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RIFLESSIONI ATTUALI: I NOSTRI CARI DEFUNTI E L'ALDILÀ

di Ileana Mortari

2 novembre: commemorazione dei fedeli defunti

 

Premessa: l’argomento che affronterò (in genere poco trattato negli ultimi tempi) è piuttosto arduo, perché, pur attenendosi alla Scrittura, alla teologia e alla Tradizione, non è possibile varcare una certa soglia di mistero che comunque permane, né quindi rispondere a certe curiosità che esulano dall’essenziale o imbarcarsi in risibili elucubrazioni. Faccio mia l’affermazione di André Gounelle: “In questo campo, bisogna accettare di deludere, piuttosto che dare l’illusione di sapere”.

 

CHE COSA CI ATTENDE DOPO LA MORTE?

 

Nell’immaginario comune dei cristiani, al momento della morte, l’anima si stacca dal corpo (destinato al disfacimento fisico) e si presenta a Dio per il giudizio personale: beatitudine, o dannazione, o purificazione; alla fine dei tempiognuno riavrà il suo corpo mortale, risorto e trasfigurato, e ci sarà il giudizio definitivo e universale.

Ecco, occorre dire che questo modo di spiegare le cose è stato superato, specie dopo il Concilio Vaticano II° ( 1962-65); infatti il progresso degli studi biblici e teologici ha portato a riformulare la tematica. Vediamo le tappe di questo cambiamento.

 

Com’è noto, il cristianesimo, nato nell’area ebraico-semitica, fin dai suoi inizi dovette rendersi comprensibile anche al mondo della cultura greco-romana, dove allora dominava l’immagine platonica del ritorno dell’anima immortale nel mondo divino immediatamente dopo la morte. E questo non sembrava in contrasto con la dottrina cristiana, che parlava pure di un incontro dell’ ”anima” con Dio post mortem.

Ma successivamente si recuperarono le radici ebraiche del fenomeno, visto che il cristianesimo germina dall’ebraismo. La Bibbia non dice affatto che il corpo sia la tomba dell’anima, da cui questa si distacca al momento della morte, morte che nemmeno la tocca, e vive beata nel mondo divino (così Platone).

 

La Scrittura al contrario considera la persona umana come un’entità unitaria. Carne, anima e spirito non si riferiscono a tre distinte parti della persona umana, ma a tre aspetti sotto cui l’unica medesima persona appare: come persona corporea, come persona vivente, come persona sensibile, conoscente e volente. Di conseguenza, nell’annuncio cristiano, la morte è un passaggio fondamentale, oltre il quale avviene la resuscitazione dell’essere umano nella sua interezza, anche corporea; infatti, se la condizione umana è per sua natura sottoposta alla prova della morte, paradossalmente è proprio attraverso il morire fisico che si compie il destino dell’uomo: diventare partecipe della stessa vita di Dio, mantenendo oltre il tempo LA SUA IDENTITA’.

 

S.Paolo in 1° Cor.15,42-44 usa un’immagine eloquente: un seme non rinasce se prima non muore, e la pianta che spunta ha una forma diversa dal seme. E’ evidente che, se seme e pianta sono sotto i nostri occhi, e ne vediamo chiaramente le differenze, purtroppo non abbiamo nello stesso modo elementi per descrivere il corpo glorioso, che ciascuno sperimenterà solo dopo la morte.

 

Qualcosa però si può dire. Infatti la tradizione ininterrotta della Chiesa, da Ignazio di Antiochia a S. Agostino, S. Tommaso, fino al Magistero attuale, ha sempre annunciato la resurrezione dei morti a immagine di quella di Cristo.

 

Egli, dopo la morte e sepoltura (come si legge nelle pagine finali dei 4 vangeli), si mostra ad alcuni “in carne ed ossa”. Il corpo di Cristo risorto è corpo vero, però è corpo glorioso; il che significa che non è situato e non è limitato dalle leggi dello spazio e del tempo, ma si rende presente dove vuole, entra a porte chiuse e si sposta da una parte all’altra senza difficoltà; questo perché il suo corpo ha le qualità di Dio, partecipa alla vita divina ed è colmato dalla potenza dello Spirito Santo.

 

Tuttavia nello stesso tempo Gesù parla con i suoi discepoli, li esorta e li rimprovera, ricorda il passato e progetta l’avvenire, mangia con loro perché non pensino che Lui sia un fantasma. Gesù dunque vive in un corpo trasfigurato e diverso, libero dai normali condizionamenti terreni, ma pur sempre un CORPO che gli permette di comunicare con gli altri e che conserva caratteristiche umane, oltre che divine. Questo fenomeno è quello che i teologi chiamano della “continuità-discontinuità”.

Di ciò abbiamo sicure testimonianze oculari e auricolari da parte dei discepoli, che “hanno mangiato e bevuto con Lui dopo la sua resurrezione dai morti” (Atti 10,41). E’ su questa testimonianza che si basa la fede della Chiesa e la fede nella resurrezione dei morti.

