01.jpg02.jpg03.jpg04.jpg05.jpg

RIFLESSIONI ATTUALI - RESPONSABILITÀ SULL'USO DELLE PAROLE (a cura di Ileana Mortari)

Come ho più volte ripetuto in varie occasioni, uno dei motivi che mi spinge a scrivere queste newsletters è senz’altro la preoccupazione educativa, che in pratica ho vissuto in tutta la mia esistenza, anche se non ho figli (ma 5 nipoti e 5 pronipoti mi hanno impegnato e mi impegnano non poco!) e quindi i miei interventi nascono da una particolare attenzione nei confronti di insegnanti, genitori, nonni, zii, sacerdoti, catechisti, educatori negli oratori, responsabili di associazioni giovanili sportive, culturali, etc.

 

Oltre alla Newsletter N.30, che invio anticipatamente insieme a questa perché può venir buona prima di Natale, mi sono sentita in dovere di condividere con chi lo vorrà i seguenti tre articoli, che non solo mi trovano consenziente, ma a mio parere gettano almeno una parte delle basi dell’educazione stessa, valida per tutti i tempi. E’ su questo fronte che a mio avviso bisogna lavorare parecchio, oltre ad invocare (giustamente) leggi che delimitino gli abusi e (sì) le mostruosità cui siamo arrivati. Mi farà piacere sentire qualche vostro parere in proposito.

 

Oscenità e violenza verso le donne . Innanzi tutto basta con la maleducazione

Francesco D'Agostino “Avvenire” di giovedì 1 dicembre 2016

Quali siano le strategie ottimali per combattere la violenza sulle donne nessuno è stato finora in grado di stabilirlo. Ne vengono proposte molte e molto diverse, alcune più convincenti, altre meno plausibili. Poiché però il fenomeno, oltre che intollerabile e vergognoso, è vistoso e, per quanto appare, si sta dilatando, è giusto metterle tutte alla prova.

Da parte mia, ne vorrei proporre una, che non ha la pretesa di risolvere la complessità del problema, anzi che è obiettivamente molto circoscritta. Propongo un impegno pubblico e condiviso contro la maleducazione in tutte le sue forme private e pubbliche (a partire dall’oscenità).

Ritengo che valga la pena provare anche questa strategia, se non altro perché Laura Boldrini, la presidente della Camera dei deputati, mi pare si sia mossa in qualche modo in tal senso, rendendo pubblici sia i contenuti che i nomi dei mittenti di molti incredibili post, che da tempo le vengono inviati: messaggi minacciosi e osceni oltre ogni misura e già solo per la loro oscenità oggettivamente violenti. Su queste pagine Antonella Mariani ha già commentato sabato scorso, 26 novembre, tale autorevole (e centrata) scelta, e qui a me interessa allargare un po’ la riflessione ritessendo le fila di un discorso molto caro ad 'Avvenire' e ai suoi lettori.

Non si tratta, deve essere ben chiaro, di riaprire vecchie e ammuffite battaglie moralistiche contro la pornografia e a favore della difesa del 'buon costume'. Non abbiamo alcuna prova (può dispiacere dirlo, ma è così) per poter asserire che la pornografia o le pratiche che offendono il buon costume siano propriamente 'criminogene' e meritevoli di repressione penale.

Ma di una cosa possiamo essere certi: esse abbassano la soglia della 'buona educazione', fin quasi ad azzerare la rilevanza di questa categoria. E la buona educazione è preziosa, checché ne dicano i fautori della 'trasgressione' a ogni costo, che continuano, a torto, a ritenere che le 'buone maniere' altra funzione non abbiano che veicolare formalismi sociali di ogni tipo, volti a comprimere la creatività personale. Non è così.

La 'buona educazione' possiede un valore intrinseco che va preservato, perché ci abitua e, quindi, ci aiuta a prevenire forme di arroganza e di violenza verso gli altri che possono manifestarsi in forme ben più sottili e incisive di quanto usualmente non si creda. Basti fare qualche esempio.

Coloro che alzano intenzionalmente la voce perché tutti possano ascoltare il loro turpiloquio, coloro che trascurano intenzionalmente la propria igiene personale, imponendo agli altri prossimità sgradevoli, coloro che 'sgomitano', per ottenere precedenze ingiustificate o che feriscono l’altrui sensibilità con comportamenti grossolani e provocatori, coloro che non ritengono di dover sottoporre ad alcuna forma di controllo (o, peggio ancora, di autocensura!) le loro 'preferenze' sessuali non sono solo dei 'maleducati': sono portatori di una pretesa inaccettabile, quella per la quale è sempre legittima l’esibizione pubblica della propria pretesa 'autenticità', per quanto grossolana, rumorosa, maleodorante, prevaricatrice essa possa essere. Pensare che ogni 'stile di vita' abbia una sua legittimazione e vada sempre e comunque ritenuto insindacabile, fino ai casi estremi in cui si manifesti di tale aggressività fisica da doversi ritenere socialmente sanzionabile, è uno dei più grandi errori che caratterizzano il nostro tempo.

È evidente che non spetta al codice penale combattere la maleducazione (se non in situazioni assolutamente estreme): questa si manifesta in forme talmente molteplici e il più delle volte così inaspettate da non poter essere gestite dal diritto e dai suoi strumenti, ahimè troppo grossolani.

La maleducazione va combattuta in un modo diverso, altrettanto incisivo: isolandola, cioè attivando nei confronti dei maleducati una concreta riprovazione sociale e cessando di valutare in modo benevolo o scherzoso comportamenti, spettacoli, pubblicazioni, immagini pubblicitarie, dichiarazioni politiche che ne appaiano inquinati (come purtroppo ci siamo ampiamente abituati a fare).

Non per questo il tasso di violenza contro le donne sarà necessariamente portato a diminuire; ma potrà diminuire almeno in parte quell'arroganza psicologica tipicamente maschile, nei confronti della quale le donne sono particolarmente indifese, perché, per combatterla davvero, dovrebbero contraccambiarla, cadendo così in un diabolico circolo vizioso.

 

II°

I video intimi, i negazionisti e la giustizia.

Su Facebook basta anonimi e irresponsabili

Ferdinando Camon “Avvenire” di domenica 6 novembre 2016

Si fa strada il pensiero che Facebook dovrebbe reimpostare il suo funzionamento. Mi associo. In questo momento Facebook ha due controversie, una con la giustizia italiana e una con la giustizia tedesca. La giustizia italiana ritiene che Facebook doveva stoppare la circolazione del video hard denunciato dalla ragazza che ne era protagonista, e che per non essere riuscita a fermarlo si è uccisa. La giustizia ragiona così: dopo la denuncia, Facebook sapeva cos’era quel video, poteva misurarne la natura offensiva, e doveva rimuoverlo.

La risposta di Facebook si basa sulla libertà garantita a tutti gli utenti, sul rifiuto di una censura, e quindi un controllo preventivo, e sulla responsabilità che è solo di chi posta commenti o immagini. Alla fine però accetta il verdetto: il video per cui s’è uccisa la ragazza sarà bloccato.

Il caso tedesco è diverso, e si riferisce a testi e commenti negazionisti, che non ammettono la storicità dello Sterminio. Sotto sotto, il non ammettere lo Sterminio è un modo per non condannarlo, e non condannarlo è un modo per approvarlo. Che uno Stato esiga che nel suo territorio la negazione dello Sterminio sia vietata in tutte le comunicazioni, e soprattutto nelle più diffuse come Facebook, è giusto. Quindi, come stoppare e punire i reati che vengono commessi tramite Facebook? Anzitutto, Facebook non può chiamarsi fuori, e dire che lui non c’entra.

Nel caso della ragazza italiana che s’è suicidata, Facebook è il motivo scatenante della tragedia. Ha dato allo scandalo una diffusione mondiale e inarrestabile: la ragazza non ha visto altro rimedio che togliersi dal mondo. Quando lei ha fatto la denuncia, Facebook doveva individuare chi aveva postato quel video, togliere quel video (i suoi link) dalla circolazione, ed eliminare gli autori dalla propria lista di utenti. Facebook è intasato di iscritti malintenzionati, che s’iscrivono proprio per entrare in contatto con migliaia di utenti e colpirli o danneggiarli o derubarli.

Tre settimane fa c’è stata un’ondata di post porno. Venivano caricati sulle pagine di utenti ignari ed erano pronti per essere cliccati, ma se li cliccavi scaricavano un virus che danneggiava il computer. Poco dopo è partita l’ondata dei post di usurai. E questa è ancora in corso. Ieri sulla mia pagina ne sono stati scaricati dodici.

