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LIBRO

 

 

Religiosità, religione e fede nelle Corti di Monchio

di

Don ETTORE PAGANUZZI,

parroco dal 1995 al 2000

 

raccolta delle tradizioni popolari e fotografie

di

GIACOMO ROZZI

 

atto della fondazione della chiesa di Riana a cura

di

DONATELLA BASTERI

 

 

 

 

 

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RIFLESSIONI ATTUALI: UTERO IN AFFITTO. CHE DIRE?

NEWSLETTER  “ALLA  RICERCA  DELLA  VERITA’ “  N.22   del  21/6 /16

                                                                                                                          di  Ileana Mortari

              

                        UTERO  IN  AFFITTO:  CHE  DIRE?

 

In gergo si dice “utero in affitto”; in termini più tecnici: “maternità surrogata”; se poi vogliamo il “politically correct”, ecco la “gestazione per altri” (GPA), o “gestazione d’appoggio”. Ma la questione non cambia. Con tali termini si indica il ruolo che nella fecondazione assistita (cioè il processo col quale si attua l'unione dei gameti artificialmente) è proprio di una donna (madre portante) che si assume l'obbligo di provvedere alla gestazione e al parto per conto di una persona o una coppia sterile, o impossibilitata a generare perché omosessuale, alla quale si impegna a consegnare il nascituro. La fecondazione può essere effettuata con seme e ovuli sia della coppia sterile sia di donatori e donatrici attraverso concepimento in vitro. Questa definizione sembra asettica e indolore; ma forse è il caso di vedere che cosa avviene davvero nella realtà!

 

“Una donna contiene per nove mesi un feto che cresce fino a diventare bambino, una nuova vita che si nutre di liquido amniotico e le regala calci nella pancia, battiti del cuore. E’ qualcuno che crea il più profondo e viscerale dei legami, che ha con quella entità nuova scambi di emozioni  e sentimenti, molto interiori e fondamentali per la stessa specie umana.” (Rosanna Biffi)

 

Ora, che cosa avviene al momento in cui la gestante partorisce il neonato e, dopo pochi secondi, lo consegna al committente, nè potrà più vederlo?

 

Lo spiega molto bene il pediatra Carlo Bellieni, autore tra l’altro di un godibilissimo libretto da regalare appunto alle gestanti (“L’alba dell’io” – dolore, desideri, sogno, memoria del feto. Soc. Ed. Fiorentina).  “Ci sono argomenti basilari di puericultura che sconsigliano nel modo più assoluto la pratica dell’utero in affitto. In primo luogo la mancanza del latte materno dopo l’allontanamento: paradosso nell’epoca in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità spiega che l’allattamento materno è un diritto per la salute del bambino [NdR: vedi Newsl.N.21 sui diritti dei bambini, richiamati dalla sigla DiBa]. Senza il latte della mamma aumenta il rischio di allergie, obesità, infezioni. [NdR: vedi esperienza di Elton J. a pag.5 della Newsletter N.21]

 

Il secondo problema è che nei 9 mesi si crea un attaccamento (bonding, in inglese) del bambino con la mamma, attraverso la voce materna e le cose che la mamma mangia; alla nascita il piccolo sa orientarsi con l’olfatto, già esercitato prima di nascere, per ricercare la sorgente del latte e il calore della mamma, riconoscendone la voce e il profumo che aveva «sperimentato» per 9 mesi. Ma, se scompare la mamma, cambia l’ambiente di riferimento, l’attaccamento che si era creato entra in crisi.
Solo un barbaro ragionamento può ridurre la donna al suo utero e la gravidanza a un fatto meccanico [Marco Politi parla giustamente di “donna-forno”]

E ora guardiamo la maternità surrogata con gli occhi del bambino: senza il suo permesso viene brutalmente estraniato da sua madre, che ancora porta in sé le impronte del feto (cellule staminali fetali, cambi ormonali indotti dalla gravidanza) e che gli ha dato abbondantemente stimoli e messaggi col suo imprinting.”

 

Come ha ben osservato il giornalista Giovanni Belardelli, “essere a favore del progresso non vuol dire accettare tutto quello che la scienza consente di fare; dobbiamo interrogarci sui limiti che separano ciò che è eticamente consentito da ciò che non lo è.”  E, anche solo da queste prime righe,appaiono evidenti violazioni dell’etica.

 

Ora, nonostante  l’autorevole  parere  contrario  di medici, pediatri, psicologi, etc. questa pratica va avanti in alcuni paesi addirittura  dal  1985  (Kim Cotton fu la 1° donna, britannica, ad affittare il proprio utero), sulla  base  di  accordi  minuziosi  (onde evitare sgradevoli  sorprese!), sottoscritti e firmati  dai contraenti..

