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RIFLESSIONI ATTUALI - GRAZIE, PER OGNI MIRACOLOSA NORMALITA’ (di  PIERANGELO SEQUERI)

(Avvenire 31-12-09

 

Ringraziamo per quello che ci ha portato fin qui. Ringraziamo perché, anche que­st’anno passato, milioni di giovani hanno i­gnorato gli sforzi di quell’accademia del futile che li catechizza ossessivamente sin dalla più tenera infanzia, preparandoli alla celebrazione della loro prima trasgressione. E si sono lascia­ti sedurre dal loro piacere di apprendere, dalla loro voglia di generosità, dalla loro capacità di sacrificio. Hanno coltivato gelosamente la loro resistenza all’illegalità, che li fa belli dentro (e anche fuori). Hanno considerato una qualità, non un complesso, la loro insofferenza per il volgare e l’ottuso.
 

Ringraziamo perché milioni di adulti, persino nelle nostre società evolute, ormai liberate da ogni inibizione nei confronti dell’avidità del­l’accumulo e dell’ossessione del godimento, hanno continuato imperterriti ad educare di­versamente i loro figli. Hanno condiviso con loro il piacere di parole che fanno pensare, e le frequentazioni emozionanti delle arti che al­largano la mente. Ringraziamo perché un numero enorme di pubblici funzionari – insegnanti, amministra­tori, custodi dell’ordine e della sicurezza, uo­mini e donne di legge, di medicina, di religio­ne – a dispetto dell’oscuramento che sanziona la dignità di un servizio alla comunità che non fa ascolti, ne ha semplice­mente conservato la passione e la pratica. E ha trovato la sod­disfazione più profonda nel piacere della responsabi­lità assolta al meglio, nel­la serena pulizia della propria coscienza.


  Ringraziamo, perché un numero incredibilmen­te esorbitante di lavora­tori e di imprenditori ha continuato a sottrarsi al­lo spirito corrosivo del­l’indifferenza nei confronti delle responsabilità condi­vise. Battendosi coraggiosa­mente per la giustizia dei lega­mi sociali, per la lotta alla disone­stà, e per la qualità della loro vita e della nostra, che in molti modi ne dipende.


 
Ringraziamo per le alte testimonianze e per gli ammonimenti che ancora quotidianamen­te – e sembra a volte un miracolo – riusciamo a sentire. Persone, associazioni, istituzioni, che ci incoraggiano a resistere, spesso in luoghi e tempi terribili, nella tenacia di una più alta considerazione dell’umano. Un umano che non si lascia ridurre alla lotta per la selezione migliore, al potenziale di seduzione più alto, alla volontà di potenza più indiscriminata………….Ringraziamo tutti quelli che ci hanno insegna­to, senza riguardo per i fanatismi delle creden­ze e gli ideologismi delle scienze, il realismo sul quale poggia la sostanza spirituale di ogni essere umano, con tutta la commovente gran­dezza delle sue creazioni migliori.


  Ringraziamo. E abbiamo appena cominciato. Da passarci la notte dell’ultimo dell’anno a ringraziare, invece di passarla a rimuovere.
L’anno trascorso è stato pieno di ordinaria miracolosità, grazie alla quale siamo ancora qui. La normalità della stoffa de­gli affetti dell’anima e delle invenzioni dello spirito, che tiene insieme il nostro mondo, è realmente miracolosa. È questo che noi cre­denti chiamiamo Provvidenza. Amore che tie­ne, non contabilità che esegue.
La libertà è sal­va, due volte. Una prima volta, perché rimane nelle nostre mani il modo in cui ci giochiamo la vita del mondo. Una seconda volta, perché – letteralmente – all’inizio del nuovo anno, la li­bertà di non cedere al conformismo delle po­tenze mondane si rigenera. Nell’ordinaria esi­stenza, non tutto è grazia: ma la grazia è tutto.


  Da ringraziare, commossi, anche per quelli che non lo fanno. Ed è grazia per tutti, anche questa.

