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RIFLESSIONI ATTUALI - ESCATOLOGIA: MORTE E GIUDIZIO (a cura di Ileana Mortari)

Penso che i giovani e forse anche gli adulti di oggi difficilmente sappiano che cosa vuol dire “escatologia”, e tanto meno “novissimi”, due denominazioni che peraltro indicano all’incirca la stessa tematica.

In teologia l’espressione “novissimi” è un termine latino, superlativo di novus, che al neutro plurale “novissima”, significa "le cose ultime", anzi “ultimissime”, cioè le quattro parole-chiave del destino finale dell'uomo: morte = ultima cosa che accade in questo mondo; giudizio di Dio = l'ultimo giudizio che ognuno dovrà sostenere; inferno = lo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati; paradiso = il sommo bene di cui godranno coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati.

Escatologia”, invece, deriva dal greco “éschatos” = ultimo e “logos” = discorso e significa “dottrina sulle ultime realtà”. Introdotto all’inizio del 1.800, il termine non si limita a designare “le cose ultime” (così i “novissimi”), ma riguarda anche l’orientamento dell’uomo (dotato di libertà) e del mondo verso il loro compimento in Dio tramite Cristo per la forza dello Spirito Santo. L’escatologia è la riflessione di fede su: il compimento della storia, la venuta ultima di Cristo (= parusìa), il giudizio di Dio sulla storia e sull’intera umanità, la vita futura.

Ora, fino grosso modo alla metà del secolo scorso, nella predicazione della Chiesa c’era un rilevante spazio per i “novissimi”, purtroppo presentati in termini impressionanti e spaventevoli, che obnubilavano la misericordia di Dio, presentato piuttosto come giudice inflessibile, e che insistevano soprattutto sul timore di offenderLo. E così con l’avvento dell’età post-bellica, questo tipo di predicazione è stato screditato. Di conseguenza da molti anni su questi temi regna il silenzio o quasi, in forza del quale molti si rivolgono ad altre “letture” delle realtà ultime: si veda ad esempio quanto si è diffusa la credenza nella reincarnazione, magari sperando, dopo una vita fallita, di avere con essa una seconda possibilità!

Ma il cristiano non può assolutamente ignorare l’escatologia, la quale “incrocia” le grandi domande sul senso dell’esistenza: da dove veniamo, dove andiamo, chi siamo; domande su cui si cimentano spiritualità e religioni; domande già avvertite, all’inizio della civiltà, quando gli antichi cominciarono a prendersi cura dei cadaveri per la sepoltura.

..e così si è tornati a parlare di “novissimi” e di “escatologia”!

Vescovi e Commissioni Teologiche se ne sono occupati nel 1979, 1992, 2.000, 2.007. Il papa San Giovanni Paolo II° vi ha dedicato la Catechesi del mercoledì nell’agosto-settembre del 1999. E ovviamente anche i vari catechismi si sono aggiornati.

Com’è noto, quando si affronta un tema teologico, si parte sempre dalla Sacra Scrittura, che contiene la Rivelazione di Dio. Nei tre vangeli sinottici (Matteo 24-25, Marco 13 e Luca 17 e 21) troviamo altrettanti discorsi di Gesù (in parte simili) sulla venuta degli ultimi tempi della storia e sull’aldilà. Vi si parla di catastrofi e sconvolgimenti terrestri e cosmici, ma bisogna tener presente che queste pagine rientrano nel genere letterario “apocalittico”.

 

Esso si era particolarmente sviluppato nel giudaismo del periodo ellenistico, quando, a fronte delle persecuzioni dei dominatori greci (valga un nome per tutti: l’empio re Antioco IV° Epifane!), la riflessione si sposta sempre più verso la fine dei tempi e si intensifica l’invocazione a Dio perché torni per fare giustizia.

 

Così anche gli evangelisti utilizzano un linguaggio figurato, per lo più impressionante, per parlare della fine della storia, della venuta del Figlio dell’uomo, che sarà giudice di ogni persona: “….vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo….vi perseguiteranno….Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore dei mari e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura…Le potenze dei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria”. (Luca 21, 11-28 passim).

 

Le immagini terrificanti non vanno prese alla lettera, ma denotano un radicale cambiamento del mondo: il passaggio dalla dimensione storica a quello eterna; e gli altri elementi sostanziali che emergono da questi tre discorsi sono:

  • Non è possibile sapere quando tutto questo avverrà; neppure il Figlio dell’uomo lo sa, solo il Padre

  • Né tanto meno è possibile sapere come sarà. “Quando risorgeranno dai morti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli” (Mc.12,25). Gesù dice quello che non sarà, non quello che sarà. E comunque non è difficile spiegare la sua affermazione: non occorre più il matrimonio per proseguire la stirpe umana; inoltre i risorti sono uguali agli angeli, cioè hanno come loro un corpo spiritualizzato (cfr. S.Paolo 1° Cor. 15, 42-46)

  • Di conseguenza, non sapendo quando verrà il nostro momento di passaggio, occorre vegliare e pregare in ogni momento, per non essere colti di sorpresa dalla venuta del Figlio dell’uomo (cfr.Lc.21,36)

 

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MORTE

Che significato, quale senso ha la vita, di fronte al suo certo concludersi nella morte?

L’essere uomini è forse solo un attimo di luce tra il non-essere-ancora e il diventare-di-nuovo-nulla? E’ il prodotto del caso, che scompare come la vita effimera di una mosca, al cui divenire e passare non si fa attenzione?

 

Ora la nostra fede cristiana ci dà la più consolante delle risposte: la morte non deve fare più paura, perché è stata vinta! È stata sconfitta, resa innocua, imbavagliata.

 

Assai diffusa nella Scrittura è l’idea che Dio in qualche modo salva sempre il suo popolo; il Salmo 67/68 dice al verso 21: “Il nostro Dio è un Dio che salva; il Signore Dio libera dalla morte”, perché Jahvè è l’antitesi della morte, e di Mot, il dio cananeo della morte.

 

Nel Nuovo Testamento le linee maestre della Rivelazione circa il termine della vita convergono tutte verso il mistero della morte in Cristo. Qui tutta la storia umana appare come un gigantesco dramma. Fino a Cristo e senza di lui c’era il regno della morte. La vita di Cristo è stata una lotta contro il male, il peccato e la morte; e in concreto Gesù ha dimostrato di essere Dio proprio perché ha vinto questi tre elementi negativi.

 

In Apocalisse 7,17 leggiamo: “l’agnello che sta ritto in mezzo a loro, li guiderà alle fonti delle acque della vita, e Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi.” Quindi sarà la fine non solo della morte, del corpo mortale che è soggetto al disfacimento e alla corruzione, ma di qualsiasi forma di dolore; è bellissima questa frase: Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi, presente anche in Apocalisse 21,3.

