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RIFLESSIONI ATTUALI - I VANTAGGI DELL’ESSERE AUTENTICAMENTE CRISTIANI (a cura di Ileana Mortari)

elazione di Ileana Mortari presso laParrocchia diS. Francesco di Sales MILANO

9 e 16 dicembre 2010, aggiornata al 7-5-17

 

”Fu un giovane universitario che un giorno mi chiese: “Ma non si può essere cristiani a metà? , cioè fare alcune cose richieste da questa fede/religione, e altre no?

La mia risposta è ovviamente NO, anche perché chi vuol essere cristiano a metà sente doppiamente il peso degli impegni cristiani stessi.

 

Al contrario chi è coraggioso, non “taglia” gli impegni e pone nel Signore la sua fiducia, si accorge che il cristianesimo non è pesante, anzi libera da tanti legami e dipendenze e soprattutto fa provare una grande felicità. Allora si vedrà quali e quanti vantaggi ci sono ad essere autenticamente e fino in fondo cristiani.

 

E’ opportuno dividere il discorso in due parti: la prima a livello del singolo individuo; la seconda a livello della civiltà europea e della storia dell’umanità.

 

N.B. Dati i limiti di spazio della Newsletter, ho dovuto fare un estratto dal testo dei due incontri, che comunque sarà caricato sul sito appena possibile.

 

  1. IL CRISTIANESIMO A LIVELLO DEL SINGOLO INDIVIDUO E

DELLA CHIESA

 

Anzitutto diamo una definizione:

 

“CRISTIANESIMO” indica la religione cristiana e si riferisce all’insieme delle chiese, comunità, sette e anche delle idee e concezioni che, suscitate o enunciate da Gesù Cristo, hanno come elemento comune la professione di fede nello stesso Gesù come Figlio di Dio, incarnato, morto e risorto.

 

In particolare io mi riferisco alla Chiesa Cattolica, la religione più seguita nel nostro Paese, la quale, tra alti e bassi, comunque sempre assistita dallo Spirito santo, è andata avanti per oltre due millenni. Essa conserva un immenso patrimonio di fede, santità, impegno, produzione libraria e artistica. Noi dobbiamo anzitutto sentirci “innestati” su questa pianta millenaria, che dà un senso di grande solidità.

 

Diciamo subito che l’uomo è abitato da una fede originaria, senza la quale non sarebbe possibile vivere, perché ha bisogno di un fondamento, un punto stabile cui ancorarsi. La fede cristiana chiama questo fondamento, questo punto di forza, di cui ci fidiamo totalmente, il Dio di Gesù Cristo, che ci ha rivelato l’amore del Padre per tutti gli uomini.

 

Però la fede non è un vago sentimento religioso, non è solo far affidamento su qualcuno [credo a, credo in Gesù]; essa necessita di oggettive motivazioni, cioè ha una dimensione conoscitiva [credo che], e richiede di fare propria la verità racchiusa nella vita e predicazione, nella morte e nella resurrezione di Gesù, così come l’annunciarono gli apostoli, primi testimoni del Risorto, e così come è risuonata nel corso del tempo e risuona tuttora nella Chiesa. Quest’ultima trasmette la verità di Gesù attraverso la Parola [la Bibbia], i sacramenti, una vita a Lui ispirata.

 

1° -GESU’ TI DA’ LA SALVEZZA, CIOE’ IL SENSO DELLA VITA.

So bene che salvezza è un termine oggi inusuale, quasi privo di significato. Cercherò quindi di spiegarlo in termini comprensibili all’uomo d’oggi.

Una parola certamente più comprensibile e dotata di un significato interessante per tutti è SENSO; qual è il senso della nostra vita? Perché lavoriamo, mettiamo su famiglia, etc.? La parola ebraica ad esso corrispondente nell’Antico Testamento è “shalom”, dal verbo “shalem”, che significa “essere o rendere completo, condurre ad armonia e compimento; essere sano, perfetto, illeso”; insomma è tutto ciò che è bene per l’uomo e la comunità, tutto ciò che fa la felicità di una persona: salute, benessere, prosperità, sicurezza, pienezza dei beni, buone relazioni sociali. Nel Nuovo Testamento il termine corrispondente è il greco “eirene” [pace] e “soterìa” [salvezza]

 

In Giov.8,14 c Gesù dice: “So da dove sono venuto e dove vado”; e siccome i cristiani si fidano totalmente di Lui, anche per loro questa è una grande certezza!

 

 

2° - DIO TI PERDONA

Stiamo vedendo in che cosa consiste la salvezza-liberazione portata da Cristo: liberazione dalla morte, perché la Sua resurrezione è garanzia della nostra; ma c’è una morte spirituale talora peggiore: quella del peccato; anche da questa Gesù ci libera con il perdono. Il PERDONO! non so quanto sia presente altrove, ma quello cristiano è veramente il dono perfetto, che fa superare il senso di colpa, fa ricominciare da capo, riabilita la persona, e la rende più responsabile, perché il sapere che si è perdonati non rende più faciloni, semplicisti, tolleranti con se stesasi. Al contrario!| Ogni volta ci viene data la possibilità reale, non il sogno o l’utopia, di RICOMINCIARE DA CAPO con più fiducia e speranza, e anche con maggior impegno.

 

Mi è sempre rimata impressa l’esperienza di un coreano buddhista, lo scrittore Bang U Kim, che negli anni Novanta a un certo punto scelse di passare alla Chiesa cattolica, dando questa motivazione: “La conversione è un mistero e sono tanti i motivi che mi hanno spinto. Uno dei più forti è certamente il fatto che nella Chiesa cattolica il sacerdote perdona i peccati in nome di Dio. Per me questa è stata una scoperta sconvolgente. Nel Buddhismo non esiste perdono: si fanno cerimonie purificatorie, si danno offerte e si recitano preghiere, ma nessuno perdona i peccati. Il fedele buddhista che ha un animo sensibile rimane tutta la vita con il peso dei propri peccati, lo ricorda, si tormenta, non è mai sereno. Quando ho saputo che la Chiesa cattolica perdona i peccati in nome di Dio, ho capito che questa fede faceva per me”

Mi affianco al fratello coreano, aggiungendo che purtroppo, anche dopo aver ricevuto il perdono, capita di continuare a tormentarsi per un grave peccato (vedi quanto detto sopra), e allora è possibile quanto meno “riparare” al male fatto compiendo azioni positive verso i meno fortunati di Dio e soprattutto ricordando le parole del profeta: “O Dio, ti sei gettato dietro le spalle tutti i miei peccati” (Is 38,17).

 

3° - GESU’ TI LIBERA

Tempo fa c’era un giovane che provava grandissimi sensi di colpa, di insoddisfazione verso se stesso; e insistenti gli tornavano in mente frasi tipo: “Dovresti essere….e non sei; dovresti fare …….e non fai. Purtroppo in quel frangente non aveva accanto nessuno con cui poter almeno confrontarsi. “Mi stavo convincendo – confessa egli stesso – che non ero fatto per un cristianesimo impegnato, quando mi capitò di ascoltare la parabola del fariseo e del pubblicano [Luca 18,9-14]. Rimasi colpito dall’umiltà di quest’ultimo, che <uscì giustificato dal tempio>, a differenza dell’altro. E allora provai un tale senso di liberazione dai miei limiti che ogni scrupolo, insoddisfazione, rimpianto svanirono come nebbia al sole!”

 

 

4° - CON GESU’ LA FRATELLANZA NON E’ PIU’ UTOPIA

Secondo Heschel, le religioni possono essere classificate in 3 gruppi: religioni dell’autosoddisfazione, dell’autoannullamento, della fratellanza. Fra tutte le religioni, quella biblica è la religione della fraternità per eccellenza.

