01.jpg02.jpg03.jpg04.jpg05.jpg

RIFLESSIONI ATTUALI - LA DEBOLE LUCE DEL PRESEPE

Francesco d'Assisi inizia le Lodi delle virtù esclamando: «O regina sapienza, il Signore ti salvi con tua sorella, la pura e santa semplicità». E la via francescana per l’accesso ai segreti delle creature. Quale lo spessore di questo sapere sapienziale confrontato con il sapere filosofico-scientifico, proprio dell’età moderna, e cioè con quel sapere che non solo ci mette a parte della struttura di ciò che ci circonda, ma ci abilita a riprogettarlo e a trasformarlo?

 Sapere francescano «via che si fa andando»

Creatività e immaginazione in atto. Quale la fonte e quale il riflesso? Tommaso da Celano ricorda che nel 1224 Francesco dice all’amico Giovanni Velita: «Prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose ne­cessarie a un neonato, come adagia­to in una greppia (in presepio) e co­me giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello» (Vita prima di san Fran­cesco d’Assisi 84-87). Un evento di piccole proporzioni, in un luogo sil­vestre, lontano da ogni frastuono.

Tutto qui. Si impone la sua estra­neità alla mania del dominio o del controllo, con cui immaginiamo che le cose debbano essere o debbano accadere. Francesco vuole aprire una feritoia che lasci intravedere un nuovo panorama, forse solo dimenticato. E la debolezza che qualifica il bene o meglio ne dice il sorgere, senza clamore, accompagnando l’esistenza come l’ombra rispetto alla luce, se per luce si intende il sapere scientifico-filosofico. L’importante è che dia da pensare o, forse, faccia sognare.

Si evochi la commozione che ha su­scitato il film Uomini di Dio (Des hommes et des dieux). In un villaggio plurireligioso e multietnico si scatena il fondamentalismo omicida musulmano. Un gruppo di monaci discute se ri­manere nel villaggio - uno dei residen­ti: noi siamo gli uccelli che riposano sui rami, voi i rami. Dopo uno scam­bio di pareri, i monaci decidono di re­stare. Fa notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996 tutti, tranne due, sono rapiti e poi, il 21 maggio, decapitati. Il film si conclude con la sconfitta dei mona­ci - il simbolo della preghiera, della solidarietà, della convivenza fraterna... Il male ha vinto. Eppure gli spettatori non “sentono” la rappresentazione così. Le loro immaginazioni sono state toccate da una sconcertante vittoria della bontà, dalla forza della tenerezza, pur di fronte alla morte, che pare trionfi. All’orizzonte si intravede una bontà che la violenza fa emergere in tale misura che si impone.

Ognuno di noi èframmento della libertà creativa di Dio

L’immaginazione creativa viene messa in moto, perché prosegua l'itinerario innovativo, attivato non da verità che danno uno specifico potere su ciò che è intorno, né da ideologie che coprono per intero il territo­rio del vivere o del pensare. Qui si è davanti a gesti, a frammenti, ad annotazioni apparentemente fragili, non sostenute da apparati o da speci­fiche argomentazioni. Quale la forza e prima, la fonte di siffatti frammen­ti? Perché, ad esempio, sono una miniera per tutti i PENSÉE di Pascal?

L’immaginazione viene attivata in libertà e una diversa concezione della vita affiora all’orizzonte, an­che se confusa. E un particolare – un frammento - che tende a fare spazio e a farsi spazio. Il rinvio na­scosto è forse alla confusa consapevolezza che ognuno di noi è un frammento del gesto creativo di Dio, con dentro il segreto del per­ché sia stato gratuitamente voluto, da cui estrarre nova et vetera. E il fondo della nostra “libertà creati­va”, cui attingiamo, per non lasciar­ci sopraffare da quel sapere che si impone con forza, quello che nasce universale, filosofico-scientifico, o da quelle ideologie, che però, per­ché tali, offrono sogni di redenzio­ne per tutti e allo stesso modo - e per questo si traducono in forme di crocifissione, come il nazismo e il comunismo.