Invitano a chiedere denaro in prestito, forniscono un numero di cellulare, danno le email di clienti soddisfatti. Il lato criminoso di una simile operazione sta qui: perché a promuovere prestiti usurai dev’essere la mia pagina? Se questi usurai lo fanno dalla loro pagina, lo facciano, ma se vogliono farlo dalla mia pagina, non dovrebbero potere. Io posso, come utente, bloccarli, chiedendo a Facebook di rimuovere il loro post. Facebook mi chiede: «Ti dà fastidio? È spam? È immorale? È razzista?». A quanto capisco, per Facebook la risposta più grave è «è spam».

Se dico 'spam', lui mi risponde: «Questo utente non potrà disturbarti mai più». Sulle prime resto perplesso, penso: «E che gli fanno, lo uccidono?», poi capisco che semplicemente gli tolgono la possibilità di mandarmi messaggi. Va bene, ma manderà gli stessi messaggi a mille altri.

Per avere più potere su di loro, Facebook dovrebbe semplicemente 'sapere chi sono'. È l’anonimato la fonte dei reatisui social media. Quelli che han diffuso il video hard della ragazza che poi s’è uccisa, ci avrebbero pensato mille volte se avessero saputo che in pochi minuti sarebbero stati individuati personalmente. I lanciatori di sassi dai cavalcavia perché lo fanno? Perché contano di non venire mai scoperti.

Noi non sappiamo chi sono i nostri corrispondenti su Facebook, troppi sono coperti da un profilo falso. Un amico ha controllato la mia lista e mi ha chiesto: «Come mai hai novanta parrucchiere da Nizza?». Io? Mai saputo. Facebook è un’autostrada dai mille cavalcavia dai quali piovono sassi, scagliati da lanciatori con una maschera sul volto.



III°

 

Non si può mascherare la verità. L’importanza delle parole giuste

 

Ferdinando Camon “Avvenire” di martedì 29 novembre 2016

 

Non si può mascherare la verità. Bisogna farci i conti Chi spende la vita al servizio delle parole (scrivendo, leggendo, insegnando), impara a rispettarle: nelle nostre parole c’è la nostra verità, quel che noi siamo. Lavorando sulle parole, gioisci quando le vedi usate bene, soffri quando le vedi usate male. In questo momento sto soffrendo. Perché ho qui davanti una notizia, lanciata da un’agenzia, che dice: «'Ho fatto una stupidata', imprenditore strangola la moglie davanti ai figli».

Corro al testo: a Seveso, in provincia di Monza e Brianza, un imprenditore di 56 anni ha strangolato con le sue mani la moglie di 29, una peruviana, davanti ai figli. La chiama «una stupidata». La «stupidata» non l’ha confessata ai carabinieri, ma a un parente. È stato il parente ad avvertire i carabinieri. A cosa serve quella parola, così palesemente inadeguata? A mascherare la verità: se dicesse 'ho ucciso' si presenterebbe come un assassino; dicendo 'ho fatto una stupidata' si presenta come uno stupido. Ho subito notato lo spostamento dell’espressione, da una grave (la più grave) colpa morale a un leggero (il più leggero) errore intellettuale, perché mi era già capitato di sentirlo poco prima, nel resoconto della visita di un ex calciatore al carcere della mia città, il Due Palazzi. Anch’io ho visitato il Due Palazzi.

Non puoi visitare un carcere perché lo vuoi tu, devi avere una entratura istituzionale. Nel mio caso, accompagnavo un consigliere regionale, passavo con lui nei corridoi e nei cortili, e spiavo nelle celle. Ho capito così (so di stare deviando, ma la deviazione ha la sua importanza) che la pena di chi entra in un carcere è sempre maggiore della condanna emessa dal tribunale. Il carcere aggiunge altre sofferenze in più. Se non vedi un carcere, non lo puoi capire. Ne dirò una, di queste pene aggiuntive: una cella costruita per due o quattro lettini ne ha almeno sei, a castello, tre addossati a una parete e tre all’altra. In mezzo alla celletta, piccolissima, sta il water. Sicché sul water c’è sempre qualcuno seduto, e intorno tutti gli altri, che non hanno niente da fare, lo guardano. Per creare un minimo di privacy, i detenuti velano la lampadina, sempre accesa, pendula dal soffitto, con uno straccio di tela juta. In questo carcere è capitato a far visita Tardelli, mitico calciatore italiano, famoso nel mondo per l’urlo sterminato che lanciò a un mondiale dopo aver segnato. Tardelli parla con alcuni detenuti.

Uno gli fa: «Sono qui perché ho fatto un errore, ma anche tu ne hai fatto uno, quando sei andato all’Inter». Frase malignamente astuta. Perché chiama «errore» la colpa del detenuto, cioè la trasferisce dal piano morale al piano mentale. Poi perché mette sullo stesso piano l’errore del giocatore dell’Inter. Quale sarà stato l’errore del detenuto? Avrà ucciso? Beh, giocare nell’Inter, invece che nella Juve o nel Milan, può anche essere un errore (ma c’è chi pensa di no), però non è paragonabile a uccidere. Ora, il problema è che chi commette delle gravi colpe e le chiama 'stupidate' o 'errori', lo fa con tutti ( 'l’errore che ho commesso io, l’errore che hai commesso tu'), e alla fine convince se stesso di aver fatto solo uno sbaglio. Perde la coscienza del rapporto tra delitto e castigo.

E quindi dell’espiazione. Moglie e figli imparano ad accettare il suo lessico. Jean-Pierre e Luc Dardenne hanno prodotto un film su un padre a cui un ragazzino ha ucciso il figlio per una bravata. Questo padre insegna ai ragazzi a diventare falegnami. Càpita da lui proprio il ragazzo che ha ucciso suo figlio, ormai messo in un circuito di recupero. Il ragazzo non sa che quel falegname è il padre della sua vittima. Il padre ha dei sospetti, e cautamente chiede: «Perché sei andato in carcere?». Silenzio in sala, durante la proiezione. Poi si sente la confessione del ragazzo in questi termini: «Ho fatto una ca...ta». Sempre parole sbagliate, inadeguate, svianti, scelte per non dire, per negare.

Raskòlnikov [protagonista di “Delitto e castigo” di Dostoevskij- ndr] la confessione la fa in un quadrivio, a tutti quelli che passano. Nel timore di non essere capito, la ripete.

La sua storia s’intitola 'Delitto e castigo', la storia di questi assassini potrebbe intitolarsi, al massimo, 'Delitto e bugia".

 

RIFLESSIONI ATTUALI - SIGNIFICATO DEL NATALE PER I PICCOLI E I GRAND (a cura di Ileana Mortari)

NEWSLETTER “ALLA RICERCA DELLA VERITA’ “ N.30 del 6/12/16

 

di Ileana Mortari

 

Anche questa lettera del 6-12 (come la N.29) si rivolge in particolare a chi educa. Ho giusto cominciato a leggere un libro che mi sembra promettente: “Genitori si può fare” (Conoscere i bambini da 0 a 10 anni) dello psicologo Ezio Aceti (ed. San Paolo), che reca come introduzione al testo questa bellissima citazione:

 

Voi dite: è faticoso frequentare bambini. Avete ragione. Poi aggiungete: bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli.

Ora avete torto. Non è questo che più stanca. E’ piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi per non ferirli.” (Janusz Korczak)

 

In molti, grandi e piccoli, mi hanno chiesto delle spiegazioni della festa di Natale. Ho messo la mia risposta in questa lettera, inviata ovviamente per tempo perché possa essere utilizzata, in tutto o in parte (a seconda delle domande dei piccoli) prima dell’arrivo del gran giorno.

 

 

CHE COSA SIGNIFICA IL NATALE?

Perché lo festeggiamo?

 

Letteralmente natale significa "nascita". Il 25 dicembre di ogni anno si celebra la nascita di Gesù. Come mai? Lo si festeggia dal giorno in cui è nato?

 

Gesù nacque quasi certamente nel 6 a. Cr., cioè nell’anno 747 dalla fondazione di Roma. Perchè invece nel nostro calendario l’anno della sua nascita risulta l’anno “zero”, o meglio l’anno 1 a. Cr., visto che lo zero non era nemmeno conosciuto in Europa a quell’epoca?