 

A mo’ di esempio, vediamo un contratto-tipo (che ho ricavato da 2 testi pubblicati dal Corriere della Sera il 29-2-16, a firma di Monica Sargentini e da Avvenire il 6-3-16, a firma di Viviana Daloisio), un accordo cheviene sottoscritto, con poche variazioni, dall'Europaagli Stati Uniti, quando qualcuno decide di farpartorire una donna al posto suo.

 

Oggetto di accordo. «La madre surrogata o portatrice  si impegna: 1) a sottoporsi alla procedura d'impianto di embrione/i;  2) a gestire l'embrione specificato;  3) a partorire il figlio (figli) sviluppato dall'embrione;  4) a dare il proprio consenso alla trascrizione dei committenti in qualità di genitori nell'atto e nel certificato di nascita del figlio entro 3 giorni dalla gestazione. E naturalmente cede qualsiasi diritto sul piccolo.

Inoltre la donna deve consegnare ai committenti tutta l'informazione medica che la riguarda e che

«può influire sul figlio in gestazione». La sua vita poi deve adeguarsi al ruolo importante che ora riveste per i “committenti”: dovrà «tenere il cellulare sempre acceso e caricato», «rimanere nel luogo di residenza specificato dai contraenti», «essere sempre disponibile all'incontro con loro» (che possono recarsi da lei anche senza avvisarla in anticipo. Nel caso in cui si evidenzino patologie o malformazioni fetali, si ricorre all’aborto; questo la donna deve firmarlo.

 

C’è poi un capitolo sulle inadempienze. «Nel caso in cui il bambino nasca con malformazioni fisiche o mentali causate da un comportamento colpevole della gestante, quest'ultima decade dal proprio diritto di compensazione. Le sorti del figlio sono esclusivamente a discrezione dei committenti». Potranno deciderequalsiasi cosa, di quel figlio. Hanno persino «la facoltà di rifiutare i doveri genitoriali nel caso abbia congenite malformazioni fisiche e aberrazioni mentali» Cosa accadrà di questo disgraziato piccolo, strappato alla madre e non riconosciuto dai committenti, non è dato sapere.

Quanto al riconoscimento giuridico, chi si affida a Stati Uniti e Canada, rientrando in Italia non rischia troppe ripercussioni di carattere penale, perché i neonati hannocittadinanza e passaporto americanio canadesi. Non così, se si viene da altri paesi, dal momento che in Italia la Legge 40 (sulla procreazione medicalmente assistita) in vigore dal 2004, all’art.12, comma 6, prevede che ”chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da 3 mesi a 2 anni e con la multa da 600.000 € a 1 milione di €.”

 

Due parole sulle cifre. Fonti: articolo della Sargentini già citato; articolo di Mariangela Mianiti uscito sul “Manifesto” del 15-3-16.

 

Negli Usa, dove la pratica è legale in molti stati, il costo dell’operazione si aggira tra i 135.000 e i 170.000 €, a seconda del numero dei tentativi e delle spese mediche che, per esempio, aumentano in caso di parto gemellare. La portatrice prende un compenso ad ogni fase della gestazione e una paga mensile, che comunque rappresenta di solito l’1 o il 2% della somma complessiva richiesta.

In conclusione l’industria della fertilità in America fattura miliardi di dollari l’anno, in ciò facilitata dalla forte pressione esercitata al riguardo da potenti lobby biotecnologiche, con tanto di emissari che girano il mondo per concludere lucrosi affari, e sono forniti di adeguati dèpliants patinati e di specifici tariffari: al momento si stima che siano 2.000 i bimbi “prodotti” ogni anno.

 

Le cifre, però, cambiano a seconda dei paesi geografici: in Ucraina il costo di una maternità surrogata può andare dai 30 ai 50.000 dollari, in Russia dai 30 ai 65.000. Per offrire prezzi concorrenziali c’è chi si organizza con gli stessi criteri della movimentazione dei capitali. E allora ecco agenzie americane che ricorrono a portatrici di utero messicane, o agenzie israeliane che propongono l’inseminazione negli USA e poi trasferiscono gli embrioni congelati in Nepal, dove vengono impiantati nell’utero di donne indiane, “per risparmiare”.

 

Prosegue la Mianiti: “Chiamare la maternità surrogata una “donazione” è un eufemismo, perché in realtà si tratta di un vero e proprio mercato che ha dei tariffari, una domanda e un’offerta, dei contratti, un marketing, dei mediatori, come in qualunque scambio di merce o di prestazione  (come si evince dalle denominazioni: “Pacchetto bimbo in braccio”, “Pacchetto Surrogacy”, etc.)…..Nel 2014 è uscito “Clinical Labor” di due ricercatrici australiane (Cooper e Waldby), che analizzano a fondo il business della maternità surrogata, evidenziando quanto vi lucrano medici, cliniche, agenzie, assicurazioni, ospedali e avvocati, etc.