 Molti hanno notato che, dei tre grandi principi della rivoluzione francese: libertà, uguaglianza, fraternità, solo i primi due hanno conosciuto forme concrete di traduzione (pur con contraddizioni e ambiguità) sul piano storico e politico, mediante l’istituzione delle democrazie e delle carte dei Diritti individuali; mentre di fatto il principio fraternità è stato ignorato o rimoso, per cui ancora attende di essere preso sul serio e attuato. La Bibbia ripropone continuamente l’ideale di un umano dove gli uomini non siano “lupi” che aggrediscono, né “agnelli” che subiscono, né estranei che si ignorano, né lottatori che competono, ma dove tutti sono chiamati ad accogliersi come fratelli e sorelle. Egli innumerevoli conventi, fraternità, comunità di vario tipo ne sono la luminosa esemplificazione.

 

E comunque per ogni singolo seguace di Cristo la pratica della carità, nel quotidiano della vita,

è la materia dell’ “esame di maturità” cristiana. Basti pensare a quanti “SANTI DELLA CARITA’”, nel corso dei secoli, hanno costellato l’Occidente (e anche il resto del mondo) di opere in soccorso dei più bisognosi ed emarginati: da S. Francesco d’Assisi a S. Filippo Neri, da S. Vincenzo de’ Paoli a S. Giuseppe Cottolengo (nel cui ospedale a Torino c’è oggi una corsia preferenziale per visite gratuite a disabili e indigenti), da S. Giovanni Bosco a S. Teresa di Calcutta.

 

Event. P.20 d su pazienza e umiltà 21 e sgg. speranza e 23b Dio trae il bene dal male. E altre varie frasi a fine cartelletta marrone.

 

 

 

  1. IL CRISTIANESIMO A LIVELLO DELLA CIVILTA’ EUROPEA

E DELLA STORIA DELL’UMANITA’

 Alla base del cristianesimo ovviamente c’è la Bibbia, il libro più conosciuto e più stimato in ogni parte del mondo. E, non a caso, è stato definito, prima dal poeta e artista inglese William Blake (1757-1827), poi dal famoso critico canadese Northrop Frye (1912-1991) che vi ha costruito addirittura un libro, “il grande codice della civiltà occidentale”.

 

Codice è anzitutto il libro nell’antichità, ma codice è anche un insieme di regole, riferimenti, segni convenzionali.

 

“Le Sacre Scritture – dice Frye – hanno avuto una funzione decisiva nella cultura dell’Occidente, sono state per essa una stella polare, un “codice” di riferimento capitale. E uno dei massimi poeti del ‘900, Th. Stearns Eliot, non esitava ad affermare: “Un cittadino europeo può non credere che il cristianesimo sia vero e tuttavia quello che il cittadino stesso dice e fa scaturisce proprio da quella cultura biblica di cui è erede…..”

Gli fa eco Kant: “Il Vangelo è la fonte da cui è scaturita la nostra civiltà”

 

Perfino Marx ammette esplicitamente che alla base del suo pensiero ci sono due realtà: i bisogni dell’uomo e il precetto cristiano dell’universale amore umano.

 

E l’indimenticato Card. Martini scrisse nel 2004: “La Bibbia è il libro del futuro dell’Europa”.

 

Infine, parecchie sono le parole-chiave della nostra civiltà derivate dalla Bibbia:

peccato – pentimento – perdono – alleanza – libertà – legge – grazia – amore – redenzione - speranza messianica – salvezza – giudizio – resurrezione dei morti – memoria – testimonianza – incontro con l’altro – povertà – coscienza – obiezione di coscienza (nata tra i militari cristiani dell’impero romano) - fraternità – persona (e sua centralità), etc.

 

Com’è noto, nella nuova Costituzione Europea del 2004, nonostante la richiesta di 7 paesi, non sono state menzionate le “radici cristiane” del continente (che ha evidentemente alla sua base la civiltà greco-romana e il cristianesimo), il che provocò la vibrata reazione di papa Giovanni Paolo II:

“Non si tagliano le radici dalle quali si è nati!"

 

Ora, nel breve spazio ancora a mia disposizione, vorrei esemplificare in concreto alcuni di questi tratti civili e culturali che l’Europa ha ereditato dal cristianesimo.

 

1°- L’IDEA DI CREAZIONE

Distinguendo bene tra natura creata e Creatore (vedi Gen.1), la Bibbia prende le distanze dalle cosmogonie e dalle filosofie naturali che presentano il mondo come impregnato di sacro e indistinto dalla divinità, e l’uomo come succube di queste forze misteriose e intoccabili della natura. Nella visione cristiana, al contrario, Dio affida all’uomo il compito di custodire, sviluppare e ammirare la natura.

 

2° - L’IMPORTANZA DELLA CULTURA SACRA E PROFANA

Nelle comunità cristiane primitive si dava molta importanza all’apprendimento di conoscenze biblico-catechetiche per poter accedere ai Sacramenti; per secoli gli stupendi cicli pittorici di abbazie e cattedrali erano pure una forma di insegnamento per un popolo analfabeta. Dopo il Concilio di Trento (1545-1563) l’indice di alfabetizzazione delle campagne appare stabilmente superiore a quello cittadino, e questo non ha altra spiegazione se non il lavoro oscuro, silenzioso, ma costante, di un gran numero di parroci rurali.

 

Tutti sappiamo della brillante stagione europea dell’Umanesimo e Rinascimento in Europa, ma forse non tutti sanno che ci fu pure un “Umanesimo cristiano” di tutto rispetto: basti citare i due “giganti” Tommaso Moro ed Erasmo da Rotterdam.

 

Nell’800 la religiosa S. Francesca Cabrini (più conosciuta in America che da noi!) lasciò l’Europa per assistere gli emigranti italiani (erano milioni) con un atteggiamento estremamente moderno e addirittura pre-globalizzante. Madre Cabrini divenne la voce, la sostenitrice, la custode e la Madre di migliaia e migliaia di emigranti. Per loro aprì scuole, orfanotrofi, educandati, ospedali e centri sociali, contribuendo ad integrare nelle nuove culture i nostri connazionali emigrati. Nel 1950 fu proclamata da Pio XII "Patrona universale degli emigranti". Sarà il caso di chiedere la sua intercessione in questo momento storico!

 

3° - PERSONA E PERSONALISMO

Fu il filosofo cristiano Severino Boezio (5° sec. d. Cr.) che diede la prima fondamentale definizione di PERSONA: soggetto individuale di natura razionale, dotato di coscienza, e di una vita interiore, non comunicabile ad altri, ma essenzialmente in relazione (= in rapporto, in comunicazione con altri). Tale concetto di persona riprende certamente quanto detto nella filosofia greca e nel diritto romano, ma lo radica in un’ulteriore profondità e lo dilata a una reale universalità.

 

Persona è infatti ogni uomo e ogni donna nella sua irripetibile e intangibile DIGNITA’, in quanto creati e ri-creati in Cristo Gesù, a immagine e somiglianza di Dio.

 

Questo primato inviolabile della persona, a differenza per esempio di certe culture classistiche (India) o collettiviste (Cina) o tribali (Celti e Germani), ha inciso su tutta la storia sociale europea, come si vede da leggi, costituzioni, ordinamenti familiari e costumi civili della vecchia e nuova Europa.

 

Al concetto di persona si ispira una delle filosofie più importanti del ‘900, il PERSONALISMO, che si contrappone a tutti quei sistemi filosofici che trascurano la persona, facendone un momento dell’assoluto (idealismo) o della natura (materialismo). Al contrario questa linea di pensiero si propone di integrare la coscienza storico-sociale della persona con il suo valore assoluto. Ne sono esponenti i cattolici Mounier e Guardini, i protestanti Ricoeur e Brightman, gli ebrei Buber e Lèvinas.