 

Questo fatto è dovuto a un errore di datazione del monaco Dionigi il Piccolo (6° sec. d. Cr.), che peraltro introdusse in Europa il computo degli anni dalla venuta di Cristo. Una conferma della data di nascita del 6 a. Cr. viene anche dal fatto che proprio tra l’8 e il 6 a. Cr. si ebbe il censimento dell’imperatore Augusto nelle province dell’impero romano; è quello di cui parla l’evangelista Luca quando narra le circostanze in cui Gesù venne al mondo.

 

Occorre precisare inoltre che il giorno effettivo della nascita non è il 25 dicembre, per le seguenti ragioni.

 

Anzitutto si può ipotizzare che il viaggio di Giuseppe e Maria per il censimento dell’anno 8-6 a. Cr. non abbia avuto luogo nella stagione invernale per problemi logistici (ruscelli non guadabili, difficoltà per l'addiaccio notturno), ma piuttosto in primavera o estate.

 

Inoltre il vangelo di Luca dice che la notte in cui nacque Gesù alcuni pastori vegliavano facendo la guardia al loro gregge. Ma in dicembre in Palestina siamo in pieno inverno, con precipitazioni e frequenti gelate, quindi è impossibile che i pastori stessero all'aperto di notte; solo a partire da marzo, con il miglioramento delle condizioni climatiche, essi cominciano a star fuori di notte.

 

Perchè allora si celebra la nascita di Gesù il 25 dicembre? La risposta è complessa, perché per ben tre secoli non ci fu consenso sulla data delle celebrazione nelle varie chiese.

 

Ma nel 4° sec. avvenne un fatto importante: si diffuse una pericolosa “eresia”; ricordiamo chel’eresia è una dottrina contraria alla verità rivelata da Dio e professata dalla Chiesa. Ora questa eresia, detta ariana (da Ario, che la formulò) sosteneva che Gesù non è realmente Dio; è un uomo eccezionale, una creatura perfetta, ma non è Dio.

 

Il Concilio di Nicea (325 d. Cr) dichiarò invece solennemente che Gesù è Dio fin dalla sua nascita e stese il "Credo di Nicea" in cui si afferma:".....Credo in un solo Signore Gesù Cristo, unigenito figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli, Dio vero da Dio vero”. Ma, nonostante la clamorosa sconfitta, l'eresia ariana continuò a diffondersi.

 

Così papa Giulio I° (IV° sec.) propose di celebrare la festa della nascita di Gesù, il Bambino-Dio, per riaffermare la verità.

 

Ma, di fronte alla mancanza di dati certi sulla data della nascita di Gesù, qualcuno (non si sa chi) ebbe un’idea interessante: associare la celebrazione ad un’altra festa molto popolare del folklore romano, chiamata “il giorno del sole invitto= non vinto”, anzi il “Giorno della nascita del Sole Invitto".

 

Come eranata questafesta nell’Antico Oriente? E’ noto che nell’emisfero nord, man mano che dicembre (cioè l’inverno) avanza, si accorciano i giorni; l’oscurità si prolunga e il sole diventa sempre più debole e incapace di dissipare il freddo.

 

Inoltre esso sorge sempre più tardi e tramonta sempre prima. Finchè giunge il 21 dicembre, il giorno più corto dell’anno, detto solstizio d’inverno; solstizio viene dal latino solstitium, che significa letteralmente "sole fermo" (da sol, "sole", e sistere, "stare fermo”).

In quell’occasione la gente primitiva d’un tempo si domandava: “Il sole si è fermato. Dunque sparirà? Le tenebre e il freddo avranno la meglio? Triste destino ci attenderebbe in questo caso!”

 

Invece la realtà è diversa. A partire dal 22 dicembre i giorni cominciano lentamente ad allungarsi. Il sole non è stato vinto dalle tenebre. Occorreva festeggiare l’evento straordinario e così si decise di celebrare la festa del Sole invitto (e della sua nascita) il 25 dicembre, quando la durata del giorno aveva già iniziato ad aumentare e si era certi che avrebbe continuato in tal senso: era la festa del sole sempre rinascente e vincitore delle tenebre.

 

I cristiani si resero conto che il significato di quella festa poteva ben applicarsi a Colui che era il vero Sole, in senso spirituale. Lo aveva detto il profeta Malachia nel V° secolo: nella pienezza dei tempi “sarebbe sorto con raggi benefici il Sole di Giustizia” (Mal.3,20); anche l’evangelista Luca scrisse: “Verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge…. (Lc.1,78) e addirittura dall’Apocalisse (21,23) sappiamo che negli ultimi tempi non ci sarà più bisogno del sole, perché l’astro sarà rimpiazzato da Gesù, il nuovo sole che ci illumina già oggi.

 

************************************

 

Gesù conoscerà le tappe di crescita comuni ad ogni bambino, ma nello stesso tempo sarà assolutamente diverso da tutti gli altri bambini, perché, come abbiamo visto, è “l’uomo-Dio”: umanità e divinità cresceranno insieme in lui fino alla maturità (30 anni), quando comincerà a predicare per un periodo di tre anni lungo le strade della Palestina.

 

Per questo nella notte di Natale, detta anche Notte Santa, adoriamo questa creatura straordinaria e riflettiamo sui Suoi doni; certo, Gesù Bambino porta sempre ai piccoli dei regali concreti (giochi- dolciumi, etc.) che rendono più bella e allegra la festa natalizia.

 

Ma i doni più importanti sono quelli spirituali, di cui il piccolo Gesù è portatore:

 

  • Anzitutto Egli l’Amore: in tutta la sua vita non farà altro che dimostrarci in concreto che DIO E’ AMORE. Se ogni uomo della terra in questo giorno facesse almeno un gesto di amore, forse qualcosa cambierebbe…..

 

  • Poi è il “Principe della pace” (profeta Isaia) e non occorrono parole per dire di quanta pace ha bisogno il mondo; pace significa non violenza; chiediamo al Bimbo divino di re-insegnarci a convivere fraternamente, nel dialogo costruttivo, senza invidia, odio e malvagità, ma con accoglienza, pazienza, comprensione, dedizione.

 

  • Infine è la GIOIA, perché questa è la conseguenza di ogni incontro con Gesù, che ti regala amore, amicizia, serenità, sicurezza, perché con Lui non sei mai solo, anche nei momenti più difficili.

 

 

 

 

Simboli di Natale

 

Il presepe

In ogni casa viene allestito un presepe (o presepio), che rappresenta la scena della nascita di Gesù realizzata per mezzo di statuine di materiale vario.


La scena tradizionale ha i suoi elementi principali nella grotta o nella capanna, dove una mangiatoia accoglie Gesù Bambino, con a lato la Madonna, San Giuseppe, il bue e l'asinello, e al di fuori pastori e pecorelle, l'Arcangelo Gabriele, l'arrivo dei tre re magi, il tutto su un tappeto di muschio e un cielo di stelle, tra cui la luminosa stella cometa.


Il primo presepe, secondo la tradizione, sarebbe stato composto da San Francesco nel 1223 a Greccio. L'uso del presepe natalizio prese piede nei secoli successivi, dal 1600 in poi, uso che ha dato poi origine a una produzione artigianale che vide i suoi centri maggiori a Genova e soprattutto a Napoli, dove si affermarono presepi ricchissimi, composti da statuine rappresentanti ogni categoria sociale, e spesso con personaggi moderni, notevoli per caratterizzazione espressiva. Accanto a questi presepi si svilupparono presepi popolari, in materiali poveri (argilla, cartapesta, legno), presepi sommersi in mare o fiumi, presepi viventi.

 

 



La stella cometa

La stella cometa è senza dubbio uno dei simboli che non possono mancare in un presepe. Di questo fenomeno astronomico che annuncia la nascita di Gesù parla solo il Vangelo secondo Matteo. I tentativi scientifici, di identificare se davvero un corpo celeste sia stato visibile sul cielo di Gerusalemme sono stati moltissimi ma non si è raggiunto alcun risultato certo; anche gli esegeti sono divisi tra chi ammette la realtà di una particolare congiunzione di pianeti e chi no. Le rappresentazioni della natività, quindi dei presepi, hanno comunque cominciato ad avere questo astro posto esattamente sopra la piccola capanna dove Gesù è nato. Di esempi ve ne sono moltissimi, prendiamo per esempio “L'Adorazione dei Magi” di Giotto, in questo affresco è ben visibile la Stella Cometa, che già all'epoca era riconosciuta come simbolo della natività.

 

 

 

L'albero di Natale

Risale ai riti pagani del ceppo, bruciato a partire dal solstizio invernale, spiegato a pag.2. Simbolicamente bruciava il passato e vi si coglievano anche i segni del futuro: le scintille che salivano nella cappa indicavano il ritorno dei giorni lunghi. La cenere raccolta veniva poi sparsa nei campi con l’auspicio di abbondanti raccolti.

