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RIFLESSIONI ATTUALI - DA STELLA S. GIOVANNI (Sv) ALL’UGANDA E ALLA CAMBOGIA, QUANTE LEZIONI BAMBINI E RAGAZZI SANNO DARE A NOI ADULTI! ( a cura di Ileana Mortari)

I° - UNA LEZIONE DI EDUCAZIONE CIVICA

Il 25 settembre 2016 si è celebrato a Stella S. Giovanni (in provincia di Savona e luogo di nascita di Sandro Pertini) il centenario della nascita. Vale proprio la pena ricordare, in questo periodo particolarmente problematico, questa grande figura, che ha concluso la sua movimentata esistenza nel 1990, lasciandoci una notevole eredità. Pertini, che definì se stesso “il primo impiegato dello Stato”, fu il primo ad eleggere una donna senatore a vita, spalancò le porte dei Palazzi della Politica a mezzo milione di studenti; sempre molto attento ai giovani, disse loro nel messaggio di fine anno 1978: “….Non armate la vostra mano [la violenza genera solo violenza], ma il vostro animo; e armatelo di una fede vigorosa: sceglietela voi liberamente…… Siate sempre degli uomini in piedi, padroni dei vostri sentimenti e dei vostri pensieri…… Fate che la vostra vita sia illuminata dalla luce di una grande e nobile idea”. E’ stato uomo del dialogo, valido esempio dicome si considerano gliavversari che devono restare sempre tali e mai nemici”. Ma soprattutto ha contribuito a riavvicinare i cittadini alle istituzioni.

In tale occasione è stato bandito un concorso nazionale per studenti della 5° elementare e delle medie, che frequentano scuole intitolate a Sandro Pertini; si trattava di commentare (entro il mese scorso), con un testo in prosa o in poesia, o con un disegno, etc., la seguente frase del Presidente: “Io sono orgoglioso di essere cittadino italiano, ma mi sento anche cittadino del mondo, sicchè, quando un uomo in un angolo della terra lotta per la sua libertà ed è perseguitato perché vuole restare un uomo libero, io sono al suo fianco con tutta la mia solidarietà di cittadino del mondo.”

 

I ragazzi hanno aderito con entusiasmo e anch’io ho trovato la cosa molto utile e interessante

Avendo poi la fortuna di conoscere una partecipante al concorso che frequenta la 5° classe della Scuola Elementare di Stella, ho pensato di pubblicare il testo della sua poesia:

Caro Pertini,
Queste parole sono attuali,
Queste parole sono speciali.
La libertà è un ' immensa energia,
che sprigiona nell'aria desiderio e fantasia.
Tu credevi nei giovani, ma ci credevi fino in fondo
Perché volevi vedere un bel mondo giocondo.
Con questa frase ci hai regalato un sorriso
e hai colto il punto preciso:
Perché emarginare chi è diverso da noi?
In fondo tutti siamo piccoli, grandi eroi.

E’ il caso di ricordare che quest’anno ricorre anche il 60° anniversario dell’introduzione dell’educazione civica nelle nostre scuole (vedi articolo del prof. Corradini su Avvenire 18-2-17)



2° - UNA LEZIONE DI SENSO CIVICO, EDUCAZIONE AMMINISTRATIVA E AMORE ALLA CULTURA

I Consigli Comunali dei Ragazzi (CCR) nascono in Francia nel 1979, in occasione dell’Anno Internazionale dell’Infanzia. Anche in Italia e in Piemonte, nel corso degli ultimi anni, decine di Comuni, in collaborazione con gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, hanno attivato il CCR,  costruendo percorsi per permettere ai ragazzi di conoscere e sperimentare i valori della partecipazione e realizzando iniziative e i progetti che costituiscono una grande ricchezza per tutto il territorio regionale. Il testo prosegue nel sito http://www.cr.piemonte.it/web/per-il-cittadino/spazio-ragazzi-2/consigli-comunali-dei-ragazzi

Tra i tanti esempi, ho scelto quello di Dovadola (1.500 abitanti sulle colline di Forlì), perché l’eletta è una ragazzina immigrata di colore: Henriette Sehion, 13 anni, alunna di terza media. La ragazza è il nuovo sindaco dei ragazzi del paese, che si avvarrà di un consiglio di otto “colleghi”. Nata in Burkina Faso, Henriette vive a Dovadola da diversi anni, insieme a fratello, sorella e genitori, tutti perfettamente integrati.

Di che cosa si occuperanno sindaco e consiglieri “in erba”? Tre gli argomenti della prima riunione:

- individuare un personaggio del paese cui dedicare la scuola media (le elementari sono intitolate

alla venerabile Benedetta Bianchi Porro, nativa del paese);

 

- risistemare e gestire la biblioteca comunale;

 

- organizzare incontri con la Protezione civile “per essere pronti nelle emergenze”.

 

Commenta la neosindaca dei ragazzi, a proposito della biblioteca: «Nell'epoca dei social network, i libri rappresentano un patrimonio immenso di cui tutti noi dovremmo avere il massimo della cura, e l'integrazione fra culture potrebbe partire proprio dalla biblioteca». (dall’articolo diQuinto Cappelli su “Avvenire” di giovedì 2 febbraio 2017

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Inoltre il sindaco di Brenta (Varese), Gianpietro Ballardin, dopo l’elezione della sua più giovane “collega”, avvenuta il 28-10-16, durante la cerimonia di insediamento, ha detto: «È un’ottima occasione per noi adulti di farci aiutare dai giovani a portare avanti questioni che riguardano il futuro di tutti, come l’ambiente. Brenta è il primo comune sotto i 10 mila abitanti della provincia di Varese per raccolta differenziata. Ai ragazzi ho chiesto di darmi una mano a sensibilizzare la gente sul tema e ad insegnare agli adulti come si fa a differenziare la spazzatura».