 

Dunque, dalla Scrittura, Antico e Nuovo Testamento, emerge questo, che è ripreso dal Catechismo della Chiesa cattolica (CCC), al n.413: “Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi; non è volontà di Dio la morte. Anzi, Dio libera i suoi fedeli dalla morte.”

 

“Uno è morto per tutti; e quindi tutti sono morti” dice S. Paolo, in 2° Cor.5,14. La morte è stata vinta; non è più un baratro che tutto inghiotte, ma un ponte che porta all’altra riva, quella dell’eternità.

 

Qualche anno fa Suor Emmanuelle-Marie, scrittrice di spiritualità, disse: “A volte, parlando di una persona defunta, diciamo che “è passata a miglior vita”, come se la sua esistenza appena trascorsa fosse diversa da quella che ora sta vivendo. Ma l’eternità è la continuazione della stessa vita, che raggiunge la sua vera dimensione oltre la morte.” E poi, come già detto nella precedente Newsletter a pag.3 la condizione paradossale del cristiano è questa: i tempi escatologici sono già incominciati con la risurrezione di Cristo, il taglio della storia non appartiene al futuro, ma al passato. E’ la tesi, questa, di O. Cullmann espressa in “Cristo e il tempo”, giustamente fatta propria dal Concilio Vaticano II e dalla moderna teologia: Cristo è il centro della storia, il centro del tempo; con la sua venuta, la sua predicazione e le sue opere Egli proclama che il regno di Dio è già venuto, e nello stesso tempo deve ancora venire, perché solo dopo la morte ci sarà il compimento totale.

 

IL GIUDIZIO

Nei manuali di studio l'escatologia viene divisa in due parti fondamentali: l'escatologia individuale che riguarda le ultime realtà riguardanti la fine di ogni singola persona (morte, giudizio particolare, paradiso, inferno e purgatorio) e l'escatologia comunitaria o cosmica che studia la fine di tutto il genere umano, comprendente la parusia o la seconda venuta di Cristo, la risurrezione della carne, il giudizio universale e la fine-rinnovamento del mondo (così il Dizionario di Teologia, ediz. Paoline)

 

Seguendo questo schema, affrontiamo il tema del GIUDIZIO, in particolare ora quello del GIUDIZIO INDIVIDUALE O PARTICOLARE. [Del GIUDIZIO UNIVERSALE parlerò nella Newsl.N.27].

 

Il tema del giudizio è assai presente nella storia delle religioni: anche l’Egitto e la Grecia, ad esempio, conoscono un “giudizio dei morti”. Spesso gli antichi rappresentavano il giudizio sul singolo mediante l’immagine della bilancia a due piatti, sui quali si mettevano rispettivamente le azioni buone e quelle cattive, per vedere quale dei due piatti scendeva di più e quindi stabilire il premio o il castigo.

 

Tuttavia nei vangeli abbiamo vari esempi che ci mostrano come la giustizia di Dio sia qualcosa di assai diverso dall’idea di giustizia che la storia e varie culture ci ha tramandato e che per noi è in genere ancora valida, al punto che alcune pagine del Nuovo Testamento ci risultano davvero molto sconcertanti.

 

Prendiamo ad esempio il noto figliuol prodigo (Lc.15); nonostante la risposta chiarificatrice del padre al fratello maggiore, ci viene spontaneo pensare: ma perché tutto questo entusiasmo e festa per uno che le disgrazie se le era andate a cercare, sperperando la sua parte di beni! Così pure nella parabola dei lavoratori giunti a diverse ore (Mt.20), a noi parrebbe più che giusto che ognuno ricevesse il salario corrispondente al tempo e alla fatica impiegati.

 

Ora, dobbiamo aver chiaro che Gesù non attua la predicazione del GIUDIZIO, come faceva Giovanni Battista (Mt.3), che in fondo rientrava di più nelle nostre categorie. Gesù si pone quasi all’opposto: non nega il giudizio, ma la sua novità sta nel proclamare LA LIETA NOTIZIA DEL PERDONO DI DIO RIVOLTO A TUTTI.

 

Devo confessare che per molto tempo sono stata convinta che il perdono è un’ottima cosa, ma non va svenduto, o considerato come un colpo di spugna che cancella istantaneamente il male commesso, senza alcuna adeguata riparazione. Anche Gesù dice all’adultera in Gv.8 : “…….vai e non peccare più.” Ero convinta che anzitutto il perdono lo si dà a chi lo chiede; altrimenti, se uno non sa neanche capirlo e addirittura non sa cosa farsene, è un po’ come dare “le perle ai porci” (cfr. Mt.7); in 2° luogo lo si dà a chi ha veramente capito quanto male ha fatto e solo se è sinceramente pentito e disposto a cambiare.

 

Poi (particolarmente in questo Anno del Giubileo della Misericordia) ho riflettuto sul fatto che “Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rom.5,8); al padre del prodigo non interessa sapere se il figlio è pentito o no, ma il fatto che sia tornato a casa; e così ho cominciato a capire che Dio è Dio; per Lui non vale “La legge è uguale per tutti” , che va bene – e magari la norma fosse più praticata! – nel consorzio umano; ma Dio è Dio e Gesù, Suo Figlio, ha detto chiaro e tondo: Non sono venuto a giudicare il mondo, ma a salvarlo (Gv.3,17)

 

Detto in altre parole, Dio non aspetta che siamo noi a fare il 1° passo, anche perché in tante confuse e contorte vicende è davvero difficile discernere la responsabilità del singolo e i condizionamenti, gli influssi negativi, gli inganni, le tentazioni, le violenze che egli ha subito, etc. Ci sono situazioni così incancrenite nel male, che difficilmente il soggetto potrà anche solo tentare di uscirne; ecco il perché del dono gratuito (per-dono = dono perfetto) che, sbalordendo il peccatore (“come, proprio a me?!”) può cominciare ad erodere la corazza di cattiveria e insensibilità che lo imprigiona……

 

“Se poi pensiamo alla parabola dei lavoratori pagati allo stesso modo pur avendo lavorato per un numero diverso di ore – osserva il biblista Maggioni, in AA.VV., L’aldilà, Paoline, p.24 – ci accorgiamo che non si tratta di un’ingiustizia, come pensa l’operaio, dal momento che lui riceve tutto ciò che era stato stabilito: il suo premio ce l’ha, sufficiente e proporzionato al lavoro che ha fatto. Dio non impoverisce i primi, semplicemente arricchisce gli ultimi come i primi. Non viene violata la giustizia, ma il CRITERIO DI PROPORZIONALITA’. La giustizia divina non è legata a un criterio di proporzionalità: E’ questo il messaggio di Cristo ed è questo che sconcerta. Tant’è vero che Gesù è stato accusato e rifiutato non perché parlava della minaccia del giudizio (tipo Giovanni Battista); a sconcertare era la GRATUITA’ DEL SUO AMORE, il fatto che accogliesse i peccatori e li amasse prima ancora che si pentissero.”