 

Infatti, poiché Cristo è “l’uomo nuovo”, questo è il segno che tutto ciò avverrà anche per ogni essere umano; cioè nell’aldilà anche i nostri corpi si troveranno nella stessa condizione del corpo risorto di Gesù (cfr. 1° Cor.15,35-45 e Fil.3,10-11).

 

In altre parole, si può dire che, se la corporeità è la dimensione dell’uomo come “spirito nel mondo”, la morte può essere interpretata come FINE DI UN MODO IMPERFETTO DI VIVERE TALE VITA CORPOREA, e INIZIO DI UN MODO DAVVERO AUTENTICO E ANCORA UMANO DI REALIZZARLA. S. Giovanni Paolo II° a questo proposito usò una felice espressione: “Dalla vita alla Vita”; cioè: dal provvisorio al definitivo.

 

Più di così non possiamo dire sulla resurrezione dei corpi; infatti l’ESCATOLOGIA (=dottrina delle realtà ultime) è il campo del “che”, non del “come”. Cioè: sappiamo con certezza che risorgeremo, ma non come. Questa seconda domanda appartiene al mistero.

 

TEMPORALE ED ETERNO

 

Un altro aspetto della concezione tradizionale che si considera superato è relativo alle categorie spaziali e temporali. Lo spiega bene il noto biblista Gianfranco Ravasi: “Eternità ed infinito trascendono le nostre categorie mentali vincolate spontaneamente al “prima” e al “poi”, al “qui” e “là”. Nell’aldiquà dominano, infatti, le scansioni successive temporali e spaziali. E’ per questo che, seguendo il linguaggio spazio-temporale, la tradizione cristiana ha parlato, ad esempio, dopo la morte, di un giudizio “particolare” e personale, ove si vagliano le scelte morali della singola persona libera e responsabile. Ad esso segue in molti casi un “tempo” di purificazione ed espiazione (il “purgatorio”, spesso concepito come un “luogo”), per “poi” accedere al giudizio finale, quando tutta l’umanità e lo stesso creato entreranno nel nuovo ordine di cose (la “redenzione” o “salvezza”).

 

In realtà, questa successione è frutto del nostro computo temporale perché, oltre la vita terrena, non c’è più il tempo, ma l’istante eterno e infinito, in cui tutta la creazione sarà trasfigurata, giudicata e salvata. Questo grembo, che è l’eternità, ingloba e supera il tempo e lo spazio. L’eterno è presente già durante lo stesso corso della storia fatto di tappe successive, e destinato a concludersi a causa della sua finitudine.

Infatti la persona umana, anima e corpo, nella visione cristiana, ha in sé già durante l’esistenza terrena il seme dell’eternità (la grazia divina), in modo particolare nella comunione eucaristica; perciò inizia già ora a partecipare di quell’orizzonte trascendente, di quell’istante perfetto, di quel centro che tutto in sé assume e trasfigura.”

 

Se paragoniamo lo svolgimento del tempo a una linea orizzontale, l’eternità sarebbe una linea verticale: la permanenza di un presente, per cui tutto è allo stesso tempo, senza che il tempo passi. Non è facile parlare di un’esperienza che ci è ancora estranea, visto che viviamo nel tempo! Quest’ultimo infatti è stato creato e, e come tutte le creature, avrà una fine.

Ecco perché, guardando l’aldilà dalla nostra sponda, il momento dell’inizio dell’eternità ci può apparire lontano (perché ci viene spontaneo collocarlo al termine del tempo); ma, guardato dalla sponda di Dio, tutto appare “contemporaneo”: come se tutti i morti giungessero alle soglie dell’aldilà nello stesso momento, “adesso”.

 

Chiarisce bene il grande teologo Karl Rahner: il tempo intermedio che nella tradizione si pensava collocato tra il giudizio individuale/particolare (subito post mortem) e quello universale (alla fine dei tempi – ne parlerò nella prossima Newsletter) non era una dottrina di fede, ma uno strumento concettuale(debitore della cultura del tempo),per formulare certe verità di fede sulla vita ultraterrena.

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Ora la teologia ribadisce che, grazie alle nuove acquisizioni su un aldilà NON SPAZIALE NE’ TEMPORALE, la chiave di volta di tutto è Cristo Risorto: con Lui possiamo già essere in comunione durante la vita e Lui ci “traghetterà” nell’eterno, dove finalmente vedremo la Trinità “faccia a faccia”, il che evidentemente può esserci di grande aiuto a superare la naturale paura della morte. S. Paolo dice chiaramente: “Desidero andarmene per essere con Cristo” (Fil.1,23).

Inoltre, specie nell’accezione giovannea, la “vita eterna” inizia già da qui, nella fede e nella comunione con Dio (cfr. Gv. 3,15) e soprattutto nella realizzazione della carità, l’unica delle tre virtù teologali (fede, speranza, carità) che non avrà mai fine.

 

UNA QUESTIONE TUTTORA APERTA E DIBATTUTA TRA I TEOLOGI E’:

la resurrezione del corpo ha luogo immediatamente dopo la morte o è differita al momento del giudizio universale? La teologia contemporanea ha portato valide motivazioni per la 1° ipotesi; le deduco dal teologo Battista Mondin:

1 – visto che non si dà persona senza dimensione corporea, è impensabile un’anima priva di tale

dimensione

2 – quello che risorge è un “corpo spiritualizzato”, che non conosce più la pesantezza e la corruttibilità

della materia

3 – poiché nell’eterno non ci sono più spazio e tempo, diventa possibile l’immediata ricongiunzione

anima-corpo subito dopo la morte.