RIFLESSIONI ATTUALI - Mai fare male, a nessuno. Indietro non si torna (di Don Maurizio Patriciello)

Avvenire, 17 agosto 2016

Non sempre so ciò che debbo fare, ma sempre ho bisogno di aver chiaro che cosa non posso assolutamente fare. All’inizio di una discussione o di una lite, nessuno può sapere come andrà a finire. Per questo la prudenza, l’educazione, il rispetto non debbono mai mancare. Vieni coinvolto in un incidente stradale, hai ragione da vendere, l’altro non ha rispettato lo stop, eppure impreca, si agita, minaccia. Occorre avere sangue freddo e tanta pazienza. Le parole vanno misurate, pesate. Meglio non esasperare gli animi.

Ci sono sentimenti orripilanti, spaventosi che andrebbero cacciati via a pedate al loro primo apparire, ma che, sovente, vengono accolti e accarezzati. L’odio, la gelosia, l’invidia sono veleni potentissimi che distruggono la famiglia, la società e chi li alberga in cuore. Purtroppo il portatore non sempre se ne rende conto.

Non sempre so che cosa debbo fare, ma sempre so con certezza che cosa non debbo fare. E questo 'qualcosa' deve diventare il binario sul quale viaggia il treno della mia esistenza. Ad esso debbo essere fedele. Costi quel che costi, anche l’umiliazione e la calunnia.

Non fare del male. Mai. A nessuno. Per nessun motivo. Anche quando il prossimo non è facile da amare. Persino quando qualcuno si accanisce contro di me.

In Sardegna, nei giorni scorsi, un anziano ha ucciso due fratelli quarantenni. Avevano problemi, e dei peggiori. Questioni di eredità. Che andavano affrontati con serenità, pazienza, intelligenza. Quasi sempre nelle liti tra vicini, parenti, amici c’entra il denaro. Il dio mammona dal quale Gesù ci mise in guardia. Sembra che questo feticcio abbia una forza di attrazione incredibile e rovinosa. Sono convinto che questa attrazione insana sia una prova dell’esistenza di Dio.

È la dimostrazione che il cuore dell’uomo non si accontenta mai. Che non è mai sazio. Un vuoto che niente e nessuno potrà mai colmare. Un vuoto che ha la forma stessa di Dio, il solo Indispensabile. L’anziano ha sparato. Ha ucciso. Ha spento due vite. E con esse ha gettato nella disperazione tre famiglie e il paese intero. Lui ha perduto per sempre la serenità della sua tarda età. Un dramma enorme. Un’azione assurda. Adesso già si sarà pentito. Vorrebbe tornare indietro. Ma indietro non si torna nemmeno di un secondo. Possibile che questa elementare verità stenti a essere compresa? Indietro non si torna, ma avanti si deve andare. E basta saper aspettare. Tutto passa. Anche la rabbia e l’esasperazione. La sete di giustizia non deve mai trasformarsi in sete di vendetta.

Anita è ritornata ieri con un pancione enorme. Bella, raggiante, fiera della gravidanza ormai agli sgoccioli. Solo pochi mesi fa era sconvolta. Quella gravidanza non programmata, il lavoro precario, il marito distratto l’atterrivano. «Come faccio?», ripeteva. «Non lo so che cosa accadrà domani. Non so quanti e quali problemi potrai avere. Una cosa con certezza so: questo figlio non deve essere gettato. e Se lo fai, non potrai mai più ritornare indietro. Abbi il coraggio di farlo nascere e non te ne pentirai», le risposi. Ascoltò il consiglio del prete. Oggi è al settimo cielo. Non sempre so ciò che debbo fare, ma sempre ho bisogno di aver chiaro che cosa non posso assolutamente fare.

RIFLESSIONI ATTUALI - Per ricucire si deve educare alla coscienza costituzionale ( Franco Monaco)

Avvenire, mercoledì 28 dicembre 2016

Caro direttore, con il referendum alla spalle, sine ira ac studio, si può convenire che la impropria politicizzazione della contesa ha concorso a esasperarne e ad alterarne il senso. Ciononostante, in uno spirito di pacificazione nazionale, merita rimarcare il lato positivo di un confronto che, al netto di tali forzature, ha concorso a fare della nostra Costituzione un oggetto di conoscenza e di discussione.