 

Cerchiamo di non dimenticare questi retroscena, visto che anche in Italia molti media conformisti raccontano la gioia di coppie gay diventate “genitori” di bambini comprati e tacciono delle  immani tragedie delle loro madri.

 

E’ ben difficile, anzi impossibile, sentir parlare dei rischi connessi a questa nefanda pratica.

Al riguardo esiste un interessante documentario, “Eggsploitation” (Sfruttamento di ovociti) ,vincitore del primo premio al Film festival della California e  presentato nel febbraio scorso a un convegno in Senato; ne ho tratto due esperienze esemplificative:

1°- «Una coppia cercava una donatrice che avesse le mie caratteristiche e un quoziente intellettivo

elevato - racconta Cindy, che ha acconsentito per bisogno di denaro - Dopo il pick-up ho iniziato a star male e, tornata in clinica a San Francisco, «mi hanno detto che avevo una piccola arteria bucata, dovuta all'aspirazione di ovuli, e un litro e mezzo di sangue nell'addome». Operata, intubata, sottoposta a trasfusioni, «viva per miracolo», Cindy cerca adesso di convincere le studentesse a non ripetere il suo errore. Negli Usa, infatti, per trovare ovociti, basta andare all'università, dove per 10-20mila dollari si convincono le ragazze che con il loro "dono " aiuteranno altre persone a realizzare il sogno di un figlio, ma non le si informano dei rischi.

 

2°- Così un’altra studentessa, Alexandra, che pure ha accettato per problemi finanziari, dopo nove giorni dal trattamento ha avvertito fitte crescenti: “hanno capito che una tuba si era attorcigliata, un ovaio era ormai perso e rischiavo di morire per emorragia. Dopo l'intervento e 12 kg in meno, adesso non potrò più avere figli.”

 

Inoltre Jennifer Lahl, prima americana che ha proposto una petizione globale contro l’utero in affitto, intervistata nel marzo scorso, ha parlato, per queste maternità surrogate, di un rischio più elevato di pre-eclampsia e di ipertensione arteriosa perché le donne ospitano nel grembo materiale

geneticamente estraneo che facilita reazioni di rigetto. Tali gravidanze inoltre sono spesso gemellari o trigemine: in questi casi il contratto prevede, in genere, l’aborto selettivo (!). Anche per i bambini concepiti in vitro i rischi sono alti a causa delle tecniche di fecondazione: bambini nati morti o a basso peso, complicazioni da nascita pre-termine e perfino alterazioni genetiche.

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Per problemi di spazio, mi limito a riportare, in sequenza cronologica, alcune recenti prese di posizione contro tale turpe pratica che, come osserva la giornalista Lucia Bellaspiga “ non è da meno rispetto a derive apparentemente superate come razzismo, schiavitù, tratta umana, sfruttamento della donna ed eugenetica, perché in qualche modo li comprende tutti e da questi è imprescindibile.

 

Maggio 2015. La francese Sylviane Agacinski, prima firmataria del manifesto “Stop Surrogacy” =Stop alla maternità surrogata) ha lanciato un manifesto, cui hanno aderito centinaia di intellettuali:

“Non abbiamo a che fare con gesti motivati dall’altruismo – ha sgombrato il campo da ipocrisie assolutorie, parlando con “Avvenire” – ma con un mercato globalizzato dei ventri…..Ordinare un bambino e saldarne il prezzo alla nascita significa trattarlo come un prodotto”. “Quel bambino comprato non avrà mai il diritto a una storia genetica e a genitori biologici [Ndr: vedi Newsl.21 ai punti indicati DiBa) – ha aggiunto la statunitense Kathy Sloan.

 

Alla filosofa Luisa Muraro, icona del femminismo, dobbiamo un pensiero forte e imprescindibile: il problema non è solo la mercificazione; c’è qualcosa di più che renderebbe inaccettabile la pratica, anche se fosse gratuita. “A parte che non è mai una libera scelta – ha detto la Muraro -, inoltre c’è un approfondimento che solo la vita e l’età portano, e che riguarda la riservatezza di sé, la dignità e la bellezza dei legami che attraverso il corpo si costituiscono. Primo tra tutti quello tra madre e figlio….”