Questa posizione, che teologicamente appare abbastanza solida, non è stata tuttavia ancora recepita dal Magistero ecclesiastico, il cui ultimo documento sull’escatologia risale al 1992.

 

COME SARA’ LA NOSTRA VITA IN CIELO?

 

Di solito si immagina la vita paradisiaca come un luogo bellissimo, ma senza movimento, dove l’attività principale è la contemplazione estatica di Dio, il che implicherebbe un certo immobilismo e, diciamolo pure, un po’ di noia! Nulla di tutto questo. Gesù ci parla di “vita eterna”: se l’eternità più di tanto non possiamo spiegarla o descriverla, il concetto di vita è invece pienamente alla nostra portata, visto che ci appartiene!

 

Probabilmente la VITA in Paradiso ripresenterà gli stessi dinamismi che ben conosciamo. Le relazioni umane quindi continueranno ad essere centrali anche nell’altro mondo, con la differenza che, come per ogni realtà, esse verranno purificate e raggiungeranno la propria perfezione. E così ad esempio le relazioni con gli altri saranno autentiche. Non staremo sempre immobili in contemplazione, ma ci impegneremo al massimo perché tutti raggiungano la casa del Padre.

 

Del resto nulla di quanto avremo fatto di positivo sarà perduto e nell’aldilà ogni bene da noi compiuto contribuirà ad accrescere la gioia di tutti per sempre. Perché, sostiene S. Tommaso d’Aquino, “ognuno avrà tutti i beni di tutti gli altri beati”

E, rispondendo alla richiesta di molti, “Certamente rivedremo coloro che abbiamo amato – così il card. Martini – Anche quelli che hanno amato, pur non avendo conosciuto Gesù.”

 

Un articolo del nostro “Credo” è infatti “la comunione di santi”. Come noi, con preghiere, S. Messe e un ricordo amorevole possiamo aiutare i nostri cari, così loro aiutano noi nelle nostre necessità.

 

Viene spontaneo chiedersi: “Che ne è dei 75 miliardi di uomini vissuti sulla terra e poi morti? Secondo Paolo noi li troviamo presso quel Dio “che dà la vita ai morti e chiama all’esistenza ciò che non esiste” (Rom.4,17). Davvero, come promette la Scrittura, “Dio vuole che TUTTI gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della VERITA’ “ (1° Tim.2,4).

E ancora secondo Paolo: “se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti? 13Se non vi è risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto! Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede.” (1° Cor.15,12-14)

 

CONCLUSIONE

 

E’ davvero consolante pensare che tutto quello che nella storia si è fatto, si sta facendo e si farà per la giustizia, la libertà, la pace, la verità, i valori, pur se ha comportato e purtroppo continuerà a comportare immani sacrifici e perdite di esseri umani, non è stato vano.

 

E anche tutte quelle esistenze di disabili, anziani ridotti allo stato vegetativo, innocenti vittime di stragi, vite bruciate, persone che hanno conosciuto solo il male e l’odio, malati incurabili, bambini che a sciami muoiono di fame e di stenti, tutte quelle situazioni insomma che sembrano non avere senso o nemmeno qualcosa di umano, hanno al contrario un profondo significato: sono il preludio di una vita recuperata nei suoi elementi positivi anche non sviluppati e che vedrà azzerati errori e imperfezioni. Certo, questo non cancella il dolore e le sofferenze, a volte lancinanti, che viviamo in terra, ma anche Gesù ha sofferto in modo atroce e, alla fine, si è affidato al Padre: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Luca 23,46). E, se Lui è la “chiave di volta”, il Suo esempio vale anche per tutti noi.

 

E’ consolante anche un altro effetto che si può dedurre da quanto detto (questa è una mia considerazione personalissima): se la nostra persona risorta si vedrà purificata da tutto il male compiuto, penso che emergerà anche il bene che noi non vedemmo in terra (specie in persone purtroppo molto o totalmente negative), se è vero – come disse il famoso Baden-Powell – che “in ogni individuo c’è almeno un 5% di bene che va sviluppato”.

(Fonte: http://www.chiediloallateologa.it/ileana/)

RIFLESSIONI ATTUALI: ADOLESCENTI E LA CANNABIS

NEWSLETTER “ALLA RICERCA DELLA VERITA’ “ N.23 del 21/9/16

di Ileana Mortari

 ANALISI / LA SCIENZA È CHIARA SUI GUASTI PRODOTTI DALLO «SPINELLO»

 

GLI ADOLESCENTI E LA CANNABIS : PERCHE’ LA MENTE NON CI ARRIVA

 

di Carlo Bellieni

 

da AVVENIRE 20 settembre 2016

 

 

Gli scienziati sanno anche essere sarcastici; è il caso del titolo dell’importante rivista Lancet Psychiatry di agosto, dove due ricercatori canadesi così sintetizzano nel titolo l’urgenza di inviare segnali sui rischi della cannabis ad un mondo che finge di non sentire: «Cannabis e psicosi: capire i segnali di fumo», dove il termine 'fumo' è volutamente sarcastico per un messaggio tragico: «La cannabis può contribuire allo sviluppo della schizofrenia».