Io ho sostenuto le ragioni del No. Ma dissento dall’idea, coltivata da qualche comitato del No, di sopravvivere all’appuntamento referendario, di immaginare una propria proiezione politica. Sarebbe un errore e una contraddizione. Proprio il No ben motivato si ispirava a una idea della Costituzione come patto di convivenza, come la Regola comune nel quadro della quale possano e debbano convivere tutte le parti e tutti gli indirizzi politici. Di qui il dissenso di metodo, prima che di merito, su una grande riforma espressione di una contingente maggioranza di governo.

Intendiamoci: la massima che mi ha guidato e che ho cercato di argomentare era condensata nello slogan nonbastaunNo. Mi spiego: quale che fosse il giudizio di merito sulla riforma, quale che fosse l’esito del referendum su di essa, su politici, uomini di cultura, educatori incombe ora il compito di coltivare e promuovere la «coscienza costituzionale». Essa, notava con finezza il vecchio Giuseppe Dossetti, è concetto ancor più pregnante e impegnativo di quello più noto proposto da Jurgen Habermas di «patriottismo costituzionale». Trattasi dell’appropriazione personale e collettiva del senso/valore della Legge fondamentale (così amano definirla i tedeschi) intesa come patrimonio di princìpi e di regole che presiedono alla vita dentro la «casa comune» che è la Repubblica.

Dunque, dopo il tempo dei politici e dei costituzionalisti, è il tempo degli uomini di cultura e delle agenzie educative. Ha fatto bene Luciano Corradini ('Avvenire' di venerdì 16 dicembre 2016) a ricordare che una dimenticata legge dello Stato impegna la scuola a promuovere «conoscenze e competenze» relative a cittadinanza e Costituzione. Dalle rilevazioni risulta che, tra i giovani, il No ha registrato una larga maggioranza. È verosimile che le ragioni siano soprattutto attinenti al loro disagio, a una condizione di precarietà e di incertezza circa il loro futuro, assai più che al merito della riforma.

Resta il fatto che, specie nei loro confronti, si richieda di svolgere un’azione di lunga lena per instillare quella coscienza costituzionale della quale si diceva. Mi sovviene l’accorato appello ai giovani che proprio Dossetti levò nel 1994: «Vorrei dire ai giovani: non abbiate prevenzioni rispetto alla Costituzione del 1948 solo perché opera di una generazione ormai trascorsa (...). Non lasciatevi influenzare da seduttori fin troppo interessati non a cambiare la Costituzione, ma a rifiutare ogni regola (...) e non lasciatevi influenzare da un rumore confuso di fondo che accompagna l’attuale dialogo nazionale. Perché semmai è proprio nei momenti di confusione e di transizione indistinta che le Costituzioni adempiono alla loro più vera funzione: cioè quella di essere per tutti punto di riferimento e chiarimento. Cercate quindi di conoscerla, di comprenderne in profondità i princìpi fondanti e quindi di farvela amica e compagna di strada». Parole da meditare con l’intento di ricucire le lacerazioni di ieri e di porre le basi per rinsaldare il patto di convivenza che ci tiene insieme oggi e domani.

RIFLESSIONI ATTUALI - CREDERE È FIDARSI (a cura di Ileana Mortari)

