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RIFLESSIONI ATTUALI - Mai fare male, a nessuno. Indietro non si torna (di Don Maurizio Patriciello)

Avvenire, 17 agosto 2016

Non sempre so ciò che debbo fare, ma sempre ho bisogno di aver chiaro che cosa non posso assolutamente fare. All’inizio di una discussione o di una lite, nessuno può sapere come andrà a finire. Per questo la prudenza, l’educazione, il rispetto non debbono mai mancare. Vieni coinvolto in un incidente stradale, hai ragione da vendere, l’altro non ha rispettato lo stop, eppure impreca, si agita, minaccia. Occorre avere sangue freddo e tanta pazienza. Le parole vanno misurate, pesate. Meglio non esasperare gli animi.

Ci sono sentimenti orripilanti, spaventosi che andrebbero cacciati via a pedate al loro primo apparire, ma che, sovente, vengono accolti e accarezzati. L’odio, la gelosia, l’invidia sono veleni potentissimi che distruggono la famiglia, la società e chi li alberga in cuore. Purtroppo il portatore non sempre se ne rende conto.

Non sempre so che cosa debbo fare, ma sempre so con certezza che cosa non debbo fare. E questo 'qualcosa' deve diventare il binario sul quale viaggia il treno della mia esistenza. Ad esso debbo essere fedele. Costi quel che costi, anche l’umiliazione e la calunnia.

Non fare del male. Mai. A nessuno. Per nessun motivo. Anche quando il prossimo non è facile da amare. Persino quando qualcuno si accanisce contro di me.

In Sardegna, nei giorni scorsi, un anziano ha ucciso due fratelli quarantenni. Avevano problemi, e dei peggiori. Questioni di eredità. Che andavano affrontati con serenità, pazienza, intelligenza. Quasi sempre nelle liti tra vicini, parenti, amici c’entra il denaro. Il dio mammona dal quale Gesù ci mise in guardia. Sembra che questo feticcio abbia una forza di attrazione incredibile e rovinosa. Sono convinto che questa attrazione insana sia una prova dell’esistenza di Dio.

È la dimostrazione che il cuore dell’uomo non si accontenta mai. Che non è mai sazio. Un vuoto che niente e nessuno potrà mai colmare. Un vuoto che ha la forma stessa di Dio, il solo Indispensabile. L’anziano ha sparato. Ha ucciso. Ha spento due vite. E con esse ha gettato nella disperazione tre famiglie e il paese intero. Lui ha perduto per sempre la serenità della sua tarda età. Un dramma enorme. Un’azione assurda. Adesso già si sarà pentito. Vorrebbe tornare indietro. Ma indietro non si torna nemmeno di un secondo. Possibile che questa elementare verità stenti a essere compresa? Indietro non si torna, ma avanti si deve andare. E basta saper aspettare. Tutto passa. Anche la rabbia e l’esasperazione. La sete di giustizia non deve mai trasformarsi in sete di vendetta.

Anita è ritornata ieri con un pancione enorme. Bella, raggiante, fiera della gravidanza ormai agli sgoccioli. Solo pochi mesi fa era sconvolta. Quella gravidanza non programmata, il lavoro precario, il marito distratto l’atterrivano. «Come faccio?», ripeteva. «Non lo so che cosa accadrà domani. Non so quanti e quali problemi potrai avere. Una cosa con certezza so: questo figlio non deve essere gettato. e Se lo fai, non potrai mai più ritornare indietro. Abbi il coraggio di farlo nascere e non te ne pentirai», le risposi. Ascoltò il consiglio del prete. Oggi è al settimo cielo. Non sempre so ciò che debbo fare, ma sempre ho bisogno di aver chiaro che cosa non posso assolutamente fare.

RIFLESSIONI ATTUALI - Per ricucire si deve educare alla coscienza costituzionale ( Franco Monaco)

Avvenire, mercoledì 28 dicembre 2016

Caro direttore, con il referendum alla spalle, sine ira ac studio, si può convenire che la impropria politicizzazione della contesa ha concorso a esasperarne e ad alterarne il senso. Ciononostante, in uno spirito di pacificazione nazionale, merita rimarcare il lato positivo di un confronto che, al netto di tali forzature, ha concorso a fare della nostra Costituzione un oggetto di conoscenza e di discussione.