RIFLESSIONI ATTUALI - DISCESE AGLI INFERI; IL TERZO GIORNO RISUSCITÒ DA MORTE (a cura di Ileana Mortari)

Il CREDO è un breve sommario delle principali verità che il cristiano è tenuto a credere, se vuole essere veramente tale; è una sintesi che abbraccia tutta la Rivelazione. E’ articolato in 3 parti: 1°- Dio Padre e la creazione; 2° - Gesù Cristo e la redenzione; 3° - Lo Spirito Santo e la santificazione. Inoltre vedi Newsl.N.32 pagg.1-2.

 

Il 5° articolo del Credo apostolico è riportato qui sopra, nel titolo della Newsletter.

 

 

DISCESE AGLI INFERI

Immagino che qualcuno pensi: ma allora Gesù è andato all’inferno? Certamente NO!

“Gli inferi” è un’espressione che forse dice qualcosa a chi ha masticato cultura classica (è l’equivalente dell’Ade greco e in ebraico è lo Sheol) e magari qualche salmo biblico. Ad esempio, il salmo 138/9, v.8 dice: “Se salgo in cielo, là Tu sei, se scendo negli inferi, eccoti”. Gli inferi, nella concezione ebraica antica, non sono intesi come il regno del Maligno, ma più semplicemente come il luogo dove finiscono i morti, in cui non c’è più la vita. (Cfr. Sal 6,6; 88,12-13; Qoehlet 9,5 ss.). Infatti il concetto di una vita oltre la morte comparirà solo in alcuni testi tardivi dell’Antico Testamento.

 

Se nel Credo è stata inserita questa espressione, vuol dire che ha un significato ulteriore rispetto al ripetere semplicemente che Gesù era morto (fatto già affermato prima). Come ben sa chi frequenta il triduo liturgico pre-pasquale, questo articolo del Credo viene particolarmente meditato il Sabato santo, che da un’antica omelia è così descritto: “Oggi sulla terra c’è un grande silenzio e solitudine. Il Re dorme…la terra tace, perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano”.

 

Il Card. Ratzinger ravvisa nel silenzio del sabato santo l’esperienza tipica dell’uomo moderno, che prova la sensazione che Dio si sia assentato da noi e che nessun grido sia capace di risvegliare il Dio assente. Egli inoltre coglie da questo articolo di fede il fatto che la Rivelazione cristiana non è solo Parola di Dio, ma pure “silenzio di Dio”. Il grido di Gesù in croce “Dio, perché mi hai abbandonato?” esprime in profondità che cosa significhi la sua discesa agli inferi, e cioè la sua partecipazione al destino di morte dell’uomo, all’abissale solitudine di chi, nella morte, è tragicamente solo.

 

“Il senso più profondo di questo articolo di fede – dice Mons. Tettamanzi nel suo “Questa è la nostra fede” a pag.87 e sgg. – è che non c’è situazione o condizione umana, anche la più contradditoria, la più drammatica, la più disperata, la più apparentemente priva di senso, che non sia raggiunta da Dio, dal suo amore misericordioso, dalla presenza di Suo Figlio, che si fa vicino e solidale fino a diventare partecipe di ogni vicenda umana, tranne il peccato.

 

Chiarisce ulteriormente il CCC (=Catechismo della Chiesa cattolica) al n.635:

 

Cristo è disceso nella profondità della morte, affinché i « morti » udissero « la voce del Figlio di Dio » (Gv 5,25) e, ascoltandola, vivessero. Gesù, « l'Autore della vita », ha ridotto « all'impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il

diavolo », liberando « così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita » (Eb 2,14-15). Ormai Cristo risuscitato ha « potere sopra la morte e sopra gli inferi » (Ap 1,18) e « nel nome di Gesù ogni ginocchio » si piega « nei cieli, sulla terra e sotto terra » (Fil 2,10). Davvero il Cristo è il Salvatore di ogni uomo in ogni condizione.

 

 

IL TERZO GIORNO

Perché questa precisazione? Anzitutto per sottolineare che la resurrezione di Gesù è un avvenimento storico, verificatosi in preciso momento della storia e non “fantasticato” da qualcuno. In secondo luogo c’è un significato simbolico di compimento e pienezza del progetto di Dio sull’umanità.

 

RESUSCITO’

La resurrezione di Gesù Cristo è il messaggio centrale del cristianesimo e forma il nucleo del “credo” stesso.

 

In Marco 16,1-8 leggiamo che la mattina di Pasqua alcune donne, recatesi al sepolcro, lo trovano vuoto e vedono, seduto sul lato destro, un giovane vestito di bianco.

A quest’ultimo non basta dire alle donne che Gesù è resuscitato; egli attira volutamente l’attenzione di esse sul Crocefisso, sottolineando fortemente che Gesù risorto è il medesimo Gesù di Nazareth, il Crocefisso. Cioè: la resurrezione è la manifestazione del senso vero, profondo e misterioso del cammino terreno di Gesù, perché fra i due momenti: Gesù di Nazareth e il Signore risorto- vi è un rapporto di stretta continuità.

 

Anzi, la resurrezione è la verità della croce, la verità esplicitata, luminosa della croce. Infatti quell’aspetto della dedizione, dell’amore e del servizio, che Gesù ha mostrato nel suo cammino terreno, è divenuto luminoso con la Resurrezione, assumendo un’autorevole conferma.

 

Quindi, se non si fa memoria della croce, non si può capire la Resurrezione; anzi la Resurrezione stessa perderebbe il suo significato. Perché la resurrezione di Gesù non è tanto, o soltanto, la notizia di una generica vittoria della vita sulla morte, ma è a ben vedere la vittoria dell’AMORE sulla morte.

 

Solo una vita donata vince la morte. Una vita egoisticamente trattenuta non vice la morte, ma va incontro a una 2° morte! Perché si conclude in sé, non lascia nulla, è del tutto infeconda. La resurrezione di Gesù dunque celebra un preciso modo di vivere che è profondamente segnato dall’amore, proprio come è stata la Sua vita.

 

Il giovane misterioso poi continua: “Non è qui….

Richiama l’attenzione delle donne sulla TOMBA VUOTA.

Certamente una tomba priva del cadavere può essere considerata una prova, in quanto è una traccia, ben visibile e controllabile, che il Signore è risorto. Ma per i primi cristiani non era la prova più importante, né quella decisiva; infatti non c’è alcuna menzione di essa nel kerygma (= nucleo centrale della fede cristiana) primitivo (cfr.1° Cor.15,3-5). E dobbiamo attendere la stesura del 4° evangelo (fine 1° sec. d. Cr.) per avere altri particolari su questa tomba.

 

Infatti, mentre i tre sinottici (=i primi 3 vangeli così simili che si potrebbero mettere su 3 colonne parallele e abbracciare “con un sol colpo d’occhio”= synopsis) parlano solo del masso che era stato rotolato via, Giovanni (cap.20,v.7) dice che Pietro, che era andato al sepolcro dietro a Giovanni, vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.

 

Matteo, unico dei quattro evangelisti, in 28,11-15, riferisce che i sommi sacerdoti, avendo saputo quanto era accaduto, decisero di dare una buona somma ai soldati, incaricandoli di diffondere la voce che i discepoli avevano rubato di notte il corpo del Signore, mentre le guardie dormivano.

Ma quanto sia inverosimile questa affermazione lo si capisce subito dal fatto che - come dice il vangelo di Giovanni – bende e sudario erano in ordine e piegati.

 

Come già osservava S. Giovanni Crisostomo, patriarca di Costantinopoli nel 4° secolo, “chiunque avesse rimosso il corpo, non l’avrebbe prima spogliato, né si sarebbe preso il disturbo di rimuovere e arrotolare il sudario e di lasciarlo in un luogo a parte!”