3°- UNA BELLA LEZIONE DI CONDIVISIONE

BIMBI POVERI PER I POVERI , di Gerolamo Fazzini, da “Avvenire” 4-3-17

Il digiuno – ha detto papa Francesco citando Isaia a inizio Quaresima – non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato?” A Kdol Leu (Cambogia) un gruppo di bambini della parrocchia ha raccolto 3,2 € da destinare ai coetanei in Siria. Una cifra esigua, per non dire ridicola ai nostri occhi, ma che ha un grande significato: per molti di loro la merendina sostituisce il pasto del mezzogiorno. In pratica i ragazzi, per aiutare i bambini siriani, hanno saltato il pranzo per due settimane. Inoltre poco prima di Natale, alla periferia di Dacca (Bangladesh), un gruppo di alunni della scuola parrocchiale (cattolici, musulmani e indù) aveva raccolto 470 € per le popolazioni terremotate del Centro Italia.” E’ proprio vero che” i poveri sono in genere più generosi dei ricchi”

4° - UNA LEZIONE DI RESPONSABILITA’ FAMILIARE DA GULU

(UGANDA)

 

Purtroppo 20 anni di guerra per contrastare i ribelli di Joseph Kony, tristemente famoso dagli Anni ’80, seguiti dalla pandemia dell’AIDS e dell’ebola, hanno stravolto le strutture di base della società ugandese, con il risultato di un numero abnorme di orfani, che le famiglie del clan e gli orfanotrofi non riescono più ad accogliere. E’ nata così la realtà dei bambini capofamiglia (Child Headed): bambini che hanno in carico la famiglia, perché il genitore o i nonni con cui vivono sono ammalati o disabili; si tratta anche di ragazzi che non hanno più nessun adulto di riferimento, ma sorelle o fratelli più piccoli cui badare.

 

E’ rimasta loro solo una capanna col tetto di paglia, sono senza più radici, perché hanno perso i diritti sulle loro terre d’origine; possono diventare oggetto di molestie, abusi e sfruttamento. A questi bambini è negata l’infanzia, perché improvvisamente devono diventare adulti. Normalmente è il ragazzo più grande che si prende la responsabilità della famiglia, interrompendo la scuola per potersi procurare almeno il cibo per sopravvivere.” I nuclei attualmente registrati sono 154, e coinvolgono circa 348 bambini di varie età.

 

Spesso questi ragazzi (e bambini) hanno alle spalle una lunga storia di abbandono o di solitudine che li ha abituati ad autogestirsi, a non avere regole, ad affrontare le necessità e problematicità della vita grazie a stratagemmi imparati alla “scuola della strada”. I nuclei attualmente registrati sono 154, e coinvolgono circa 348 bambini di varie età.

 

Da alcuni anni l’Associazione Good- Samaritan (www.good-samaritan.it) dedica particolare a attenzione a tali ragazzi, aiutandoli sia sul piano materiale che psicologico e regalando loro ogni tanto qualche giornata in cui “giocare”, l’attività principale di tutti i bambini del mondo!

 

 

5° - LA LEZIONE, COSI’ IMPORTANTE, DI NON SPRECARE IL CIBO

Consiglio di rileggere la mia Newsletter N.17 del 15-4-16 (a richiesta, posso riinviarla), perché credo si debba ancora lavorare molto sul fronte dello spreco del cibo. Ed ecco che, a proposito, ci giunge un altro interessante esempio dai bambini.

Traggo dall’utile articolo di Valentina Santarpia, pubblicato sul “Corriere della Sera” il 4 marzo scorso, i seguenti contenuti: “Diventa ufficiale la battaglia antisprechi della scuola primaria Rio Crosio di Asti: dopo anni di tentativi “carbonari” per evitare che il cibo della mensa finisse nella spazzatura, il Comune ha stretto un accordo con la Caritas affinchè tutto quello che non viene consumato dai bambini (500 delle elementari e 40 della materna) sia distribuito, sigillato e perfettamente conservato, alle famiglie bisognose………Il meccanismo studiato è semplice. Ai bambini (che comunque non possono rifiutare alcun tipo di cibo) è data la possibilità di prendere non l’intera porzione di ogni pietanza, ma la metà: se poi desiderano anche la parte rimanente, nessun problema……Il vantaggio è che con questo sistema i piccoli vengono responsabilizzati sul consumo di cibo e poi tutto quello che avanza è cibo confezionato e riutilizzabile……..Ogni giorno avanzano almeno 20/25 porzioni: cibo per altrettante persone in difficoltà, che altrimenti non avrebbero una cena dignitosa. L’Italia, almeno in questo settore, è all’avanguardia: la legge antisprechi approvata nell’agosto 2016 sulla scia di Expo, disciplina il recupero delle eccedenze alimentari, semplificando le procedure burocratiche e prevedendo incentivi, ad esempio sgravi della tariffa sui rifiuti….. L’obiettivo è di abbattere i 12 miliardi di € di sprechi alimentari (sic!)……

Questo tipo di educazione alimentare, indispensabile se si vuole raggiungere l’obiettivo di cui sopra, è già diffuso in molte città italiane, da Torino a Parma, da Busto Arsizio a Budrio….Il comune di Avigliana (Torino) ha avviato “Il cibo non si spreca”, con finalità solidali, ma anche ambientali: meno sprechi, meno rifiuti.”

6° - UNA LEZIONE DI “BON TON”

Da “Sconto di civiltà” di Massimo Gramellini in “Corriere della sera” del 14 febbraio 2017

“Ha destato qualche scalpore la notizia che un ristoratore di Padova abbia applicato 13 euro di «sconto bambini educati» (così recita lo scontrino) a una tavolata di clienti della domenica. Ne ha destato almeno altrettanto la scoperta che esisterebbero bambini in grado di stare a tavola per ore senza lanciare urla e posate sui commensali più vicini e senza trasformare i bagni del ristorante in un corso d’acqua navigabile. Pare che i silenziosi piccoli alieni non avessero neppure un computer per i videogiochi e riempissero il tempo tra una portata e l’altra colorando fogli di carta con dei pennarelli. Invece di chiamare un assistente sociale o almeno un hacker di Putin che li ammaestrasse alle gioie della modernità, il ristoratore ha premiato i genitori con lo sconticino di cui sopra, lanciando quella che potrebbe diventare una moda.”

7° - MILANO: INTEGRAZIONE ESEMPLARE TRA I BAMBINI .