 

Vengono proprio a proposito le parole pronunciate da Papa Francesco nel corso dell’Angelus di domenica 30 ottobre scorso, imperniato sull’episodio di Zaccheo: “Lo sguardo di Gesù va oltre i peccati e i pregiudizi; vede la persona con gli occhi di Dio, che non si ferma al male passato, ma intravede il bene futuro. Gesù non si rassegna alle chiusure, ma apre sempre nuovi spazi di vita; non si ferma alle apparenze, ma guarda il CUORE……………la strada che Gesù ci indica è quella di mostrare a chi sbaglia il suo VALORE, quel valore che Dio continua a vedere malgrado tutto, malgrado tutti i suoi sbagli. Questo può provocare una sorpresa positiva, che intenerisce il cuore e spinge la persona a tirar fuori il buono che ha in sé. E’ il dare fiducia alle persone che le fa crescere e cambiare. Così si comporta Dio con tutti noi: non è bloccato dal nostro peccato, ma lo supera con l’AMORE e ci fa sentire la nostalgia del bene. Tutti abbiamo sentito questa nostalgia del bene dopo uno sbaglio. E così fa Dio nostro Padre, così fa Gesù. Non esiste una persona che non ha qualcosa di buono. E questo guarda Dio per tirarla fuori dal male.”

 

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Per quanto poi riguarda l’uomo, una spiegazione del GIUDIZIO davvero molto interessante è quella che ci viene dal 4° vangelo.

 

Il tema del giudizio in Giov.3,17-18 non compare nel senso tradizionale di una sentenza favorevole o no, ma nel senso tipicamente giovanneo di privazione definitiva della “vita”.

 

L’opera propria di Dio, condivisa dal Figlio, è la comunicazione al credente della VITA. Di questa realtà il giudizio appare come il rovescio: esso coincide con il rifiuto da parte dell’uomo di riconoscere nel Figlio il Rivelatore del Dio della VITA. Non riconoscerlo come tale significa rifiutare di entrare mediante Lui in comunione con Dio.

 

Osservava il grande Don Luigi Serenthà: “Dio è un puro irradiarsi, paragonabile alla luce: il credente si volge verso questa luce e così è nella salvezza. Egli “è passato dalla morte alla vita” (Giov.5,24). L’incredulo volta le spalle ad essa e con ciò è nelle tenebre, nella rovina, nella morte

(Giov.3,19.36). In questa visione è tenuto lontano da Dio quel sentimento dell’ira, che è invece inerente alla rappresentazione di un Dio che giudica, punisce e condanna” (Mysterium salutis, pp.362-3)

 

Il Giudizio finale sarà del tutto interiore. Non si effettuerà mediante un apparato di polizia o di vendetta, ma attraverso la coscienza stessa di ognuno, coronata o condannata dalla Luce.

 

“Coloro che sono vissuti nell’amore di Dio, secondo modalità molto diverse andranno pieni di slancio verso l’amore svelato: “Venite, benedetti dal Padre mio………perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare” (Mt.25,34-35).

Coloro che sono vissuti nell’egoismo e nell’odio senza amore o contro l’amore, fuggiranno quella luce che li confonde e si rifugeranno nella sventura.” Dunque, in Giovanni, il giudizio diventa autogiudizio, per cui non è più Dio a operare la discriminazione, ma il soggetto umano stesso che accetta o rifiuta l’offerta di salvezza, da Dio ripetuta in tutti i momenti dell’esistenza e, in particolare, negli istanti finali.” (G.Frosini)

 

Molto chiarificatrici mi sono apparse anche le seguenti parole del teologo americano Peter C. Phan, in “E dopo?”, San Paolo, p.99:

“Sotto il profilo teologico il giudizio particolare va visto nel contesto di tutto il processo di morte, che per l’uomo è innanzitutto un atto personale, in cui egli porta la propria storia a definitivo compimento.

 

Nell’atto di una morte liberamente accettata, una persona esprime una posizione decisiva di fronte a Dio, una posizione presa durante la vita e adesso ricapitolata e resa irreversibile. Così facendo la persona “giudica” se stessa. Naturalmente noi ci giudichiamo nel corso della vita ogni volta che esaminiamo la nostra coscienza e valutiamo le nostre motivazioni e i nostri comportamenti; ma in queste valutazioni possiamo essere ingannati o accecati dalla passione o dai pregiudizi.

Nella morte, invece, tale eventualità di errore e autoinganno non è più possibile, perché la persona è posta faccia a faccia con Dio-Luce e Verità. Qualunque decisione essa prenda davanti a Lui, Dio la ratifica e, in questo senso, la “giudica”. Come si vede, è un “giudizio” ben diverso da quello che ci è familiare.”

 

Quanto confortante è allora il sapere che “a giudicarci non sarà un estraneo, bensì Colui che già conosciamo tramite la fede. Il giudice non ci verrà incontro come il totalmente Altro, bensì come uno di noi, che conosce l’essere umano dal di dentro e che ha sofferto” (J. Ratzinger).

 

Don Giovanni Moioli poi arrivò ad esclamare: “La mia speranza, Signore, è in Te. Cosa strana e stupenda avere un giudice crocifisso per me!”.

RIFLESSIONI ATTUALI: VIVA LE DONNE! (a cura di Ileana Mortari)

Gli articoli che seguono vogliono essere un’ ”icona” di tutte le donne di tutto il mondo, che si sono impegnate e si impegnano senza risparmio (talvolta anche a prezzo della vita) per il BENE COMUNE.

 

Onoriàmole, facendo anche noi quanto è in nostro potere perché quell’espressione non resti lettera morta.

 

Dal “Corriere della sera” 2-11-16

 

LA PARTIGIANA CHE SFIDO’ LA P2 E’ MORTA NELLA SUA CASA DI CASTELFRANCO VENETO

di Marzio Breda

 

Ma chi te lo fa fare, Tina? Va a finire che sopra il tuo scranno ci mettiamo un fiore, lo capisci?

Così, scuotendo la testa con l’aria di chi non ammette tanta ostinazione, dice un giorno un parlamentare a Tina Anselmi, mentre le passa davanti a Montecitorio nel periodo più critico per i lavori della Commissione Parlamentare di inchiesta sulla Loggia P2, da lei presieduta.

 

Sono in parecchi, allora, colleghi e non, a mostrarsi fintamente preoccupati quando la incrociano. Tentativi di intimidirla all’insegna del “lascia perdere”, che l’ex partigiana conosciuta a Castelfranco Veneto con il nome di battaglia di “Gabriella”, appunta la sera nel diario. Li trascrive spesso senza commenti, come una sorta di memorandum a se stessa: ma possibile che debba ancora far capire loro di che pasta son fatta?