Io ho sostenuto le ragioni del No. Ma dissento dall’idea, coltivata da qualche comitato del No, di sopravvivere all’appuntamento referendario, di immaginare una propria proiezione politica. Sarebbe un errore e una contraddizione. Proprio il No ben motivato si ispirava a una idea della Costituzione come patto di convivenza, come la Regola comune nel quadro della quale possano e debbano convivere tutte le parti e tutti gli indirizzi politici. Di qui il dissenso di metodo, prima che di merito, su una grande riforma espressione di una contingente maggioranza di governo.

Intendiamoci: la massima che mi ha guidato e che ho cercato di argomentare era condensata nello slogan nonbastaunNo. Mi spiego: quale che fosse il giudizio di merito sulla riforma, quale che fosse l’esito del referendum su di essa, su politici, uomini di cultura, educatori incombe ora il compito di coltivare e promuovere la «coscienza costituzionale». Essa, notava con finezza il vecchio Giuseppe Dossetti, è concetto ancor più pregnante e impegnativo di quello più noto proposto da Jurgen Habermas di «patriottismo costituzionale». Trattasi dell’appropriazione personale e collettiva del senso/valore della Legge fondamentale (così amano definirla i tedeschi) intesa come patrimonio di princìpi e di regole che presiedono alla vita dentro la «casa comune» che è la Repubblica.

Dunque, dopo il tempo dei politici e dei costituzionalisti, è il tempo degli uomini di cultura e delle agenzie educative. Ha fatto bene Luciano Corradini ('Avvenire' di venerdì 16 dicembre 2016) a ricordare che una dimenticata legge dello Stato impegna la scuola a promuovere «conoscenze e competenze» relative a cittadinanza e Costituzione. Dalle rilevazioni risulta che, tra i giovani, il No ha registrato una larga maggioranza. È verosimile che le ragioni siano soprattutto attinenti al loro disagio, a una condizione di precarietà e di incertezza circa il loro futuro, assai più che al merito della riforma.

Resta il fatto che, specie nei loro confronti, si richieda di svolgere un’azione di lunga lena per instillare quella coscienza costituzionale della quale si diceva. Mi sovviene l’accorato appello ai giovani che proprio Dossetti levò nel 1994: «Vorrei dire ai giovani: non abbiate prevenzioni rispetto alla Costituzione del 1948 solo perché opera di una generazione ormai trascorsa (...). Non lasciatevi influenzare da seduttori fin troppo interessati non a cambiare la Costituzione, ma a rifiutare ogni regola (...) e non lasciatevi influenzare da un rumore confuso di fondo che accompagna l’attuale dialogo nazionale. Perché semmai è proprio nei momenti di confusione e di transizione indistinta che le Costituzioni adempiono alla loro più vera funzione: cioè quella di essere per tutti punto di riferimento e chiarimento. Cercate quindi di conoscerla, di comprenderne in profondità i princìpi fondanti e quindi di farvela amica e compagna di strada». Parole da meditare con l’intento di ricucire le lacerazioni di ieri e di porre le basi per rinsaldare il patto di convivenza che ci tiene insieme oggi e domani.

RIFLESSIONI ATTUALI - CREDERE È FIDARSI (a cura di Ileana Mortari)