Con l’occasione del nuovo anno ho deciso di intraprendere un’opera piuttosto impegnativa (che spero poi di pubblicare anche in cartaceo) su un argomento che mi pare di interesse generale: il CREDERE.
In questa Newsletter tratterò la questione come si pone al giorno d’oggi, per introdurre quello che sarà il contenuto dell’opera vera e propria: una spiegazione biblico- culturale - teologica dei 12 articoli che costituiscono il “Credo degli apostoli” (non quello niceno-costantinopolitano, più lungo, che di solito si recita durante la Messa); il “Credo apostolico” può essere adottato in Quaresima e nel tempo di Pasqua, nonché in tutte le occasioni nelle quali la liturgia richiama il battesimo. E’ costituito da una formula antichissima, che probabilmente risale agli stessi apostoli.
Per introdurre il tema della fede occorre ovviamente partire dall’attuale contesto storico-culturale. E’ noto che dopo la 2° guerra mondiale siamo passati da una “cristianità” socialmente visibile ad una progressiva secolarizzazione, al laicismo, al sovvertimento di valori spirituali e  morali, e purtroppo, da tempo, anche alla persecuzione di fedeli sia del cristianesimo che di altre religioni: dall’ultimo rapporto sulla libertà religiosa nel mondo (novembre 2016) emerge che professare un credo è rischioso in ben 38 paesi del mondo. Pochi giorni fa l’ONU ha definito l’etnia Rohingya (di fede islamica) la più perseguitata al mondo!
Come osserva Charles Taylor, in “L’età secolare”, bisogna concentrarsi sulle condizioni della credenza: c’è stata una transizione da una società in cui la fede in Dio era incontestata e non problematica, a una in cui viene considerata come un'opzione tra le altre.
Ma esattamente che cosa significa CREDERE? Ritengo che nel contesto sopra delineato la prima risposta che viene spontanea è: avere fede, credere in un Dio e praticare di conseguenza una religione che ti impone norme e precetti di comportamento, spirituali e morali.
Ma le cose non stanno così, non ha più molto senso la formuletta sopra riportata, se appena cerchiamo di approfondire il significato delle parole “fede” e “credere”. Entrambe derivano dal latino: “fides” sta per l’italiano “fiducia”; e il “credere” latino corrisponde al nostro “affidare”, “confidare”. Infatti nel Dizionario teologico di Vorgrimler troviamo questa definizione: “FEDE viene chiamata, nel senso più generale, l’accettazione libera delle espressioni di una persona perché si ha fiducia in lei (“ti credo”).”
La fede è ad un tempo dono e scelta: dono, perché nasce dall’amore di Dio per ogni persona, cui Egli decide di farsi conoscere e con cui (unico essere della creazione) è possibile un dialogo interlocutorio; scelta, perché questo dono è proposto, non imposto da Dio, che rispetta sempre la nostra libertà, ci offre molte occasioni di incontrarLo, ma  aspetta da noi una  risposta consapevole e responsabile.
Allora, in quanto “scelta”, la fede è una manifestazione di libertà e di volontà dell’individuo che decide autonomamente di credere in qualcosa o in qualcuno, visto che quella del “fidarsi” è esperienza propria dell’essere umano: nasce con il neonato stesso (totalmente affidato a qualcuno) e dura per tutta la vita.
Prima di proseguire, è il caso di soffermarsi, sulla scorta di un bel libro di Josè Antonio Pagola (“Perché credere? Dialogo con i cercatori di Dio”, Paoline), sulle ragioni più frequenti che hanno comportato per molti l’abbandono della fede, quella fede in cui si era stati educati da piccoli fino al momento di ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana.
Ad esempio, talvolta si sente dire: “Non so che cosa mi è successo in questi anni, ma dentro sono molto cambiato. Non so più se credo o meno.” Che cosa ci sarà dietro queste parole?  Può essere che una persona, presa da mille impegni, senza neppure rendersene conto, abbia a poco a poco abbandonato ciò che poteva nutrire la sua fede, che così, priva di alimento, è andata spegnendosi.
Frequente è poi il caso di chi, dopo aver felicemente vissuto la fede da bambino, a un certo punto si accorge che essa gli è rimasta stretta, come i vestiti che indossava a 10 anni. Le sue conoscenze sono cresciute, come pure la sua cultura e la sua personalità; ma la fede non è cresciuta, ed è ovvio che una “religione infantile” non serve a dare senso e orientamento a una vita da adulti.