 

In realtà, se quegli interlocutori riflettessero sul percorso umano, politico e civile della Anselmi, si guarderebbero da qualsiasi obliqua minaccia o delegittimazione, scoprendola inutile. Infatti, da militante della Resistenza a insegnante, da sindacalista della Cisl a esponente politica, parlamentare e ministro della DC, prima donna alla guida di un dicastero, lei aveva già dimostrato molte volte il suo senso de l BENE COMUNE E DELLO STATO, per consentire a chiunque l’idea che potesse essere condizionabile sulle questioni di principio.

 

Non a caso, una sua “sentenza politica” cui resterà coerente suona così: “Basta una sola persona che ci governa ricattata o ricattabile, perché la democrazia sia a rischio”.

 

Il banco di prova definitivo, per lei, viene proprio quando la presidente della Camera, Nilde Iotti, le affida – con il sostegno di Sandro Pertini – l’indagine sulla P2. E’ il 23 settembre 1981 e l’Italia è sotto choc per la scoperta di una loggia massonica segreta, la “Propaganda Due”, guidata da Licio Gelli.

 

La lista degli iscritti conta 962 persone che formano “il nocciolo del potere fuori dalla scena del potere”. Ci sono 12 generali dei carabinieri, 5 della finanza, 22 dell’esercito, 4 dell’aeronautica, 8 ammiragli, dirigenti dei servizi di sicurezza, 44 parlamentari, 2 ministri in carica, un segretario di partito, imprenditori, banchieri, faccendieri, magistrati. Dietro di loro occhieggiano perfino settori del Vaticano. Una sorta di “interpartito”, infiltratosi anche al Corriere attraverso l’editore e alcuni giornalisti, dietro il quale si intuiscono interventi in certe oscure vicende. Non si sarebbero limitati a business e tangenti, ma avrebbero a volte agito in connessione con mafia e stragisti, avendo avuto una parte anche in delitti eccellenti (Moro, Calvi, Ambrosoli, Pecorella) e pianificando un progetto antisistema: il Piano di Rinascita Democratica.

 

Quando Tina Anselmi si mette al lavoro, le fanno comprendere subito che cosa rischia. La pedinano per strada. Trova tre chili di tritolo sotto casa. E presto scatta la tenaglia dei boicottaggi per farla passare come una visionaria che “dà la caccia ai fantasmi”.

 

Lei resiste a tutto. Anche a un emissario del potente cardinale Marcinkus, che punta alla sua sensibilità di cattolica per frenarla e al quale replica: “Non ho fatto la staffetta partigiana per farmi intimidire da un monsignore.” Tira dritto e, lo dimostra il diario, affronta il compito con freddezza. Il metodo che s’impone, e che annota, è “fare presto, delimitare la materia, stare nei tempi della legge”. E ce la fa.

 

Con infinite audizioni, 147 sedute di Commissione, un certosino setaccio dei messaggi depistanti che le vengono recapitati e consegnando nell’85 al Parlamento il risultato dell’inchiesta: 120 volumi. Le cui conclusioni sono tutt’altro che fantapolitica: “La P2 è il più dotato arsenale di pericolosi e validi strumenti d’eversione politica e morale”.

 

Sarà una coincidenza se la sua parabola politica comincia da quel momento a spezzarsi progressivamente?

 

Sarà una fatalità se le sempre più rare volte in cui parla in pubblico, e i media ne rilanciano il messaggio, denuncia che le “solidarietà occulte” restano ancora attive?

 

Sarà uno scherzo del destino se, tra le ultime pagine del suo memoriale di quel periodo convulso, avverte che “le P2 non nascono a caso, ma occupano spazi lasciati vuoti per insensibilità, e li occupano per creare la P3, la P4….” ?

 

Prima di entrare nel tunnel della malattia, la Anselmi si candida per l’ultima volta al Parlamento nel 1992, l’annus horribilis in cui il vento di Tangentopoli fa tabula rasa della Prima Repubblica. La DC la inserisce in un collegio perdente (altro incrocio astrale?) e lei si trova battuta da un leghista ed esclusa dopo 6 legislature. Qualcuno, a intermittenza, evoca il suo nome per il Quirinale. Ma sono indicazioni poco convinte, platoniche. Sulla donna coraggiosa che ai tempi dello scandalo P2 era stata investita di un ruolo da “pubblico ministero del popolo” scende un’amnesia provvidenziale.

 

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“Una rivoluzionaria; aveva una fortissima personalità, ma era una persona solare, umile. Non sapeva cosa fosse il tornaconto personale. Essere al servizio le dava gioia. Ha fatto tutte le battaglie per il lavoro e la parità con questo stile, non contro qualcuno, ma contro le ingiustizie…….Alle donne impegnate in politica lascia questa eredità: la libertà interiore e il rispetto degli avversari.” (Rosa Russo Iervolino)

 

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Da “Avvenire” 2-11-2016

“Profondamente colpito dalla scomparsa di Tina Anselmi, partigiana, parlamentare, ministro di grande prestigio, ne ricordo il limpido impegno per la legalità e per il bene comune” (Sergio Mattarella)

 

 

L’”allieva” Rosy Bindi ricorda la sua maestra politica: “Dava del filo da torcere a tutti. Era di grande abilità. Non è un caso che sia stata la prima donna a fare il ministro. Inutile dire che è andata a toccare cose che non tutti hanno gradito. Ha raggiunto la massima popolarità tra la gente e contemporaneamente aveva difficoltà nel Palazzo. Tina Anselmi aveva una formazione cattolica forte, era figlia del mondo cattolico. E’ cresciuta nel partito, che era una vera scuola di politica e di vita e in cui nessuno ti regalava niente. Lei si è conquistata tutto non solo come fatto formale: bisogna dire che lei è stata non solo un ministro donna, ma una donna che ha fatto una riforma fondamentale come l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale. Non vi sono tanti uomini ministro che si ricordano per riforme così importanti….. Il suo essere profondamente cattolica ha fatto la differenza in politica, perché è stata pienamente coerente con i principi evangelici, e al tempo stesso ha coniugato il valore della laicità. Una credente morta nel giorno di tutti i Santi: la “santità” di Tina Anselmi è stata la coerenza al Vangelo praticata e vissuta nella laicità dello stato.”

 

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Dal “Corriere della Sera “ 2-11-16

 

CHIEDETELO ALLE SCIENZIATE

 

a cura di Elena Tebano

 

Le donne sono la metà del mondo, ma se dovessimo giudicare dai media italiani – radio, Tv e giornali – non lo immagineremmo mai: la stragrande maggioranza delle persone che vi compaiono, quasi otto su dieci (il 79%) sono infatti uomini.