Fino a tempi recentissimi, solo la Chiesa si è battuta in assoluta solitudine. Di recente anche il mondo femminista più attento ha smascherato l’inganno dell’utero in affitto come scelta libera, raccontando l’orrore e sposando le battaglie del mondo cristiano.
«Sebbene su tante cose la mia morale non coincida con quella cattolica, noi femministe dobbiamo avere il coraggio di dire che l’etica cristiana non è contro le donne. E non dobbiamo avere paura di coincidere nelle parole e nelle azioni, quando coincidono le nostre buone ragioni. Quando dalle due parti ci si comporta con lealtà e coerenza, e le posizioni sono giustificate, non fanatiche, ci si aiuta in modo importante». (cfr. le interviste pubblicate su Avvenire del 4-11-15 e del 29-5-16).

 

E veniamo al17 dicembre 2015, che resterà davvero una data storica: è il giorno in cui il Parlamento Europeo ha espresso per la prima volta la sua ferma condanna della maternità surrogata.

 

All’interno del Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo – riferito al 2014 –

il paragrafo in questione (il 114) afferma che il Parlamento europeo «condanna la pratica della maternità surrogata, che mina la dignità umana della donna, visto che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usate come una merce; considera che la pratica della maternità surrogata, che implica lo sfruttamento riproduttivo e l’uso del corpo umano per profitti finanziari o di altro tipo, in particolare nel caso delle donne nei Paesi in via di sviluppo, debba esser vietata e trattata come questione di urgenza negli strumenti per i diritti umani».

Poi il 20-1-16  l’Unione Giuristi Cattolici, in un documento, a firma di 336 giuristi, dichiara che
l’utero in affitto è una delle forme contemporanee di sfruttamento e di umiliazione della donna più gravi, ostile aquel rispetto della persona che è cardine del nostro ordinamento”.

 

Su una questione così decisiva per il rispetto della persona umana, non poteva mancare la voce di papa Francesco, che infatti nell’”Amoris laetitia” (del 19-3-16) scrive: “La storia ricalca le orme degli eccessi delle culture patriarcali, dove la donna era considerata di seconda classe, ma ricordiamo anche la pratica dell’”utero in affitto” o la “strumentalizzazione e mercificazione del corpo femminile nell’attuale cultura mediatica” (Amoris laetitia n.54). “Il figlio chiede di nascere dall’amore coniugale e non in qualsiasi modo, dal momento che egli non è qualcosa di dovuto, ma un dono di tale amore. Come leggiamo in Genesi 1,27-28, il Creatore ha reso partecipi l’uomo e la donna  dell’opera della sua creazione, e li ha resi strumenti del suo amore, affidando alla loro responsabilità il futuro della vita attraverso la trasmissione della vita umana” (Am.Laet.n.81)

Facendo seguito alla condanna del Parlamento europeo del dicembre scorso, il 2 febbraio 2016 si è tenuto a Parigi un Convegno per l'abolizione universale della surrogazione di maternità, organizzato dalle associazioni femministe francesi e patrocinato dal parlamento transalpino, al quale hanno aderito ricercatrici, giuriste, medici, attiviste e attivisti per i diritti umani di tutto il mondo. A conclusione dei lavori dell'assemblea, è stata formulata la richiesta formale perché la pratica della maternità surrogata venga proibita e resa illegale in tutto il mondo, in quanto ritenuta "disumanizzante" e contraria alla dignità e ai diritti delle donne e dei neonati. L’utero in affitto va assolutamente abolito, perché – come per la prostituzione - si tratta della messa in vendita del corpo della donna e del bambino.  Inoltre 47 ONG di diverse nazioni hanno firmato un appello perché l’utero in affitto sia considerato reato universale.

CHE  CONCLUDERE ?

 

Ovviamente mi associo anch’io totalmente alle condanne di cui sopra e mi permetto di suggerire un’alternativa. Capisco bene il grande desiderio di uomini e donne senza prole di riversare il loro amore genitoriale su piccoli indifesi, ma – a parte le riserve che ho ampiamente illustrato nella Newsletter N.21 - ritengo che, sia pure con tutte le difficoltà e le fatiche richieste (che peraltro non mi sembrano certo superiori a quelle descritte per avere il “neonato su comando”), sia più sensato  e socialmente utile riversare tale amore su quelle migliaia di bimbi italiani e stranieri che si trovano in stato di abbandono, senza nessuno che badi a loro. Tale pensiero dovrebbe far superare il desiderio- pretesa di avere a tutti i costi un figlio con un “legame di sangue”, ma anche con tutte le complicazioni e derive immorali che abbiamo visto! Se, come spesso si ripete, il vero genitore non è tanto quello biologico, quanto quello che alleva ed educa i figli con amore, nulla vieta che si possa costruire un “nido” familiare in questo altro modo: lì si potrà ben vedere quanto un amore genitoriale possa essere gratuito, illimitato, creativo e generoso, e come sarà certamente corrisposto da chi, per età, sofferenza, traumi subiti, non aveva mai avuto una vera famiglia, né era stato mai veramente amato. Come dice ancora il nostra grande papa, “la scelta dell’adozione e dell’affido esprime una particolare fecondità dell’esperienza coniugale” (Amoris laetitia n.82)