L'usanza di adornare l'albero di Natale in occasione della festa fu prerogativa degli antichi popoli germanici che festeggiavano il passaggio dall'autunno all'inverno bruciando enormi ceppi nei camini e piantando davanti alle case un abete (scelto per la sua caratteristica di essere sempre verde, e dunque simbolo di vita) ornato di ghirlande.

La tradizione si estese presso molti altri popoli del nord Europa e cominciò ad accompagnare la ricorrenza natalizia. Alle ghirlande si unirono nastri e frutti colorati, poi le candeline, fino a quando, verso la metà del 1800, alcuni fabbricanti svizzeri e tedeschi cominciarono a preparare leggeri e variopinti ninnoli di vetro soffiato che diventarono di moda e costituirono l' ornamento tradizionale dell'albero natalizio. Poi arrivarono anche le lampadine e le decorazioni di plastica; oggi non c'è più limite alla fantasia per creare addobbi e abbellimenti per i rami.


Nelle case italiane l'albero di Natale è arrivato da pochi decenni e in circostanze curiose. Verso la fine del 1800 questa moda dilagava in tutte le corti europee tra le famiglie della nobiltà. Anche la regina Margherita, moglie di Umberto I, ne fece allestire uno, in un salone del Quirinale, dove la famiglia reale abitava. La novità piacque moltissimo e l'albero divenne di casa tra le famiglie italiane e popolarissimo tra i bambini.


Anche nella tradizione cristiana troviamo "l'albero": l'abete nei tempi antichi era l'Albero Cosmico, cioè la manifestazione divina del cosmo. Poi viene identificato in Gesù e nella sua luce: l'illuminazione dell'albero è l'illuminazione di Cristosull'umanità, mentre i frutti, i doni, le decorazioni simboleggiano la sua generosità verso di noi.

 

 

 

E BABBO NATALE LO LASCIAMO FUORI ?

Certamente no, anche se molti pensano che non sia un personaggio della tradizione cristiana e venga fatto conoscere soprattutto ai bambini che non hanno una formazione religiosa e quindi non aspettano i doni da Gesù Bambino.

 

Come dire: occorre scegliere tra Gesù Bambino e Babbo Natale?

 

No, non è necessario perché, in barba alla versione commercializzata con la Coca Cola negli Stati Uniti, le radici di Babbo Natale affondano in un tempo molto lontano, il IV° secolo d. Cr., e chiaramente cristiano; occorre risalire a un vescovo turco realmente esistito e diventato santo, di nome San Nicola che, secondo la tradizione, di notte lasciava le vesti preziose del religioso e si vestiva comunemente, per portare sacchi di monete nelle case delle famiglie più bisognose. Era il vescovo di Myra, in Anatolia, e partecipò anche al Concilio di Nicea del 325, quello che sconfessò l’eresia ariana.

 

Così nella tradizione popolare il santo divenne il “portatore di doni” per antonomasia, aiutato nelle sue generose spedizioni da un fedele asinello.

 

In versioni posteriori semplificate per i bambini, San Nicola regalava cibo alle famiglie meno abbienti calandoglielo anonimamente attraverso i camini o le loro finestre.

 

Nell’XI° sec. le sue spoglie furono trasportate a Bari, dove è venerato come patrono, e ritenuto protettore dei piccoli.

 

Nacque così la figura del vescovo S. Nicolò (Sankt Nikolaus nei paesi di lingua tedesca), che il 6 dicembre (giorno della sua festa), porta regali ai bambini. La data poi, in quasi tutta Europa, venne assorbita da quella più importante del Natale.

 

Gli scrittori e gli artisti trasformarono il vescovo col suo manto e la mitria (particolarecopricapo a due punte) nella figura di una persona anziana, con la barba bianca, il manto e il cappuccio.

 

Parallelamente in Inghilterra nascevano le figure di due personaggi: Sir Christemas, che annunciava l'arrivo del Natale, ma non era vecchio e non portava regali, e lo Spirito del Natale Presente nominato da Charles Dickens nel suo Canto di Natale.

 

Col tempo i personaggi si fusero nella figura di un distinto e saggio uomo anziano, solitamente rappresentato con abiti verdi, che prese il nome di Father Christmas o Old Christmas. Da qui il nome del nostro Babbo Natale.

 

Il vignettista americano Nast cominciò a disegnare Babbo Natale per Harper's Weekly nel 1862, e continuò per ben 30 anni, cambiando il colore del suo mantello da quello verde o marrone a quello rosso che tutti oggi conosciamo (e che la pubblicità della Coca Cola ha fatto proprio).

 

Lo stesso Nest stabilì persino la residenza ufficiale del buon vecchio, ambientandola al Polo Nord, con tanto di ufficio in Finlandia (Post Office, SF 96930 Rovaniemi, Finlandia), dove i bambini possono spedire le loro letterine.

I coloni olandesi, per i quali S. Nicolò era Sinter Klaas(che significa “il compleanno del Santo”), lo immaginavano in cielo in sella a un cavallo e, in seguito alla loro emigrazione, lo portarono in America, dove il vescovo diventò il Santa Claus con le renne e la slitta volante.

 

CONCLUSIONE: il mio parere personaleè che, essendoci tantissimi bambini nel mondo, Gesù Bambino e Babbo Natale possano aiutarsi a vicenda nell’amorevole distribuzione dei doni.

RIFLESSIONI ATTUALI - ESCATOLOGIA: INFERNO PURGATORIO PARADISO E FINE DEL MONDO (a cura di Ileana Mortari)

I° INFERNO

 

Nell’immaginario comune anche odierno, vista la tradizione secolare cristiana circa l’aldilà, diffusa anche da grandi opere artistiche e letterarie (pensiamo solo alla “Divina Commedia” dantesca), non mi stupirei se trovassi qualcuno che vede l’inferno e il purgatorio come due luoghi di penitenza e condanna, caratterizzati soprattutto da un fuoco inestinguibile. In effetti sia la Bibbia che la Tradizione hanno fornito questa immagine per secoli: “inferno” viene dall’aggettivo latino infernus = posto sotto o in basso; il neutro infernum è stato poi usato come sostantivo per indicare il “mondo infernale”, dimora dei demoni e delle anime dannate. D’altronde, come noto, il cristianesimo è una religione “incarnata” nella storia e nelle varie epoche e per comunicare il suo messaggio si serve degli strumenti culturali del tempo. La tradizione popolare ha poi accumulato rappresentazioni assurde, indegne della fede in un Dio che è amore.

 

Appunto in forza di questa “dimensione storica”, si dovette arrivare al secolo scorso (vedi Newsletter N.25 pp.2-3) per rendersi conto che Inferno Purgatorio Paradiso non sono luoghi, ma “stati” o “condizioni”; di conseguenza anche il ricco apparato di strumenti di pena e segni di dolore (tormenti, geenna, fornace ardente, tenebre, pianto e stridor di denti, verme che non muore, etc.), andava interpretato.

 

Così ad esempio, spiega San Giovanni Paolo II: ”Le immagini evangeliche esprimono l’estrema frustrazione e vuoto di una vita senza Dio. L’inferno indica la situazione a cui giunge colui che liberamente e definitivamente si allontana da Dio, fonte di vita e di gioia.”

 

Dunque, come affermato da vari documenti del Magistero della Chiesa, l’inferno esiste (è un dogma della Chiesa Cattolica); vi cade chi è recidivo nel peccato, e consiste soprattutto nella perdita irrecuperabile di Dio e del Paradiso. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) aggiunge: “Morire in peccato mortale senza esserne pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da Lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva autoesclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola “inferno” (n.1033).

 

Il “sentire” popolare e tradizionale, anche per analogia con le punizioni eterne di altre religioni, coglie in genere dell’inferno questo aspetto: la disgraziatissima condizione di chi non si è pentito in tempo, uno status che durerà in eterno, senza alcuna maniera di riscatto o di “seconde possibilità”.

 

Ma anche in questo caso (come visto per il giudizio nella precedente Newsletter) le recenti acquisizioni della teologia e del Magistero, con l’utile apporto delle scienze umane, ci portano ben lontano da tale desolante conclusione.