Con l’occasione del nuovo anno ho deciso di intraprendere un’opera piuttosto impegnativa (che spero poi di pubblicare anche in cartaceo) su un argomento che mi pare di interesse generale: il CREDERE.
In questa Newsletter tratterò la questione come si pone al giorno d’oggi, per introdurre quello che sarà il contenuto dell’opera vera e propria: una spiegazione biblico- culturale - teologica dei 12 articoli che costituiscono il “Credo degli apostoli” (non quello niceno-costantinopolitano, più lungo, che di solito si recita durante la Messa); il “Credo apostolico” può essere adottato in Quaresima e nel tempo di Pasqua, nonché in tutte le occasioni nelle quali la liturgia richiama il battesimo. E’ costituito da una formula antichissima, che probabilmente risale agli stessi apostoli.
Per introdurre il tema della fede occorre ovviamente partire dall’attuale contesto storico-culturale. E’ noto che dopo la 2° guerra mondiale siamo passati da una “cristianità” socialmente visibile ad una progressiva secolarizzazione, al laicismo, al sovvertimento di valori spirituali e  morali, e purtroppo, da tempo, anche alla persecuzione di fedeli sia del cristianesimo che di altre religioni: dall’ultimo rapporto sulla libertà religiosa nel mondo (novembre 2016) emerge che professare un credo è rischioso in ben 38 paesi del mondo. Pochi giorni fa l’ONU ha definito l’etnia Rohingya (di fede islamica) la più perseguitata al mondo!
Come osserva Charles Taylor, in “L’età secolare”, bisogna concentrarsi sulle condizioni della credenza: c’è stata una transizione da una società in cui la fede in Dio era incontestata e non problematica, a una in cui viene considerata come un'opzione tra le altre.
Ma esattamente che cosa significa CREDERE? Ritengo che nel contesto sopra delineato la prima risposta che viene spontanea è: avere fede, credere in un Dio e praticare di conseguenza una religione che ti impone norme e precetti di comportamento, spirituali e morali.
Ma le cose non stanno così, non ha più molto senso la formuletta sopra riportata, se appena cerchiamo di approfondire il significato delle parole “fede” e “credere”. Entrambe derivano dal latino: “fides” sta per l’italiano “fiducia”; e il “credere” latino corrisponde al nostro “affidare”, “confidare”. Infatti nel Dizionario teologico di Vorgrimler troviamo questa definizione: “FEDE viene chiamata, nel senso più generale, l’accettazione libera delle espressioni di una persona perché si ha fiducia in lei (“ti credo”).”
La fede è ad un tempo dono e scelta: dono, perché nasce dall’amore di Dio per ogni persona, cui Egli decide di farsi conoscere e con cui (unico essere della creazione) è possibile un dialogo interlocutorio; scelta, perché questo dono è proposto, non imposto da Dio, che rispetta sempre la nostra libertà, ci offre molte occasioni di incontrarLo, ma  aspetta da noi una  risposta consapevole e responsabile.
Allora, in quanto “scelta”, la fede è una manifestazione di libertà e di volontà dell’individuo che decide autonomamente di credere in qualcosa o in qualcuno, visto che quella del “fidarsi” è esperienza propria dell’essere umano: nasce con il neonato stesso (totalmente affidato a qualcuno) e dura per tutta la vita.
Prima di proseguire, è il caso di soffermarsi, sulla scorta di un bel libro di Josè Antonio Pagola (“Perché credere? Dialogo con i cercatori di Dio”, Paoline), sulle ragioni più frequenti che hanno comportato per molti l’abbandono della fede, quella fede in cui si era stati educati da piccoli fino al momento di ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana.
Ad esempio, talvolta si sente dire: “Non so che cosa mi è successo in questi anni, ma dentro sono molto cambiato. Non so più se credo o meno.” Che cosa ci sarà dietro queste parole?  Può essere che una persona, presa da mille impegni, senza neppure rendersene conto, abbia a poco a poco abbandonato ciò che poteva nutrire la sua fede, che così, priva di alimento, è andata spegnendosi.
Frequente è poi il caso di chi, dopo aver felicemente vissuto la fede da bambino, a un certo punto si accorge che essa gli è rimasta stretta, come i vestiti che indossava a 10 anni. Le sue conoscenze sono cresciute, come pure la sua cultura e la sua personalità; ma la fede non è cresciuta, ed è ovvio che una “religione infantile” non serve a dare senso e orientamento a una vita da adulti.
Ancora. Molti hanno abbandonato la fede perché si sono sentiti maltrattati dalla vita. Di conseguenza dicono di non credere più in nulla e nessuno; per recuperare la fede, dovrebbero scoprire il volto di un Dio Amico, attraverso i volti di chi cerca di condividere le loro sofferenze e si sforza di dare un aiuto.
Ma i più numerosi pare siano quelli che incolpano la Chiesa per la perdita della loro fede. Tuttavia non si dovrebbe mai confondere Dio con i vescovi e i sacerdoti. Se si vuole veramente trovare Dio, è importante ascoltare la propria coscienza, senza cercare scuse in ciò che fanno gli altri. Ogni essere umano, alla fine, vescovi, preti e semplici fedeli, risponderà personalmente di ogni sua azione a Domeneddio.
Infine c’è anche chi non ha la forza di sopportare il clima che spesso si respira oggi, “ovviamente” anti-religioso e anti-clericale. Di fronte a insinuazioni e domande del tipo: “Vai ancora a messa?”, “Non ti sei finalmente liberato dei preti?”, “Credi ancora a queste favole?”, non si ha il coraggio di rispondere e, magari senza rendersene conto, si finisce per “reprimere” la fede dentro di sè e fare come fanno gli altri. Ma non è certo una bella cosa “vivere come tutti”, senza ascoltare gli interrogativi e i desideri che ognuno si porta dentro.
E’ evidente che, in tutti i casi citati, non c’è traccia di una fede intesa come fiducia; ed è proprio questa realtà che va recuperata. Infatti chi crede a qualcuno o in qualcuno, accetta innanzitutto una persona, si affida ad essa, e di conseguenza ne accoglie la testimonianza.
Così, nell’ambito del cristianesimo, la fede è una dimostrazione di fiducia e di libero assenso all’attendibilità di  testimoni che comunicano verità cui per vari motivi non si può avere accesso diretto: questi testimoni sono gli apostoli, che hanno trascorso tre anni con Gesù di Nazareth, accogliendo il Suo insegnamento, vedendo quanto compiva  e riconoscendo in Lui quel Figlio di Dio che la cultura giudaica attendeva da secoli.