 

Dunque i vangeli con estrema sobrietà (al contrario dei fantasiosi e prolissi apocrifi) ci dicono questo: il corpo di Gesù è sparito dal sepolcro – non è più lì nella tomba; e non lo è perché Dio ha resuscitato Gesù.

 

Si capisce allora che ben più importante di questa “prova” è l’esperienza fatta dai testimoni elencati da Paolo in 1° Cor.15, 3-5 e dalle varie persone che in tutti e quattro i vangeli hanno incontrato e parlato col Signore risorto per ben 40 giorni.

Se mai, se c’è un’insistenza nei testi del N.T., cioè nella predicazione primitiva, è sul fatto che “il corpo di Gesù non vide la corruzione.” Si veda ad esempio in Atti 2,30: “Questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne vide corruzione.

 

Certo il fondamento storico della nostra fede è sempre da richiamare e sottolineare: è la realtà e storicità dell’incarnazione del Verbo su cui tanto insistettero i Padri della Chiesa (da S. Ignazio di Antiochia in poi).

 

Vittorio Messori, nel suo libro “Dicono che è risorto” (Un’indagine sul sepolcro vuoto), ed. SEI, ricorda a pag. 89 un’interessante inchiesta. Nel 1976 la rivista “Le Monde” rivolse a prestigiosi esponenti della chiesa cristiana , cattolica, protestante e ortodossa, la seguente domanda: “Che ne sarebbe della vostra fede, se il piccone di un archeologo, in qualche luogo dell’antica Palestina, dissotterrasse lo scheletro di Gesù di Nazareth?”

 

Ci furono due serie di risposte:

  1. Quelli che risposero che la loro fede non ne sarebbe stata minimamente toccata. Questo si spiega con il fatto che, in quegli anni, si era creato in campo teologico un clima di “spiritualizzazione” e “smaterializzazione” dell’evento della Resurrezione, a seguito della teoria di Bultmann della “demitologizzazione”, per cui la cosa più importante era l’annuncio di fede, indipendentemente dai fattori storici.

  2. Invece una seconda serie di teologi, che comprendeva il protestante Karl Barth, il cattolico Jean Daniélou, e altri, rispose che quel ritrovamento avrebbe fatto vacillare la loro fede.

Ad esempio Jean Guitton, Accademico di Francia, morto nel 1999, a 98 anni, che in tutta la sua vita si è occupato della possibilità e delle ragioni per credere valide per l’uomo di oggi, ha risposto in questi termini:

“Se avvenisse davvero un ritrovamento di questo tipo, lascerei scritto nel mio testamento: <Ho ingannato e mi sono ingannato!> “.

 

Anch’io la penso come i teologi della 2° linea: è sempre fondamentale mantenere ben saldo lo spessore storico della nostra fede. E a questo proposito un’ulteriore conferma ci viene dai racconti di apparizione di Gesù risorto, che sono parte integrante degli annunci di resurrezione, perché sono la “prova” più sicura della resurrezione di Gesù, una prova che la chiesa primitiva ha ritenuto molto più importante di quella della “tomba vuota”, tant’è che – come visto – nel kerygma primitivo essa non compare, così in 1° Cor.15,3-5.

 

Ora, nei racconti più lunghi di Luca e Giovanni troviamo una grande insistenza sul realismo e la concretezza del “corpo” fisico di Gesù. Così in Luca 24, 41-43 Egli chiede di dargli da mangiare e gli apostoli gli offrono un po’ di pesce arrostito; Gesù lo prende e lo mangia in loro presenza. E avvengono altri episodi simili. L’insistenza sul cibo è tale che questo aspetto così “materiale” della vita quotidiana entra perfino nel kerygma, cioè nella predicazione ufficiale della Chiesa. Atti 10,41: “Dio volle che apparisse non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con Lui dopo la sua resurrezione dai morti.”

Famoso (e proverbiale) è poi l’episodio dell’incredulo Tommaso che Gesù esorta a constatare di persona come il suo corpo sia lo stesso del Crocefisso (cfr. Gv.20, 19-31, vangelo della 2° domenica di Pasqua, che ho commentato nella rubrica del mio sito “Vangelo festivo”).

 

L’episodio della resurrezione di Gesù ha dunque solida basi storiche.

Ma nello stesso tempo dobbiamo anche affermare che questo fatto è più reale che storico, perché il “reale” comprende lo “storico”, ma va al di là, dice “più che storico”. Infatti “Storico” – dice il vocabolario - è “ciò che è realmente accaduto ed è provato da documenti e testimonianze; ciò che si può accertare scientificamente, in quanto oggetto di una “scienza” che è la storia.”

 

Ora, è possibile dimostrare “scientificamente” la morte e la resurrezione di Gesù? La morte , e infatti anni fa uscì un libro intitolato “Gli ultimi giorni di Gesù”, di Bollone, che offre una nuova lettura “scientifica” del processo e dell’esecuzione capitale di Gesù.

Ma la resurrezione, con quali documenti o reperti scientifici la si potrebbe “provare”?

La risposta è: nessuno. Una tomba vuota e l’esperienza di Gesù vivo fatta da alcune persone non possono essere “dimostrazioni scientifiche”, tant’è vero che l’evento stesso della resurrezione non è descritto e non potrebbe esserlo in alcun modo!

 

Ecco che cosa significa che l’avvenimento è più “reale” che “storico”, cioè appartiene ad una realtà che va oltre la storia, è “metastorico” (meta= al di là, oltre); e dunque è costituito da una realtà che non è materiale, che perdura al di là della storia, ed è un continuum nella vita della Chiesa.

 

Questo la Chiesa delle origini l’ha capito subito, in quei 40 giorni in cui gli apostoli hanno incontrato e dialogato con il Risorto; ormai la realtà della Chiesa era assolutamente inseparabile dalla realtà di Gesù vivente in Dio e per sempre presente ai suoi, in primis nell’Eucarestia, sotto le cui specie c’è realmente il corpo dato e il sangue sparso dal Signore Gesù per tutti noi.

 

Nel corso della celebrazione eucaristica, cui il cristiano è tenuto a partecipare almeno la domenica e le feste comandate, si riprendono, proclamandole, le parole di S. Paolo di 1° Cor.11, 26: “Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finchè Egli venga.

 

Risulta chiaro allora che, se il 1° polo della fede nella resurrezione è la testimonianza degli apostoli, il 2° è quello della celebrazione eucaristica, la quale non è solo un risultato della fede nella resurrezione, ma è anche un vero e proprio crogiuolo in cui questa fede nella resurrezione si immerge e si irrobustisce.

RIFLESSIONI ATTUALI - LA MORTE DI GESU’ E’ IL DONO CHE LIBERA (a cura di Ileana Mortari)

Il CREDO è un breve sommario delle principali verità che il cristiano è tenuto a credere, se vuole essere veramente tale; è una sintesi della Rivelazione. A partire da gennaio 2017 sto facendo un commento dei singoli articoli della Professione di fede apostolica.

 

Quest’oggi, in vista della Settimana Santa e della Pasqua,l’ho sostituito con la bella e profonda riflessione che il sacerdote missionario del PIME a San Paolo (Brasile), padre Massimo Casaro, ha tenuto sul brano di Giovanni 19,31-42, in occasione dell’ultima Giornata Missionaria Mondiale.

 

 

1° - GIOIA, FELICITA’, GRATITUDINE: un commento a Gv.19,31-42

 

La durezza di cuore, ma anche di mente, è fra i più grandi e tenaci nemici dell’uomo. Accettare, dunque, che Gesù ci aiuti a rompere questo impalpabile, perverso accerchiamento, è pura grazia, l’indicibile grazia della nostra rinnovata libertà.