 

Lo conferma la rivista Acta Psychiatrica Scandinavica di agosto, perché il suddetto 'fumo' da marijuana non è quel ritrovato innocuo di cui parlano irresponsabilmente troppi giornali, ma un insieme di sostanze che trasmettono gli impulsi tra le cellule nervose, alterandoli. Per esempio, riportano gli studiosi, una di queste sostanze, il THC, «è spesso associato ad effetti deleteri come alterazione della coscienza, ansia e sintomi psicotici».

Già questo fa capire i rischi di una liberalizzazione della vendita di cannabis, perché rende implicito e talvolta colpevolmente esplicito il messaggio che la marijuana non fa male, anzi.

Eppure basterebbe - è chiedere troppo?- che i giornalisti si informassero sui motori di ricerca scientifici ufficiali invece di riflettere luoghi comuni. Per smentire i supposti benefici della marijuana, la rivista Drug and Alcohol Dependence di settembre mostra in una ricerca che

Marijuana, la rivista Drug and Alcohol Dependence di settembre mostra in una ricerca che,laddove si legalizza la marijuana, ne aumenta l’uso fra i giovani e, se non bastasse, aumenta anche l’uso di tabacco.

E il Journal of Clinical Psychiatry di agosto spiega che non ci sono le evidenze per consigliare la marijuana 'terapeutica' nelle malattie mentali, mentre il JAMA recentemente spiegava che l’uso terapeutico di cannabinoidi è limitato a poche selezionate malattie con dolore cronico severo e spasticità; ma si badi bene, spiega Biochemical Pharmacology di luglio riportando gli ultimi progressi nel settore, che non è 'lo spinello' che cura, ma un apposito spray con solo alcune molecole derivate dalla cannabis.

Ma, smentiti i 'benefìci', continuiamo a guardare i 'segnali di fumo' mandati dalla letteratura scientifica sulle reali conseguenze della cannabis. Per restare al solo mese di agosto, la rivista Biological Psychiatry riporta la descrizione dei danni da cannabis misurati con la Risonanza Magnetica, perché lo spinello non colpisce 'solo l’umore', ma alterando i rapporti tra le cellule del cervello le rimodella e le altera, in particolare con effetto su tre zone chiamate amigdala, ippocampo e corteccia frontale anteriore: nomi complessi, ma per i neurologi hanno un preciso significato. L’amigdala è il centro delle emozioni, tutte le paure ma anche il senso di sicurezza passano attraverso la sua integrità; ippocampo è il centro della memoria, in diretta connessione con l’amigdala; infine la corteccia prefrontale è il centro da cui passa la nostra empatia e la capacità di socializzare e razionalizzare gli eventi.

La ricerca analizza 31 studi e conclude che le conseguenze dipendono sia dalla dose che dalla precocità dell’età di inizio del consumo. Sempre in agosto, gli fa eco un’altra importante rivista, Current Pharmaceutical Design, che oltre ripetere che «l’uso regolare della cannabis è stato associato a vari problemi di salute quali psicosi, ansia, depressione e alterazioni cognitive», analizzando 103 studi, alcuni fatti con la Tomografia ad Emissione di Positroni, mostra che la cannabis provoca «cambiamenti strutturali e funzionali nel cervello umano».

Lo stesso Current Pharmaceutical Design riporta in un altro studio le alterazioni strutturali della corteccia prefrontale che subiscono gli adolescenti fumatori di cannabis, e la International Review of Neurobiology di agosto conferma questi dati di alterazioni strutturali del cervello sottolineando i rischi del 'fumo' tra gli adolescenti e la rivista tedesca Psychopharmacology spiega come «i cannabinoidi esogeni [le sostanze che si inalano fumando cannabis] alterano la normale maturazione del cervello».

La rivista Pharmacological Research di luglio riporta inoltre un interessante studio fatto sui ratti in cui le suddette lesioni provocate dalla cannabis sull’ipotalamo in età giovanile, restano fino all’età adulta inoltrata e provocano alterazioni del comportamento.

La scienza stessa spiega il perché del fallimento delle strategie di legalizzazione: il cervello dell’adolescente non ha ancora strutturato le zone deputate alla scelta razionale, mentre ha sviluppate più dell’adulto le zone deputate alla ricerca di gratificazioni anche da sostanze chimiche, come spiega Daniel Romer su Prevention Science.Dunque è facilmente influenzabile se ha a disposizione facilmente una sostanza 'gratificatrice' come la marijuana, e non sa resistere come farebbe un adulto usando la ragione, in barba a chi pensa che, liberalizzata la cannabis, il giovane saprebbe moderarsi. Paradosso ulteriore, la marijuana abbiamo visto che va proprio a colpire le zone del cervello che inducono all’approccio razionale ai problemi e alla moderazione delle scelte, peggiorando così le cose.