Ancora. Molti hanno abbandonato la fede perché si sono sentiti maltrattati dalla vita. Di conseguenza dicono di non credere più in nulla e nessuno; per recuperare la fede, dovrebbero scoprire il volto di un Dio Amico, attraverso i volti di chi cerca di condividere le loro sofferenze e si sforza di dare un aiuto.
Ma i più numerosi pare siano quelli che incolpano la Chiesa per la perdita della loro fede. Tuttavia non si dovrebbe mai confondere Dio con i vescovi e i sacerdoti. Se si vuole veramente trovare Dio, è importante ascoltare la propria coscienza, senza cercare scuse in ciò che fanno gli altri. Ogni essere umano, alla fine, vescovi, preti e semplici fedeli, risponderà personalmente di ogni sua azione a Domeneddio.
Infine c’è anche chi non ha la forza di sopportare il clima che spesso si respira oggi, “ovviamente” anti-religioso e anti-clericale. Di fronte a insinuazioni e domande del tipo: “Vai ancora a messa?”, “Non ti sei finalmente liberato dei preti?”, “Credi ancora a queste favole?”, non si ha il coraggio di rispondere e, magari senza rendersene conto, si finisce per “reprimere” la fede dentro di sè e fare come fanno gli altri. Ma non è certo una bella cosa “vivere come tutti”, senza ascoltare gli interrogativi e i desideri che ognuno si porta dentro.
E’ evidente che, in tutti i casi citati, non c’è traccia di una fede intesa come fiducia; ed è proprio questa realtà che va recuperata. Infatti chi crede a qualcuno o in qualcuno, accetta innanzitutto una persona, si affida ad essa, e di conseguenza ne accoglie la testimonianza.
Così, nell’ambito del cristianesimo, la fede è una dimostrazione di fiducia e di libero assenso all’attendibilità di  testimoni che comunicano verità cui per vari motivi non si può avere accesso diretto: questi testimoni sono gli apostoli, che hanno trascorso tre anni con Gesù di Nazareth, accogliendo il Suo insegnamento, vedendo quanto compiva  e riconoscendo in Lui quel Figlio di Dio che la cultura giudaica attendeva da secoli.
La vita di fede nella Chiesa consente poi a ciascuno di conoscere direttamente quello straordinario uomo-Dio che è Gesù Cristo, nei Sacramenti, nella preghiera, nella contemplazione, nei momenti bui e difficili dell’esistenza come in quelli positivi e gioiosi.
Forse non tutti sanno che i primi cristiani non parlavano della loro fede nei termini di una “religione”; quello che essi avevano trovato in Gesù e fatto proprio non era una nuova religione, ma il vero cammino per vivere. La fede in Gesù investe tutta la persona, dà un senso a tutto quello che si fa, al punto che S. Agostino, famoso convertito, arrivò a dire di Dio:  “intimior intimo meo…” (Confessioni 3,6), cioè: “Tu sei più presente in me del più profondo di me stesso.”
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Un’altra “vexata quaestio” che ha accompagnato in ogni epoca la storia del cristianesimo è il rapporto fede-ragione e/o religione-scienza. E’ impossibile trattarla adeguatamente in una/due pagine, ma qualcosa è pur possibile dire.
Sino a qualche tempo fa era abbastanza diffusa tra gli intellettuali non credenti (e purtroppo assecondata da certi “devoti” poco illuminati), un’idea che un po’ grossolanamente si potrebbe così sintetizzare: “chi crede non pensa; chi pensa non crede!”
L’insipienza di tale affermazione non ha bisogni di commenti. E’ ovvio che la fede non può essere oggetto di dimostrazione scientifica: questo sarebbe in contraddizione con la definizione che ne abbiamo dato. Ma  CREDERE  NON  SIGNIFICA  AFFATTO  RINUNCIARE  ALLA  RAGIONE.
Basti citare il famoso scienziato Max Planck; nel suo saggio “Conoscenza del mondo fisico” egli affermava che «scienza e religione non sono in contrasto, ma hanno bisogno l’una dell'altra per completarsi nella mente di un uomo che pensa seriamente».
E poi “la fede rifiuta di essere degradata al rango dell’esperienza irrazionale, puramente affettiva, dell’uomo toccato dall’aura del <sacro>. Il messaggio e la persona di Gesù, pur provenendo da Dio (che ci supera), si rivolgono sia al cuore che all’intelligenza dell’uomo” (F. Ardusso, Le ragioni della fede cristiana, San Paolo)
Non a caso un grande pensatore e scienziato cristiano ha scritto: “L'ultimo passo della ragione è il riconoscere che ci sono un'infinità di cose che la sorpassano” (Pascal, Pensieri 272)