RIFLESSIONI ATTUALI: STEPCHILD ADOPTION: UN DIBATTITO APERTO

 

NEWSLETTER  “ALLA  RICERCA  DELLA  VERITA’ “  N.21 del  20/6 /16

 

                                                                                                                          di  Ileana Mortari

 

              

 

            STEPCHILD  ADOPTION:  UN  DIBATTITO  APERTO

 

Com’è noto, dalla legge sulle Unioni civili recentemente approvata è stato stralciato l’articolo relativo alla “stepchild adoption”, che invece è già in vigore in altri Paesi. Credo sia molto importante essere opportunamente informati sulle problematiche che tale articolo comporta, anche in vista di una riproposizione, in futuro, dello stesso. E poi c’è già una realtà in atto che richiede una valutazione: i figli delle coppie omosessuali in Italia sono 100 mila, ma negli Stati Uniti sono milioni; il problema è davvero ragguardevole ed esige una profonda e adeguata riflessione, supportata da analisi e dati scientifici.

 

Vediamo i singoli termini della questione. Molte coppie omosessuali esprimono il desiderio di riversare il loro amore omogenitoriale su di un bambino e la tecnica odierna, straordinariamente progredita, consente quello che un tempo era impensabile. Siccome ora si può, ecco che il desiderio del figlio è ritenuto un DIRITTO del “genitore”.  E qui comincia la  1° questione: il diritto.

 

Intanto, a detta del filosofo Vittorio Possenti, membro del Comitato Nazionale per la Bioetica, se è vero che un diritto umano è qualcosa che spetta alla persona come tale, è altrettanto vero che non ogni pretesa della volontà o del desiderio può essere classificata come “diritto umano”.

 

Non solo, ma a ben vedere il diritto di essere genitori in sé non esiste: per nessuno. Mettere al mondo un figlio non è l’affermazione di un diritto: è un frutto della fecondità, un dono della vita, reso possibile dalla capacità generativa di un uomo e di una donna.

 

E poi i diritti si hanno sulle cose, non sulle persone!Un bimbo non può mai essere oggetto di un diritto, al contrario è soggetto di diritti, fondamentali, che vanno salvaguardati, proprio perché il piccolo in tenera età non è ancora in grado di farli valere. [Ricordo che dei diritti mi sono occupata  nella Newsletter n.11 del 4-2-16, a pag.5 e 6; essa è presente nel mio sito www.chiediloallateologa.it e, a richiesta, posso ri-inviarla]

 

In ogni caso, nontutto ciò che la scienza o la tecnica rendono possibile diventa automaticamente legittimo e socialmente buono ed utile ( NdR - vedi Newsl.n.22 del 21-6-16 su utero in affitto, p.1, inviata insieme alla presente)

 

Ora, tenendo come sottofondo il rispetto dei diritti dei bambini  (che sarà richiamato con la formula DiBa),

 

affrontiamo la 2° questione: opportunità o meno di un’esperienza di omogenitorialità.

 

Stando ai mass media, l’idea più “vulgata” è che non ci sia alcuna differenza per un bambino tra l’essere educato da una coppia etero o omosessuale, anzi, qualcuno parla di situazioni addirittura  “migliori” (?!) rispetto ai figli allevati nei modi tradizionali. O comunque – si dice- sempre meglio stare con una coppia omosessuale piuttosto che in un orfanotrofio o con un solo genitore.

 

VEDIAMO IN PROPOSITO UNA BREVE RASSEGNA DELLE OPINIONI E VALUTAZIONI  DI ESPERTI, DI VARIA ESTRAZIONE ED ORIENTAMENTO (laici, cattolici, etc.)

 

Intanto, come osserva Antonella Tomassini, esperta di diritto di famiglia, la coppia omosessuale in quanto tale è anticostituzionale, visto che la Costituzione Italiana (cfr. art. 29) identifica come genitori padre e madre di sesso diverso e riconosce precisi diritti della famiglia (dunque anche dei figli - DiBa) che vanno rispettati. Inoltre non si può ignorare l’art.7 della Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989: “il fanciullo ha diritto a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi”

 

Inoltre, secondo la psicanalista Claude Halmos, una dei massimi esperti riconosciuti nel campo dell’età infantile, “non è vero che  le coppie omosessuali siano uguali a quelle etero, tanto da pretendere il “diritto” (che già abbiamo prima contestato) di avere figli. I bambini hanno bisogno di genitori di sesso diverso per crescere”.