Dove un tempo c’era il famoso Parco Trotter (V. Giacosa 46), ora c’è un Istituto comprensivo di scuola d’infanzia, elementari e medie, frequentato da 1.500 bambini, di cui il 60-70% figli di immigrati. Non solo gli stranieri imparano l’italiano, ma anche gli italiani imparano il cinese, l’arabo, il romeno, etc.!

“Questa è una scuola che non può essere gestita senza dialogo - risponde a chi la intervista la dirigente Maria Rosaria D’Alfonso – Grazie alle doti dei docenti, accadono tante cose belle. Una 3° elementare, ad esempio, ha inventato l’inno della classe, che parla di condivisione, armonia, multiculturalità e multilinguismo. Questi bambini, che con le loro famiglie vengono da tutte le parti del mondo [ci sono 150 nazionalità diverse], ci insegnano come si affrontano le difficoltà. Se penso che vorrei avere un salario più alto, penso che loro non ce l’hanno. Se desidero una casa più bella, considero che loro magari non hanno un tetto. Gli alunni che escono da questa scuola sono pronti per affrontare la vita, hanno un passaporto per il mondo!

tratto da G. Sciacchitano, Integrarsi, questione di classe, in “Noi, famiglia § vita” ottobre 2016

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I sette esempi sono altresì una dimostrazione pratica di un adagio pedagogico, attribuito a Confucio, che ho sempre tenuto presente nella mia esperienza scolastica:

 

Se ascolto dimentico,

se vedo ricordo,

se faccio capisco.

RIFLESSIONI ATTUALI - TRATTA DEGLI ESSERI UMANI - LE PROPOSTE COSTRUTTIVE DEL GOOD SAMARITAN ( a cura di Ileana Mortari)

1° - L’associazione GOOD SAMARITAN (dal sito good.samaritan.it )

Se è vero che un popolo può prendere in mano il proprio destino quando i suoi figli sono istruiti e curati, la comunità di Gulu, nel Nord Uganda, necessita ancora di aiuto per affrontare i gravi squilibri sociali dovuti alla pandemia di AIDS e per superare i postumi della devastazione causata dalla ventennale guerra civile, provocata dal tristemente noto Joseph Kony.

Good Samaritan ha scelto di lavorare a fianco di questa popolazione, favorendo il lavoro e lo sviluppo di competenze, perchè crede fortemente che vivere nella propria comunità d’origine sia davvero possibile, costruendo così non solo il proprio futuro, ma anche quello delle generazioni che verranno.

Good Samaritan nasce nel 1999 a Caronno Varesino (VA), e si dedica alla Cooperazione Internazionale, realizzando progetti di sviluppo nel Nord Uganda, in collaborazione con la ONG ugandese “Comboni Samaritans of Gulu”.

Il progetto nasce su sollecitazione di Suor Dorina Tadiello, medico e missionaria comboniana che, dalla fine degli anni Ottanta, vive ed opera a Gulu. Nel suo impegno ha scelto di privilegiare l’istruzione dei bambini orfani o figli di malati di AIDS, sostenendoli in tutto il loro percorso scolastico. Grazie alla generosità di tante persone, che hanno fatto e fanno le ADOZIONI A DISTANZA, per i giovani studenti si sono aperte strade inaspettate: lo studio li ha proiettati verso un futuro nuovo, dove il sogno di diventare medici, insegnanti o infermieri può diventare una bellissima realtà. E lo è diventata per molti!

Dopo l’avvio del programma d’istruzione scolastica per i bambini, Good Samaritan ha messo a punto una serie di interventi di assistenza sanitaria: i malati ricevono cure e farmaci grazie alla collaborazione con il St. Mary’s Hospital Lacor di Gulu. L’accesso alla terapia antiretrovirale, all’assistenza domiciliare (“Home base care”) e al sostegno psicologico e sociale sono fondamentali. A ciò si affianca un lavoro di prevenzione e sensibilizzazione per combattere la diffusione dell’AIDS tra i giovani.

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Molteplici sono le iniziative dell’associazione sia in Italia che in Uganda. In particolare vorrei dare spazio ad un’esperienza che si rivolge ai giovani: il campo solidale



 

2° - Il CAMPO SOLIDALE

Ogni anno Good Samaritan organizza un CAMPO SOLIDALE per ragazzi dai 18 ai 35 anni che hanno il desiderio di entrare in contatto con la realtà africana, e nello specifico con la comunità di Gulu, per vivere un’esperienza indimenticabile.
Il campo solidale ti permetterà di conoscere le attività sostenute dall’associazione e di condividere la vita quotidiana con i collaboratori in loco e i beneficiari dei nostri progetti. Il campo è promosso con la collaborazione della ONG Comboni Samaritans of Gulu e della Cooperativa Wawoto Kacel.

Durante le settimane di permanenza le attività saranno moltissime: vivrai una giornata con una famiglia del posto; visiterai alcune realtà del progetto Bambini Capo Famiglia; avrai modo di visitare una scuola primaria e una scuola secondaria; scoprirai la nostra fattoria St. Anthony; andrai a trovare i bambini all’orfanotrofio St. Jude; farai animazione con i bambini del St. Mary Hospital Lacor e lo potrai visitare.

E poi giocherai con i tuoi compagni d’avventura al Recreation Project – un parco pensato per il recupero degli ex bambini soldato; farai un meraviglioso safari di due giorni al Murchison Fall National Park; conoscerai le donne della Cooperativa Wawoto Kacel e i bambini dell’asilo Nido delle Collane; scoprirai le realtà di microcredito che aiutano tante persone in difficoltà; visiterai il villaggio di Opit e la scuola di Aboke, dove furono rapite 139 ragazze dai ribelli di Joseph Kony.

Ci saranno momenti dedicati ad attività di servizio alla comunità. Non mancherà il tempo libero durante il quale potrai passeggiare per la città di Gulu e fare acquisti al mercato. Con te ci sarà sempre la guida del gruppo che ti accompagnerà in ogni attività.

ATTENZIONE !