La vita di fede nella Chiesa consente poi a ciascuno di conoscere direttamente quello straordinario uomo-Dio che è Gesù Cristo, nei Sacramenti, nella preghiera, nella contemplazione, nei momenti bui e difficili dell’esistenza come in quelli positivi e gioiosi.
Forse non tutti sanno che i primi cristiani non parlavano della loro fede nei termini di una “religione”; quello che essi avevano trovato in Gesù e fatto proprio non era una nuova religione, ma il vero cammino per vivere. La fede in Gesù investe tutta la persona, dà un senso a tutto quello che si fa, al punto che S. Agostino, famoso convertito, arrivò a dire di Dio:  “intimior intimo meo…” (Confessioni 3,6), cioè: “Tu sei più presente in me del più profondo di me stesso.”
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Un’altra “vexata quaestio” che ha accompagnato in ogni epoca la storia del cristianesimo è il rapporto fede-ragione e/o religione-scienza. E’ impossibile trattarla adeguatamente in una/due pagine, ma qualcosa è pur possibile dire.
Sino a qualche tempo fa era abbastanza diffusa tra gli intellettuali non credenti (e purtroppo assecondata da certi “devoti” poco illuminati), un’idea che un po’ grossolanamente si potrebbe così sintetizzare: “chi crede non pensa; chi pensa non crede!”
L’insipienza di tale affermazione non ha bisogni di commenti. E’ ovvio che la fede non può essere oggetto di dimostrazione scientifica: questo sarebbe in contraddizione con la definizione che ne abbiamo dato. Ma  CREDERE  NON  SIGNIFICA  AFFATTO  RINUNCIARE  ALLA  RAGIONE.
Basti citare il famoso scienziato Max Planck; nel suo saggio “Conoscenza del mondo fisico” egli affermava che «scienza e religione non sono in contrasto, ma hanno bisogno l’una dell'altra per completarsi nella mente di un uomo che pensa seriamente».
E poi “la fede rifiuta di essere degradata al rango dell’esperienza irrazionale, puramente affettiva, dell’uomo toccato dall’aura del <sacro>. Il messaggio e la persona di Gesù, pur provenendo da Dio (che ci supera), si rivolgono sia al cuore che all’intelligenza dell’uomo” (F. Ardusso, Le ragioni della fede cristiana, San Paolo)
Non a caso un grande pensatore e scienziato cristiano ha scritto: “L'ultimo passo della ragione è il riconoscere che ci sono un'infinità di cose che la sorpassano” (Pascal, Pensieri 272)
Mons. Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna, chiarisce ulteriormente: “Riconoscere che ci sono verità che superano la nostra ragione non è un atto di fede; è un atto della nostra ragione……...Infatti ci sono verità, che la nostra persona ha assoluto bisogno di conoscere, ma che superano la nostra capacità. Questa è la grandezza e la miseria della nostra ragione: essa è capace di fare domande [=la sua grandezza] alle quali non è capace di rispondere [=la sua miseria].”
Dunque nell’atto di fede il credente si fida di Gesù Cristo e della testimonianza apostolica perché sono affidabili e ce ne offrono dei segni. Questa fiducia è sostenuta e confortata oggi dalle conclusioni delle ricerche sul valore storico dei vangeli e in genere del Nuovo Testamento (per il 1° Testamento il discorso è più complesso – rimando al mio sussidio sotto citato), per cui sono caduti vari pregiudizi di origine illuministica e positivistica.
I testi vanno comunque interpretati, se si vuole evitare una lettura fondamentalista (ricordo in proposito il mio “Sussidio per una lettura approfondita della Bibbia” che si trova nel mio sito). Nel grande segno che è la figura di Cristo il credente legge un’offerta di senso per la vita umana, una valida prospettiva con cui affrontare i massimi problemi della nostra esistenza: il senso della vita e della morte, il significato della sofferenza, il valore della storia, la questione dell’aldilà, le modalità della convivenza umana, la dimensione morale e quella spirituale, etc.  E Dio sa quanto ce n’è bisogno nel nostro tempo! “in cui – scrive la sociologa Giaccardi – abbiamo perso la capacità di cogliere le connessioni e così ci rassegniamo alle schegge di non senso che ogni giorno ci colpiscono”. (L’articolo integrale si trova nel file allegato “Aggiornamenti 8-1-17”)
Perfino Nietzsche, che non era certo tenero con il cristianesimo, ha riconosciuto che chi ha un perché per vivere, sopporta qualsiasi come!
Ora, una volta accolta nella fede la proposta cristiana, è un’esigenza della persona credente conoscere sempre più profondamente quel Dio che si è rivelato, e le sue opere. E per fare questo ci si serve della ragione. Allora la fede diventa intelligenza di ciò che crediamo.
Da che cosa è costituito questo “sapere della fede”?  da quel corso di studi, spesso presente anche in strutture universitarie laiche, che si chiama TEOLOGIA; la si può brevemente definire come “la riflessione scientifico-metodica sulla fede cristiana nel Dio che si è rivelato in Gesù di Nazaret”.
Ora, se si guarda alle discipline che vi vengono trattate (dall’antropologia filosofica e teologica alla morale, dalla sacramentaria all’esegesi biblica, dalla cristologia all’ecclesiologia, dalla pastorale alla patrologia, etc.), si vede quanto vasto sia il panorama di “sapere” che vi si affronta. Personalmente l’ho frequentata a Milano un po’ di anni fa e, per conseguire il titolo, ho sostenuto 50 esami, il doppio di quelli richiestimi per la Laurea in Lettere!
Come si vede, il dono divino della RAGIONE è fortemente valorizzato nell’ambito della fede!  E’ ovvio che non tutti hanno la possibilità di diventare teologi, ma in ogni diocesi esistono Istituti Superiori di Scienze Religiose (che preparano gli insegnanti di religione), Istituti Pastorali, corsi biblici o teologici di uno o due anni, programmi di formazione a livello locale, che offrono a TUTTI, se lo vogliono, la possibilità di far fronte ad un’eventuale ignoranza di contenuti della fede, così che quest’ultima sia più consapevole e anche in linea con l’età anagrafica del credente. E, dalla mia esperienza, vi assicuro che ogni corso è di grandissimo interesse!