 

“Non basta l’amore per crescere dei bambini – aggiunge il noto psichiatra Italo Carta - servono due personalità differenti dal punto di vista psichico.”

 

Il perché lo spiega dettagliatamente la nota esperta Silvia Vegetti Finzi (laica).

 

L’Edipo, che Freud definisce «architrave dell’inconscio», è il triangolo che connette padre, madre e figlio. Entro le sue coordinate si svolgono i rapporti inconsci erotici e aggressivi, animati dall’onnipotente Principio di piacere = «voglio tutto subito», che coinvolgono i suoi vertici. Per ogni nuovo nato il primo oggetto d’amore è la madre, ma si tratta di un possesso sbarrato dal divieto dell’incesto, la Legge non scritta di ogni società. Questa impossibilità è strutturante, in quanto mette ognuno di fronte alla sua insufficienza (si desidera solo ciò che non si ha) e alla correlata impossibilità di colmare la mancanza originaria.

 

 

 

Il figlio che vuole la madre tutta per sé innesca automaticamente una rivalità nei confronti del padre, che pure ama e dal quale desidera essere amato……. Non potendo competere col padre, il bambino s’identifica con lui e sceglie come oggetto d’amore, non già la madre, ma la donna che le succederà.

 

 

 

Attraverso questo gioco delle parti, il figlio rinuncia all’onnipotenza infantile, prende il posto che gli compete nella geometria della famiglia, assume una identità maschile; dunque l’identità sessuale si afferma, non in astratto, ma attraverso una «messa in situazione» dei ruolie delle funzioni che impegna tanto la psiche quanto il corpo dei suoi attori. Pertanto non è irrilevante che il figlio di una coppia omosessuale non possa confrontarsi, nella definizione di sé, con il problema della differenza sessuale. Di qui il suo diritto (DiBa) ad avere una mamma e un papà.

 

Infatti i genitori non sono soltanto dispensatori di affetto, ma sono anche modelli di identificazione per i figli e una guida nel corso del loro sviluppo: anche se non sono presenti e perfino se sono deceduti, continuano a rappresentare un modello di riferimento variabile in base al sesso.

 

Aggiunge la psicologa Maria Rita Parsi, fondatrice dell’associazione "Movimento Bambino": “Per i bambini quel che vale è l’amore. Però è importante che le bambine trovino un punto di riferimento maschile e i maschietti uno femminile per sviluppare e indirizzare la loro ricerca di un partner quando saranno adulti…………………Il rapporto fondamentale e primario resta quello con la madre. Un rapporto prioritario che comincia nella vita prenatale, che è determinante al momento del parto, fondamentale nei primi attimi e nelle prime settimane di vita. Talmente importante ed essenziale che non può essere sostituito da nessun altro. La madre è fondamentale, e numerosi studi mostrano anche l’insostituibilità della figura paterna per un corretto sviluppo del bambino.”

 

Prosegue Anna Oliverio Ferraris, nota psicologa e psicoterapeuta:

 

“Personalmente ho delle grosse riserve sulla scelta di persone lesbiche di mettere al mondo dei figli con fecondazione artificiale e padre anonimo. Molte di queste donne considerano il donatore di sperma alla stregua di un donatore di sangue e non vogliono neppure conoscerne l'identità; ma non è la stessa cosa: a partire dai sei-sette anni un bambino, anche se è affezionato alle sue due mamme, incomincia a porsi il problema del padre, vuole sapere chi è, dov'è, come si fa per andarlo a trovare... per capire il mondo e le persone ha bisogno anche di un modello maschile, non solo di figure femminili. Sono curiosità del tutto legittime, che fanno parte del processo di costruzione dell’identità individuale. Ovviamente, anche per le femmine è importante poter relazionarsi con un adulto maschio per costruire la propria identità.”

 

Ma la cosa interessante e forse poco nota è che ci sono anche parecchie persone omosessuali contrarie all’adozione di figli.

 

 

 

Ad esempio già nel 2010 Rupert Everett, noto attore britannico da vent'anni dichiaratamente gay, in un'intervista rilasciata a Sunday Times Magazine, disse chiaro e tondo: "Non riesco a pensare niente di peggio che essere cresciuto da due papà.”