SABATO 11 FEBBRAIO 2017 a Locate Varesino, presso la Biblioteca, via Parini 1,

dalle ore 16,30: presentazione campo solidale 2017

si vedranno video e fotografie che raccontano i progetti dell’associazione

ci sarà l’esposizione dei prodotti della Coooperativa Wawoto Kacel

Per maggiori informazioni Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Puoi scaricare la locandina da:

http://www.good-samaritan.it/wp-content/uploads/LOCANDINA-LOCATE.pdf

3° - Esperienze di chi è stato a Gulu negli ultimi due anni

VALENTINA RACCONTA

I primi giorni sono stati di conoscenza, d’integrazione e di scoperta dei progetti portati avanti dall’associazione Good Samaritan e dai Comboni Samaritans of Gulu. L’esperienza vissuta con alcune famiglie del luogo, beneficiarie dei progetti dei Comboni Samaritans of Gulu, è stata sicuramente la più interessante: ci siamo trovati di fronte a persone malate, a tanti bambini capaci di divertirsi e giocare con poco. 

Solo in questo modo si può capire realmente cosa voglia dire vivere senza nulla, senza genitori, senza i beni primari, come il cibo o l’acqua potabile. Eppure, nonostante queste numerose mancanze, i bambini erano sempre felici, si accontentavano di poco, ti correvano incontro per scattare delle fotografie, ridendo a crepapelle mentre riguardavano sullo schermo della macchina fotografica le forme del loro volto e le loro espressioni. Più i giorni trascorrevano e più mi sentivo a casa. L’aria pulita, la terra rossa sotto i nostri piedi, il caldo sole africano, alternato a improvvisi temporali, i boda-boda (le motorette taxi tipiche di Gulu), il profumo del burro d’arachidi, le canzoni a tutto volume che risuonavano dai camioncini ambulanti, i grandi mercati per la strada che, tra un misto di colori e profumi, mi facevano sentire in un luogo magico, dove tradizioni e cultura avvolgevano i miei pensieri. Questa esperienza mi ha segnato molto: mi ha fatto imparare davvero cosa vuol dire non avere nulla, ma essere felici di quel poco che si ha. (Valentina)



FLAVIA RACCONTA

Apwoyo Matek”! Con questa parola, che significa “grazie mille” in lingua acholi, potrei riassumere tutto quello che ho vissuto in tre settimane in Uganda. Durante il mese di agosto sono stata a Gulu, con gli altri sei ragazzi, dove ho visitato i vari progetti che l’associazione propone per aiutare le persone meno fortunate. Il bello è stato proprio questo: non sono stata in Africa per costruire case o insegnare qualcosa, ci sono stata per incontrare una cultura, e una realtà, diversa dalla mia. L’entrare in contatto diretto con le persone che andavo a trovare, mi ha permesso di condividere uno stralcio della loro quotidianità, una quotidianità povera e semplice. È così che sono rimasta affascinata dalla loro capacità di ringraziare per quel poco che hanno.

L’aspetto più difficile da affrontare durante queste esperienze è quello di evitare di giudicare secondo la propria concezione occidentale. Questo significa tenere sempre in considerazione il contesto sociale in cui la popolazione locale vive. Prima di criticare è sempre necessario conoscere la storia che una persona o una realtà ha alle spalle e fermarsi e capire il motivo per cui è così.

Quando si parla di Africa, non si può non parlare dei bambini! Sbucano da tutte le parti e ti circondano per cercare un po’ di affetto e di gioco: far divertire i bambini africani è sempre una soddisfazione perché partecipano con grande entusiasmo a qualsiasi attività si proponga loro!

Naturalmente, in questa esperienza non sono mancati il safari, i bellissimi tramonti e le bellissime albe o i magnifici cieli stellati, ma ciò che porto più nel cuore sono le persone incontrate con i loro sguardi, i loro sorrisi e le loro parole. Tutti sempre pronti ad accogliere e ringraziare perché, finchè qualcuno si ricorda di loro, significa che Dio continua a voler loro bene. (Flavia)



LUCA RACCONTA

Non è facile raccontare cosa mi abbia lasciato l’esperienza come guida del campo solidale di quest’estate a Gulu. Non perché debba scavare a fondo prima di trovar cosa scrive, al contrario. Quel che mi ha regalato ciò che ho vissuto in Africa è chiaro come il sole, forse è addirittura troppo splendente. Ogni volta che ci ripenso un fiume di emozioni mi attraversa, molti volti familiari tornano a visitarmi seguiti da suoni, odori, colori… vita. All’inizio resto abbagliato da queste forti sensazioni, ho bisogno di tempo prima che i miei occhi si abituino, ma con pazienza e calma qualcosa emerge.

Per primo sento un grande calore, tanti sorrisi che mi accolgono, tanto Amore che sgorga libero. Sì, sicuramente questa è la prima emozione che mi ha trasmesso l’Africa. Ho avuto la benedizione di capitare in una terra abitata da un popolo magnifico, gli Acholi, composto da fieri guerrieri, la cui cosa più sacra assieme alla famiglia è l’ospite. Ogni volta, l’affetto che trasmettono quando arrivo è impressionante.

Mi è rimasto particolarmente impresso il caldo abbraccio di Massimo Opyo, Direttore dei Comboni Samaritans of Gulu, che mi ha accolto al mio arrivo a Gulu. Ascoltare la sua storia per me è stato un grandissimo dono: ha passato la sua infanzia iniziando e interrompendo gli studi più volte, e non tanto per sua volontà.

La frequenza scolastica, infatti, era impossibile da sostenere in un clima di guerriglia com’era quello del distretto di Gulu ai tempi di Joseph Kony: per lui far lezione con il rumore di spari in sottofondo o dover lavorare fin da giovanissimo per pagarsi gli studi è stato del tutto normale. Anno dopo anno ha continuato il suo percorso scolastico, aiutato dai Comboni Samaritans, con i quali ha sempre collaborato, e da una famiglia italiana che l’ha sostenuto negli studi, tramite Good Samaritan.