Il frammento è “se stesso”, come ognuno di noi. L’unicità è ardua da condividere, perché siamo persuasi che, solo se identificabile con l’uni­versale, qualcuno o qualcosa è ap­prezzato - è il senso della priorità dell’appartenenza a una totalità po­litica, religiosa..., e del riconosci­mento sociale o professionale - mo­tivo spesso prevalente del nostro af­fanno quotidiano. Il giovane Karol Wojtyla, indicato da Wyszynski come ausiliare di Cracovia, ebbe il consenso dell’autorità polacca perché si disse: è un poeta, un attore, un drammaturgo, che volete che capisca di politica! Il sapere filosofico-scientifico dominava sovrano.

Il fascino del trascendente

Eppure a sostegno del privilegiamento del fram­mento c’è tutto il Vangelo - insieme di “fatti”, di perso­ne, di “domande”. Perché piangi? (Gv 20,15), “chi è il mio prossimo?” la rispo­sta in un’altra domanda:

Chi è stato il prossimo dell’uomo derubato?”, “abbi pietà di me peccatore”.

Non ci è detto il perché di questo stile fattuale e singolarizzante. Il silenzio avvol­ge questa perla di tutti i tempi, quel “silenzio”, che è il frammento più significa­tivo, perché avvolge tutti i frammenti. Il silenzio, infat­ti, “non lega la verità”, soffocandola, ma immette lungo un per­corso di luce che apre senza chiudere, sollecitando l’immaginazione a proce­dere oltre. È l’eresia che, pur essendo un frammento, “lega la verità” a que­sto o a quello, pretendendo di coprire il territorio, e dunque frenando la plu­ralità infinita delle espressioni.

Si pensi alle sette parole di Gesù sulla croce sul tavolo del grande compositore Haidn, al quale nel 1785 era stato chiesto di metterle in musica per il Venerdì santo, da eseguire a Cadice. Ascoltandola, la pas­sione per la vita si accende di particolare vigore, eco di quella forza che ha suscitato Gesù dalla morte.

Attivando l’immaginazione, il frammento lascia intravedere qual­cosa che sfugge al “controllo”, a con­ferma che si tratta di un frammento che non appartiene al recinto e alla logica del sapere che acquieta, che fa prevedere e dunque che consente di dominare. L’autenticità del sapere sapienziale è costituito dalla capaci­tà di generare nuovi mondi - come accade al poeta, al musicista - e dunque di sfuggire al controllo della ra­gione, sottraendosi alla prigionia dei suoi principi. È il divino, cifra di ciò che non soggiace alle classificazioni, alle contrapposizioni, alle definizio­ni, necessarie all’ordinata vita quoti­diana. Il frammento è luminoso per­ché divino, ha il volto del trascenden­te, che si mostra nascondendosi.

Noi siamo educati entro il sapere fìlosofico-scientifico

Grazie a cui ci garantiamo l’intesa e la riduzione dell’angoscia dell’imprevedibile. Il quadro tiene e noi possiamo procedere tranquilli nei traffici quotidiani. La ragione deve trionfare. Noi abbiamo bisogno di storie che si concludano con la “vittoria” del bene sul male, altrimenti ci pare insensato soffrire e forse vano vivere. Come si spiegano la rabbia contro la prosperità dei cattivi e le perplessità per la sconfitta dei “buoni”? Il tutto trova una qualche pacificazione se riusciamo a persuaderci che si sta preparando una trappola mortale nei riguardi dei “cattivi”. Pietro e gli apostoli volevano un Messia che sbaragliasse i nemici: volevano “la vittoria” del bene. Senza un tale risultato sembra che un’avventura, un’opera o un film non siano ben riusciti.