 

A questo punto vi propongo un esercizio: lasciando risuonare in noi le parole del Vangelo di Giovanni: “Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto” (19,37), ci mettiamo davanti alla croce, come il credente sta davanti alla manifestazione del suo Dio. Ebbene, proprio la contemplazione e la meditazione della croce dovrebbero aiutarci a riconoscere quali “sentimenti” della fede hanno preso stabile dimora in noi………Avendo riconosciuto qual è l’intenzione profonda che si manifesta nell’evento della croce, il primo sentimento è la gratitudine. Non è una semplice emozione, tanto intensa quanto effimera, ma un vero e proprio atto cognitivo.

 

Per questo la gratitudine si colloca all’origine della vita cristiana, perché esprime il modo in cui un credente si “posiziona” di fronte al manifestarsi della verità di Dio. Tutto il resto segue, compresa la gratuità (“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”, leggiamo in Mt.10,8).

 

In un tempo come il nostro in cui, anche in ambito cristiano, si celebra sia il culto della propria insindacabile autonomia, che il delirio delle sensazioni soggettive, credo sia necessario analizzare con più attenzione questo, purtroppo misconosciuto, sentimento.

 

Lo psichiatra Eugenio Borgna, distinguendo tra gioia e felicità, ci mette in guardia dal pericolo di confonderle.

 

La gioia non dipende dagli accadimenti della vita quotidiana (un amore che sboccia, un buon voto all’esame, la vincita alla lotteria, etc.), ma si dischiude nell’intimo della persona, talora anche nel roveto ardente del dolore. Inoltre è un’emozione discreta, quasi diafana, incorporea, intima, che può essere gustata anche in solitudine.

 

La felicità, al contrario, dipendendo dagli accadimenti della vita, non è uno stato d’animo permanente, è incompatibile con la sofferenza e si esprime attraverso manifestazioni “entusiaste” che cercano immediatamente un “pubblico” da coinvolgere.

 

L’esperienza della gioia è quella che permette all’uomo saggio di costruire la sua casa sulla roccia, in modo che regga all’urto del vento e alla piena dei fiumi (Mt.7,21-29). E’ come il “riflesso” di quella “buona stagione dell’anima” (Rainer Maria Rilke), generata da ciò che l’uomo, nella gratitudine, ha riconosciuto.

 

Potremmo, riassumendo, affermare che, se la felicità è contrassegnata dalle “stigmate” del tempo, la gioia è contrassegnata da quelle dell’eterno.

 

Nella gratitudine gioiosa si stringono in un patto indissolubile la gratuità del dono e la disponibilità a custodirlo offrendolo. Perché proprio questa è la condizione che permette al dono di esercitare la sua funzione salvifica. Se, infatti, l’uomo lo fa suo senza condividerlo, finisce la grazia e subentra la morte.

 

Provate a pensare a un oggetto che vi è stato regalato da una persona cara. Ebbene, finchè sarà “per voi” (e non “vostro”), assolverà al suo compito, che non consiste nel consentirvi un “possesso”, ma nel “legarvi” a qualcuno: e allora voi lo tratterete con cura.

E’ il suo valore simbolico, il suo “plusvalore” affettivo a rendervelo prezioso. Se un giorno, per qualunque motivo, smettesse di essere “per voi” e diventasse semplicemente “vostro”, cioè perdesse la capacità di legarvi alla persona amata, cadrebbe in vostro potere e sareste liberi di usarlo a vostro esclusivo arbitrio.

 

Ma tutto ciò che smette di essere “per noi” e diventa solo “nostro”, cade inevitabilmente preda della violenza e della paura…………..(vedi in Mt.25,14-30 il servo malvagio, che non provando alcuna gratitudine per l’enorme condono concessogli dal padrone, si sente solo padrone assoluto dei beni condonati e non si sogna minimamente di comportarsi allo stesso modo con i suoi compagni, a lui debitori di cifre risibili.

 

Si può allora dire che solo il sentimento della gratitudine, in quanto riconosce il dono originario che ci costituisce, ci permette di instaurare con gli altri e con le cose rapporti “a misura d’uomo”, perché, più profondamente, a “misura di Dio”.

 

Ecco perché tra le disgrazie che possono occorrere a un essere umano, l’assenza di un forte, costitutivo sentimento di gratitudine è la più devastante.

 

Se, infatti, noi “ci possediamo” e tutto è sempre e solo un diritto, non valiamo niente per nessuno.

 

Per questo il messaggio della croce, rimettendo al centro una verità, la sola che può ridare “sostanza” a noi stessi, e quindi autenticità ai nostri rapporti con gli altri, ha molto da dire agli uomini di oggi.

 

Non è certo l’enfatica affermazione dei diritti individuali, sempre accompagnata da un irresponsabile qualunquismo che ci può salvare, ma il recupero della percezione del Dono, posto all’origine di noi stessi, da rinnovare continuamente. Padre Massimo Casaro - PIME

 

 

 

2° - RIFLESSIONI PERSONALI E ATTUALIZZAZIONE

 

Il commento di Padre Casaro mi ha fatto riflettere sull’impostazione della mia esistenza e così mi sono accorta che, fin da piccola, qualcuno mi aveva trasmesso questo sentimento di gratitudine per la vita, la fede, i tantissimi doni che poi la vita stessa mi ha dato ed effettivamente devo convenire con la distinzione tra gioia e felicità, o meglio sul contenuto dei termini, visto che oggi, spesso e volentieri, una stessa parola può voler dire molte cose.

 

Tra una settimana sarà Pasqua (= passaggio), cioè commemoreremo il passaggio di Gesù dalla morte alla vita, ma questo passaggio vale per ogni uomo e donna, per qualcuno anche concretamente dal morire al vivere per sempre, PER TUTTI, dovrebbe essere (o almeno mi auguro e auspico che sia) un passaggio dalla vita vecchia a una vita nuova.

 

E’ noto che l’essere umano è in continua evoluzione e allora: quale miglior cambiamento del passare da elementi negativi (brutte abitudini, pigrizia, disinteresse, etc.) a qualcosa di positivo, anzi di molto positivo, che testimoni una forma di ”resurrezione”?

 

Mi guardo intorno e vedo che di queste forme ce ne sono già tante: non posso citarle tutte, ma ne ho scelta qualcuna a mo’ di exemplum, perché magari può suggerire qualche idea di esercizio della gratitudine, che - come viene unanimemente testimoniato - è sempre fonte di gioia e, quantomeno, può dissipare un poco quella tanfosa aria di pessimismo, che pure mi vedo attorno.

 

A – A ROMA, ARA PACIS VISIBILE AI NON VEDENTI

 

E’ la cosa che mi ha veramente strabiliato. <Nell’ambito del progetto romano “Musei senza frontiere” per l’abbattimento delle barriere architettoniche e sensoriali, il fiore all’occhiello è “Art for the Blin”: i non vedenti potranno letteralmente “entrare in contatto” con il passato mitico dell’Urbe attraverso una nuova e speciale esplorazione plurisensoriale. Mani e orecchie potranno far “vedere” grazie a diversi supporti tecnologici: l’”anello sensoriale” riconosce gli speciali sensori applicati accanto alle opere e fa partire le informazioni audio; altri sensori sono incapsulati su codifica braille…… non manca una “mappa tattile” con informazioni utili alla sicurezza (gli ostacoli fisici) e guida alla dislocazione delle opere audio-tattili, per una maggiore autonomia> (“Avvenire” 16-3-2017).

