando dovrò passare dall’altra parte; però continua come hai fatto finora, non provare a convertirmi! Voglio morire come sono sempre vissuta, da atea cristiana.” “ Può sembrare una contraddizione – prosegue Fisichella - ma per lei non lo era, nel senso che non era una cristiana praticante: per lei il cristianesimo, più che deposito di fede, era un ancoraggio e una ricchezza culturale, una forza spirituale per resistere al nichilismo e alla perdita di sé.” Della fede non aveva il dono, ma un profondo desiderio; non a caso amava frequentare e dialogare con Mons. Fisichella e ha chiesto perfino di suonare le campane al suo funerale. Oriana è morta con grande dignità, combattendo il male come se dovesse vincere, pur sapendo di perdere e senza provare pensieri di rancore.

 

Quanti di noi (almeno di una certa età!) non hanno tenuto la mano della mamma, o del papà, o di qualsiasi altra persona, negli ultimi momenti della loro vita terrena?

 

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La validità della 3° via è confermata da una gran quantità di testimonianze positive.

Negli stessi giorni in cui Fabo decideva di lasciare la vita, un altro giovane dal nome simile, Fabio (Forlì), faceva conoscere il libro “Voglia di vivere”, in cui racconta la sua storia: andato in coma per un gravissimo incidente stradale nel 2013, a 27 anni, quando si risvegliò, disse: “l’incidente mi ha sbarrato la strada con un muro. Ma io farò di tutto per aprirci una porta”. E così, dopo 4 pesanti anni di ospedali, fisioterapie, etc., Fabio è tornato perfino a lavorare! Ha scritto il libro per incoraggiare chi, in situazioni simili, sembra non farcela più ad andare avanti e vorrebbe farla finita. “Anche quando una situazione sembra disperata, bisogna credere nella cura, cioè nella vita, che ha valore anche quando non è secondo i nostri standard e quelli della cultura dominante, perché “inguaribile” non vuol dire” incurabile”.

 

Concludo ricordando una persona straordinaria che credo sconosciuta ai più giovani: Rosanna Benzi.

 

Nata nel 1948, colpita da poliomelite nel 1962, per vivere fu costretta da allora a stare in un polmone d’acciaio, che respirava per lei, e attraverso uno specchietto retrovisore poteva comunicare con gli altri. Chi non avrebbe detto: meglio la morte? Anche una sua cara amica lo pensò, ma quando andò a trovare Rosanna all’ospedale S.Martino di Genova, quasi svenne dalla sorpresa.

 

Rosanna disse sempre a voce alta che non si sarebbe mai drogata, né avrebbe mai staccato la spina. Invece fondò una rivista (senza una parola di pubblicità), scrisse libri, si occupò degli emarginati, studiò con i più giovani i problemi della società. Potè anche fare uscite, pranzi al ristorante e visite d’arte, grazie al “polmoncino” portatile, una specie di corazza-testuggine che le garantiva un’autosufficienza di alcune ore. Morì per un tumore nel 1991.

 

La sua vita fu certamente molto più attiva e soddisfacente di quella di tanti che scoppiano di salute, ma non hanno interessi e non sanno cosa fare, se non stare attaccati a smartphone et similia.

Io non dimenticherò mai la frase che Rosanna disse al giornalista Giorgio Torelli nel 1987: “Io 25 anni di polmone me li rifarei!”

RIFLESSIONI ATTUALI - DA STELLA S. GIOVANNI (Sv) ALL’UGANDA E ALLA CAMBOGIA, QUANTE LEZIONI BAMBINI E RAGAZZI SANNO DARE A NOI ADULTI! ( a cura di Ileana Mortari)

I° - UNA LEZIONE DI EDUCAZIONE CIVICA

Il 25 settembre 2016 si è celebrato a Stella S. Giovanni (in provincia di Savona e luogo di nascita di Sandro Pertini) il centenario della nascita. Vale proprio la pena ricordare, in questo periodo particolarmente problematico, questa grande figura, che ha concluso la sua movimentata esistenza nel 1990, lasciandoci una notevole eredità. Pertini, che definì se stesso “il primo impiegato dello Stato”, fu il primo ad eleggere una donna senatore a vita, spalancò le porte dei Palazzi della Politica a mezzo milione di studenti; sempre molto attento ai giovani, disse loro nel messaggio di fine anno 1978: “….Non armate la vostra mano [la violenza genera solo violenza], ma il vostro animo; e armatelo di una fede vigorosa: sceglietela voi liberamente…… Siate sempre degli uomini in piedi, padroni dei vostri sentimenti e dei vostri pensieri…… Fate che la vostra vita sia illuminata dalla luce di una grande e nobile idea”. E’ stato uomo del dialogo, valido esempio dicome si considerano gliavversari che devono restare sempre tali e mai nemici”. Ma soprattutto ha contribuito a riavvicinare i cittadini alle istituzioni.