È come se si trattasse - e in effetti di questo si tratta - del tradimento della logica del nostro sapere e progettare, credendo presuntuosamente che sia anche la logica di Dio - Dio al nostro servizio, maschera dei nostri soprusi. Non ci si chiede o forse si lascia nell’ombra il fatto che Cristo si rifiuta di chiamare gli angeli contro i nemici che lo metteranno ingiustamente a morte; il senso della estensione senza limiti del perdono, disposti però acriticamente a dire che la sconfitta in croce di Gesù è la vittoria dell’amore. Ma quale vittoria? È lo scenario della debolezza - san Paolo: «Quando sono debole, allora sono forte» - che fatichiamo a dischiudere a causa del primato indiscusso del sapere fìlosofico-scientifico. Da qui l’attesa della vittoria del bene sul male, e l’estrema difficoltà di sospettare che le cose forse stiano in altro modo.

Ma perché il cristianesimo ha superato le persecuzioni e ha convertito la Roma pagana? Forse perché Cristo è apparso come il nuovo imperatore che finalmente metteva in ginocchio tutti?

O invece perché ha svelato le sembianze di un Dio che ti sta accanto, ti sostiene nelle tribolazioni e ti ispira sentimenti alti, nonostante la tristezza del momento?

E a questo Dio, impotente e quotidiano, che l’impero della potenza non ha potuto contrapporre nulla che l’uguagliasse, perché viveva nella logica del potere, estraneo alla logica della potenza senza potere. Purtroppo, questo Dio lo abbiamo spinto in fretta in alto, l’abbiamo messo in trono, trasformando il CHRISTUS VIATOR, nel CHRISTUS VICTOR O PANTOCRATOR.

Quale il fascino del presepe di Greccio?

La trasformazione del CHRISTUS VICTOR IN CHRISTUS VIATOR. È Francesco, umile e povero, l'anima di quel presepe. Il problema non è chi abbia pensato per primo il presepe, ma chi lo abbia immaginato come ritorno di Cristo nella quotidianità del nostro dire, fare e sentire. Un evento di piccole proporzioni, in una grotta avvolta da stelle, silenziose e remote, senza quello strepito, con cui immaginiamo che le cose debbano accadere. Il bene o sconfigge o è sconfitto: per noi non si dà alternativa. Francesco, al contrario, vuole solo dischiudere altri orizzonti, risvegliare mondi assopiti, senza clamore, non disdegnando la compagnia d’alcunché. L’importante è che dia da pensare o, forse, faccia sognare.