 

Anni fa, Padre Giuseppe Moretti scriveva su “Presenza cristiana”: “La pedagogia della paura [purtroppo usata per secoli! ndr] sembra ottenere effetti utili in prima battura, ma sui tempi lunghi crea danni gravi alla personalità: le impedisce di crescere. Una grossa difficoltà a questo riguardo credo nasca da una concezione ancora troppo giuridica del peccato e del conseguente rapporto che si stabilisce fra Dio e il peccatore. Se il peccato è fondamentalmente la violazione di una norma, l’uomo diventa debitore nei confronti di Dio…..di un debito insolvibile.

Ma la concezione biblica del peccato fa riferimento a una storia di amore in cui Dio ha inserito l’uomo, facendone oggetto di attenzioni paterne-materne; l’individuo che pecca offende Dio nel senso che crea un grave danno a se stesso. Per usare un’analogia potremmo rifarci a un esempio di vita familiare. I genitori insistono perché il figlio eviti di fumare, di abusare dell’alcool o degli spinelli o perché non frequenti una certa persona che lo rovina……Il figlio non dà loro retta e abusa di alcool, fumo, spinelli, etc. La vita di quel ragazzo ne rimane fortemente penalizzata. I genitori ne soffrono, non per qualcosa che li tocchi direttamente, ma per quanto vedono creare sofferenze al figlio. Sono fortemente dispiaciuti, ma si trovano con le mani legate e finchè il figlio non si renderà conto del danno, non potranno fare nulla.

 

Anche Dio non farà nulla per impedire, perché la libertà è il bene fondamentale dell’uomo e Dio non interverrà mai a limitarlo. Allora tutto si gioca sulla libera decisione del singolo, che sappiamo non è mai scevra da influenze. E’ anche rischioso usare espressioni come: “ma se l’uomo rifiuta Dio…..Se l’uomo sceglie liberamente e ostinatamente una strada sbagliata…….” Perché questo presupporrebbe, nell’uomo, una chiarezza e una obiettività di scelta, che non è mai possibile in senso assoluto.

Chi ci assicura che noi abbiamo una vera visione di chi è Dio per noi e di chi siamo noi per Lui? Chi di noi ha di conseguenza una corretta idea della negatività del peccato e dell’inferno? Se noi avessimo una chiara visione di Dio, avremmo un’altrettanto chiara idea della negatività del peccato e delle sue conseguenze. Se noi avessimo queste due chiarezze, allora sì che la nostra scelta sarebbe una vera libera scelta. La conclusione che potremmo tirare a questo punto è: più che dipingere a colori oscuri l’inferno, presentiamo nel modo più vero il volto di Dio e la luce della Sua promessa e soprattutto la sofferenza che Egli prova per il peccatore che danneggia se stesso: sarà l’antidoto più efficace all’inferno.”

 

E allora, più che presentare l’inferno con fuoco e tormenti, cerchiamo di ricordare la condizione a cui porta chi non si converte: l’inferno è una condizione di totale solitudine.

“Potremmo figurarcelo come una gabbia fatta di specchi; vi si può vedere solo il proprio volto moltiplicato all’infinito e nessun altro sguardo viene a incrociarlo.” (Paul Evdokimov) “L’inferno è non amare più!” (G. Bernanos);  “Che cos’è l’inferno? La sofferenza di non poter più amare”. (Dostojewski)

 

A questo punto dobbiamo anche ricordare che, accanto alle minacce con immagini di castighi tremendi (peraltro da interpretare), troviamo nella Bibbia molte affermazioni (senza immagini) inequivocabili: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1°Tim.2,4) ; “Il Signore è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2° Pt.3,9); “Il Padre ha sottomesso al Figlio ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti” (1° Cor.15,28).

 

 

Da notare che il dogma dell’universalità della redenzione è fra le verità più grandi che siano mai state annunciate all’umanità (Paolo VI°)

 

Dunque esiste l’inferno e deve esserci, perché garantisce alla libertà dell’uomo di rifiutare Dio e Dio rispetta la scelta della sua creatura; ma nello stesso tempo il medesimo Dio vuole salvare tutti. E allora come la mettiamo?

Il famoso teologo svizzero Von Balthasar nel 1981 fece una proposta (purtroppo fraintesa perchè grossolanamente deformata dai mass media) che in pratica diceva: l’inferno c’è; ma, poiché il Creatore vuole tutti salvi, possiamo SPERARE(la speranza è una tre virtù teologali) che, a parte i demoni e Satana, l’inferno sia vuoto; egli non dice di sapere che è così, perché “noi non abbiamo alcun diritto e alcuna possibilità di conoscere in anticipo la sentenza del giudice”; ma questo può essere l’oggetto della nostra speranza. Prosegue sempre Von Balthasar: «Questo è il motivo per cui la Chiesa, che ha canonizzato e continua a dichiarare santi tanti individui, non si è mai pronunciata sulla dannazione di alcuno; neppure su quella di Giuda… Chi può sapere di che tipo fu il pentimento che egli provò, quando vide che Gesù era stato condannato?».

Immagino subito le obiezioni: ma la Madonna a Fatima nel 1917 ha mostrato l’inferno ai tre fanciulli: “anime portate dalle fiamme……che cadevano da tutte le parti…tra grida e gemiti..” (p.27 de “Il messaggio di Fatima, Congregazione per la Dottrina della Fede, Paoline, 2.000). Ebbene, anche qui vale il discorso fatto prima circa il linguaggio immaginifico che va interpretato. Il commento teologico dell’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede Card. Ratzinger scrive a p.55 del testo prima citato: “Non ogni elemento visivo deve avere un concreto senso storico; conta la visione come insieme…..….il centro della profezia; la visione diviene appello alla penitenza e guida verso la volontà di Dio”

Anche vari veggenti asseriscono di aver visto con i loro occhi anime dannate all’inferno. Sarà il caso di chiarire, ancora con Ratzinger, che “nessuna apparizione è indispensabile alla fede, visto che messaggi e segreti nulla aggiungono alla Rivelazione di Gesù.” Del resto al cristiano deve bastare la Sacra Scrittura per credere. Quando c’è più interesse per le rivelazioni private che per il Vangelo, siamo in presenza di una patologia della fede.

Certo, se si aderisce all’ipotesi di Balthasar, sorgono ulteriori interrogativi tipo: Ma Dio non vorrà mica mettere sullo stesso piano Hitler e Santa Madre Teresa???!!! Certamente no!!! Dio conosce strade note a Lui solo per raggiungere e scalfire anche il più duro dei cuori; ma, come dissi nella Newsl.N.25 a pag.2, la domanda sul come appartiene al mistero. Sappiamo per certo solo che Dio non si arrenderà mai: glielo impedisce il suo essere Padre di ogni creatura venuta al mondo.

II° - PURGATORIO

 

Dal latino “purgatorium”, che a sua volta deriva dal verbo “purgare” = purificare.

Anche per il Purgatorio vale quanto detto per l’inferno; a lungo ritenuto un luogo, ora è invece definito come uno “stato” o “condizione” in cui l’essere umano, subito dopo la morte, nell’incontro con Cristo, viene completamente purificato per raggiungere la maturità spirituale e la santità necessarie per poter entrare nella gioia del cielo; infatti – come scrive Varillon – “per essere uniti a Dio in comunità di vita, bisogna che noi siamo tutto amore, come lui stesso è tutto amore.”

 

C’è sofferenza nella condizione del Purgatorio? Sì, in qualche modo all’uomo risulterà doloroso trovarsi incompleto dinanzi a Cristo. Sarà amaro per lui sciogliere istantaneamente tutto ciò che si è venuto attorcigliando e aggrovigliando durante la sua vita, con i suoi peccati. Con questo dolore di vedersi difettoso, purificherà con angoscia le sue mancanze. Ecco perché la Chiesa ha sempre dato molta importanza alla preghiera per i defunti: può abbreviare ai nostri cari questo percorso di purificazione. Infatti il suffragio è una forma di solidarietà, attraverso l’unica via di comunicazione che abbiamo con loro: la preghiera.

 

Quanto al fuoco, pure esso tradizionalmente attribuito al Purgatorio come strumento di punizione, ecco invece un’altra spiegazione autorevole del card. Ratzinger: “Il Purgatorio diviene un concetto specificamente cristiano se lo si intende nel senso cristologico, cioè che il Signore stesso è il fuoco giudicante, che trasforma il soggetto e lo rende conforme al suo corpo glorificato.”Già nel XV° sec. S. Caterina da Genova diceva “il fuoco del Purgatorio è l’amore di Dio che ci brucia finchè non riesce a farci ardere a nostra volta.” (sul Purgatorio si veda anche il CCC N°1030-1031-1032)

 

 

III° - PARADISO

 

Ormai è chiaro che anche il Paradiso non è un luogo, ma uno stato, una condizione.