Certo, non tutti i consumatori di cannabis hanno problemi di salute mentale, così come non tutti i fumatori di tabacco hanno tumore ai polmoni, ma la ricerca scientifica serve proprio a mettere in guardia: se un mio amico fuma un pacchetto di sigarette al giorno e non sta male, non è un buon motivo perché io lo imiti, perché la scienza valuta grandi numeri, mette al riparo dai pericoli.

Insomma, emergono due evidenze: la prima è che i danni da cannabis ci sono e sono documentati, la seconda è che nessuno ne parla, preferendo banalizzare o per pigrizia di ricercare le fonti o, magari, per paura di trovarle.

Il rischio della liberalizzazione è di far passare il messaggio che 'tanto non fa male'.

Eppure le fonti scientifiche a smentire questo 'dogma libertario' sono alla portata di tutti e da tempo la comunità scientifica mette in guardia non con proclami ma con dati e fatti. Già nel 2007 la rivista Lancet titolava uno studio: «Uso della cannabis e rischi di psicosi o problemi mentali: una revisione sistematica della letteratura», e chiudeva lo studio scrivendo: «Concludiamo dicendo che ormai c’è sufficiente evidenza per mettere in guardia i giovani che l’uso di cannabis può aumentare il loro rischio di sviluppare una malattia psicotica nel corso degli anni». Vi sembrano 'segnali di fumo' da ignorare?

LIBRO

 

 

Religiosità, religione e fede nelle Corti di Monchio

di

Don ETTORE PAGANUZZI,

parroco dal 1995 al 2000

 

raccolta delle tradizioni popolari e fotografie

di

GIACOMO ROZZI

 

atto della fondazione della chiesa di Riana a cura

di

DONATELLA BASTERI

 

 

 

 

 

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RIFLESSIONI ATTUALI: UTERO IN AFFITTO. CHE DIRE?

NEWSLETTER  “ALLA  RICERCA  DELLA  VERITA’ “  N.22   del  21/6 /16

                                                                                                                          di  Ileana Mortari

              

                        UTERO  IN  AFFITTO:  CHE  DIRE?

 

In gergo si dice “utero in affitto”; in termini più tecnici: “maternità surrogata”; se poi vogliamo il “politically correct”, ecco la “gestazione per altri” (GPA), o “gestazione d’appoggio”. Ma la questione non cambia. Con tali termini si indica il ruolo che nella fecondazione assistita (cioè il processo col quale si attua l'unione dei gameti artificialmente) è proprio di una donna (madre portante) che si assume l'obbligo di provvedere alla gestazione e al parto per conto di una persona o una coppia sterile, o impossibilitata a generare perché omosessuale, alla quale si impegna a consegnare il nascituro. La fecondazione può essere effettuata con seme e ovuli sia della coppia sterile sia di donatori e donatrici attraverso concepimento in vitro. Questa definizione sembra asettica e indolore; ma forse è il caso di vedere che cosa avviene davvero nella realtà!

 

“Una donna contiene per nove mesi un feto che cresce fino a diventare bambino, una nuova vita che si nutre di liquido amniotico e le regala calci nella pancia, battiti del cuore. E’ qualcuno che crea il più profondo e viscerale dei legami, che ha con quella entità nuova scambi di emozioni  e sentimenti, molto interiori e fondamentali per la stessa specie umana.” (Rosanna Biffi)

 

Ora, che cosa avviene al momento in cui la gestante partorisce il neonato e, dopo pochi secondi, lo consegna al committente, nè potrà più vederlo?

 

Lo spiega molto bene il pediatra Carlo Bellieni, autore tra l’altro di un godibilissimo libretto da regalare appunto alle gestanti (“L’alba dell’io” – dolore, desideri, sogno, memoria del feto. Soc. Ed. Fiorentina).  “Ci sono argomenti basilari di puericultura che sconsigliano nel modo più assoluto la pratica dell’utero in affitto. In primo luogo la mancanza del latte materno dopo l’allontanamento: paradosso nell’epoca in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità spiega che l’allattamento materno è un diritto per la salute del bambino [NdR: vedi Newsl.N.21 sui diritti dei bambini, richiamati dalla sigla DiBa]. Senza il latte della mamma aumenta il rischio di allergie, obesità, infezioni. [NdR: vedi esperienza di Elton J. a pag.5 della Newsletter N.21]

 

Il secondo problema è che nei 9 mesi si crea un attaccamento (bonding, in inglese) del bambino con la mamma, attraverso la voce materna e le cose che la mamma mangia; alla nascita il piccolo sa orientarsi con l’olfatto, già esercitato prima di nascere, per ricercare la sorgente del latte e il calore della mamma, riconoscendone la voce e il profumo che aveva «sperimentato» per 9 mesi. Ma, se scompare la mamma, cambia l’ambiente di riferimento, l’attaccamento che si era creato entra in crisi.
Solo un barbaro ragionamento può ridurre la donna al suo utero e la gravidanza a un fatto meccanico [Marco Politi parla giustamente di “donna-forno”]

E ora guardiamo la maternità surrogata con gli occhi del bambino: senza il suo permesso viene brutalmente estraniato da sua madre, che ancora porta in sé le impronte del feto (cellule staminali fetali, cambi ormonali indotti dalla gravidanza) e che gli ha dato abbondantemente stimoli e messaggi col suo imprinting.”