Qui di seguito ho messo il testo del CREDO  APOSTOLICO  diviso nei 12 articoli, a ciascuno dei quali corrisponderà una mia Newsletter

1. Io credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra;
2. e in Gesù Cristo, Suo unico Figlio, nostro Signore,
3. il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine,
4. patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto;
5. discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte;
6. salì al cielo, siede alla destra di Dio, Padre onnipotente;
7. di là verrà a giudicare i vivi e i morti.
8. Credo nello Spirito Santo,
9. la santa Chiesa cattolica, la comunione dei Santi,
10. la remissione dei peccati,
11. la risurrezione della carne,
12. la vita eterna. Amen.

RIFLESSIONI ATTUALI - RESPONSABILITÀ SULL'USO DELLE PAROLE (a cura di Ileana Mortari)

Come ho più volte ripetuto in varie occasioni, uno dei motivi che mi spinge a scrivere queste newsletters è senz’altro la preoccupazione educativa, che in pratica ho vissuto in tutta la mia esistenza, anche se non ho figli (ma 5 nipoti e 5 pronipoti mi hanno impegnato e mi impegnano non poco!) e quindi i miei interventi nascono da una particolare attenzione nei confronti di insegnanti, genitori, nonni, zii, sacerdoti, catechisti, educatori negli oratori, responsabili di associazioni giovanili sportive, culturali, etc.

 

Oltre alla Newsletter N.30, che invio anticipatamente insieme a questa perché può venir buona prima di Natale, mi sono sentita in dovere di condividere con chi lo vorrà i seguenti tre articoli, che non solo mi trovano consenziente, ma a mio parere gettano almeno una parte delle basi dell’educazione stessa, valida per tutti i tempi. E’ su questo fronte che a mio avviso bisogna lavorare parecchio, oltre ad invocare (giustamente) leggi che delimitino gli abusi e (sì) le mostruosità cui siamo arrivati. Mi farà piacere sentire qualche vostro parere in proposito.

 

Oscenità e violenza verso le donne . Innanzi tutto basta con la maleducazione

Francesco D'Agostino “Avvenire” di giovedì 1 dicembre 2016

Quali siano le strategie ottimali per combattere la violenza sulle donne nessuno è stato finora in grado di stabilirlo. Ne vengono proposte molte e molto diverse, alcune più convincenti, altre meno plausibili. Poiché però il fenomeno, oltre che intollerabile e vergognoso, è vistoso e, per quanto appare, si sta dilatando, è giusto metterle tutte alla prova.