 

B – “UN BRANCO SI’, MA DI CAPRE!”. L’AUTOCRITICA DEI BULLI PENTITI

 

Ormai purtroppo il bullismo & C. è l’argomento del giorno. Sembra impossibile, ma anche qui cominciano a farsi avanti i “pentiti”. “Durante il “Festival dei giovani” di Gaeta (4 giorni a inizio mese), che ha visto la partecipazione di 97 scuole superiori da tutta Italia, si è parlato sì di bullismo, ma non solo da parte delle vittime. Giada e Giorgia, due “ex spaccone”, hanno preso in giro per mesi una nuova compagna di classe, solo perché non era come noi, faceva fatica a fare amicizia e studiava sempre. Ora esse ammettono che, in realtà, stavano sbagliando dentro di loro, non accettando la diversità della compagna; ma in quella situazione – dicono - ti senti forte, il capobranco; anche se in verità eravamo solo delle caprone! E purtroppo hanno capito di aver sbagliato solo <quando ci è stato detto che la nostra compagna di classe aveva tentato il suicidio!>……..

E’ stato chiesto alla platea di alzare la mano davanti a prof. e compagni per confessare di aver “ogni tanto superato il limite”, di “averlo fatto senza pensare alle conseguenze”, “di aver fatto scherzi innocenti”, di “essersi nascosti dietro un computer usandolo come scudo per poter attaccare” [le mani non erano poche]

E infine c’è chi arriva a dire di essere stato prima bullo e poi – secondo il più classico contrappasso dantesco – vittima; infatti Lorenzo, alle medie, si divertiva a rubare la merenda ai compagni; ma poi ha finito per essere “emarginato e sbeffeggiato davanti a tutti al liceo per la sua bassa statura e le sue orecchie a sventola: mi chiamavano Dumbo!”. Dall’articolo di A.Guerrieri, Avvenire 7-4-17

 

 

C – LA PREVENZIONE DA’ FRUTTI: 62 BULLI RECUPERATI NEL 2016.

 

“Anna Maria Baldelli è dal 2010 Procuratore dei minorenni del Piemonte e della Valle d’Aosta ed è convinta che le istituzioni debbano essere visibili, debbano non solo agire, ma essere punto di riferimento, in modo che i genitori siano certi che, se si denunciano le violenze, l’intervento sarà immediato. Il bullismo si può arginare, purchè non si abbassi la guardia sulla prevenzione capillare nel territorio, prima che l’aggressività e le vessazioni fra adolescenti diventino reato.

 

Pertanto il Procuratore, in stretta collaborazione con il Nucleo di Prossimità del Corpo di Polizia Municipale di Torino e con la Cooperativa sociale ASAI ha trattato 62 casi di ragazzi, a rischio, inseriti in percorsi di riparazione. Gli adolescenti sono stati aiutati a focalizzare la loro responsabilità, , ad assumerla e a potenziare le loro abilità in una attività di riparazione: l’esito dei percorsi è riuscito al 100%. Non solo, ma al termine del percorso autori e vittime di bullismo si sono realmente riconciliati e si sono tolti di dosso l’etichetta di carnefice e preda.

 

La Procura subalpina, con tutte le forze che operano intorno alla scuola (polizia, servizi sociali di psicologia e psichiatria, SERT, parrocchie, società sportive, oratori) è in prima linea da anni per mettere in campo interventi contro bullissmo e cyberbullismo: l’iniziativa “Gruppo noi” coinvolge ad esempio 122 scuole secondarie del Piemonte per prevenire conflittualità tra i banchi di scuola, promuovendo “benessere scolastico” attraverso sportelli d’ascolto e dibattitti collettivi.”

Dall’articolo di Marina Lomunno, “Avvenire”26-3-17

 

D – ORA IL P.O.F. DI UNA MEDIA DI GRATOSOGLIO PREVEDE ANCHE LA MONTAGNA (VERA!)

 

Una sezione a indirizzo sport-ambiente/montagna. E’ la novità quest’anno alla scuola media “Arcadia” nel quartiere periferico del Gratosoglio a Milano. Si può dire che la montagna vi sia entrata dalla porta principale: se ne parla infatti nel Piano Offerta Formativa (Pof) che è la carta d’identità di una scuola. Un risultato positivo ottenuto anche grazie al progetto “Quartieri in quota” coordinato dall’associazione “attraverso la Montagna” (alM) che nel corso del precedente anno scolastico ha consentito a più di 150 ragazzi fra gli 11 e i 13 anni delle periferie di scoprire la montagna. Il progetto, patrocinato dal Cai Milano con il coordinamento di “alM”, è nato da un’idea di Lina Sotis, giornalista e scrittrice, infaticabile animatrice dell’associazione “Quartieri tranquilli” (www.quartieritranquilli.it) di cui è presidente.

 

L’intento è soprattutto quello di far scoprire la montagna ai ragazzi che non possono permetterselo e chi di noi ha avuto modo conoscere a fondo e frequentare regolarmente la montagna, sa bene di quale “gioia” essa sia dispensatrice: grazie ad essa si impara il valore del silenzio, della fatica, della pazienza, del rispetto della natura, dello stupore per le meraviglie del creato, della solidarietà e del reciproco sostegno.

 

IN CONCLUSIONE PASQUA SIGNIFICA ANCHE DARE UNA MANO ALLA VITA!

RIFLESSIONI ATTUALI - EUTANASIA E DINTORNI: RIFLESSIONI E TESTIMONIANZE (a cura di Ileana Mortari)

Se a qualcuno fosse sfuggita la lettera che il giovane Lorenzo Moscon scrisse al giornale “Avvenire” il 5 marzo scorso, suggerirei di leggerla, perché ha qualcosa di molto importante da dire a tutti noi. La riporto qui di seguito integralmente, sottolineando i punti che riprenderò:

 

“Caro direttore, le invio questa missiva, indirizzata ai capigruppo di Camera e Senato, con la speranza che mi aiuti a far sentire la mia voce.

«Agli illustrissimi signori capigruppo della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica. Sono uno studente universitario di 23 anni affetto dalla nascita da una triplegia spastica a causa della quale sono disabile al 100%, costretto su di una sedia a rotelle. Mi rivolgo a voi attraverso questa lettera, poiché ho appreso che in questo periodo inizia un dibattito in sede parlamentare sul tema dell’eutanasia, e questa notizia ha destato in me un sincero timore.

La World Medical Association nel 1987 definì l’eutanasia come segue: "Atto volontario con cui si pone deliberatamente fine alla vita di un paziente, anche nel caso di richiesta del paziente stesso o di un suo parente stretto": dunque anche nel caso di richiesta, da parte del paziente, di realizzare nei suoi riguardi un abbandono terapeutico, la cessazione di terapie adeguate.

Il primo motivo per cui dichiaro la mia più ferma contrarietà al fatto che lo Stato si esprima e legiferi su questo tema è che intravedo il pericolo che, mediante una legge, si giustifichi e si consenta la soppressione di un malato per alleviarlo da una sofferenza terribile, mentre è ormai dimostrato da numerosi studi a riguardo che, laddove vi fosse un dolore lancinante, il ricorso alle cosiddette cure palliative consente di lenire il dolore in maniera estremamente efficace. Piuttosto, il problema nel nostro Paese è l’inaccettabile mancanza della disponibilità a intraprendere siffatto cammino terapeutico in molti luoghi di cura. Non sarebbe meglio contrastare la sofferenza dei malati piuttosto che ucciderli in nome di una pietà falsa che cela ragioni sanitarie o economiche?

In secondo luogo, nella mia esperienza ospedaliera, che si compone di ben sei interventi chirurgici subiti, ho sperimentato quanto sia indifeso, impotente e vulnerabile un malato in un letto d’ospedale. E non vedo per quale motivo i medici, viste le difficoltà economiche in cui versa il settore sanitario nel nostro Paese, la pressione sociale e quella che ricevono dalle strutture sanitarie stesse, debbano essere considerati esenti dalla tentazione di manipolare i pazienti, spingendoli a chiedere l’eutanasia. Anzi, sono convinto che, quando un essere umano patisce un dolore fisico, oltre a soddisfare i propri bisogni primari, abbia bisogno di percepire nei suoi confronti un affetto, che è l’ultima realtà a cui ognuno di noi, di qualsiasi ceto sociale, età o sesso, si può attaccare di fronte allo struggimento che l’esperienza della malattia genera nell’infermo. Di fatto non ho mai chiesto di essere ucciso, tuttalpiù di avere una persona cara al mio fianco.