Catech. Chiesa Cattol. N.1023: Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono “così come egli è” (1° Gv.3,2), faccia a faccia.

N.1028: A motivo della sua trascendenza, Dio non può essere visto quale è se non quando Egli stesso apre il suo Mistero alla contemplazione dell’uomo e gliene dona la capacità.

In pratica ho già parlato di questa 3° condizione nella Newsl.N.25 pp.3-4: Come sarà la nostra vita in cielo?

 

 

IV° - IL GIUDIZIO UNIVERSALE (O FINALE)

 

CCC N.1040: “Il Giudizio finale avverrà al momento del ritorno glorioso di Cristo. Soltanto il Padre ne conosce l’ora e il giorno…..Per mezzo del suo Figlio Gesù pronunzierà allora la sua parola definitiva su tutta la storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l’opera della creazione e di tutta l’economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la Provvidenza divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo.

Il giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte.”

 

Data la dimensione atemporale dell’aldilà, in pratica i due giudizi (individuale-particolare e universale-finale) coincidono e ora si dice che il giudizio è INSIEME particolare e universale: particolare perché riguarda il valore delle singole persone, universale perché nessuno vi si può sottrarre e perché tutta l’umanità vi apparirà simultaneamente giudicata.

V° - FINE DEL MONDO: CIELI E TERRA NUOVA

 

 

Dalla Scrittura sappiamo che la fine del mondo e della storia sarà preceduta dallo “scontro” finale tra Gesù Risorto e l’Anticristo, una figura difficilmente definibile, forse un simbolo che riassume in sé tutte le forze del male di tutti i tempi. Come avverrà questo? In un modo dl tutto inimmaginabile; infatti non ci saranno battaglie, scontri, lotte, guerre…..Ma “il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà con lo splendore della sua venuta.” (2° Tess.2,8).

 

L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte: “La morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco….” (Apoc.20,14)

E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi……..” (Apoc.21,1). Nell’universo scoppierà come un uragano di vita! Dice ancora il libro dell’Apocalisse che non ci saranno più morte, né lutto, né grida, né affanno, perché le cose di prima sono passate.

 

Da notare che c’è una corrispondenza sorprendente tra la situazione di un mondo senza male intravista nel 1° racconto della Genesi relativo alla creazione della terra e dell’uomo, e la situazione di piena positività che vediamo realizzata nella soprastante citazione. E’ come un cerchio che si apre e si chiude solo sul BENE.

 

Concludo con una citazione di Mons. Cosmo Ruppi: “L’umanità sarà trasformata; la terra piena di guai e di problemi cederà il posto a una terra nuova e si realizzerà il disegno di una nuova creazione. Tutti i giusti entreranno nella Gerusalemme celeste; Dio si troverà in mezzo agli uomini. Si realizzerà così l’unità di tutti gli uomini, finiranno le divisioni, le nazioni, le lingue; non ci saranno più ricchi e poveri, dotti e ignoranti; la città dell’uomo finirà e avrà inizio la città di Dio, profetizzata dall’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse: ci saranno solo l’amore e la pace. Anche la creazione sarà completata e il mondo nuovo sarà il tempio eterno di Dio insieme ai suoi giusti…………….Dio prepara una nuova abitazione per l’uomo, una nuova terra in cui abiterà la giustizia. La felicità non sarà più un desiderio, ma il dono che Dio farà all’umanità intera.”

 

E, per concludere, torniamo ancora al grande Ratzinger: “La vita eterna non è una lunga durata, ma l’espressione della qualità di un’esistenza in cui scompare la durata come successione di infiniti istanti….., in cui tutto confluisce nel qui e ora dell’amore, nella nuova qualità dell’essere”; una qualità di vita che noi viviamo fin d’ora, tanto da poter sperimentare già qui in terra la bellezza del Paradiso o la bruttezza dell’inferno.

 

Nel 1° caso la stessa Parola di Dio ci rassicura “In verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna” (Gv.6,47) e “Chi mangia di questo pane [l’Eucarestia] vivrà in eterno” (Gv.6,51).

Abbiamo tantissimi esempi di “vita paradisiaca” in terra, se solo ci accostiamo alle vite dei santi; non è un caso che San Filippo Neri (XVI° sec.) che si dedicò al recupero di ragazzi sbandati e trovatelli, di tanto in tanto buttasse in aria il suo cappello esclamando: “Paradiso! Paradiso!

 

Anche chi non crede in Dio, ma ha una coscienza retta, cerca con onestà la verità, e soprattutto ama il prossimo e pratica con dedizione le opere di misericordia [in questo 2016 nessuno può ignorarle! [Cfr.Matteo 25,39: “Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?], può sperimentare il paradiso in terra.

 

E, ovviamente, spero che tanti (se non tutti) di noi (io mi ci metto senz’altro) abbiano più di una volta sperimentato la gioia profonda del credere, dell’amare, del sacrificarsi per un grande ideale, del “ricevere” più di quanto si crede di “dare”…….e ognuno potrebbe aggiungere la sua esperienza terrena di “paradiso”.

 

Nel secondo caso le frasi di pag.2 descrivono efficacemente la situazione infernale; inoltre si può constatare che fare il male in sostanza non paga mai e che “Rendere odio per odio moltiplica l’odio aggiungendo più profonda oscurità a una notte già priva di stelle.“ (Martin Luther King).

 

Chiediamoci: “Quante persone vivono già all’inferno, lontane da Dio, cariche di crudeltà, totale indifferenza, disumanità, odio, livore, non amate da nessuno e rose da una voglia mai soddisfatta di vendetta?” Tantissime, purtroppo. Che cosa si può fare per loro? Testimoniare la bellezza della vita paradisiaca già in terra e pregare lo Spirito Santo che le illumini e faccia ritrovare loro la coscienza.

 

*******************************************************

 

P.S. 3 Newsletter sull’aldilà e l’escatologia (per un totale di 17 pagg.) mi sembrano il massimo (est modus in rebus!) che la sottoscritta possa ammannire ai suoi 2.000 lettori; ma per onestà intellettuale devo almeno elencare le altre questioni collegate all’assunto, non così basilari per capire il discorso che ho cercato svolgere nei suoi punti essenziali, ma indubbiamente interessanti:

 

L’aldilà nelle varie religioni - l’Anticristo – l’anima - l’apocatastasi – la coscienza - la cremazione – i demoni - l’eternità dell’inferno – grazia - l’immortalità dell’anima – le indulgenze (parziali e plenarie) - il Limbo – morte e peccato – morte e peccato originale – l’opzione finale - la Parusia – la predestinazione – la Provvidenza - il rapporto anima/corpo – la redenzione - la retribuzione - la salvezza - lo stato intermedio.

RIFLESSIONI ATTUALI - ESCATOLOGIA: MORTE E GIUDIZIO (a cura di Ileana Mortari)

Penso che i giovani e forse anche gli adulti di oggi difficilmente sappiano che cosa vuol dire “escatologia”, e tanto meno “novissimi”, due denominazioni che peraltro indicano all’incirca la stessa tematica.

In teologia l’espressione “novissimi” è un termine latino, superlativo di novus, che al neutro plurale “novissima”, significa "le cose ultime", anzi “ultimissime”, cioè le quattro parole-chiave del destino finale dell'uomo: morte = ultima cosa che accade in questo mondo; giudizio di Dio = l'ultimo giudizio che ognuno dovrà sostenere; inferno = lo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati; paradiso = il sommo bene di cui godranno coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati.

Escatologia”, invece, deriva dal greco “éschatos” = ultimo e “logos” = discorso e significa “dottrina sulle ultime realtà”. Introdotto all’inizio del 1.800, il termine non si limita a designare “le cose ultime” (così i “novissimi”), ma riguarda anche l’orientamento dell’uomo (dotato di libertà) e del mondo verso il loro compimento in Dio tramite Cristo per la forza dello Spirito Santo. L’escatologia è la riflessione di fede su: il compimento della storia, la venuta ultima di Cristo (= parusìa), il giudizio di Dio sulla storia e sull’intera umanità, la vita futura.

Ora, fino grosso modo alla metà del secolo scorso, nella predicazione della Chiesa c’era un rilevante spazio per i “novissimi”, purtroppo presentati in termini impressionanti e spaventevoli, che obnubilavano la misericordia di Dio, presentato piuttosto come giudice inflessibile, e che insistevano soprattutto sul timore di offenderLo. E così con l’avvento dell’età post-bellica, questo tipo di predicazione è stato screditato. Di conseguenza da molti anni su questi temi regna il silenzio o quasi, in forza del quale molti si rivolgono ad altre “letture” delle realtà ultime: si veda ad esempio quanto si è diffusa la credenza nella reincarnazione, magari sperando, dopo una vita fallita, di avere con essa una seconda possibilità!