 

Se si guarda agli esperti, le persone che parlano in quanto “autorità” in una data questione, le donne in proporzione sono ancora meno: solo il 18%. Scendono addirittura al 10% nel caso delle cosiddette STEM, le “scienze dure” (l’acronimo in inglese sta per “scienze, tecnologia, ingegneria, matematica”, ndr”, spiega Monia Azzalini, ricercatrice dell’Osservatorio di Pavia e una delle coordinatrici del Global Media Monitoring Project per l’Italia.

 

E le cose sono anchesì molto migliorate: nel 1995 le donne erano solo il 7% delle persone che comparivano sui media. Ma di questo passo, per avere una rappresentazione realistica (in termini di genere) del mondo in cui viviamo, ci vorranno comunque 40 anni.

 

Per provare a rendere più veloce questo processo l’Osservatorio di Pavia e l’associazione di giornaliste “Giulia”, in collaborazione con Fondazione Bracco e con il sostegno della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, lanciano “100 donne contro gli stereotipi”, una piattaforma online a disposizione dei giornalisti che raccoglie recapiti e curricula delle migliori esperte italiane di STEM, scelte valutando il loro “H Index”, la rilevanza scientifica delle loro pubblicazioni.

 

“Evitare la deformazione prospettica che esclude le esperte dai media – conclude Monia Azzalini – serve anche a sfatare il pregiudizio ancora radicato secondo cui le donne non sarebbero “portate” per le materie scientifiche.” Il sito www.100esperte.it è online dal 3 novembre.

 

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La linguista: “RAGAZZE, L’INFORMATICA E’ ROBA PER VOI”

 

di Paola Velardi, linguista computazionale, docente alla “Sapienza” di Roma

 

“L’ambiguità delle parole”, è questo il problema (scientifico) più interessante. Il linguaggio delle macchine non è mai ambiguo: un’istruzione ha sempre un unico significato. Invece le parole possono avere significati molto diversi. Noi umani riusciamo a distinguerli facilmente. Le macchine no.

 

Quindi occorre insegnare ai computer il linguaggio umano. Per esempio nelle ricerche: fare in modo che trovino l’informazione richiesta nel mare infinito di quelle disponibili. Un compito che per un umano sarebbe impossibile. Adesso lavoriamo soprattutto sui social network.

 

Sviluppiamo strumenti per analizzare in modo anonimo grandi quantità di messaggi. Si tracciano in automatico le reti sociali e si ottengono dati interessanti: prevediamo picchi di influenza prima delle organizzazioni sanitarie. Come? rileviamo che moltissime persone iniziano a lamentarsi perché stanno male. Ovviamente sono indagini che funzionano su una mole enorme di dati.

 

Occorre sfatare l’idea che l’informatica sia “poco femminile”. Da parte mia vado spesso nelle scuole con un progetto realizzato in collaborazione con IBM, chiamato “NERD” (= “Non è roba per donne?”), in cui insegniamo alle ragazze a programmare.

 

Quando chiedo chi è secondo loro una persona che si occupa di informatica, vengono fuori due immagini. La prima è un tizio che aggiusta i computer, la seconda un hacker. Se si declina al femminile c’è solo la Lisbeth Salander protagonista di Millennium: modelli poco invitanti. Invece l’informatica può essere molto creativa.

 

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La matematica “I MIEI CALCOLI CAMBIANO LA VITA”

 

di Maria Grazia Speranza, specializzata in Ricerca operativa: 150 pubblicazioni

intervistata da Elena Tebano

 

“Il percorso che ogni giorno fanno molti camion in Italia, da un fornitore al cliente al successivo, dipende anche dagli algoritmi scritti nel mio laboratorio di Ricerca operativa, un ramo della Matematica applicata. I nostri calcoli servono a rendere il trasporto delle merci più efficiente; infatti non è detto che mandare un automezzo per prima cosa dal cliente più vicino sia il meglio da fare; anzi, spesso la scelta apparentemente più sensata è controproducente. Noi guardiamo al sistema nel suo complesso per trovare la soluzione migliore…..” Com’è arrivata alla matematica applicata? “Ho fatto il Liceo classico spinta da mio padre: era convinto che formasse meglio. Me la cavavo in tutto, ma ero molto più brava degli altri in fisica e matematica…..”

 

Molti sono convinti che le donne non siano per niente portate per queste materie. Di recente anche Piergiorgio Odifreddi ha scritto che “l’attitudine femminile è indirettamente proporzionale all’astrazione. “All’epoca ho scelto la matematica proprio perché ero affascinata dalla sua purezza e dall’eleganza che raggiungevi astraendo dalla realtà. Ora amo quella applicata perché consente di modellare e risolvere in modo migliore problemi reali. Ma il problema non è se le donne siano “portate” o no. E’ piuttosto quello della progressione della carriera: tutti gli studi mostrano che all’università le donne hanno risultati migliori, sia in termini di voti che di tempi di laurea.

Ma è anche vero che progredendo vengono sopravanzate dagli uomini e alla fine le donne che emergono nella mia materia sono poche.

 

E perché, allora?

 

La ragione dominante è la mancanza di equilibrio nella vita familiare: le donne hanno meno tempo per la ricerca, perché ne dedicano di più ai compiti di casa. L’altra riguarda la fiducia nelle loro capacità: tuttora non sono mai incoraggiate ad emergere.

 

 

RIFLESSIONI ATTUALI: I NOSTRI CARI DEFUNTI E L'ALDILÀ

di Ileana Mortari

2 novembre: commemorazione dei fedeli defunti

 

Premessa: l’argomento che affronterò (in genere poco trattato negli ultimi tempi) è piuttosto arduo, perché, pur attenendosi alla Scrittura, alla teologia e alla Tradizione, non è possibile varcare una certa soglia di mistero che comunque permane, né quindi rispondere a certe curiosità che esulano dall’essenziale o imbarcarsi in risibili elucubrazioni. Faccio mia l’affermazione di André Gounelle: “In questo campo, bisogna accettare di deludere, piuttosto che dare l’illusione di sapere”.

 

CHE COSA CI ATTENDE DOPO LA MORTE?

 

Nell’immaginario comune dei cristiani, al momento della morte, l’anima si stacca dal corpo (destinato al disfacimento fisico) e si presenta a Dio per il giudizio personale: beatitudine, o dannazione, o purificazione; alla fine dei tempiognuno riavrà il suo corpo mortale, risorto e trasfigurato, e ci sarà il giudizio definitivo e universale.

Ecco, occorre dire che questo modo di spiegare le cose è stato superato, specie dopo il Concilio Vaticano II° ( 1962-65); infatti il progresso degli studi biblici e teologici ha portato a riformulare la tematica. Vediamo le tappe di questo cambiamento.