Così, con impegno e fatica, è arrivato a laurearsi: un traguardo importante in un paese come l’Uganda, dove le rette universitarie sono molto care e in pochi possono permettersele. È sicuramente cresciuto in una realtà difficile ma, grazie al supporto e al sostegno ricevuti, ha portato a termine gli studi con grandi risultati.

Visto l’aiuto ricevuto dai Comboni Samaritans of Gulu, ha sentito il dovere e la responsabilità di mettersi al servizio dell’organizzazione, arrivando ben presto alla carica di Direttore. Come lui ci sono tantissimi bambini sostenuti da Good Samaritan, ma ce ne sono molti altri che sono completamente soli, anche loro darebbero qualunque cosa per studiare.

Andare a Gulu è come entrare in un altro mondo, in cui tutto ciò che per te ha un determinato valore, ne assume uno completamente diverso. Dovete sapere che a Gulu non c’è il supermercato che tutti ci aspetteremmo; tanto per cominciare, l’ordine e la tranquillità dimenticatele: bambini che corrono allegri fra una bancarella e l’altra, conditi da diversi odori a seconda di quale reparto si stia visitando. Musica e sorrisi un po’ ovunque. Appena si entra nel mercato generale di Gulu (il più occidentale che ci sia in zona: ha addirittura un soffitto), ci si ritrova sommersi da ogni tipo di semi e legumi, per non parlare dei barattoli pieni di burro d’arachidi e la frutta, decisamente più saporita di quella che si assaggia da noi.

Ricordo ancora con chiarezza un pomeriggio assolato in cui stavo passeggiando con i ragazzi del campo solidale fra le bancarelle di un mercato all’aperto. D’improvviso una donna da dietro un bancone alza la voce, schiamazzando in acholi, il dialetto locale. È dietro di me, ma io non ci bado.

A un certo punto mi sento tirare per il braccio, mi volto. I ragazzi mi fanno notare che sta parlando con noi e vuole qualcosa. Indicando, ci fa capire che vuole le nostre bottiglie d’acqua vuote. Sembra tenerci, quindi gliele cediamo senza domandare il motivo della richiesta. Che valore possono mai avere delle bottiglie vuote per noi? Eppure per lei, ciò che noi consideravamo spazzatura, sembrava la cosa più utile al mondo.

È un pensiero ricorrente, quando rifletto sulla mia esperienza: anche quando immagino Masimo che, pur di studiare, inizia a lavorare da giovanissimo mentre qui i bambini sono nauseati dalla scuola.

Penso alla tenerezza e al calore con cui sono stato accolto appena arrivato a Gulu, quando a volte sono scocciato se qualcuno mi ferma per strada e ha voglia di chiacchierare, mentre sono di fretta. Penso, e resto ogni volta sempre più stupito, di come loro, che vivono in condizioni difficili – che noi consideriamo “arretrate” – sappiano meglio di noi quali siano le cose veramente importanti, sappiano meglio di noi quale immenso dono sia l’altro.

RIFLESSIONI ATTUALI - TRATTA DEGLI ESSERI UMANI ( a cura di Ileana Mortari)

La TRATTA di ieri

 

 

Che cos’è la “tratta”? tra le varie definizioni del vocabolario quella che ci interessa è: “compravendita di persone ridotte in schiavitù; es. “la tratta delle bianche: mercato illecito di donne bianche da avviare alla prostituzione (così detta per analogia col mercato degli schiavi neri)”.

 

Tutti noi ricordiamo certamente quelle pagine di storia che parlano della schiavitù in varie epoche e presso vari popoli. Quella “per antonomasia” era certamente la “tratta dei negri”, immortalata dal libro “La capanna dello zio Tom” di Beecher Stowe e da due celeberrimi film: “Via col vento” e “Amistad”. Facciamo un breve “ripasso”!

 

A partire dal 1.500 le grandi potenze europee cominciarono a realizzare insediamenti nelle Americhe, praticamente costituiti da piantagioni di canna da zucchero, caffè e cacao. Occorreva molta manodopera, ma si vide ben presto che i nativi non erano in grado di sopportare la fatica richiesta da un lavoro troppo pesante per loro.

Nello stesso periodo, gli europei entrarono in contatto con la pratica nordafricana di far schiavi i prigionieri di guerra, barattati con merci europee. Ora questi schiavi africani erano decisamente più adatti, dal punto di vista fisico, a sopportare il lavoro forzato nelle piantagioni, perciò portoghesi e spagnoli se li procuravano per mandarli nelle colonie americane, dando inizio al più grande commercio di schiavi della storia, quello attraverso l'Oceano Atlantico. E’ questa anche una delle migrazioni più consistenti nel passato, e certamente la maggiore deportazione mai avvenuta: qualcosa come 12 milioni di schiavi attraversarono l'oceano.

La tratta assunse rapidamente proporzioni senza precedenti, dando origine nelle Americhe a vere e proprie "economie basate sullo schiavismo", dai Caraibi fino agli Stati Uniti meridionali.

A causa della tratta e delle sue conseguenze morirono da due a quattro milioni di africani e tanti altri vennero strappati per sempre alla loro terra; molti afroamericani e africani chiamano questo fenomeno black holocaust = olocausto africano, o anche diaspora nera o africana.

In Europa, lo schiavismo ebbe sempre ferventi oppositori; tuttavia, questa pratica rimase legale fino al 1.700 (e in molti paesi anche più a lungo). Il primo ad abolire la schiavitù fu il Regno Unito e poi via via gli altri stati, fino agli Stati Uniti nel 2° 800 con A. Lincoln. E nel 1927 ci fu la Convenzione di Ginevra sulla schiavitù.

Strascichi dello schiavismo e della discriminazione razziale si sono manifestati in America e nel resto del mondo nel XX secolo con le leggi razziali e fenomeni di violenza sui neri (es. Ku Klux Klan); ma, a partire dal 1960 sorsero movimenti anti-segregazione intorno a figure carismatiche come Gandhi, Luther King, Malcolm X, Mandela.