Ma il cristiano non può assolutamente ignorare l’escatologia, la quale “incrocia” le grandi domande sul senso dell’esistenza: da dove veniamo, dove andiamo, chi siamo; domande su cui si cimentano spiritualità e religioni; domande già avvertite, all’inizio della civiltà, quando gli antichi cominciarono a prendersi cura dei cadaveri per la sepoltura.

..e così si è tornati a parlare di “novissimi” e di “escatologia”!

Vescovi e Commissioni Teologiche se ne sono occupati nel 1979, 1992, 2.000, 2.007. Il papa San Giovanni Paolo II° vi ha dedicato la Catechesi del mercoledì nell’agosto-settembre del 1999. E ovviamente anche i vari catechismi si sono aggiornati.

Com’è noto, quando si affronta un tema teologico, si parte sempre dalla Sacra Scrittura, che contiene la Rivelazione di Dio. Nei tre vangeli sinottici (Matteo 24-25, Marco 13 e Luca 17 e 21) troviamo altrettanti discorsi di Gesù (in parte simili) sulla venuta degli ultimi tempi della storia e sull’aldilà. Vi si parla di catastrofi e sconvolgimenti terrestri e cosmici, ma bisogna tener presente che queste pagine rientrano nel genere letterario “apocalittico”.

 

Esso si era particolarmente sviluppato nel giudaismo del periodo ellenistico, quando, a fronte delle persecuzioni dei dominatori greci (valga un nome per tutti: l’empio re Antioco IV° Epifane!), la riflessione si sposta sempre più verso la fine dei tempi e si intensifica l’invocazione a Dio perché torni per fare giustizia.

 

Così anche gli evangelisti utilizzano un linguaggio figurato, per lo più impressionante, per parlare della fine della storia, della venuta del Figlio dell’uomo, che sarà giudice di ogni persona: “….vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo….vi perseguiteranno….Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore dei mari e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura…Le potenze dei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria”. (Luca 21, 11-28 passim).

 

Le immagini terrificanti non vanno prese alla lettera, ma denotano un radicale cambiamento del mondo: il passaggio dalla dimensione storica a quello eterna; e gli altri elementi sostanziali che emergono da questi tre discorsi sono:

  • Non è possibile sapere quando tutto questo avverrà; neppure il Figlio dell’uomo lo sa, solo il Padre

  • Né tanto meno è possibile sapere come sarà. “Quando risorgeranno dai morti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli” (Mc.12,25). Gesù dice quello che non sarà, non quello che sarà. E comunque non è difficile spiegare la sua affermazione: non occorre più il matrimonio per proseguire la stirpe umana; inoltre i risorti sono uguali agli angeli, cioè hanno come loro un corpo spiritualizzato (cfr. S.Paolo 1° Cor. 15, 42-46)

  • Di conseguenza, non sapendo quando verrà il nostro momento di passaggio, occorre vegliare e pregare in ogni momento, per non essere colti di sorpresa dalla venuta del Figlio dell’uomo (cfr.Lc.21,36)

 

************************************************



MORTE

Che significato, quale senso ha la vita, di fronte al suo certo concludersi nella morte?

L’essere uomini è forse solo un attimo di luce tra il non-essere-ancora e il diventare-di-nuovo-nulla? E’ il prodotto del caso, che scompare come la vita effimera di una mosca, al cui divenire e passare non si fa attenzione?

 

Ora la nostra fede cristiana ci dà la più consolante delle risposte: la morte non deve fare più paura, perché è stata vinta! È stata sconfitta, resa innocua, imbavagliata.

 

Assai diffusa nella Scrittura è l’idea che Dio in qualche modo salva sempre il suo popolo; il Salmo 67/68 dice al verso 21: “Il nostro Dio è un Dio che salva; il Signore Dio libera dalla morte”, perché Jahvè è l’antitesi della morte, e di Mot, il dio cananeo della morte.

 

Nel Nuovo Testamento le linee maestre della Rivelazione circa il termine della vita convergono tutte verso il mistero della morte in Cristo. Qui tutta la storia umana appare come un gigantesco dramma. Fino a Cristo e senza di lui c’era il regno della morte. La vita di Cristo è stata una lotta contro il male, il peccato e la morte; e in concreto Gesù ha dimostrato di essere Dio proprio perché ha vinto questi tre elementi negativi.

 

In Apocalisse 7,17 leggiamo: “l’agnello che sta ritto in mezzo a loro, li guiderà alle fonti delle acque della vita, e Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi.” Quindi sarà la fine non solo della morte, del corpo mortale che è soggetto al disfacimento e alla corruzione, ma di qualsiasi forma di dolore; è bellissima questa frase: Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi, presente anche in Apocalisse 21,3.

 

Dunque, dalla Scrittura, Antico e Nuovo Testamento, emerge questo, che è ripreso dal Catechismo della Chiesa cattolica (CCC), al n.413: “Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi; non è volontà di Dio la morte. Anzi, Dio libera i suoi fedeli dalla morte.”

 

“Uno è morto per tutti; e quindi tutti sono morti” dice S. Paolo, in 2° Cor.5,14. La morte è stata vinta; non è più un baratro che tutto inghiotte, ma un ponte che porta all’altra riva, quella dell’eternità.

 

Qualche anno fa Suor Emmanuelle-Marie, scrittrice di spiritualità, disse: “A volte, parlando di una persona defunta, diciamo che “è passata a miglior vita”, come se la sua esistenza appena trascorsa fosse diversa da quella che ora sta vivendo. Ma l’eternità è la continuazione della stessa vita, che raggiunge la sua vera dimensione oltre la morte.” E poi, come già detto nella precedente Newsletter a pag.3 la condizione paradossale del cristiano è questa: i tempi escatologici sono già incominciati con la risurrezione di Cristo, il taglio della storia non appartiene al futuro, ma al passato. E’ la tesi, questa, di O. Cullmann espressa in “Cristo e il tempo”, giustamente fatta propria dal Concilio Vaticano II e dalla moderna teologia: Cristo è il centro della storia, il centro del tempo; con la sua venuta, la sua predicazione e le sue opere Egli proclama che il regno di Dio è già venuto, e nello stesso tempo deve ancora venire, perché solo dopo la morte ci sarà il compimento totale.

 

IL GIUDIZIO

Nei manuali di studio l'escatologia viene divisa in due parti fondamentali: l'escatologia individuale che riguarda le ultime realtà riguardanti la fine di ogni singola persona (morte, giudizio particolare, paradiso, inferno e purgatorio) e l'escatologia comunitaria o cosmica che studia la fine di tutto il genere umano, comprendente la parusia o la seconda venuta di Cristo, la risurrezione della carne, il giudizio universale e la fine-rinnovamento del mondo (così il Dizionario di Teologia, ediz. Paoline)

 

Seguendo questo schema, affrontiamo il tema del GIUDIZIO, in particolare ora quello del GIUDIZIO INDIVIDUALE O PARTICOLARE. [Del GIUDIZIO UNIVERSALE parlerò nella Newsl.N.27].

 

Il tema del giudizio è assai presente nella storia delle religioni: anche l’Egitto e la Grecia, ad esempio, conoscono un “giudizio dei morti”. Spesso gli antichi rappresentavano il giudizio sul singolo mediante l’immagine della bilancia a due piatti, sui quali si mettevano rispettivamente le azioni buone e quelle cattive, per vedere quale dei due piatti scendeva di più e quindi stabilire il premio o il castigo.

 

Tuttavia nei vangeli abbiamo vari esempi che ci mostrano come la giustizia di Dio sia qualcosa di assai diverso dall’idea di giustizia che la storia e varie culture ci ha tramandato e che per noi è in genere ancora valida, al punto che alcune pagine del Nuovo Testamento ci risultano davvero molto sconcertanti.

 

Prendiamo ad esempio il noto figliuol prodigo (Lc.15); nonostante la risposta chiarificatrice del padre al fratello maggiore, ci viene spontaneo pensare: ma perché tutto questo entusiasmo e festa per uno che le disgrazie se le era andate a cercare, sperperando la sua parte di beni! Così pure nella parabola dei lavoratori giunti a diverse ore (Mt.20), a noi parrebbe più che giusto che ognuno ricevesse il salario corrispondente al tempo e alla fatica impiegati.