 

Com’è noto, il cristianesimo, nato nell’area ebraico-semitica, fin dai suoi inizi dovette rendersi comprensibile anche al mondo della cultura greco-romana, dove allora dominava l’immagine platonica del ritorno dell’anima immortale nel mondo divino immediatamente dopo la morte. E questo non sembrava in contrasto con la dottrina cristiana, che parlava pure di un incontro dell’ ”anima” con Dio post mortem.

Ma successivamente si recuperarono le radici ebraiche del fenomeno, visto che il cristianesimo germina dall’ebraismo. La Bibbia non dice affatto che il corpo sia la tomba dell’anima, da cui questa si distacca al momento della morte, morte che nemmeno la tocca, e vive beata nel mondo divino (così Platone).

 

La Scrittura al contrario considera la persona umana come un’entità unitaria. Carne, anima e spirito non si riferiscono a tre distinte parti della persona umana, ma a tre aspetti sotto cui l’unica medesima persona appare: come persona corporea, come persona vivente, come persona sensibile, conoscente e volente. Di conseguenza, nell’annuncio cristiano, la morte è un passaggio fondamentale, oltre il quale avviene la resuscitazione dell’essere umano nella sua interezza, anche corporea; infatti, se la condizione umana è per sua natura sottoposta alla prova della morte, paradossalmente è proprio attraverso il morire fisico che si compie il destino dell’uomo: diventare partecipe della stessa vita di Dio, mantenendo oltre il tempo LA SUA IDENTITA’.

 

S.Paolo in 1° Cor.15,42-44 usa un’immagine eloquente: un seme non rinasce se prima non muore, e la pianta che spunta ha una forma diversa dal seme. E’ evidente che, se seme e pianta sono sotto i nostri occhi, e ne vediamo chiaramente le differenze, purtroppo non abbiamo nello stesso modo elementi per descrivere il corpo glorioso, che ciascuno sperimenterà solo dopo la morte.

 

Qualcosa però si può dire. Infatti la tradizione ininterrotta della Chiesa, da Ignazio di Antiochia a S. Agostino, S. Tommaso, fino al Magistero attuale, ha sempre annunciato la resurrezione dei morti a immagine di quella di Cristo.

 

Egli, dopo la morte e sepoltura (come si legge nelle pagine finali dei 4 vangeli), si mostra ad alcuni “in carne ed ossa”. Il corpo di Cristo risorto è corpo vero, però è corpo glorioso; il che significa che non è situato e non è limitato dalle leggi dello spazio e del tempo, ma si rende presente dove vuole, entra a porte chiuse e si sposta da una parte all’altra senza difficoltà; questo perché il suo corpo ha le qualità di Dio, partecipa alla vita divina ed è colmato dalla potenza dello Spirito Santo.

 

Tuttavia nello stesso tempo Gesù parla con i suoi discepoli, li esorta e li rimprovera, ricorda il passato e progetta l’avvenire, mangia con loro perché non pensino che Lui sia un fantasma. Gesù dunque vive in un corpo trasfigurato e diverso, libero dai normali condizionamenti terreni, ma pur sempre un CORPO che gli permette di comunicare con gli altri e che conserva caratteristiche umane, oltre che divine. Questo fenomeno è quello che i teologi chiamano della “continuità-discontinuità”.

Di ciò abbiamo sicure testimonianze oculari e auricolari da parte dei discepoli, che “hanno mangiato e bevuto con Lui dopo la sua resurrezione dai morti” (Atti 10,41). E’ su questa testimonianza che si basa la fede della Chiesa e la fede nella resurrezione dei morti.

 

Infatti, poiché Cristo è “l’uomo nuovo”, questo è il segno che tutto ciò avverrà anche per ogni essere umano; cioè nell’aldilà anche i nostri corpi si troveranno nella stessa condizione del corpo risorto di Gesù (cfr. 1° Cor.15,35-45 e Fil.3,10-11).

 

In altre parole, si può dire che, se la corporeità è la dimensione dell’uomo come “spirito nel mondo”, la morte può essere interpretata come FINE DI UN MODO IMPERFETTO DI VIVERE TALE VITA CORPOREA, e INIZIO DI UN MODO DAVVERO AUTENTICO E ANCORA UMANO DI REALIZZARLA. S. Giovanni Paolo II° a questo proposito usò una felice espressione: “Dalla vita alla Vita”; cioè: dal provvisorio al definitivo.

 

Più di così non possiamo dire sulla resurrezione dei corpi; infatti l’ESCATOLOGIA (=dottrina delle realtà ultime) è il campo del “che”, non del “come”. Cioè: sappiamo con certezza che risorgeremo, ma non come. Questa seconda domanda appartiene al mistero.

 

TEMPORALE ED ETERNO

 

Un altro aspetto della concezione tradizionale che si considera superato è relativo alle categorie spaziali e temporali. Lo spiega bene il noto biblista Gianfranco Ravasi: “Eternità ed infinito trascendono le nostre categorie mentali vincolate spontaneamente al “prima” e al “poi”, al “qui” e “là”. Nell’aldiquà dominano, infatti, le scansioni successive temporali e spaziali. E’ per questo che, seguendo il linguaggio spazio-temporale, la tradizione cristiana ha parlato, ad esempio, dopo la morte, di un giudizio “particolare” e personale, ove si vagliano le scelte morali della singola persona libera e responsabile. Ad esso segue in molti casi un “tempo” di purificazione ed espiazione (il “purgatorio”, spesso concepito come un “luogo”), per “poi” accedere al giudizio finale, quando tutta l’umanità e lo stesso creato entreranno nel nuovo ordine di cose (la “redenzione” o “salvezza”).

 

In realtà, questa successione è frutto del nostro computo temporale perché, oltre la vita terrena, non c’è più il tempo, ma l’istante eterno e infinito, in cui tutta la creazione sarà trasfigurata, giudicata e salvata. Questo grembo, che è l’eternità, ingloba e supera il tempo e lo spazio. L’eterno è presente già durante lo stesso corso della storia fatto di tappe successive, e destinato a concludersi a causa della sua finitudine.

Infatti la persona umana, anima e corpo, nella visione cristiana, ha in sé già durante l’esistenza terrena il seme dell’eternità (la grazia divina), in modo particolare nella comunione eucaristica; perciò inizia già ora a partecipare di quell’orizzonte trascendente, di quell’istante perfetto, di quel centro che tutto in sé assume e trasfigura.”

 

Se paragoniamo lo svolgimento del tempo a una linea orizzontale, l’eternità sarebbe una linea verticale: la permanenza di un presente, per cui tutto è allo stesso tempo, senza che il tempo passi. Non è facile parlare di un’esperienza che ci è ancora estranea, visto che viviamo nel tempo! Quest’ultimo infatti è stato creato e, e come tutte le creature, avrà una fine.