Ritengo doveroso ricordare alle vostre persone che alcune misure legislative, una volta adottate, hanno effetti a lungo termine spesso imprevedibili. In questo caso però, già in altri Stati è possibile osservare gli effetti dell’adozione di simili norme. Non è nuovo, tra gli altri, l’esempio dell’Olanda, nella quale l’eutanasia fu introdotta nel 2000 per gli infermi maggiorenni capaci di intendere, di volere, e di farnerichiesta scritta. Approvata la legge, i promotori hanno subito fatto notare che anche i minorenni possono soffrire in modo atroce. Così, nel 2002 la possibilità di chiedere l’eutanasia è stata estesa agli adolescenti sopra i dodici anni, ritenuti abbastanza maturi per richiederla. Ormai, il Parlamento olandese e belga discutono l’estensione dell’eutanasia ai malati di mente, e a quelli in terapia intensiva riservando la decisione ai medici. Tant’è vero che la Società belga di terapia intensiva, in un documento dal titolo "Piece of mind: end of life in the intensive care unit statement" (febbraio 2014), propone l’eutanasia del paziente anche senza consenso di questi.

In quanto cittadino confido nel vostro impegno per la ricerca di un autentico bene comune, e mi affido alla vostra disponibilità a considerare le mie istanze durante lo svolgimento dei vostri lavori. Distinti saluti». Grazie, direttore, e buon lavoro.”

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Anzitutto ringrazio Lorenzo (e pure Avvenire che ha reso noto il documento), per il coraggio, la chiarezza, la sofferta sincerità con cui si è espresso. Desidero manifestargli tutta la mia solidarietà e il mio totale appoggio in tutte le sue richieste, che vorrei illustrare e commentare, con adeguate informazioni, argomentazioni e testimonianze.

 

Quando si è posto il problema drammatico dell’eutanasia e degli altri interventi ad essa collegati? Cioè testamento biologico o DAT= Dichiarazioni/Disposizioni Anticipate di Trattamento; accanimento terapeutico; suicidio assistito; terapia del dolore; cure palliative; accompagnamento del paziente; alleanza terapeutica tra malato, medico e familiari.

 

La questione è nata nel secolo scorso, a fronte delle nuove possibilità offerte dalla medicina intensiva nell’ambito delle tecniche di rianimazione, per cui si è spostato sempre più in là il limite della morte; ma si è anche allungata la durata del morire, l’agonia, lo stato di sofferenza: individui che in passato sarebbero morti subito, oggi invece possono essere mantenuti in vita molto a lungo.

 

Chi chiede allo Stato di consentire l’eutanasia, lo fa di solito ricorrendo alla motivazione della “dignità” di vita e del “diritto” a decidere della propria fine. Stiamo attenti però che oggi non mancano “Diritti distorti”, titolo di un libro di Liverani; nonché diritti confusi con PRETESE (cfr. libro di V.Possenti uscito oggi; e comunque bisogna capire qual è la vera radice di certi “diritti” (cfr. Galli Della Loggia nel 3° Aggiorn. allegato).

 

Concordo pienamente con Luciano Violante che di recente ha scritto, sul settimanale dell’Osservatore Romano: “Le aspirazioni non sono diritti…….ad ogni diritto corrisponde un preciso dovere [al diritto di morire dovrebbe corrispondere il dovere di dare la morte??!!]; la coppia diritti-doveri è indispensabile per la tenuta del contesto civile, in quanto una società senza doveri resta in balia di egoismi individuali.”

 

E’ evidente che nella questione affrontata entrano in gioco la visione antropologica e il senso che ognuno dà alla sua vita e alla sua morte. In questo caso, come del resto in altri, si punta sulla contrapposizione tra laici e cattolici; i primi sarebbero favorevoli, i secondi contrari all’eutanasia. E’ sempre comodo schematizzare, ma non è così. Molti valori cari ai credenti sono condivisi anche da chi non crede. Un semplice esempio: Gilberto Corbellini, sostenitore dello scetticismo morale radicale, naturalistico e non relativista (Bioetica minima. Una guida per perplessi, Mondadori 2016 – con Chiara Lelli) disse durante un’intervista: “Quando rileggo alcuni discorsi di Pio XII ai medici, li trovo esemplarmente lucidi.”

 

Un altro esempio ci viene dal grande filosofo e giurista Norberto Bobbio, che nel 1981, in occasione del referendum sull’aborto, disse: “Quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il “non uccidere”? E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere.”

 

E’ ovvio che le due posizioni non vanno confuse. La Chiesa, fin dall’inizio, nei suoi sinodi, concili e documenti ufficiali, nel CCC (Catechismo della Chiesa Cattolica) ai n° 2270-2283, fino ai numerosi interventi in materia di Papa Francesco, è sempre stata contraria senza mezzi termini a: aborto, eutanasia, accanimento terapeutico, in nome di una concezione della vita come dono, indisponibile e non manipolabile. Ma può trovare consensi almeno parziali anche in altre correnti di pensiero o altre religioni.

 

D’altra parte è altrettanto vero che in genere chi sostiene l’eutanasia e/o l’accanimento terapeutico, l’aborto, la maternità surrogata, etc. ha alle spalle (più o meno consapevolmente) un’etica di stampo liberale, un’etica dell’autonomia, che concepisce l’uomo come libertà, non condizionato dalla NATURA, ma costruita sulla CULTURA e che quindi può disporre sovranamente e liberamente, senza alcun vincolo, del suo processo biologico. Un altro aspetto tipico dell’etica laica è contrapporre alla SACRALITA’ della vita sostenuta dai credenti, la QUALITA’ DELLA VITA, che non può diventare inaccettabile (come se tale qualità non fosse già contenuta nella sacralità!).

 

Quanto all’aspetto civile, l’eutanasia ricade sotto la fattispecie dei delitti previsti dal Codice penale agli artt.579 (omicidio del consenziente) e 580 (istigazione e aiuto al suicidio) ed è proibita espressamente dall’art.36 del codice di deontologia medica.

 

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Lorenzo parla giustamente di FALSA PIETA’ che sottostà alla richiesta di eutanasia. Ma è proprio vero che il paziente terminale desidera l’eutanasia? A Losanna, durante tre anni, solo 3 persone chiesero il suicidio assistito.All’Ospedale Niguarda di Milano, qualche anno fa si è svolto un sondaggio da cui risultava che c’erano oltre 900 domande di eutanasia; poi si è visto che, con una terapia del dolore appropriata, le richieste di morte si riducevano a una quindicina, e si trattava di persone con vissuti problematici, alle quali la morte offriva una via di fuga da situazioni familiari difficili o senza soluzioni. Certo, perché l’istinto di sopravvivenza fa parte della natura umana, così come la voglia di vivere.

 

Chiediamoci ancora: quello che si fa ora in certe cliniche è sincero aiuto o non piuttosto ipocrisia?

In queste strutture ti dicono: “Qui c’è il composto mortale, ma io non lo voglio fare. Decidi tu. Basta un semplice gesto, e ti uccidi.” E’ un’ipocrisia totale, soprattutto se consideriamo la spesa che ogni malato deve affrontare: prendono 10.000 €, ma rifiutano ogni responsabilità”. (G. Fanelli, da “Avvenire” 12-3-17)

 

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Ha tutte le ragioni Lorenzo a temere la legge in discussione. Per prima cosa, è impossibile riuscire a regolamentare in pochi articoli di legge tante situazioni, così diverse l’una dall’altra. Fabo, Welby, Eluana vivevano in situazioni cliniche molto diversificate, difficilmente accomunabili.