 

Ora, dobbiamo aver chiaro che Gesù non attua la predicazione del GIUDIZIO, come faceva Giovanni Battista (Mt.3), che in fondo rientrava di più nelle nostre categorie. Gesù si pone quasi all’opposto: non nega il giudizio, ma la sua novità sta nel proclamare LA LIETA NOTIZIA DEL PERDONO DI DIO RIVOLTO A TUTTI.

 

Devo confessare che per molto tempo sono stata convinta che il perdono è un’ottima cosa, ma non va svenduto, o considerato come un colpo di spugna che cancella istantaneamente il male commesso, senza alcuna adeguata riparazione. Anche Gesù dice all’adultera in Gv.8 : “…….vai e non peccare più.” Ero convinta che anzitutto il perdono lo si dà a chi lo chiede; altrimenti, se uno non sa neanche capirlo e addirittura non sa cosa farsene, è un po’ come dare “le perle ai porci” (cfr. Mt.7); in 2° luogo lo si dà a chi ha veramente capito quanto male ha fatto e solo se è sinceramente pentito e disposto a cambiare.

 

Poi (particolarmente in questo Anno del Giubileo della Misericordia) ho riflettuto sul fatto che “Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rom.5,8); al padre del prodigo non interessa sapere se il figlio è pentito o no, ma il fatto che sia tornato a casa; e così ho cominciato a capire che Dio è Dio; per Lui non vale “La legge è uguale per tutti” , che va bene – e magari la norma fosse più praticata! – nel consorzio umano; ma Dio è Dio e Gesù, Suo Figlio, ha detto chiaro e tondo: Non sono venuto a giudicare il mondo, ma a salvarlo (Gv.3,17)

 

Detto in altre parole, Dio non aspetta che siamo noi a fare il 1° passo, anche perché in tante confuse e contorte vicende è davvero difficile discernere la responsabilità del singolo e i condizionamenti, gli influssi negativi, gli inganni, le tentazioni, le violenze che egli ha subito, etc. Ci sono situazioni così incancrenite nel male, che difficilmente il soggetto potrà anche solo tentare di uscirne; ecco il perché del dono gratuito (per-dono = dono perfetto) che, sbalordendo il peccatore (“come, proprio a me?!”) può cominciare ad erodere la corazza di cattiveria e insensibilità che lo imprigiona……

 

“Se poi pensiamo alla parabola dei lavoratori pagati allo stesso modo pur avendo lavorato per un numero diverso di ore – osserva il biblista Maggioni, in AA.VV., L’aldilà, Paoline, p.24 – ci accorgiamo che non si tratta di un’ingiustizia, come pensa l’operaio, dal momento che lui riceve tutto ciò che era stato stabilito: il suo premio ce l’ha, sufficiente e proporzionato al lavoro che ha fatto. Dio non impoverisce i primi, semplicemente arricchisce gli ultimi come i primi. Non viene violata la giustizia, ma il CRITERIO DI PROPORZIONALITA’. La giustizia divina non è legata a un criterio di proporzionalità: E’ questo il messaggio di Cristo ed è questo che sconcerta. Tant’è vero che Gesù è stato accusato e rifiutato non perché parlava della minaccia del giudizio (tipo Giovanni Battista); a sconcertare era la GRATUITA’ DEL SUO AMORE, il fatto che accogliesse i peccatori e li amasse prima ancora che si pentissero.”

 

Vengono proprio a proposito le parole pronunciate da Papa Francesco nel corso dell’Angelus di domenica 30 ottobre scorso, imperniato sull’episodio di Zaccheo: “Lo sguardo di Gesù va oltre i peccati e i pregiudizi; vede la persona con gli occhi di Dio, che non si ferma al male passato, ma intravede il bene futuro. Gesù non si rassegna alle chiusure, ma apre sempre nuovi spazi di vita; non si ferma alle apparenze, ma guarda il CUORE……………la strada che Gesù ci indica è quella di mostrare a chi sbaglia il suo VALORE, quel valore che Dio continua a vedere malgrado tutto, malgrado tutti i suoi sbagli. Questo può provocare una sorpresa positiva, che intenerisce il cuore e spinge la persona a tirar fuori il buono che ha in sé. E’ il dare fiducia alle persone che le fa crescere e cambiare. Così si comporta Dio con tutti noi: non è bloccato dal nostro peccato, ma lo supera con l’AMORE e ci fa sentire la nostalgia del bene. Tutti abbiamo sentito questa nostalgia del bene dopo uno sbaglio. E così fa Dio nostro Padre, così fa Gesù. Non esiste una persona che non ha qualcosa di buono. E questo guarda Dio per tirarla fuori dal male.”

 

************************************************

 

Per quanto poi riguarda l’uomo, una spiegazione del GIUDIZIO davvero molto interessante è quella che ci viene dal 4° vangelo.

 

Il tema del giudizio in Giov.3,17-18 non compare nel senso tradizionale di una sentenza favorevole o no, ma nel senso tipicamente giovanneo di privazione definitiva della “vita”.

 

L’opera propria di Dio, condivisa dal Figlio, è la comunicazione al credente della VITA. Di questa realtà il giudizio appare come il rovescio: esso coincide con il rifiuto da parte dell’uomo di riconoscere nel Figlio il Rivelatore del Dio della VITA. Non riconoscerlo come tale significa rifiutare di entrare mediante Lui in comunione con Dio.

 

Osservava il grande Don Luigi Serenthà: “Dio è un puro irradiarsi, paragonabile alla luce: il credente si volge verso questa luce e così è nella salvezza. Egli “è passato dalla morte alla vita” (Giov.5,24). L’incredulo volta le spalle ad essa e con ciò è nelle tenebre, nella rovina, nella morte

(Giov.3,19.36). In questa visione è tenuto lontano da Dio quel sentimento dell’ira, che è invece inerente alla rappresentazione di un Dio che giudica, punisce e condanna” (Mysterium salutis, pp.362-3)

 

Il Giudizio finale sarà del tutto interiore. Non si effettuerà mediante un apparato di polizia o di vendetta, ma attraverso la coscienza stessa di ognuno, coronata o condannata dalla Luce.

 

“Coloro che sono vissuti nell’amore di Dio, secondo modalità molto diverse andranno pieni di slancio verso l’amore svelato: “Venite, benedetti dal Padre mio………perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare” (Mt.25,34-35).

Coloro che sono vissuti nell’egoismo e nell’odio senza amore o contro l’amore, fuggiranno quella luce che li confonde e si rifugeranno nella sventura.” Dunque, in Giovanni, il giudizio diventa autogiudizio, per cui non è più Dio a operare la discriminazione, ma il soggetto umano stesso che accetta o rifiuta l’offerta di salvezza, da Dio ripetuta in tutti i momenti dell’esistenza e, in particolare, negli istanti finali.” (G.Frosini)

 

Molto chiarificatrici mi sono apparse anche le seguenti parole del teologo americano Peter C. Phan, in “E dopo?”, San Paolo, p.99:

“Sotto il profilo teologico il giudizio particolare va visto nel contesto di tutto il processo di morte, che per l’uomo è innanzitutto un atto personale, in cui egli porta la propria storia a definitivo compimento.

 

Nell’atto di una morte liberamente accettata, una persona esprime una posizione decisiva di fronte a Dio, una posizione presa durante la vita e adesso ricapitolata e resa irreversibile. Così facendo la persona “giudica” se stessa. Naturalmente noi ci giudichiamo nel corso della vita ogni volta che esaminiamo la nostra coscienza e valutiamo le nostre motivazioni e i nostri comportamenti; ma in queste valutazioni possiamo essere ingannati o accecati dalla passione o dai pregiudizi.

Nella morte, invece, tale eventualità di errore e autoinganno non è più possibile, perché la persona è posta faccia a faccia con Dio-Luce e Verità. Qualunque decisione essa prenda davanti a Lui, Dio la ratifica e, in questo senso, la “giudica”. Come si vede, è un “giudizio” ben diverso da quello che ci è familiare.”

 

Quanto confortante è allora il sapere che “a giudicarci non sarà un estraneo, bensì Colui che già conosciamo tramite la fede. Il giudice non ci verrà incontro come il totalmente Altro, bensì come uno di noi, che conosce l’essere umano dal di dentro e che ha sofferto” (J. Ratzinger).

 

Don Giovanni Moioli poi arrivò ad esclamare: “La mia speranza, Signore, è in Te. Cosa strana e stupenda avere un giudice crocifisso per me!”.

Joomla templates by a4joomla