 

Come ha ben osservato il giornalista Giovanni Belardelli, “essere a favore del progresso non vuol dire accettare tutto quello che la scienza consente di fare; dobbiamo interrogarci sui limiti che separano ciò che è eticamente consentito da ciò che non lo è.”  E, anche solo da queste prime righe,appaiono evidenti violazioni dell’etica.

 

Ora, nonostante  l’autorevole  parere  contrario  di medici, pediatri, psicologi, etc. questa pratica va avanti in alcuni paesi addirittura  dal  1985  (Kim Cotton fu la 1° donna, britannica, ad affittare il proprio utero), sulla  base  di  accordi  minuziosi  (onde evitare sgradevoli  sorprese!), sottoscritti e firmati  dai contraenti..

 

A mo’ di esempio, vediamo un contratto-tipo (che ho ricavato da 2 testi pubblicati dal Corriere della Sera il 29-2-16, a firma di Monica Sargentini e da Avvenire il 6-3-16, a firma di Viviana Daloisio), un accordo cheviene sottoscritto, con poche variazioni, dall'Europaagli Stati Uniti, quando qualcuno decide di farpartorire una donna al posto suo.

 

Oggetto di accordo. «La madre surrogata o portatrice  si impegna: 1) a sottoporsi alla procedura d'impianto di embrione/i;  2) a gestire l'embrione specificato;  3) a partorire il figlio (figli) sviluppato dall'embrione;  4) a dare il proprio consenso alla trascrizione dei committenti in qualità di genitori nell'atto e nel certificato di nascita del figlio entro 3 giorni dalla gestazione. E naturalmente cede qualsiasi diritto sul piccolo.

Inoltre la donna deve consegnare ai committenti tutta l'informazione medica che la riguarda e che

«può influire sul figlio in gestazione». La sua vita poi deve adeguarsi al ruolo importante che ora riveste per i “committenti”: dovrà «tenere il cellulare sempre acceso e caricato», «rimanere nel luogo di residenza specificato dai contraenti», «essere sempre disponibile all'incontro con loro» (che possono recarsi da lei anche senza avvisarla in anticipo. Nel caso in cui si evidenzino patologie o malformazioni fetali, si ricorre all’aborto; questo la donna deve firmarlo.

 

C’è poi un capitolo sulle inadempienze. «Nel caso in cui il bambino nasca con malformazioni fisiche o mentali causate da un comportamento colpevole della gestante, quest'ultima decade dal proprio diritto di compensazione. Le sorti del figlio sono esclusivamente a discrezione dei committenti». Potranno deciderequalsiasi cosa, di quel figlio. Hanno persino «la facoltà di rifiutare i doveri genitoriali nel caso abbia congenite malformazioni fisiche e aberrazioni mentali» Cosa accadrà di questo disgraziato piccolo, strappato alla madre e non riconosciuto dai committenti, non è dato sapere.

Quanto al riconoscimento giuridico, chi si affida a Stati Uniti e Canada, rientrando in Italia non rischia troppe ripercussioni di carattere penale, perché i neonati hannocittadinanza e passaporto americanio canadesi. Non così, se si viene da altri paesi, dal momento che in Italia la Legge 40 (sulla procreazione medicalmente assistita) in vigore dal 2004, all’art.12, comma 6, prevede che ”chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da 3 mesi a 2 anni e con la multa da 600.000 € a 1 milione di €.”

 

Due parole sulle cifre. Fonti: articolo della Sargentini già citato; articolo di Mariangela Mianiti uscito sul “Manifesto” del 15-3-16.

 

Negli Usa, dove la pratica è legale in molti stati, il costo dell’operazione si aggira tra i 135.000 e i 170.000 €, a seconda del numero dei tentativi e delle spese mediche che, per esempio, aumentano in caso di parto gemellare. La portatrice prende un compenso ad ogni fase della gestazione e una paga mensile, che comunque rappresenta di solito l’1 o il 2% della somma complessiva richiesta.

In conclusione l’industria della fertilità in America fattura miliardi di dollari l’anno, in ciò facilitata dalla forte pressione esercitata al riguardo da potenti lobby biotecnologiche, con tanto di emissari che girano il mondo per concludere lucrosi affari, e sono forniti di adeguati dèpliants patinati e di specifici tariffari: al momento si stima che siano 2.000 i bimbi “prodotti” ogni anno.

 

Le cifre, però, cambiano a seconda dei paesi geografici: in Ucraina il costo di una maternità surrogata può andare dai 30 ai 50.000 dollari, in Russia dai 30 ai 65.000. Per offrire prezzi concorrenziali c’è chi si organizza con gli stessi criteri della movimentazione dei capitali. E allora ecco agenzie americane che ricorrono a portatrici di utero messicane, o agenzie israeliane che propongono l’inseminazione negli USA e poi trasferiscono gli embrioni congelati in Nepal, dove vengono impiantati nell’utero di donne indiane, “per risparmiare”.