Da parte mia, ne vorrei proporre una, che non ha la pretesa di risolvere la complessità del problema, anzi che è obiettivamente molto circoscritta. Propongo un impegno pubblico e condiviso contro la maleducazione in tutte le sue forme private e pubbliche (a partire dall’oscenità).

Ritengo che valga la pena provare anche questa strategia, se non altro perché Laura Boldrini, la presidente della Camera dei deputati, mi pare si sia mossa in qualche modo in tal senso, rendendo pubblici sia i contenuti che i nomi dei mittenti di molti incredibili post, che da tempo le vengono inviati: messaggi minacciosi e osceni oltre ogni misura e già solo per la loro oscenità oggettivamente violenti. Su queste pagine Antonella Mariani ha già commentato sabato scorso, 26 novembre, tale autorevole (e centrata) scelta, e qui a me interessa allargare un po’ la riflessione ritessendo le fila di un discorso molto caro ad 'Avvenire' e ai suoi lettori.

Non si tratta, deve essere ben chiaro, di riaprire vecchie e ammuffite battaglie moralistiche contro la pornografia e a favore della difesa del 'buon costume'. Non abbiamo alcuna prova (può dispiacere dirlo, ma è così) per poter asserire che la pornografia o le pratiche che offendono il buon costume siano propriamente 'criminogene' e meritevoli di repressione penale.

Ma di una cosa possiamo essere certi: esse abbassano la soglia della 'buona educazione', fin quasi ad azzerare la rilevanza di questa categoria. E la buona educazione è preziosa, checché ne dicano i fautori della 'trasgressione' a ogni costo, che continuano, a torto, a ritenere che le 'buone maniere' altra funzione non abbiano che veicolare formalismi sociali di ogni tipo, volti a comprimere la creatività personale. Non è così.

La 'buona educazione' possiede un valore intrinseco che va preservato, perché ci abitua e, quindi, ci aiuta a prevenire forme di arroganza e di violenza verso gli altri che possono manifestarsi in forme ben più sottili e incisive di quanto usualmente non si creda. Basti fare qualche esempio.

Coloro che alzano intenzionalmente la voce perché tutti possano ascoltare il loro turpiloquio, coloro che trascurano intenzionalmente la propria igiene personale, imponendo agli altri prossimità sgradevoli, coloro che 'sgomitano', per ottenere precedenze ingiustificate o che feriscono l’altrui sensibilità con comportamenti grossolani e provocatori, coloro che non ritengono di dover sottoporre ad alcuna forma di controllo (o, peggio ancora, di autocensura!) le loro 'preferenze' sessuali non sono solo dei 'maleducati': sono portatori di una pretesa inaccettabile, quella per la quale è sempre legittima l’esibizione pubblica della propria pretesa 'autenticità', per quanto grossolana, rumorosa, maleodorante, prevaricatrice essa possa essere. Pensare che ogni 'stile di vita' abbia una sua legittimazione e vada sempre e comunque ritenuto insindacabile, fino ai casi estremi in cui si manifesti di tale aggressività fisica da doversi ritenere socialmente sanzionabile, è uno dei più grandi errori che caratterizzano il nostro tempo.

È evidente che non spetta al codice penale combattere la maleducazione (se non in situazioni assolutamente estreme): questa si manifesta in forme talmente molteplici e il più delle volte così inaspettate da non poter essere gestite dal diritto e dai suoi strumenti, ahimè troppo grossolani.

La maleducazione va combattuta in un modo diverso, altrettanto incisivo: isolandola, cioè attivando nei confronti dei maleducati una concreta riprovazione sociale e cessando di valutare in modo benevolo o scherzoso comportamenti, spettacoli, pubblicazioni, immagini pubblicitarie, dichiarazioni politiche che ne appaiano inquinati (come purtroppo ci siamo ampiamente abituati a fare).

Non per questo il tasso di violenza contro le donne sarà necessariamente portato a diminuire; ma potrà diminuire almeno in parte quell'arroganza psicologica tipicamente maschile, nei confronti della quale le donne sono particolarmente indifese, perché, per combatterla davvero, dovrebbero contraccambiarla, cadendo così in un diabolico circolo vizioso.

 

II°

I video intimi, i negazionisti e la giustizia.