Orlando Todisco



RIFLESSIONI ATTUALI - MISERICORDIA

SIAMO DEBITORI AL PROSSIMO DELLA MISERICORDIA DI CRISTO


Il concetto di misericordia, così come è inteso nella bibbia, non corrisponde del tutto a quello che ci è familiare: parlare di compassione o comprensione per le disgrazie altrui, di benevolenza, di clemenza ecc. è cogliere soltanto alcuni aspetti parziali della cosa. La bibbia concepisce la misericordia a partire non dai sentimenti, bensì dalla fedeltà di Dio nel quadro dell’alleanza: misericordia è l’atteggiamento che risponde all'alleanza; più esattamente, è la fedeltà che Dio garantisce e mantiene : storicamente verso il popolo « alleato » Israele e che nell’evento di Cristo si allarga fino ad abbracciare l’intera umanità. Già nel fatto che Dio, dando l’alleanza, si scelga questo piccolo popolo come suo partner a pieno titolo, si palesa come il concetto di misericordia debba essere inteso muovendo da Dio. Questo poi si chiarisce man mano che emerge e cresce nella storia la solidarietà di Dio con il suo partner. Sua forza motrice è certo 1’ amore; ma la sua consistenza viene dall’attuazione di un vincolo di elezione. Quindi essa non si contrappone alla giustizia, se mai ne è l’adempimento.
Essendo la misericordia divina essenzialmente fedeltà, essa si esprime non solo nella remissione della colpa, ma può anche servirsi dell’ira al fine di mantenere salda l’alleanza. Ma quanto privo di riserve sia l’impegno in essa del Dio padre della misericordia, quanto il suo agire sia completamente determinato da quest’atteggiamento, lo dimostra il fatto di essersi piegato nel suo stesso Figlio verso i ribelli e verso la loro misera condizione. Non c’è miseria umana di cui egli, Gesù di Nazareth, non si faccia carico, con misericordia piena di compassione, dominatrice e alla fine vittoriosa; la morte a favore dei peccatori suoi nemici è l’ultimo coronamento della sua « solidarietà con gli empi », portando su di sé anche l’ira divina sull’apostasia e la ribellione.
Quest’universale misericordia ottiene la sua definitiva conferma nella risurrezione ed esaltazione di Gesù; e, nella proclamazione dei suoi atti misericordiosi, essa viene comunicata a tutti gli uomini che l’accolgono con fiducia, viene comunicata costitutivamente, all’individuo nel battesimo e alla comunità dei battezzati, ogni volta di nuovo nella predicazione e nel banchetto dell’alleanza.
In questa promessa, più volte ripetuta, mantenuta nel corso della storia, sta l’autentica ricchezza dell’umanità. Poiché la grazia e la misericordia di Dio in Gesù Cristo pongono al mondo e alla vita umana nuovi criteri: alla loro luce non vale più fare questione della propria dignità acquisita, né ricercare la riconoscenza che di solito ci si attende da chi riceve; il grado di disponibilità agli altri è determinato esclusivamente dalla situazione del prossimo, al quale siamo debitori della testimonianza di Cristo. Infatti a quanti si affidano alla fondamentale misericordia di Dio in Gesù Cristo, che soccorre alla nostra infermità e cementa la comunità dei graziati, è data la possibilità e quindi anche imposto il dovere di corrispondere ad essa nella viva esperienza. Misericordia è la riconoscente risposta dell’uomo nella sua totalità, dell’intera comunità, nel momento che questa viene in soccorso senza riserve di quanti sono completamente rimessi alla misericordia e su di essi riversa tutti i doni di grazia di cui dispone, personali, comunitari, sociali o materiali.
Operare la misericordiaè qualcosa che Dio attende dall’uomo; riceverla, è sempre un'esperienza di grazia. Non potrà mai essere un diritto da rivendicare da parte di colui che la attende. Perciò l’imperfezione della misericordia umana e le manchevolezze a questo riguardo non sono altro che lo stimolo per volgersi, nella speranza e nella preghiera, verso il sopraggiungere della misericordia divina, nell’attesa che essa si manifesti alla fine come dono salvifico e imperituro. Ma l’egoismo, la sicurezza di sé l'indifferenza dell’uomo di fronte a coloro che abbisognano di misericordia andranno incontro a un giudizio definitivo e mortale: dimostrare a nostra volta misericordia, questo e non altro sarà il criterio del giudice universale, quando i misericordiosi e coloro che hanno sperimentato misericordia si troveranno di fronte nell’ultimo giudizio.
H.-H. Esser

RIFLESSIONI ATTUALI - LAICITÀ E RELIGIONE

IL NATALE, LA SCUOLA, I PRESEPI E LA LAICITA' ITALIANA

Un Dirigente scolastico vieta canti religiosi per Natale e sposta la tradizionale recita al 21 gennaio (“festa d’inverno"); in un'altra scuola italiana si fa il presepio, ma solo con gli animali e i pastori, senza Gesù bambino; in altri casi nelle recite natalizie si parla di “babbo Natale” di renne e di animali, ma del festeggiato nemmeno una notizia - Natale vuol dire nascita, ma non si sa più chi nacque quel dì... Il tutto in nome della scuola “laica” e della “laicità” dello Stato. Ma cosa significa davvero laicità? E la nostra scuola è davvero laica - stando alle leggi della nostra Repubblica?

Quando tale concetto si applica alla scuola si fa riferimento soprattutto al francese “laicité” : sin dal tempo della grande Rivoluzione, la Francia si concepì come nazione laica separata, e talvolta anche in conflitto con la religione e con la Chiesa cattolica.

Le leggi dei primi anni del XX secolo, ed in particolare la legge del 1905 sulla separazione dello Stato dalla Chiesa, sono una sorta di “carta costituzionale” dello stato e della scuola repubblicana. Nessun simbolo religioso negli edifici pubblici e nelle scuole, nessun segno di riconoscimento religioso per gli alunni (la famosa polemica sul velo delle studentesse islamiche), divieto di celebrare matrimoni religiosi se non dopo la cerimonia in municipio, assoluta neutralità (se non indifferenza od ostilità della Repubblica verso la Chiesa (cattolica) e la altre confessioni religiose.