II° La TRATTA di oggi

All’inizio del 21° secolo si pensava che certi orrori non si sarebbero più ripetuti, che la parola “schiavo” non dovesse più essere usata; e invece no: l’infamia ricomincia, o meglio, non ha conosciuto interruzione, anzi è peggiorata. Abolita ufficialmente da due secoli, oggi la schiavitù fa più vittime che in passato. “E’ una delle ferite aperte più dolorose della nostra società” (papa Francesco)

 

Nel 2015 fu proprio il papa a indire per l’8 febbraio di ogni anno una GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA E RIFLESSIONE CONTRO LA TRATTA DELLE PERSONE (GMPT). La scelta cadde sull’8-2, perché in quel giorno si festeggia santa Giuseppina Bakhita (1868-1947), sudanese (del Darfur) rapita a 5 anni dagli arabi, per 20 anni schiava afflitta da crudeltà e indicibili sofferenze (segnata sul corpo da 144 cicatrici delle fustigazioni subite), liberata e successivamente entrata tra le Canossiane, canonizzata da Giovanni Paolo II nel 2000. Santa Giuseppina è quasi “patrona” e simbolo di quanti ogni giorno subiscono la stessa sorte di orrore e umiliazione che toccò a lei.

È un dramma che coinvolge dai 20 ai 30 milioni di persone (di cui un terzo costituito da bambini/e e ragazzi/e), che vivono per lo più in paesi poveri; inizia nei paesi di origine e termina, dopo tante sofferenze, spesso anche sul nostro territorio nazionale. La tratta (o trafficking) è la peggiore schiavitù del XXI° sec., e, a detta di molti, “uno dei più gravi crimini contro l’umanità”.

E’ un crimine tuttavia molto remunerativo, essendo l’attività illegale probabilmente più redditizia, che sembra superare persino il contrabbando di droga e armi: un amaro primato del nostro secolo! Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), essa muove un giro di affari di 150 miliardi di dollari all’anno, più o meno il PIL del Vietnam.

La tratta spazia in vari campi: prostituzione, lavoro nero e forzato, accattonaggio, servitù domestica, matrimoni obbligati, bambini-soldato, traffico di organi, schiavitù per debiti. Vediamo qualche esempio.

1° - La giornata odierna ha per titolo: “Sono bambini, non schiavi!”. Papa Francesco accende i riflettori sugli “invisibili”, i piccoli schiavi di cui si perdono le tracce. “Ascoltiamo il grido di tanti bambini schiavizzati – esorta il Pontefice – Nessuno resti indifferente al loro dolore.”

In Italia si sa che per i migranti il momento più pericoloso sta in quelle 24-48 ore che passano dallo sbarco. E’ infatti in questo lasso di tempo che essi vengono intrappolati nella rete della tratta. Malavitosi e trafficanti intercettano i più deboli per sfruttarli con lavoro nero e prostituzione. I bambini vittime della tratta sono 5 milioni.

Se suor Bakhita è l’emblema della tratta, Iqbal Masih (1983-1995), pakistano, è il simbolo della lotta contro lo sfruttamento minorile. Per anni lavoratore biecamente sfruttato in una industria di tappeti, poi attivista contro il lavoro minorile e per i diritti dei bambini, fu ucciso a soli 12 anni in circostanze misteriose, ma fondati sospetti portano alla “mafia dei tappeti”.

2° - PROSTITUZIONE. Si stima che solo in Italia le donne costrette a prostituirsi siano circa 70.000. Suor Monica Chikwe, nigeriana, delle suore ospedaliere della Misericordia, coordina il progetto di rimpatri assistiti di donne nigeriane, vittime di tratta, portato avanti dall’Associazione “Slaves no More”, e dichiara: “E’ un fenomeno che dura da decenni e purtroppo non si arresta. E’ causato dalle condizioni di miseria e corruzione della Nigeria, nonché dalla brama di soldi di chi si arricchisce su un bieco sfruttamento. Queste donne, anche quando decidono liberamente di tornare a casa, sono traumatizzate e hanno grosse difficoltà a reinserirsi e a ricominciare una vita nuova, in libertà e dignità”

3° - LAVORO FORZATO E ACCATTONAGGIO. Anna Pozzi, segretaria generale di Slaves no More, giornalista e scrittrice, ha pubblicato l’anno scorso “Mercanti di schiavi”, San Paolo, da cui ho tratto i brani seguenti: “Molti, spesso dopo aver compiuto viaggi spaventosi, sono costretti a lavorare nei campi, o nell’edilizia, in ristoranti o mercatidalle 10 alle 12 ore al giorno, e talvolta anche di più, per pochi spiccioli e in condizioni abitative indegne di un essere umano.

Ci sono anche donne, uomini e bambini, costretti a mendicare [al riguardo rimando alla mia proposta antiaccattonaggio contenuta nella Newsl. N.9 del 13-1-16- ndr]…………I bambini costretti all’accattonaggio a volte subiscono perfino storpiature per impietosire i passanti!

I nuovi schiavi sono le ragazze e i bambini venduti dai terroristi in Medio Oriente; le migliaia di uomini e minori costretti a lavorare in condizioni subumane nelle miniere dell’America latina piuttosto che nelle enormi fattorie del Nordamerica; sono i pescatori schiavizzati nel Sudest asiatico o i bambini-soldato dell’Africa……….

Tutti, in un modo o nell’altro, subiscono un processo di privazione della loro umanità; non sono più persone, ma oggetti, da vendere e comprare, come se il denaro potesse comprare tutto, anche un essere umano……Sono figli di un mondo alla deriva, segnato da guerre, corruzione, discriminazione; ma anche dall’incapacità o dalla non volontà di Governi locali e di istituzioni internazionali di affrontare efficacemente questo fenomeno.

4° - MATRIMONI OBBLIGATI. Continua imperterrita anche la pratica delle spose-bambine, in aree povere e rurali (India, Etiopia, Yemen), dove le figlie sono un costo per le famiglie e vengono vendute spesso (anche all’età di 5 anni!) a uomini molto più anziani, con gravi conseguenze per la salute fisica e psicologica delle piccole.

Il doloroso elenco potrebbe continuare parecchio, ma lascio a voi la ricerca di ulteriori informazioni. I mezzi non mancano davvero. Oltre al libro citato di Anna Pozzi, c’è anche: Anna Pozzi e suor Eugenia Bonetti, “Schiave. Trafficate, vendute, prostituite, usate. Donne” ed. San Paolo.