Ecco perché, guardando l’aldilà dalla nostra sponda, il momento dell’inizio dell’eternità ci può apparire lontano (perché ci viene spontaneo collocarlo al termine del tempo); ma, guardato dalla sponda di Dio, tutto appare “contemporaneo”: come se tutti i morti giungessero alle soglie dell’aldilà nello stesso momento, “adesso”.

 

Chiarisce bene il grande teologo Karl Rahner: il tempo intermedio che nella tradizione si pensava collocato tra il giudizio individuale/particolare (subito post mortem) e quello universale (alla fine dei tempi – ne parlerò nella prossima Newsletter) non era una dottrina di fede, ma uno strumento concettuale(debitore della cultura del tempo),per formulare certe verità di fede sulla vita ultraterrena.

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Ora la teologia ribadisce che, grazie alle nuove acquisizioni su un aldilà NON SPAZIALE NE’ TEMPORALE, la chiave di volta di tutto è Cristo Risorto: con Lui possiamo già essere in comunione durante la vita e Lui ci “traghetterà” nell’eterno, dove finalmente vedremo la Trinità “faccia a faccia”, il che evidentemente può esserci di grande aiuto a superare la naturale paura della morte. S. Paolo dice chiaramente: “Desidero andarmene per essere con Cristo” (Fil.1,23).

Inoltre, specie nell’accezione giovannea, la “vita eterna” inizia già da qui, nella fede e nella comunione con Dio (cfr. Gv. 3,15) e soprattutto nella realizzazione della carità, l’unica delle tre virtù teologali (fede, speranza, carità) che non avrà mai fine.

 

UNA QUESTIONE TUTTORA APERTA E DIBATTUTA TRA I TEOLOGI E’:

la resurrezione del corpo ha luogo immediatamente dopo la morte o è differita al momento del giudizio universale? La teologia contemporanea ha portato valide motivazioni per la 1° ipotesi; le deduco dal teologo Battista Mondin:

1 – visto che non si dà persona senza dimensione corporea, è impensabile un’anima priva di tale

dimensione

2 – quello che risorge è un “corpo spiritualizzato”, che non conosce più la pesantezza e la corruttibilità

della materia

3 – poiché nell’eterno non ci sono più spazio e tempo, diventa possibile l’immediata ricongiunzione

anima-corpo subito dopo la morte.

Questa posizione, che teologicamente appare abbastanza solida, non è stata tuttavia ancora recepita dal Magistero ecclesiastico, il cui ultimo documento sull’escatologia risale al 1992.

 

COME SARA’ LA NOSTRA VITA IN CIELO?

 

Di solito si immagina la vita paradisiaca come un luogo bellissimo, ma senza movimento, dove l’attività principale è la contemplazione estatica di Dio, il che implicherebbe un certo immobilismo e, diciamolo pure, un po’ di noia! Nulla di tutto questo. Gesù ci parla di “vita eterna”: se l’eternità più di tanto non possiamo spiegarla o descriverla, il concetto di vita è invece pienamente alla nostra portata, visto che ci appartiene!

 

Probabilmente la VITA in Paradiso ripresenterà gli stessi dinamismi che ben conosciamo. Le relazioni umane quindi continueranno ad essere centrali anche nell’altro mondo, con la differenza che, come per ogni realtà, esse verranno purificate e raggiungeranno la propria perfezione. E così ad esempio le relazioni con gli altri saranno autentiche. Non staremo sempre immobili in contemplazione, ma ci impegneremo al massimo perché tutti raggiungano la casa del Padre.

 

Del resto nulla di quanto avremo fatto di positivo sarà perduto e nell’aldilà ogni bene da noi compiuto contribuirà ad accrescere la gioia di tutti per sempre. Perché, sostiene S. Tommaso d’Aquino, “ognuno avrà tutti i beni di tutti gli altri beati”

E, rispondendo alla richiesta di molti, “Certamente rivedremo coloro che abbiamo amato – così il card. Martini – Anche quelli che hanno amato, pur non avendo conosciuto Gesù.”

 

Un articolo del nostro “Credo” è infatti “la comunione di santi”. Come noi, con preghiere, S. Messe e un ricordo amorevole possiamo aiutare i nostri cari, così loro aiutano noi nelle nostre necessità.

 

Viene spontaneo chiedersi: “Che ne è dei 75 miliardi di uomini vissuti sulla terra e poi morti? Secondo Paolo noi li troviamo presso quel Dio “che dà la vita ai morti e chiama all’esistenza ciò che non esiste” (Rom.4,17). Davvero, come promette la Scrittura, “Dio vuole che TUTTI gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della VERITA’ “ (1° Tim.2,4).

E ancora secondo Paolo: “se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti? 13Se non vi è risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto! Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede.” (1° Cor.15,12-14)

 

CONCLUSIONE

 

E’ davvero consolante pensare che tutto quello che nella storia si è fatto, si sta facendo e si farà per la giustizia, la libertà, la pace, la verità, i valori, pur se ha comportato e purtroppo continuerà a comportare immani sacrifici e perdite di esseri umani, non è stato vano.

 

E anche tutte quelle esistenze di disabili, anziani ridotti allo stato vegetativo, innocenti vittime di stragi, vite bruciate, persone che hanno conosciuto solo il male e l’odio, malati incurabili, bambini che a sciami muoiono di fame e di stenti, tutte quelle situazioni insomma che sembrano non avere senso o nemmeno qualcosa di umano, hanno al contrario un profondo significato: sono il preludio di una vita recuperata nei suoi elementi positivi anche non sviluppati e che vedrà azzerati errori e imperfezioni. Certo, questo non cancella il dolore e le sofferenze, a volte lancinanti, che viviamo in terra, ma anche Gesù ha sofferto in modo atroce e, alla fine, si è affidato al Padre: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Luca 23,46). E, se Lui è la “chiave di volta”, il Suo esempio vale anche per tutti noi.

 

E’ consolante anche un altro effetto che si può dedurre da quanto detto (questa è una mia considerazione personalissima): se la nostra persona risorta si vedrà purificata da tutto il male compiuto, penso che emergerà anche il bene che noi non vedemmo in terra (specie in persone purtroppo molto o totalmente negative), se è vero – come disse il famoso Baden-Powell – che “in ogni individuo c’è almeno un 5% di bene che va sviluppato”.