In tale occasione è stato bandito un concorso nazionale per studenti della 5° elementare e delle medie, che frequentano scuole intitolate a Sandro Pertini; si trattava di commentare (entro il mese scorso), con un testo in prosa o in poesia, o con un disegno, etc., la seguente frase del Presidente: “Io sono orgoglioso di essere cittadino italiano, ma mi sento anche cittadino del mondo, sicchè, quando un uomo in un angolo della terra lotta per la sua libertà ed è perseguitato perché vuole restare un uomo libero, io sono al suo fianco con tutta la mia solidarietà di cittadino del mondo.”

 

I ragazzi hanno aderito con entusiasmo e anch’io ho trovato la cosa molto utile e interessante

Avendo poi la fortuna di conoscere una partecipante al concorso che frequenta la 5° classe della Scuola Elementare di Stella, ho pensato di pubblicare il testo della sua poesia:

Caro Pertini,
Queste parole sono attuali,
Queste parole sono speciali.
La libertà è un ' immensa energia,
che sprigiona nell'aria desiderio e fantasia.
Tu credevi nei giovani, ma ci credevi fino in fondo
Perché volevi vedere un bel mondo giocondo.
Con questa frase ci hai regalato un sorriso
e hai colto il punto preciso:
Perché emarginare chi è diverso da noi?
In fondo tutti siamo piccoli, grandi eroi.

E’ il caso di ricordare che quest’anno ricorre anche il 60° anniversario dell’introduzione dell’educazione civica nelle nostre scuole (vedi articolo del prof. Corradini su Avvenire 18-2-17)



2° - UNA LEZIONE DI SENSO CIVICO, EDUCAZIONE AMMINISTRATIVA E AMORE ALLA CULTURA

I Consigli Comunali dei Ragazzi (CCR) nascono in Francia nel 1979, in occasione dell’Anno Internazionale dell’Infanzia. Anche in Italia e in Piemonte, nel corso degli ultimi anni, decine di Comuni, in collaborazione con gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, hanno attivato il CCR,  costruendo percorsi per permettere ai ragazzi di conoscere e sperimentare i valori della partecipazione e realizzando iniziative e i progetti che costituiscono una grande ricchezza per tutto il territorio regionale. Il testo prosegue nel sito http://www.cr.piemonte.it/web/per-il-cittadino/spazio-ragazzi-2/consigli-comunali-dei-ragazzi

Tra i tanti esempi, ho scelto quello di Dovadola (1.500 abitanti sulle colline di Forlì), perché l’eletta è una ragazzina immigrata di colore: Henriette Sehion, 13 anni, alunna di terza media. La ragazza è il nuovo sindaco dei ragazzi del paese, che si avvarrà di un consiglio di otto “colleghi”. Nata in Burkina Faso, Henriette vive a Dovadola da diversi anni, insieme a fratello, sorella e genitori, tutti perfettamente integrati.

Di che cosa si occuperanno sindaco e consiglieri “in erba”? Tre gli argomenti della prima riunione:

- individuare un personaggio del paese cui dedicare la scuola media (le elementari sono intitolate

alla venerabile Benedetta Bianchi Porro, nativa del paese);

 

- risistemare e gestire la biblioteca comunale;

 

- organizzare incontri con la Protezione civile “per essere pronti nelle emergenze”.