 

David Blankenhorn, sostenitore dei diritti gay negli Stati Uniti, aggiunge: «il matrimonio è fondamentalmente centrato sui bisogni dei bambini. Ridefinire il matrimonio per includere le coppie gay e lesbiche eliminerebbe del tutto nel diritto(DiBa), e indebolirebbe ancora di più nella cultura, l’idea basilare di una madre e un padre per ogni bambino».  Dice bene David perché, guarda caso, papa Francesco e il patriarca ortodosso Kyrill, incontratisi a Cuba nel gennaio scorso, hanno lanciato un messaggio allarmato a tutti gli uomini, esprimendo sofferenza perché “il concetto di paternità e maternità come vocazione particolare dell’uomo e della donna nel matrimonio rischia divenire estromesso dalla COSCIENZA  PUBBLICA”  

 

Infine, Jean-Pier Myard (autore di “Un omosessuale contro il matrimonio per tutti”, Rubettino), dichiara: “I bambini devono avere una mamma donna e un padre uomo. Ogni scelta diversa è una discriminazione. E ve lo dico da omosessuale”.

 

A  questo  punto  sarebbe  utile   una  panoramica  circa  gli  studi condotti  sul  fenomeno,  dal  momento  che  non  c’è  unanimità  di  risultati; ma  esigenze  di  spazio  mi  consentono  solo  qualche  accenno.

 

Le principali associazioni scientifiche mondiali hanno assunto una posizione favorevole o neutrale circa l’adozione di figli da parte di coppie omosessuali. Tuttavia, almeno per quanto riguarda la più influente -l’American Psychological Association (APA)- alcuni ex presidenti hanno affermato che tale posizione sia tutt’altro che basata su evidenze empiriche. Tant’è vero che Nicholas Cummings, ex presidente dell’APA stessa, professore emerito di Psicologia, ha dichiarato che l’APA “ha permesso che la correttezza politica trionfasse sulla scienza, sulla conoscenza clinica e sull’integrità professionale.”  Del resto già nel 2001  si era scoperto che decine di studi di questo tipo erano stati appositamente male interpretati per non «attirare le ire degli omosessuali» (sic !!!)

 

Più attendibile risulta invece la ricerca condotta dal sociologo dell’Università del Texas, Mark Regnerus, sui "figli" (ormai cresciuti) di genitori omosessuali: essa dimostra un significativo aumento di problematiche psico-fisiche rispetto ai figli di coppie eterosessuali.

 

Arriviamo così alla 3° questione:

 

le esperienze di coloro che vengono (o sono stati) cresciuti nell’ambito di una coppia omosessuale.

 

Smanettando su Internet, si trovano esperienze di figli di coppie omosessuali, che parlano di situazioni felici e senza problemi (si vedano ad esempio

 

http://www.ilpost.it/2014/07/08/figli-coppie-omosessuali-studio-australia/;

 

https://www.facebook.com/notes/s%C3%AC-ai-matrimoni-gay/dici-no-alle-adozioni-ai-gay-informati-su-cosa-stai-dicendo-no-leggi-qui/543935742348273); ma se ne trovano anche molte che descrivono situazioni negative e pesanti.  

 

Ad esempio Oscar Lopez, docente di inglese in una Università della California, allevato da due madri lesbiche, due anni fa rilasciò la seguente testimonianza:  “Dall’esterno potevo apparire come un figlio modello, ma dentro avevo una ferita enorme (la mancanza del padre) che cercavo di alleviare con il sesso. A 13 anni cominciai ad avere rapporti sessuali con maschi adulti. Materialmente avevo tutto quello che mi serviva, ma nessuno mi insegnò a vivere…….Fortunatamente, col tempo, Oscar superò la grave crisi esistenziale, si affermò nella carriera universitaria e soprattutto incontrò Mimma, che sposò e da cui ebbe una figlia.

 

Come Oscar, altri hanno parlato della loro esperienza ed è emerso un dato comune: negli studi a favore delle adozioni gaysi trovano risposte identiche, che fanno pensare a un lavaggio del cervello: «Io sono come tutti, voglio bene ai miei genitori» è la risposta standard. Possibile – osserva Oscar Lopez - che non risulti mai che nelle case omogenitoriali ci siano adolescenti con problemi come in qualsiasi altra famiglia “normale”?

 

In realtà questi bambini hanno sulle loro spalle molta più pressione di chiunque altro a tenere segrete le cose negative che succedono in casa; e non hanno neppure il diritto di sentirsi arrabbiati o di soffrire per la mancanza di un genitore perché, nel momento in cui esprimono questo loro sentimento. si ritrovano a dover affrontare la rabbia e la contrarietà di familiari, psicologi, professori e della comunità LGBT:  devono dimostrare ai genitori e a tutti di essere perfetti e il desiderio che hanno di essere amati li porta a sottomettersi a questo diktat implicito. E’ per questo che a certe domande ribattono con risposte preconfezionate. [NdR: questo magari spiega l’uniformità positiva delle esperienze riferite dalle Famiglie arcobaleno!]