(Fonte: http://www.chiediloallateologa.it/ileana/)

RIFLESSIONI ATTUALI: ADOLESCENTI E LA CANNABIS

NEWSLETTER “ALLA RICERCA DELLA VERITA’ “ N.23 del 21/9/16

di Ileana Mortari

 ANALISI / LA SCIENZA È CHIARA SUI GUASTI PRODOTTI DALLO «SPINELLO»

 

GLI ADOLESCENTI E LA CANNABIS : PERCHE’ LA MENTE NON CI ARRIVA

 

di Carlo Bellieni

 

da AVVENIRE 20 settembre 2016

 

 

Gli scienziati sanno anche essere sarcastici; è il caso del titolo dell’importante rivista Lancet Psychiatry di agosto, dove due ricercatori canadesi così sintetizzano nel titolo l’urgenza di inviare segnali sui rischi della cannabis ad un mondo che finge di non sentire: «Cannabis e psicosi: capire i segnali di fumo», dove il termine 'fumo' è volutamente sarcastico per un messaggio tragico: «La cannabis può contribuire allo sviluppo della schizofrenia».

 

Lo conferma la rivista Acta Psychiatrica Scandinavica di agosto, perché il suddetto 'fumo' da marijuana non è quel ritrovato innocuo di cui parlano irresponsabilmente troppi giornali, ma un insieme di sostanze che trasmettono gli impulsi tra le cellule nervose, alterandoli. Per esempio, riportano gli studiosi, una di queste sostanze, il THC, «è spesso associato ad effetti deleteri come alterazione della coscienza, ansia e sintomi psicotici».

Già questo fa capire i rischi di una liberalizzazione della vendita di cannabis, perché rende implicito e talvolta colpevolmente esplicito il messaggio che la marijuana non fa male, anzi.

Eppure basterebbe - è chiedere troppo?- che i giornalisti si informassero sui motori di ricerca scientifici ufficiali invece di riflettere luoghi comuni. Per smentire i supposti benefici della marijuana, la rivista Drug and Alcohol Dependence di settembre mostra in una ricerca che

Marijuana, la rivista Drug and Alcohol Dependence di settembre mostra in una ricerca che,laddove si legalizza la marijuana, ne aumenta l’uso fra i giovani e, se non bastasse, aumenta anche l’uso di tabacco.

E il Journal of Clinical Psychiatry di agosto spiega che non ci sono le evidenze per consigliare la marijuana 'terapeutica' nelle malattie mentali, mentre il JAMA recentemente spiegava che l’uso terapeutico di cannabinoidi è limitato a poche selezionate malattie con dolore cronico severo e spasticità; ma si badi bene, spiega Biochemical Pharmacology di luglio riportando gli ultimi progressi nel settore, che non è 'lo spinello' che cura, ma un apposito spray con solo alcune molecole derivate dalla cannabis.

Ma, smentiti i 'benefìci', continuiamo a guardare i 'segnali di fumo' mandati dalla letteratura scientifica sulle reali conseguenze della cannabis. Per restare al solo mese di agosto, la rivista Biological Psychiatry riporta la descrizione dei danni da cannabis misurati con la Risonanza Magnetica, perché lo spinello non colpisce 'solo l’umore', ma alterando i rapporti tra le cellule del cervello le rimodella e le altera, in particolare con effetto su tre zone chiamate amigdala, ippocampo e corteccia frontale anteriore: nomi complessi, ma per i neurologi hanno un preciso significato. L’amigdala è il centro delle emozioni, tutte le paure ma anche il senso di sicurezza passano attraverso la sua integrità; ippocampo è il centro della memoria, in diretta connessione con l’amigdala; infine la corteccia prefrontale è il centro da cui passa la nostra empatia e la capacità di socializzare e razionalizzare gli eventi.

La ricerca analizza 31 studi e conclude che le conseguenze dipendono sia dalla dose che dalla precocità dell’età di inizio del consumo. Sempre in agosto, gli fa eco un’altra importante rivista, Current Pharmaceutical Design, che oltre ripetere che «l’uso regolare della cannabis è stato associato a vari problemi di salute quali psicosi, ansia, depressione e alterazioni cognitive», analizzando 103 studi, alcuni fatti con la Tomografia ad Emissione di Positroni, mostra che la cannabis provoca «cambiamenti strutturali e funzionali nel cervello umano».

Lo stesso Current Pharmaceutical Design riporta in un altro studio le alterazioni strutturali della corteccia prefrontale che subiscono gli adolescenti fumatori di cannabis, e la International Review of Neurobiology di agosto conferma questi dati di alterazioni strutturali del cervello sottolineando i rischi del 'fumo' tra gli adolescenti e la rivista tedesca Psychopharmacology spiega come «i cannabinoidi esogeni [le sostanze che si inalano fumando cannabis] alterano la normale maturazione del cervello».

La rivista Pharmacological Research di luglio riporta inoltre un interessante studio fatto sui ratti in cui le suddette lesioni provocate dalla cannabis sull’ipotalamo in età giovanile, restano fino all’età adulta inoltrata e provocano alterazioni del comportamento.

La scienza stessa spiega il perché del fallimento delle strategie di legalizzazione: il cervello dell’adolescente non ha ancora strutturato le zone deputate alla scelta razionale, mentre ha sviluppate più dell’adulto le zone deputate alla ricerca di gratificazioni anche da sostanze chimiche, come spiega Daniel Romer su Prevention Science.Dunque è facilmente influenzabile se ha a disposizione facilmente una sostanza 'gratificatrice' come la marijuana, e non sa resistere come farebbe un adulto usando la ragione, in barba a chi pensa che, liberalizzata la cannabis, il giovane saprebbe moderarsi. Paradosso ulteriore, la marijuana abbiamo visto che va proprio a colpire le zone del cervello che inducono all’approccio razionale ai problemi e alla moderazione delle scelte, peggiorando così le cose.

Certo, non tutti i consumatori di cannabis hanno problemi di salute mentale, così come non tutti i fumatori di tabacco hanno tumore ai polmoni, ma la ricerca scientifica serve proprio a mettere in guardia: se un mio amico fuma un pacchetto di sigarette al giorno e non sta male, non è un buon motivo perché io lo imiti, perché la scienza valuta grandi numeri, mette al riparo dai pericoli.

Insomma, emergono due evidenze: la prima è che i danni da cannabis ci sono e sono documentati, la seconda è che nessuno ne parla, preferendo banalizzare o per pigrizia di ricercare le fonti o, magari, per paura di trovarle.

Il rischio della liberalizzazione è di far passare il messaggio che 'tanto non fa male'.

Eppure le fonti scientifiche a smentire questo 'dogma libertario' sono alla portata di tutti e da tempo la comunità scientifica mette in guardia non con proclami ma con dati e fatti. Già nel 2007 la rivista Lancet titolava uno studio: «Uso della cannabis e rischi di psicosi o problemi mentali: una revisione sistematica della letteratura», e chiudeva lo studio scrivendo: «Concludiamo dicendo che ormai c’è sufficiente evidenza per mettere in guardia i giovani che l’uso di cannabis può aumentare il loro rischio di sviluppare una malattia psicotica nel corso degli anni». Vi sembrano 'segnali di fumo' da ignorare?

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