 

Commenta la neosindaca dei ragazzi, a proposito della biblioteca: «Nell'epoca dei social network, i libri rappresentano un patrimonio immenso di cui tutti noi dovremmo avere il massimo della cura, e l'integrazione fra culture potrebbe partire proprio dalla biblioteca». (dall’articolo diQuinto Cappelli su “Avvenire” di giovedì 2 febbraio 2017

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Inoltre il sindaco di Brenta (Varese), Gianpietro Ballardin, dopo l’elezione della sua più giovane “collega”, avvenuta il 28-10-16, durante la cerimonia di insediamento, ha detto: «È un’ottima occasione per noi adulti di farci aiutare dai giovani a portare avanti questioni che riguardano il futuro di tutti, come l’ambiente. Brenta è il primo comune sotto i 10 mila abitanti della provincia di Varese per raccolta differenziata. Ai ragazzi ho chiesto di darmi una mano a sensibilizzare la gente sul tema e ad insegnare agli adulti come si fa a differenziare la spazzatura».



3°- UNA BELLA LEZIONE DI CONDIVISIONE

BIMBI POVERI PER I POVERI , di Gerolamo Fazzini, da “Avvenire” 4-3-17

Il digiuno – ha detto papa Francesco citando Isaia a inizio Quaresima – non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato?” A Kdol Leu (Cambogia) un gruppo di bambini della parrocchia ha raccolto 3,2 € da destinare ai coetanei in Siria. Una cifra esigua, per non dire ridicola ai nostri occhi, ma che ha un grande significato: per molti di loro la merendina sostituisce il pasto del mezzogiorno. In pratica i ragazzi, per aiutare i bambini siriani, hanno saltato il pranzo per due settimane. Inoltre poco prima di Natale, alla periferia di Dacca (Bangladesh), un gruppo di alunni della scuola parrocchiale (cattolici, musulmani e indù) aveva raccolto 470 € per le popolazioni terremotate del Centro Italia.” E’ proprio vero che” i poveri sono in genere più generosi dei ricchi”

4° - UNA LEZIONE DI RESPONSABILITA’ FAMILIARE DA GULU

(UGANDA)

 

Purtroppo 20 anni di guerra per contrastare i ribelli di Joseph Kony, tristemente famoso dagli Anni ’80, seguiti dalla pandemia dell’AIDS e dell’ebola, hanno stravolto le strutture di base della società ugandese, con il risultato di un numero abnorme di orfani, che le famiglie del clan e gli orfanotrofi non riescono più ad accogliere. E’ nata così la realtà dei bambini capofamiglia (Child Headed): bambini che hanno in carico la famiglia, perché il genitore o i nonni con cui vivono sono ammalati o disabili; si tratta anche di ragazzi che non hanno più nessun adulto di riferimento, ma sorelle o fratelli più piccoli cui badare.

 

E’ rimasta loro solo una capanna col tetto di paglia, sono senza più radici, perché hanno perso i diritti sulle loro terre d’origine; possono diventare oggetto di molestie, abusi e sfruttamento. A questi bambini è negata l’infanzia, perché improvvisamente devono diventare adulti. Normalmente è il ragazzo più grande che si prende la responsabilità della famiglia, interrompendo la scuola per potersi procurare almeno il cibo per sopravvivere.” I nuclei attualmente registrati sono 154, e coinvolgono circa 348 bambini di varie età.

 

Spesso questi ragazzi (e bambini) hanno alle spalle una lunga storia di abbandono o di solitudine che li ha abituati ad autogestirsi, a non avere regole, ad affrontare le necessità e problematicità della vita grazie a stratagemmi imparati alla “scuola della strada”. I nuclei attualmente registrati sono 154, e coinvolgono circa 348 bambini di varie età.

 

Da alcuni anni l’Associazione Good- Samaritan (www.good-samaritan.it) dedica particolare a attenzione a tali ragazzi, aiutandoli sia sul piano materiale che psicologico e regalando loro ogni tanto qualche giornata in cui “giocare”, l’attività principale di tutti i bambini del mondo!

 

 

5° - LA LEZIONE, COSI’ IMPORTANTE, DI NON SPRECARE IL CIBO

Consiglio di rileggere la mia Newsletter N.17 del 15-4-16 (a richiesta, posso riinviarla), perché credo si debba ancora lavorare molto sul fronte dello spreco del cibo. Ed ecco che, a proposito, ci giunge un altro interessante esempio dai bambini.