 

Prosegue la Mianiti: “Chiamare la maternità surrogata una “donazione” è un eufemismo, perché in realtà si tratta di un vero e proprio mercato che ha dei tariffari, una domanda e un’offerta, dei contratti, un marketing, dei mediatori, come in qualunque scambio di merce o di prestazione  (come si evince dalle denominazioni: “Pacchetto bimbo in braccio”, “Pacchetto Surrogacy”, etc.)…..Nel 2014 è uscito “Clinical Labor” di due ricercatrici australiane (Cooper e Waldby), che analizzano a fondo il business della maternità surrogata, evidenziando quanto vi lucrano medici, cliniche, agenzie, assicurazioni, ospedali e avvocati, etc.

 

Cerchiamo di non dimenticare questi retroscena, visto che anche in Italia molti media conformisti raccontano la gioia di coppie gay diventate “genitori” di bambini comprati e tacciono delle  immani tragedie delle loro madri.

 

E’ ben difficile, anzi impossibile, sentir parlare dei rischi connessi a questa nefanda pratica.

Al riguardo esiste un interessante documentario, “Eggsploitation” (Sfruttamento di ovociti) ,vincitore del primo premio al Film festival della California e  presentato nel febbraio scorso a un convegno in Senato; ne ho tratto due esperienze esemplificative:

1°- «Una coppia cercava una donatrice che avesse le mie caratteristiche e un quoziente intellettivo

elevato - racconta Cindy, che ha acconsentito per bisogno di denaro - Dopo il pick-up ho iniziato a star male e, tornata in clinica a San Francisco, «mi hanno detto che avevo una piccola arteria bucata, dovuta all'aspirazione di ovuli, e un litro e mezzo di sangue nell'addome». Operata, intubata, sottoposta a trasfusioni, «viva per miracolo», Cindy cerca adesso di convincere le studentesse a non ripetere il suo errore. Negli Usa, infatti, per trovare ovociti, basta andare all'università, dove per 10-20mila dollari si convincono le ragazze che con il loro "dono " aiuteranno altre persone a realizzare il sogno di un figlio, ma non le si informano dei rischi.

 

2°- Così un’altra studentessa, Alexandra, che pure ha accettato per problemi finanziari, dopo nove giorni dal trattamento ha avvertito fitte crescenti: “hanno capito che una tuba si era attorcigliata, un ovaio era ormai perso e rischiavo di morire per emorragia. Dopo l'intervento e 12 kg in meno, adesso non potrò più avere figli.”

 

Inoltre Jennifer Lahl, prima americana che ha proposto una petizione globale contro l’utero in affitto, intervistata nel marzo scorso, ha parlato, per queste maternità surrogate, di un rischio più elevato di pre-eclampsia e di ipertensione arteriosa perché le donne ospitano nel grembo materiale

geneticamente estraneo che facilita reazioni di rigetto. Tali gravidanze inoltre sono spesso gemellari o trigemine: in questi casi il contratto prevede, in genere, l’aborto selettivo (!). Anche per i bambini concepiti in vitro i rischi sono alti a causa delle tecniche di fecondazione: bambini nati morti o a basso peso, complicazioni da nascita pre-termine e perfino alterazioni genetiche.

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Per problemi di spazio, mi limito a riportare, in sequenza cronologica, alcune recenti prese di posizione contro tale turpe pratica che, come osserva la giornalista Lucia Bellaspiga “ non è da meno rispetto a derive apparentemente superate come razzismo, schiavitù, tratta umana, sfruttamento della donna ed eugenetica, perché in qualche modo li comprende tutti e da questi è imprescindibile.

 

Maggio 2015. La francese Sylviane Agacinski, prima firmataria del manifesto “Stop Surrogacy” =Stop alla maternità surrogata) ha lanciato un manifesto, cui hanno aderito centinaia di intellettuali:

“Non abbiamo a che fare con gesti motivati dall’altruismo – ha sgombrato il campo da ipocrisie assolutorie, parlando con “Avvenire” – ma con un mercato globalizzato dei ventri…..Ordinare un bambino e saldarne il prezzo alla nascita significa trattarlo come un prodotto”. “Quel bambino comprato non avrà mai il diritto a una storia genetica e a genitori biologici [Ndr: vedi Newsl.21 ai punti indicati DiBa) – ha aggiunto la statunitense Kathy Sloan.

 

Alla filosofa Luisa Muraro, icona del femminismo, dobbiamo un pensiero forte e imprescindibile: il problema non è solo la mercificazione; c’è qualcosa di più che renderebbe inaccettabile la pratica, anche se fosse gratuita. “A parte che non è mai una libera scelta – ha detto la Muraro -, inoltre c’è un approfondimento che solo la vita e l’età portano, e che riguarda la riservatezza di sé, la dignità e la bellezza dei legami che attraverso il corpo si costituiscono. Primo tra tutti quello tra madre e figlio….”