Su Facebook basta anonimi e irresponsabili

Ferdinando Camon “Avvenire” di domenica 6 novembre 2016

Si fa strada il pensiero che Facebook dovrebbe reimpostare il suo funzionamento. Mi associo. In questo momento Facebook ha due controversie, una con la giustizia italiana e una con la giustizia tedesca. La giustizia italiana ritiene che Facebook doveva stoppare la circolazione del video hard denunciato dalla ragazza che ne era protagonista, e che per non essere riuscita a fermarlo si è uccisa. La giustizia ragiona così: dopo la denuncia, Facebook sapeva cos’era quel video, poteva misurarne la natura offensiva, e doveva rimuoverlo.

La risposta di Facebook si basa sulla libertà garantita a tutti gli utenti, sul rifiuto di una censura, e quindi un controllo preventivo, e sulla responsabilità che è solo di chi posta commenti o immagini. Alla fine però accetta il verdetto: il video per cui s’è uccisa la ragazza sarà bloccato.

Il caso tedesco è diverso, e si riferisce a testi e commenti negazionisti, che non ammettono la storicità dello Sterminio. Sotto sotto, il non ammettere lo Sterminio è un modo per non condannarlo, e non condannarlo è un modo per approvarlo. Che uno Stato esiga che nel suo territorio la negazione dello Sterminio sia vietata in tutte le comunicazioni, e soprattutto nelle più diffuse come Facebook, è giusto. Quindi, come stoppare e punire i reati che vengono commessi tramite Facebook? Anzitutto, Facebook non può chiamarsi fuori, e dire che lui non c’entra.

Nel caso della ragazza italiana che s’è suicidata, Facebook è il motivo scatenante della tragedia. Ha dato allo scandalo una diffusione mondiale e inarrestabile: la ragazza non ha visto altro rimedio che togliersi dal mondo. Quando lei ha fatto la denuncia, Facebook doveva individuare chi aveva postato quel video, togliere quel video (i suoi link) dalla circolazione, ed eliminare gli autori dalla propria lista di utenti. Facebook è intasato di iscritti malintenzionati, che s’iscrivono proprio per entrare in contatto con migliaia di utenti e colpirli o danneggiarli o derubarli.

Tre settimane fa c’è stata un’ondata di post porno. Venivano caricati sulle pagine di utenti ignari ed erano pronti per essere cliccati, ma se li cliccavi scaricavano un virus che danneggiava il computer. Poco dopo è partita l’ondata dei post di usurai. E questa è ancora in corso. Ieri sulla mia pagina ne sono stati scaricati dodici.

Invitano a chiedere denaro in prestito, forniscono un numero di cellulare, danno le email di clienti soddisfatti. Il lato criminoso di una simile operazione sta qui: perché a promuovere prestiti usurai dev’essere la mia pagina? Se questi usurai lo fanno dalla loro pagina, lo facciano, ma se vogliono farlo dalla mia pagina, non dovrebbero potere. Io posso, come utente, bloccarli, chiedendo a Facebook di rimuovere il loro post. Facebook mi chiede: «Ti dà fastidio? È spam? È immorale? È razzista?». A quanto capisco, per Facebook la risposta più grave è «è spam».

Se dico 'spam', lui mi risponde: «Questo utente non potrà disturbarti mai più». Sulle prime resto perplesso, penso: «E che gli fanno, lo uccidono?», poi capisco che semplicemente gli tolgono la possibilità di mandarmi messaggi. Va bene, ma manderà gli stessi messaggi a mille altri.

Per avere più potere su di loro, Facebook dovrebbe semplicemente 'sapere chi sono'. È l’anonimato la fonte dei reatisui social media. Quelli che han diffuso il video hard della ragazza che poi s’è uccisa, ci avrebbero pensato mille volte se avessero saputo che in pochi minuti sarebbero stati individuati personalmente. I lanciatori di sassi dai cavalcavia perché lo fanno? Perché contano di non venire mai scoperti.

Noi non sappiamo chi sono i nostri corrispondenti su Facebook, troppi sono coperti da un profilo falso. Un amico ha controllato la mia lista e mi ha chiesto: «Come mai hai novanta parrucchiere da Nizza?». Io? Mai saputo. Facebook è un’autostrada dai mille cavalcavia dai quali piovono sassi, scagliati da lanciatori con una maschera sul volto.