Questa - in estrema sintesi - è la laicité: che persino la Chiesa ha finito coll’accettare (anche in funzione anti-islamica), se si pensa che uno dei grandi saggi chiamati a partecipare alla commissione governativa sull'applicazione del principio ai problemi come quello del “velo” era il compianto, grandissimo storico Réné Rèmond, di chiara e limpida fede cattolica.

Comunque una ben strana laicité, se si pensa che i parroci della parrocchie storiche di Francia sono stipendiati dallo Stato in quanto... custodi di monumenti nazionali, cioè di beni culturali; se i docenti delle scuole cattoliche sono regolarmente stipendiati dallo Stato (e questa spiega l’elevato numero di scuole cattoliche e di allievi nella laicissima Francia: nemmeno Mitterand riuscì a diminuire il finanziamento pubblico alle scuole cattoliche), se fino a qualche anno fa il mercoledì era giorno di vacanza nelle scuole elementari perché giornata storicamente dedicata al catechismo parrocchiale, specie nella Francia rurale....

Forse perché laicità sembrava tradurre laicité; forse per evitare problemi alla nascente repubblica italiana; forse perché il Concilio Vaticano li era ben al di là da venire - fatto sta che nella Costituzione italiana di laicità non si parla MAI. E’ dunque falso sostenere che l’Italia è uno stato laico, una repubblica laica, che la scuola statale è laica: non esiste alcun testo legislativo sulla scuola che dica che la scuola è laica, e tanto meno che lo sia nel significato francese. La stessa presenza del crocifisso nelle aule scolastiche come negli edifici pubblici è stata confermata autorevolmente dalla suprema Corte - e si badi che non è il Concordato, bensì la giurisdizione italiana ad aver stabilito questo.

La Costituzione italiana non è laica anche per un altro motivo: se l’art. 2 proclama l’uguaglianza dei cittadini senza distinzione di religione (oltre che di razza, di sesso...); se l’art. 8 proclama la libertà religiosa, l’art. 7, come è noto, stabilisce che i rapporti fra lo Stato e la Chiesa cattolica sono regolati dai Patti lateranensi, ossia dal Concordato -firmato nel 1929, rivisto nel 1984. Per la Costituzione italiana, dunque, la religione cattolica, la Chiesa cattolica, non è alla pari della altre religioni o confessioni: ha uno statuto privilegiato. Per questo, dunque, la Repubblica italiana non è “laica” nel senso francese.

Proprio il trattato di revisione del Concordato, assunto integralmente dalla legge italiana

che lo ha ratificato, dice che (art. 9, c. 2) “la Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado.”

Ciò vuol dire che la presenza della religione cattolica nella scuola pubblica è assicurata, almeno stando alla lettera ed allo spirito del testo, non per "fare un favore alla Chiesa cattolica" (magari in cambio del consenso politico, come avvenne nel 1929 con il regime fascista), e nemmeno, al contrario, perché l’Italia intendesse fare della scuola pubblica una scuola confessionale, almeno per alcuni aspetti: ma per ragioni di carattere esclusivamente storico-culturale. "I principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano": basti andare in un qualsiasi museo italiano per vedere innumerevoli Natività, Crocifissioni, episodi della vita di Cristo, di Maria, degli Apostoli, dei Profeti, dei Santi... talché chi fosse del tutto ignorante in teologia e sacra scrittura, nonché di agiografia, non potrebbe nemmeno comprendere cosa questa o quella pala d’altare intendesse raffigurare...