 

E’ poi da tener presente la preoccupazione (manifestata da alcuni) che, al di là delle buone intenzioni, si verifichi “l’eterogenesi dei fini”, singolare ma interessante principio formulato dallo psicologo e filosofo tedesco W.Wundt (1832-1920), secondo il quale le azioni umane possono conseguire fini diversi da quelli che persegue chi le compie; in altre parole: può succedere che, pur avendo io compiuto un atto per un certo scopo, di fatto ne consegua qualcosa di diverso o addirittura di opposto, come se fosse stato deciso da un altro (dal greco “etero”= diverso e “genesi” = generazione).

 

Infatti, alle lucide considerazioni di Lorenzo circa l’evolversi delle decisioni legislative in Olanda, io vorrei aggiungere un esempio significativo. Hendin, in “Sedotti dalla morte” (1997) riferisce il caso di una signora particolarmente sfortunata (aveva perso il primo figlio per suicidio, si era separata dal marito alcolista, le era morto di malattia il secondo figlio), che non riusciva a immaginare un qualche futuro per se stessa e chiese quindi di “essere aiutata a morire”. Non era ammalata fisicamente, non si poteva neppure definire “depressa” in senso tecnico, ma non voleva sottoporsi ad alcun trattamento. Lei fece la domanda e, dopo alcuni incontri, uno psichiatra, che pure ebbe modo di conoscerla meglio e di proporle delle alternative, alla fine l’accontentò. Un mese dopo il primo incontro, la decisione del suicidio assistito fu presa ed ella morì. Poteva prevedere il legislatore olandese un simile esito? Io non voglio crederlo, ma di fatto è andata così.

 

 

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“il ricorso alle cosiddette cure palliative consente di lenire il dolore in maniera estremamente efficace”

Anche su questo concordo con Lorenzo.

Anzitutto vorrei far sapere a chi non ne è informato, che, accanto agli strombazzamenti mediatici dei pro-eutanasia, esistono da molti anni forme di assistenza poco conosciute, una letteratura molto ricca e interessante sul malato terminale, anch’essa poco nota e soprattutto, diciamo così, c’è una 3° via tra eutanasia e accanimento terapeutico, a proposito del quale il citato CCC n.2278 dice: “L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la capacità, o altrimenti da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.”

 

Quando sembra che non ci sia più niente da fare, è proprio allora che c’è molto da fare! Non è un gioco di parole, ma una mia sintesi della 3° via, costituita dalle cosiddette Cure palliative, regolamentate in Italia dalla Legge 38/2010. Queste cure sono “l’insieme degli interventi terapeutici, diagnostici e assistenziali, rivolti sia alla persona malata sia al suo nucleo familiare, finalizzati alla cura attiva e totale dei pazienti, la cui malattia di base, caratterizzata da un’inarrestabile evoluzione e da una prognosi infausta, non risponde più a trattamenti specifici.” Bisogna fare di tutto per alleviare il dolore, perché è quello che toglie dignità alla vita.

Molti lamentano (giustamente) che dal 2010 ad oggi si sarebbe dovuto fare molto di più per incrementare tale forma di assistenza e per arrivare ad applicarla in modo uniforme in tutto il Paese.

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Ma la migliore cura per un malato è, come ha scritto ancora Lorenzo, “avere una persona cara accanto a sé”. E qui entriamo nel discorso più delicato, perché richiede di salvaguardare fino all’ultimo il rispetto del paziente e la sua dignità.

Anzitutto è bene non abbandonare mai il morente: il sentirsi solo, abbandonato, indifferente agli altri lo terrorizza. E come si possono vivere questi momenti difficili da parte dei parenti o degli amici più vicini? E’ importante aiutare il paziente a “fare memoria” della sua totalità di persona, di essere unico e irripetibile, con un suo ruolo e una sua missione nel mondo nelle quali nessun altro può sostituirlo; aiutarlo a ritrovare il senso della sua vita; “empatizzare” con la sofferenza dell’altro, non commiserandolo – certamente - ma aiutandolo a recuperare il più possibile le sue risorse personali.

 

E’ così che Oriana Fallaci, affetta da tempo da un tumore, ci ha lasciati il 15 settembre del 2006. La giornalista volle vicino a sé l’amico Monsignor Rino Fisichella che poi riferì le sue parole: “se le cose stanno come dici, voglio che tu mi stringa la mano fino all’ultimo, quando dovrò passare dall’altra parte; però continua come hai fatto finora, non provare a convertirmi! Voglio morire come sono sempre vissuta, da atea cristiana.” “ Può sembrare una contraddizione – prosegue Fisichella - ma per lei non lo era, nel senso che non era una cristiana praticante: per lei il cristianesimo, più che deposito di fede, era un ancoraggio e una ricchezza culturale, una forza spirituale per resistere al nichilismo e alla perdita di sé.” Della fede non aveva il dono, ma un profondo desiderio; non a caso amava frequentare e dialogare con Mons. Fisichella e ha chiesto perfino di suonare le campane al suo funerale. Oriana è morta con grande dignità, combattendo il male come se dovesse vincere, pur sapendo di perdere e senza provare pensieri di rancore.

 

Quanti di noi (almeno di una certa età!) non hanno tenuto la mano della mamma, o del papà, o di qualsiasi altra persona, negli ultimi momenti della loro vita terrena?

 

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La validità della 3° via è confermata da una gran quantità di testimonianze positive.

Negli stessi giorni in cui Fabo decideva di lasciare la vita, un altro giovane dal nome simile, Fabio (Forlì), faceva conoscere il libro “Voglia di vivere”, in cui racconta la sua storia: andato in coma per un gravissimo incidente stradale nel 2013, a 27 anni, quando si risvegliò, disse: “l’incidente mi ha sbarrato la strada con un muro. Ma io farò di tutto per aprirci una porta”. E così, dopo 4 pesanti anni di ospedali, fisioterapie, etc., Fabio è tornato perfino a lavorare! Ha scritto il libro per incoraggiare chi, in situazioni simili, sembra non farcela più ad andare avanti e vorrebbe farla finita. “Anche quando una situazione sembra disperata, bisogna credere nella cura, cioè nella vita, che ha valore anche quando non è secondo i nostri standard e quelli della cultura dominante, perché “inguaribile” non vuol dire” incurabile”.

 

Concludo ricordando una persona straordinaria che credo sconosciuta ai più giovani: Rosanna Benzi.

 

Nata nel 1948, colpita da poliomelite nel 1962, per vivere fu costretta da allora a stare in un polmone d’acciaio, che respirava per lei, e attraverso uno specchietto retrovisore poteva comunicare con gli altri. Chi non avrebbe detto: meglio la morte? Anche una sua cara amica lo pensò, ma quando andò a trovare Rosanna all’ospedale S.Martino di Genova, quasi svenne dalla sorpresa.

 

Rosanna disse sempre a voce alta che non si sarebbe mai drogata, né avrebbe mai staccato la spina. Invece fondò una rivista (senza una parola di pubblicità), scrisse libri, si occupò degli emarginati, studiò con i più giovani i problemi della società. Potè anche fare uscite, pranzi al ristorante e visite d’arte, grazie al “polmoncino” portatile, una specie di corazza-testuggine che le garantiva un’autosufficienza di alcune ore. Morì per un tumore nel 1991.

 

La sua vita fu certamente molto più attiva e soddisfacente di quella di tanti che scoppiano di salute, ma non hanno interessi e non sanno cosa fare, se non stare attaccati a smartphone et similia.

Io non dimenticherò mai la frase che Rosanna disse al giornalista Giorgio Torelli nel 1987: “Io 25 anni di polmone me li rifarei!”

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