III°

 

Non si può mascherare la verità. L’importanza delle parole giuste

 

Ferdinando Camon “Avvenire” di martedì 29 novembre 2016

 

Non si può mascherare la verità. Bisogna farci i conti Chi spende la vita al servizio delle parole (scrivendo, leggendo, insegnando), impara a rispettarle: nelle nostre parole c’è la nostra verità, quel che noi siamo. Lavorando sulle parole, gioisci quando le vedi usate bene, soffri quando le vedi usate male. In questo momento sto soffrendo. Perché ho qui davanti una notizia, lanciata da un’agenzia, che dice: «'Ho fatto una stupidata', imprenditore strangola la moglie davanti ai figli».

Corro al testo: a Seveso, in provincia di Monza e Brianza, un imprenditore di 56 anni ha strangolato con le sue mani la moglie di 29, una peruviana, davanti ai figli. La chiama «una stupidata». La «stupidata» non l’ha confessata ai carabinieri, ma a un parente. È stato il parente ad avvertire i carabinieri. A cosa serve quella parola, così palesemente inadeguata? A mascherare la verità: se dicesse 'ho ucciso' si presenterebbe come un assassino; dicendo 'ho fatto una stupidata' si presenta come uno stupido. Ho subito notato lo spostamento dell’espressione, da una grave (la più grave) colpa morale a un leggero (il più leggero) errore intellettuale, perché mi era già capitato di sentirlo poco prima, nel resoconto della visita di un ex calciatore al carcere della mia città, il Due Palazzi. Anch’io ho visitato il Due Palazzi.

Non puoi visitare un carcere perché lo vuoi tu, devi avere una entratura istituzionale. Nel mio caso, accompagnavo un consigliere regionale, passavo con lui nei corridoi e nei cortili, e spiavo nelle celle. Ho capito così (so di stare deviando, ma la deviazione ha la sua importanza) che la pena di chi entra in un carcere è sempre maggiore della condanna emessa dal tribunale. Il carcere aggiunge altre sofferenze in più. Se non vedi un carcere, non lo puoi capire. Ne dirò una, di queste pene aggiuntive: una cella costruita per due o quattro lettini ne ha almeno sei, a castello, tre addossati a una parete e tre all’altra. In mezzo alla celletta, piccolissima, sta il water. Sicché sul water c’è sempre qualcuno seduto, e intorno tutti gli altri, che non hanno niente da fare, lo guardano. Per creare un minimo di privacy, i detenuti velano la lampadina, sempre accesa, pendula dal soffitto, con uno straccio di tela juta. In questo carcere è capitato a far visita Tardelli, mitico calciatore italiano, famoso nel mondo per l’urlo sterminato che lanciò a un mondiale dopo aver segnato. Tardelli parla con alcuni detenuti.

Uno gli fa: «Sono qui perché ho fatto un errore, ma anche tu ne hai fatto uno, quando sei andato all’Inter». Frase malignamente astuta. Perché chiama «errore» la colpa del detenuto, cioè la trasferisce dal piano morale al piano mentale. Poi perché mette sullo stesso piano l’errore del giocatore dell’Inter. Quale sarà stato l’errore del detenuto? Avrà ucciso? Beh, giocare nell’Inter, invece che nella Juve o nel Milan, può anche essere un errore (ma c’è chi pensa di no), però non è paragonabile a uccidere. Ora, il problema è che chi commette delle gravi colpe e le chiama 'stupidate' o 'errori', lo fa con tutti ( 'l’errore che ho commesso io, l’errore che hai commesso tu'), e alla fine convince se stesso di aver fatto solo uno sbaglio. Perde la coscienza del rapporto tra delitto e castigo.

E quindi dell’espiazione. Moglie e figli imparano ad accettare il suo lessico. Jean-Pierre e Luc Dardenne hanno prodotto un film su un padre a cui un ragazzino ha ucciso il figlio per una bravata. Questo padre insegna ai ragazzi a diventare falegnami. Càpita da lui proprio il ragazzo che ha ucciso suo figlio, ormai messo in un circuito di recupero. Il ragazzo non sa che quel falegname è il padre della sua vittima. Il padre ha dei sospetti, e cautamente chiede: «Perché sei andato in carcere?». Silenzio in sala, durante la proiezione. Poi si sente la confessione del ragazzo in questi termini: «Ho fatto una ca...ta». Sempre parole sbagliate, inadeguate, svianti, scelte per non dire, per negare.

Raskòlnikov [protagonista di “Delitto e castigo” di Dostoevskij- ndr] la confessione la fa in un quadrivio, a tutti quelli che passano. Nel timore di non essere capito, la ripete.

La sua storia s’intitola 'Delitto e castigo', la storia di questi assassini potrebbe intitolarsi, al massimo, 'Delitto e bugia".

 

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