 

III° Che fare ?

 

Ricordo ancora oggi la famosa formula coniata dalla JOC (Jeunesse Ouvrière Catholique) negli anni 60: ”Vedere – giudicare – agire” e in genere l’ho praticata in modalità diverse a seconda delle circostanze.

Per l’argomento che sto trattando, mi pare indispensabile seguire due linee in contemporanea:

 

A – L’INTERVENTO LEGISLATIVO. Scrive Giuseppe Anzani sull’Avvenire di oggi: “………Finalmente, dopo infinite tragedie, gli uomini hanno consegnato nell’ultimo secolo a pagine solenni di Trattati e di Carte l’orrore delle varie forme di tratta e il ripudio dell’orrore, cacciandolo fuorilegge. Tante, troppe forse per poter dire che siano state efficaci, dentro quel secolo così insanguinato, a partire dalla Convenzione di Ginevra sulla schiavitù, del 1927, fino alla Convenzione del Consiglio d’Europa firmata a Varsavia nel 2005, passando per una biblioteca intera di atti internazionali. Fra questi, uno ci sembra esplicito e vigoroso: il Protocollo Onu del 2003 noto come la “Carta di Palermo”. La tratta di esseri umani vi è definita come forma di schiavismo di cui sono vittime le persone reclutate e trasferite con l’uso della forza, della coercizione, del rapimento, della frode, dell’inganno, dell’abuso, «a fini di sfruttamento». Eccola, la parola disumana, lo sfruttamento; traguardo di tornaconto e di ferocia predatoria.”

 

UN ESEMPIO: IL TRAFFICO DI ORGANI. In un’intervista, il presidente del Centro Nazionale Trapianti (Cnt), dichiara quanto segue: “Stiamo pensando, oltre alla collaborazione con tutte le autorità di frontiera, anche a rafforzare l’impegno di chi accoglie, per capire se sul corpo dei migranti ci sono cicatrici o segni che possano far pensare ad un’asportazione d’organo……..Serve l’apporto dei medici, perché ovviamente c’è sempre il loro apporto, o perché partecipano all’espianto, o perché c’è un medico che manda un paziente in quella nazione per ottenere un trapianto. L’Italia il 25/3/2015 ha firmato un trattato a Santiago di Compostela su questo tema, non ha problemi di norme, abbiamo piuttosto la necessità di collaborare con gli altri Stati per monitorare le situazioni.

 

B – IL VOLONTARIATO. Prima o poi dedicherò un intervento su questo importante aspetto della società (in cui per fortuna credo che siamo tra i primi nel mondo), che non deve certo sostituirsi alle strutture e agli interventi dello Stato, ma è una preziosissima presenza nelle emergenze e non. Se uno muore di fame, gli dici: aspetta che si approvi la Legge “tal dei tali”? No certamente; gli dai almeno un panino; ma non ti fermi lì. Come dice un antico proverbio: "Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita."

 

Questa è la filosofia di molte ONG in Italia e nel Terzo Mondo. Ne ho riportato un esempio eloquente nell’altro file allegato Aggiorn.B su Good Samaritan 8-2-17.

 

Ma mi piace concludere con un’iniziativa che si colloca, diciamo così, tra la linea A e quella B:

è l’iniziativa della comunità Sant’Egidio che, in occasione della giornata odierna, lancia un appello:

Contro la tratta dei minori serve un’anagrafe.

 

In Africa si calcola che più di 85 milioni di bambini l’anno non vengono iscritti all’anagrafe al momento della nascita. Milioni di bambini che “ufficialmente” non esistono e rimangono quindi esposti ai rischi di essere arruolati come bambini-soldato, diventare vittime di schiavitù, abusi sessuali, traffico di organi e lavoro minorile. Un documento di identità sembra poco – sottolinea Sant’Egidio – invece protegge dall’illegalità e permette la partecipazione alla società, dando la possibilità di studiare, lavorare e viaggiare legalmente. E soprattutto di far uscire dall’ “invisibilità”.

Dal 2008 la Comunità di S.Egidio combatte questo gravissimo fenomeno in alcuni paesi africani.

 

E ALLORA DIAMOCI DA FARE. Marthin Luther King disse giustamente una volta: “Non ho paura delle parole dei violenti, ma del silenzio degli onesti”

RIFLESSIONI ATTUALI - San Benedetto e l’Europa

Parrocchia di san Simpliciano – incontri del lunedì

San Benedetto e l’Europa

 

 

Molto si parla nei tempi recenti della difficoltà che incontra il decollo dell’Europa. È da molti riconosciuta la sproporzione tra il rilievo dell’Europa sotto il profilo economico e soprattutto sotto il profilo culturale, e il suo rilievo politico. Il rilievo economico si misura: 18.140 miliardi di dollari di Pil, contro i 16.700 degli Usa e i 10.360 della Cina. Il rilievo culturale non si misura; e tuttavia è molto facile questa diagnosi sintetica: la gran parte delle risorse civili di cui vive il mondo intero – scienza, diritto, letteratura ed arti in genere – sono prodotto della tradizione europea. I principi proclamati all’Onu, con vigore intenzionalmente mondiale, sono europei. Il rilievo politico è invece quasi nullo.

L’apparente sproporzione di cui si dice per riferimento all’Europa è soltanto l’indice di un fenomeno planetario, che ha di che preoccupare. Tutte le nazioni della terra, e quindi poi il pianeta nel suo insieme, minaccia di tagliare le radici dalle quali nasce. Esiste l’Onu, esiste in tal senso un’istituzione politica planetaria, soltanto perché c’è l’Europa. Ma all’Onu l’Europa non c’è.

L’idea di Europa, o più precisamente l’ideale politico di Europa, è abbastanza recente. È, fondamentalmente, un prodotto della cultura illuminista. Nasce a correzione delle divisioni linguistiche ed etniche, che rendevano i paesi europei così litigiosi e sempre in guerra reciproca. L’ideale Europeo appare in tal senso, paradossalmente, molto poco europeo; i fautori di quell’ideale per criticare i pregiudizi europei si portano dal punto di vista dei persiani; ai loro occhi – suggerisce Montesquieu nelle famose Lettere persiane (1721) – appare con chiarezza l’ottusità dei francesi e dei tedeschi.