E dunque: se nessun direttore museale si sognerebbe di togliere dalle sale ogni quadro con soggetto religioso (forse solo il parigino Museo d’Orsay non ne soffrirebbe), se nessun sovrintendente di istituzione sinfonica si sognerebbe di non far cantare una Passione di Bach, il Requiem di Verdi o un oratorio di Haendel - perché un dirigente scolastico dovrebbe impedire agli alunni o al personale di una scuola di allestire un presepio? o di cantare "Adeste fideles” piuttosto che “Stille Nacht" o “Tu scendi dalle stelle’,’ o anche quel famoso "gospel” (vangelo..) dove si canta che "Jesus Christ is born”? canti che oltretutto hanno anche un discreto valore musicale...

Se la Repubblica, e la scuola italiana, non è affatto laica - nel senso francese del termine; se il Concordato fra lo Stato e la Chiesa cattolica è previsto esplicitamente dalla Costituzione italiana; e se tuttavia la scuola (e la repubblica) italiana non è certamente una scuola religiosa o confessionale - che cos’è dunque la nostra scuola, se non è né laica né religiosa?

Si può, e si deve rispondere, che la scuola italiana, e la Repubblica, è laica - ma in un senso diverso, e forse opposto, alla laicité.

La laicité alla francese è escludente, quasi di- scriminante: il buon cittadino, pare dire, non crede in Dio, ma solo nei valori della repubblica - tuttavia noi lo sopportiamo e lo tolleriamo, entro certi limiti, perché siamo laici. (Un po' come avveniva, ma al contrario, negli stati cattolici dell’antico regime, che non perseguitavano più ebrei o protestanti o massoni, ma se se andavano altrove era meglio...). La laicità italiana, al contrario (una laicità che siamo chiamati a ri-costruire anche di fronte ai fenomeni migratori), è, e deve essere, una laicità inclusiva, che aggiunge segni (religiosi) e non li toglie. Due sentenze della Corte costituzionali (relatore Casavola) hanno chiarito il valore "costituzionale’’ della laicità, ed insieme il suo vero significato (sentenza n. 203 del- l’11-12 aprile 1989 e sentenza n. 13 dell’ll- 14 gennaio 1991). In particolare, la prima delle due sentenze citate, proprio commentando il passo del Concordato sopra richiamato (“riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano") lo interpreta in siffatto modo: "Il genus ("valore della cultura religiosa”) e la species ("principi del cattolicesimo nel patrimonio storico del popolo italiano") concorrono a descrivere l’attitudine laica dello Stato-comunità, che risponde non a postulati ideologizzati ed astratti di estraneità, ostilità o confessione dello Stato-persona o dei suoi gruppi dirigenti, rispetto alla religione o ad un particolare credo, ma si pone a servizio di concrete istanze della coscienza civile e religiosa dei cittadini." Lo stato autenticamente laico si pone dunque al servizio delle istanze religiose e delle comunità religiose presenti nel territorio, ritenendo così la religione, ed in particolare la religione cattolica - come diceva un liberale non credente come Tocqueville - non un ostacolo nell’affermazione dei valori di libertà e democrazia, ma al contrario una formidabile alleata.

Così anche la scuola laica non solo rispetta, ma anzi favorisce l’espressione del sentimento, della tradizione e della fede religiosa dei propri alunni e delle proprie famiglie: in occasione del Natale, ad esempio, ma anche - perché no? - anche in occasione della fine del Ramadàn, se vi fossero scolasti o studenti che celebrano tale festività musulmana.

Guido Campanini

dirigente scolastico

GIUBILEO 2015-2016

 

GIUBILEO

 

Il giubileo per i cattolici è un tempo straordinario di grazia, dedicato alla riconciliazione e alla remissione dei peccati. Il primo fu indetto da papa Bonifacio VIII nel 1300, ma l'origine di questo evento è da ricercarsi nell'Antico Testamento. La legge di Mosè prevedeva che ogni 50 anni fosse dichiarato un Anno Santo che restituisce l'uguaglianza a tutti i figli di Israele. Dal XV secolo la Chiesa stabilì che il giubileo fosse indetto ogni 25 anni, periodo che ancor oggi definisce il giubileo ordinario. Il pontefice può tuttavia indire un giubileo straordinario in concomitanza di eventi o periodi storici particolari.

Leggi tutto: GIUBILEO 2015-2016

Joomla templates by a4joomla