Traggo dall’utile articolo di Valentina Santarpia, pubblicato sul “Corriere della Sera” il 4 marzo scorso, i seguenti contenuti: “Diventa ufficiale la battaglia antisprechi della scuola primaria Rio Crosio di Asti: dopo anni di tentativi “carbonari” per evitare che il cibo della mensa finisse nella spazzatura, il Comune ha stretto un accordo con la Caritas affinchè tutto quello che non viene consumato dai bambini (500 delle elementari e 40 della materna) sia distribuito, sigillato e perfettamente conservato, alle famiglie bisognose………Il meccanismo studiato è semplice. Ai bambini (che comunque non possono rifiutare alcun tipo di cibo) è data la possibilità di prendere non l’intera porzione di ogni pietanza, ma la metà: se poi desiderano anche la parte rimanente, nessun problema……Il vantaggio è che con questo sistema i piccoli vengono responsabilizzati sul consumo di cibo e poi tutto quello che avanza è cibo confezionato e riutilizzabile……..Ogni giorno avanzano almeno 20/25 porzioni: cibo per altrettante persone in difficoltà, che altrimenti non avrebbero una cena dignitosa. L’Italia, almeno in questo settore, è all’avanguardia: la legge antisprechi approvata nell’agosto 2016 sulla scia di Expo, disciplina il recupero delle eccedenze alimentari, semplificando le procedure burocratiche e prevedendo incentivi, ad esempio sgravi della tariffa sui rifiuti….. L’obiettivo è di abbattere i 12 miliardi di € di sprechi alimentari (sic!)……

Questo tipo di educazione alimentare, indispensabile se si vuole raggiungere l’obiettivo di cui sopra, è già diffuso in molte città italiane, da Torino a Parma, da Busto Arsizio a Budrio….Il comune di Avigliana (Torino) ha avviato “Il cibo non si spreca”, con finalità solidali, ma anche ambientali: meno sprechi, meno rifiuti.”

6° - UNA LEZIONE DI “BON TON”

Da “Sconto di civiltà” di Massimo Gramellini in “Corriere della sera” del 14 febbraio 2017

“Ha destato qualche scalpore la notizia che un ristoratore di Padova abbia applicato 13 euro di «sconto bambini educati» (così recita lo scontrino) a una tavolata di clienti della domenica. Ne ha destato almeno altrettanto la scoperta che esisterebbero bambini in grado di stare a tavola per ore senza lanciare urla e posate sui commensali più vicini e senza trasformare i bagni del ristorante in un corso d’acqua navigabile. Pare che i silenziosi piccoli alieni non avessero neppure un computer per i videogiochi e riempissero il tempo tra una portata e l’altra colorando fogli di carta con dei pennarelli. Invece di chiamare un assistente sociale o almeno un hacker di Putin che li ammaestrasse alle gioie della modernità, il ristoratore ha premiato i genitori con lo sconticino di cui sopra, lanciando quella che potrebbe diventare una moda.”

7° - MILANO: INTEGRAZIONE ESEMPLARE TRA I BAMBINI .

Dove un tempo c’era il famoso Parco Trotter (V. Giacosa 46), ora c’è un Istituto comprensivo di scuola d’infanzia, elementari e medie, frequentato da 1.500 bambini, di cui il 60-70% figli di immigrati. Non solo gli stranieri imparano l’italiano, ma anche gli italiani imparano il cinese, l’arabo, il romeno, etc.!

“Questa è una scuola che non può essere gestita senza dialogo - risponde a chi la intervista la dirigente Maria Rosaria D’Alfonso – Grazie alle doti dei docenti, accadono tante cose belle. Una 3° elementare, ad esempio, ha inventato l’inno della classe, che parla di condivisione, armonia, multiculturalità e multilinguismo. Questi bambini, che con le loro famiglie vengono da tutte le parti del mondo [ci sono 150 nazionalità diverse], ci insegnano come si affrontano le difficoltà. Se penso che vorrei avere un salario più alto, penso che loro non ce l’hanno. Se desidero una casa più bella, considero che loro magari non hanno un tetto. Gli alunni che escono da questa scuola sono pronti per affrontare la vita, hanno un passaporto per il mondo!

tratto da G. Sciacchitano, Integrarsi, questione di classe, in “Noi, famiglia § vita” ottobre 2016

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I sette esempi sono altresì una dimostrazione pratica di un adagio pedagogico, attribuito a Confucio, che ho sempre tenuto presente nella mia esperienza scolastica:

 

Se ascolto dimentico,

se vedo ricordo,

se faccio capisco.

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