L’ideale europeo nasce universalista; una delle sue espressioni maggiori pare proprio questa, la negazione dell’eurocentrismo. Figli di quell’ideale sono, in tal senso, i diritti universali dell’uomo piuttosto che una positiva immagine dell’umano, della città e della civiltà.

A misura in cui di quei diritti si appropria l’Onu, e le società europee assomigliano sempre più a quelle nordamericane, a misura in cui il mercato omologa il mondo intero, appare con crescente chiarezza la differenza europea, ma anche come quella differenza sia in crisi.

In anni ormai lontani, in molteplici intervenni, Benedetto XVI segnalò come esistano due Europe: quella illuminista e quella cristiana. E associò con insistenza l’immagine cristiana dell’Europa al nome di san Benedetto e alla tradizione del monachesimo. Di più, qualificò l’Europa benedettina come l’Europa vera, e quella illuministica come finta. La più presente sulla scena pubblica – occorre riconoscerlo – è la seconda. Proprio essa conosce evidenti e crescenti difficoltà. Non sarà giunta l’ora di riscoprire l’altra?

Benedetto rappresenta un cristianesimo che eleva l’intenzione di diventare principio di civiltà, di cultura, di formazione umana. Esso punta sulla stabilitas loci. La Regola prescrive infatti che il candidato monaco

al momento dell'ammissione faccia in coro, davanti a tutta la comunità, solenne promessa di stabilità, conversione continua e obbedienza, al cospetto di Dio e di tutti i suoi santi, in modo da essere pienamente consapevole che, se un giorno dovesse comportarsi diversamente, sarà condannato da Colui del quale si fa giuoco» (cap. LVIII).

Un nesso chiaro lega la stabilitas loci alla conversione dei costumi; per i monaci era facile l’illusione che, al disagio incontrato in un certo habitat, si potesse rimediare trasferendosi altrove. Anche per gli europei moderni e anglofoni è facile la tentazione di cercare rimedio agli inconvenienti incontrati in un luogo traferendoci altrove. Benedetto sa che al disagio non si rimedia cambiando il luogo, ma soltanto cambiando i costumi. E per propiziare la conversione dei costumi risorsa preziosa è la fedeltà ai rapporti intrapresi. Attraverso tale fedeltà si costruisce la “comunità”, o addirittura la comunione, un’intesa che non si basa sulla complicità ammiccante, ma su un ethos condiviso.

Bisogna dunque istituire una scuola del servizio del Signore nella quale ci auguriamo di non prescrivere nulla di duro o di gravoso; ma se, per la correzione dei difetti o per il mantenimento della carità, dovrà introdursi una certa austerità, suggerita da motivi di giustizia, non ti far prendere dallo scoraggiamento al punto di abbandonare la via della salvezza, che in principio è necessariamente stretta e ripida. Mentre invece, man mano che si avanza nella vita monastica e nella fede, si corre per la via dei precetti divini col cuore dilatato dall'indicibile sovranità dell'amore. Così, non allontanandoci mai dagli insegnamenti di Dio e perseverando fino alla morte nel monastero in una fedele adesione alla sua dottrina, partecipiamo con la nostra sofferenza ai patimenti di Cristo per meritare di essere associati al suo regno. Amen.» (Prologo 45-49).

La tradizione monastica molto ha concorso, nella storia di Europa, alla formazione dell’uomo. Non all’ascesi, non semplicemente alla penitenza e al rinnegamento – come troppo spesso si pensa, o si dice. Quel che soprattutto manca alla formazione dell’uomo, alla forma morale della vita umana, è appunto l’assiduità dei rapporti.

Il potere di fare (la tecnica) si è enormemente accresciuto. Molto son cresciuti anche i poteri di auto manipolazione dell’uomo. Sempre minore appare invece la capacità morale dell’uomo, che è come dire la capacità di decidere di sé, di disporre di sé.

Sì, certo, molto si declama e si reclama in fatto di giustizia, di pace, di uguaglianza, di libertà, di tolleranza, di rispetto del creato, e altri “valori” del genere. «Ma questo moralismo rimane vago e scivola così, quasi inevitabilmente, nella sfera politico-partitica. Esso è anzitutto una pretesa rivolta agli altri, e troppo poco un dovere personale della nostra vita quotidiana. […] Negli ultimi decenni abbiamo visto ampiamente nelle nostre strade e sulle nostre piazze come il pacifismo possa deviare verso un anarchismo distruttivo e verso il terrorismo». Così si esprimeva nel 2005 il card. Ratzinger in una conferenza tenuta a Subiaco, che aveva per oggetto appunto il rapporto tra Benedetto ed Europa.

Il moralismo politico degli anni Settanta, le cui radici non sono affatto morte, fu un moralismo che riuscì ad affascinare anche dei giovani pieni di ideali. Ma era un moralismo con indirizzo sbagliato in quanto privo di serena razionalità, e perché, in ultima analisi, metteva l’utopia politica al di sopra della dignità del singolo uomo, mostrando persino di poter arrivare, in nome di grandi obbiettivi, a disprezzare l’uomo.

Vogliamo rivisitare la tradizione di san Benedetto per trovare documento non dei diritti dell’uomo, ma dell’uomo retto, diritto, capace di promettere e di ricordare, di rispondere di sé sempre e di fronte a tutti, di seguire un Pastore, e non arrendersi invece ad essere unico gregge senza alcun pastore.

 

programma

 

23 gennaioSanBenedetto e l’Europa di oggi secondo papa Benedetto XVI (discorso di Subiaco del 2005)

30 gennaioIl personaggio: ritratto secondo i Dialogi di san Gregorio Magno

6 febbraioLa Regola dei Monaci: quale progetto di vita?

13 febbraioIl monachesimo benedettino e la nascita della Europa cristiana

20 febbraioLe due Europe, quella illuministica e quella cristiana

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