Mons. Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna, chiarisce ulteriormente: “Riconoscere che ci sono verità che superano la nostra ragione non è un atto di fede; è un atto della nostra ragione……...Infatti ci sono verità, che la nostra persona ha assoluto bisogno di conoscere, ma che superano la nostra capacità. Questa è la grandezza e la miseria della nostra ragione: essa è capace di fare domande [=la sua grandezza] alle quali non è capace di rispondere [=la sua miseria].”
Dunque nell’atto di fede il credente si fida di Gesù Cristo e della testimonianza apostolica perché sono affidabili e ce ne offrono dei segni. Questa fiducia è sostenuta e confortata oggi dalle conclusioni delle ricerche sul valore storico dei vangeli e in genere del Nuovo Testamento (per il 1° Testamento il discorso è più complesso – rimando al mio sussidio sotto citato), per cui sono caduti vari pregiudizi di origine illuministica e positivistica.
I testi vanno comunque interpretati, se si vuole evitare una lettura fondamentalista (ricordo in proposito il mio “Sussidio per una lettura approfondita della Bibbia” che si trova nel mio sito). Nel grande segno che è la figura di Cristo il credente legge un’offerta di senso per la vita umana, una valida prospettiva con cui affrontare i massimi problemi della nostra esistenza: il senso della vita e della morte, il significato della sofferenza, il valore della storia, la questione dell’aldilà, le modalità della convivenza umana, la dimensione morale e quella spirituale, etc.  E Dio sa quanto ce n’è bisogno nel nostro tempo! “in cui – scrive la sociologa Giaccardi – abbiamo perso la capacità di cogliere le connessioni e così ci rassegniamo alle schegge di non senso che ogni giorno ci colpiscono”. (L’articolo integrale si trova nel file allegato “Aggiornamenti 8-1-17”)
Perfino Nietzsche, che non era certo tenero con il cristianesimo, ha riconosciuto che chi ha un perché per vivere, sopporta qualsiasi come!
Ora, una volta accolta nella fede la proposta cristiana, è un’esigenza della persona credente conoscere sempre più profondamente quel Dio che si è rivelato, e le sue opere. E per fare questo ci si serve della ragione. Allora la fede diventa intelligenza di ciò che crediamo.
Da che cosa è costituito questo “sapere della fede”?  da quel corso di studi, spesso presente anche in strutture universitarie laiche, che si chiama TEOLOGIA; la si può brevemente definire come “la riflessione scientifico-metodica sulla fede cristiana nel Dio che si è rivelato in Gesù di Nazaret”.
Ora, se si guarda alle discipline che vi vengono trattate (dall’antropologia filosofica e teologica alla morale, dalla sacramentaria all’esegesi biblica, dalla cristologia all’ecclesiologia, dalla pastorale alla patrologia, etc.), si vede quanto vasto sia il panorama di “sapere” che vi si affronta. Personalmente l’ho frequentata a Milano un po’ di anni fa e, per conseguire il titolo, ho sostenuto 50 esami, il doppio di quelli richiestimi per la Laurea in Lettere!
Come si vede, il dono divino della RAGIONE è fortemente valorizzato nell’ambito della fede!  E’ ovvio che non tutti hanno la possibilità di diventare teologi, ma in ogni diocesi esistono Istituti Superiori di Scienze Religiose (che preparano gli insegnanti di religione), Istituti Pastorali, corsi biblici o teologici di uno o due anni, programmi di formazione a livello locale, che offrono a TUTTI, se lo vogliono, la possibilità di far fronte ad un’eventuale ignoranza di contenuti della fede, così che quest’ultima sia più consapevole e anche in linea con l’età anagrafica del credente. E, dalla mia esperienza, vi assicuro che ogni corso è di grandissimo interesse!

Qui di seguito ho messo il testo del CREDO  APOSTOLICO  diviso nei 12 articoli, a ciascuno dei quali corrisponderà una mia Newsletter

1. Io credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra;
2. e in Gesù Cristo, Suo unico Figlio, nostro Signore,
3. il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine,
4. patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto;
5. discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte;
6. salì al cielo, siede alla destra di Dio, Padre onnipotente;
7. di là verrà a giudicare i vivi e i morti.
8. Credo nello Spirito Santo,
9. la santa Chiesa cattolica, la comunione dei Santi,
10. la remissione dei peccati,
11. la risurrezione della carne,
12. la vita eterna. Amen.

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