 

Marco (30 anni): “Ho scoperto l’omosessualità di mia madre quando ero già grande, prima non lo immaginavo nemmeno. Non mi ha disturbato la sua omosessualità e non me ne vergogno

 

affatto. Anche con la sua compagna mi trovo bene, la considero una parte della famiglia. Quello che mi ha più pesato è stata la mancanza di un padre  (DiBa). Ho sempre cercato, negli amici che frequentavano il gruppo di mia madre, una figura paterna.”

 

Bronagh Cassidy è figlia di due donne che nel 1976 fecero ricorso all’inseminazione artificiale, mescolando lo sperma di due amici gay «per assicurarsi che nessuno avrebbe saputo chi fosse il padre». E oggi confessa: «Crescendo ho sempre avuto la sensazione di essere qualcosa di innaturale (…). Purtroppo i genitori omosessuali «vogliono avere un figlio e non prendono in considerazionecome si sentirà il bambino, mentre per i figli «resta irrisolta l’intera questione della propria auto-identità (DiBa). Ho sempre avuto la sensazione di essere dentro un esperimento di laboratorio».

 

È’ una situazione analoga a quella delineata da Charles Mitchell, adottato da due uomini gay insieme ai due fratelli: «L’adozione omosessuale è un esperimento sociale tragico (…); l’omosessualità ha distrutto la possibilità di farci vivere normalmente».

 

“Questa vita – confessa Jeremy Deck, cresciuto da due gay – mi ha reso diffidente, incapace di dare fiducia a chiunque».

 

Da questa ricognizione di esperienze non poteva mancare quella di colui che costituisce ormai una sorta di ”icona” della pretesa di un figlio da parte di coppie omosessuali: Elton John & C. Ne riprendo una sintesi da “Avvenire” del 22-5-14: “i due organizzano un casting per cercare un “eccellente utero” da affittare; pagano duecentomila dollari a una donna canadese. Mescolano lo sperma di Elton John a quello di David, in modo che il figlio non possa mai conoscere il vero padre, così come non potrà incontrare la vera madre: il contratto lo impone. Nasce Zack, viene adagiato sul petto della madre, ma solo per qualche secondo; poi è immediatamente consegnato alla ricca coppia. Per due anni Zack piange, inconsolabile; è lo stesso Elton a rivelarlo in più interviste: l’unica soluzione è mandare il suo jet privato in Canadà per raccogliere quotidianamente il latte materno. E a un certo punto egli stesso dichiara al “Daily Mail”: “Quando Zack capirà di non avere una madre, gli si spezzerà il cuore”.  NO  COMMENT!

 

Non penso servano altre parole per constatare la violazione dei diritti di tanti piccoli, più volte richiamata con la sigla DiBa.

 

CONCLUSIONE.

 

Ho trovato curioso, ma interessante, questo anonimo commento su un blog:

 

“Sono laica, lo preciso, e penso che il bambino debba assolutamente crescere con l’immagine di un maschio e di una femmina perchè questa è la vita, è la formula per procreare …per fare un atomo di acqua ci vuole idrogeno e ossigeno …se mischi ossigeno con ossigeno non esce acqua ……queste sono leggi della natura e bisogna rispettarla …o vogliamo rispettare la natura solo quando si parla del disboscamento dell’Amazzonia?

 

E inoltre:

 

“Nessuna preclusione, anzi massima apertura alle coppie omosessuali……

 

Ma ciò che potrebbe essere giusto per loro non lo sarebbe nei confronti dei figli adottati o nati da fecondazione eterologa, assistita, ovodonazione, etc., I  QUALI  NON  POSSONO  ESPRIMERE LA  PROPRIA  VOLONTA’. Un domani non chiederemo ai figli delle coppie omosessuali se siano felici o infelici della loro esperienza di vita, ma se sia stato giusto ciò che hanno ricevuto, senza aver avuto la possibilità di scegliere.  (Fabio De Paulis)

 

RIFLESSIONI ATTUALI: IL PADRE NOSTRO

Il “Padre nostro” è certamente, assieme all’Ave Maria, la preghiera cristiana più nota; ma forse pochi sanno che questo testo, pur essendo in pratica un compendio del vangelo, potrebbe essere fatto proprio dai seguaci di ogni religione, ovvero da tutti coloro che, sia pure chiamandolo in modo diverso, si rivolgono a Dio. Non a caso il laico Enzo Biagi, alle soglie del nuovo millennio, volle dedicare a questa orazione uno speciale del “Fatto” (Rai Uno 27-12-99), visto che “è la preghiera più umana, dove si parla di diritto al pane, lavoro, giustizia, pietà; dove c’è un padre che è di tutti”.


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