Fino a tempi recentissimi, solo la Chiesa si è battuta in assoluta solitudine. Di recente anche il mondo femminista più attento ha smascherato l’inganno dell’utero in affitto come scelta libera, raccontando l’orrore e sposando le battaglie del mondo cristiano.
«Sebbene su tante cose la mia morale non coincida con quella cattolica, noi femministe dobbiamo avere il coraggio di dire che l’etica cristiana non è contro le donne. E non dobbiamo avere paura di coincidere nelle parole e nelle azioni, quando coincidono le nostre buone ragioni. Quando dalle due parti ci si comporta con lealtà e coerenza, e le posizioni sono giustificate, non fanatiche, ci si aiuta in modo importante». (cfr. le interviste pubblicate su Avvenire del 4-11-15 e del 29-5-16).

 

E veniamo al17 dicembre 2015, che resterà davvero una data storica: è il giorno in cui il Parlamento Europeo ha espresso per la prima volta la sua ferma condanna della maternità surrogata.

 

All’interno del Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo – riferito al 2014 –

il paragrafo in questione (il 114) afferma che il Parlamento europeo «condanna la pratica della maternità surrogata, che mina la dignità umana della donna, visto che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usate come una merce; considera che la pratica della maternità surrogata, che implica lo sfruttamento riproduttivo e l’uso del corpo umano per profitti finanziari o di altro tipo, in particolare nel caso delle donne nei Paesi in via di sviluppo, debba esser vietata e trattata come questione di urgenza negli strumenti per i diritti umani».

Poi il 20-1-16  l’Unione Giuristi Cattolici, in un documento, a firma di 336 giuristi, dichiara che
l’utero in affitto è una delle forme contemporanee di sfruttamento e di umiliazione della donna più gravi, ostile aquel rispetto della persona che è cardine del nostro ordinamento”.

 

Su una questione così decisiva per il rispetto della persona umana, non poteva mancare la voce di papa Francesco, che infatti nell’”Amoris laetitia” (del 19-3-16) scrive: “La storia ricalca le orme degli eccessi delle culture patriarcali, dove la donna era considerata di seconda classe, ma ricordiamo anche la pratica dell’”utero in affitto” o la “strumentalizzazione e mercificazione del corpo femminile nell’attuale cultura mediatica” (Amoris laetitia n.54). “Il figlio chiede di nascere dall’amore coniugale e non in qualsiasi modo, dal momento che egli non è qualcosa di dovuto, ma un dono di tale amore. Come leggiamo in Genesi 1,27-28, il Creatore ha reso partecipi l’uomo e la donna  dell’opera della sua creazione, e li ha resi strumenti del suo amore, affidando alla loro responsabilità il futuro della vita attraverso la trasmissione della vita umana” (Am.Laet.n.81)

Facendo seguito alla condanna del Parlamento europeo del dicembre scorso, il 2 febbraio 2016 si è tenuto a Parigi un Convegno per l'abolizione universale della surrogazione di maternità, organizzato dalle associazioni femministe francesi e patrocinato dal parlamento transalpino, al quale hanno aderito ricercatrici, giuriste, medici, attiviste e attivisti per i diritti umani di tutto il mondo. A conclusione dei lavori dell'assemblea, è stata formulata la richiesta formale perché la pratica della maternità surrogata venga proibita e resa illegale in tutto il mondo, in quanto ritenuta "disumanizzante" e contraria alla dignità e ai diritti delle donne e dei neonati. L’utero in affitto va assolutamente abolito, perché – come per la prostituzione - si tratta della messa in vendita del corpo della donna e del bambino.  Inoltre 47 ONG di diverse nazioni hanno firmato un appello perché l’utero in affitto sia considerato reato universale.

CHE  CONCLUDERE ?

 

Ovviamente mi associo anch’io totalmente alle condanne di cui sopra e mi permetto di suggerire un’alternativa. Capisco bene il grande desiderio di uomini e donne senza prole di riversare il loro amore genitoriale su piccoli indifesi, ma – a parte le riserve che ho ampiamente illustrato nella Newsletter N.21 - ritengo che, sia pure con tutte le difficoltà e le fatiche richieste (che peraltro non mi sembrano certo superiori a quelle descritte per avere il “neonato su comando”), sia più sensato  e socialmente utile riversare tale amore su quelle migliaia di bimbi italiani e stranieri che si trovano in stato di abbandono, senza nessuno che badi a loro. Tale pensiero dovrebbe far superare il desiderio- pretesa di avere a tutti i costi un figlio con un “legame di sangue”, ma anche con tutte le complicazioni e derive immorali che abbiamo visto! Se, come spesso si ripete, il vero genitore non è tanto quello biologico, quanto quello che alleva ed educa i figli con amore, nulla vieta che si possa costruire un “nido” familiare in questo altro modo: lì si potrà ben vedere quanto un amore genitoriale possa essere gratuito, illimitato, creativo e generoso, e come sarà certamente corrisposto da chi, per età, sofferenza, traumi subiti, non aveva mai avuto una vera famiglia, né era stato mai veramente amato. Come dice ancora il nostra grande papa, “la scelta dell’adozione e dell’affido esprime una particolare fecondità dell’esperienza coniugale” (Amoris laetitia n.82)





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