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RIFLESSIONI ATTUALI - San Benedetto e l’Europa

Parrocchia di san Simpliciano – incontri del lunedì

San Benedetto e l’Europa

 

 

Molto si parla nei tempi recenti della difficoltà che incontra il decollo dell’Europa. È da molti riconosciuta la sproporzione tra il rilievo dell’Europa sotto il profilo economico e soprattutto sotto il profilo culturale, e il suo rilievo politico. Il rilievo economico si misura: 18.140 miliardi di dollari di Pil, contro i 16.700 degli Usa e i 10.360 della Cina. Il rilievo culturale non si misura; e tuttavia è molto facile questa diagnosi sintetica: la gran parte delle risorse civili di cui vive il mondo intero – scienza, diritto, letteratura ed arti in genere – sono prodotto della tradizione europea. I principi proclamati all’Onu, con vigore intenzionalmente mondiale, sono europei. Il rilievo politico è invece quasi nullo.

L’apparente sproporzione di cui si dice per riferimento all’Europa è soltanto l’indice di un fenomeno planetario, che ha di che preoccupare. Tutte le nazioni della terra, e quindi poi il pianeta nel suo insieme, minaccia di tagliare le radici dalle quali nasce. Esiste l’Onu, esiste in tal senso un’istituzione politica planetaria, soltanto perché c’è l’Europa. Ma all’Onu l’Europa non c’è.

L’idea di Europa, o più precisamente l’ideale politico di Europa, è abbastanza recente. È, fondamentalmente, un prodotto della cultura illuminista. Nasce a correzione delle divisioni linguistiche ed etniche, che rendevano i paesi europei così litigiosi e sempre in guerra reciproca. L’ideale Europeo appare in tal senso, paradossalmente, molto poco europeo; i fautori di quell’ideale per criticare i pregiudizi europei si portano dal punto di vista dei persiani; ai loro occhi – suggerisce Montesquieu nelle famose Lettere persiane (1721) – appare con chiarezza l’ottusità dei francesi e dei tedeschi.

L’ideale europeo nasce universalista; una delle sue espressioni maggiori pare proprio questa, la negazione dell’eurocentrismo. Figli di quell’ideale sono, in tal senso, i diritti universali dell’uomo piuttosto che una positiva immagine dell’umano, della città e della civiltà.

A misura in cui di quei diritti si appropria l’Onu, e le società europee assomigliano sempre più a quelle nordamericane, a misura in cui il mercato omologa il mondo intero, appare con crescente chiarezza la differenza europea, ma anche come quella differenza sia in crisi.

In anni ormai lontani, in molteplici intervenni, Benedetto XVI segnalò come esistano due Europe: quella illuminista e quella cristiana. E associò con insistenza l’immagine cristiana dell’Europa al nome di san Benedetto e alla tradizione del monachesimo. Di più, qualificò l’Europa benedettina come l’Europa vera, e quella illuministica come finta. La più presente sulla scena pubblica – occorre riconoscerlo – è la seconda. Proprio essa conosce evidenti e crescenti difficoltà. Non sarà giunta l’ora di riscoprire l’altra?

Benedetto rappresenta un cristianesimo che eleva l’intenzione di diventare principio di civiltà, di cultura, di formazione umana. Esso punta sulla stabilitas loci. La Regola prescrive infatti che il candidato monaco

al momento dell'ammissione faccia in coro, davanti a tutta la comunità, solenne promessa di stabilità, conversione continua e obbedienza, al cospetto di Dio e di tutti i suoi santi, in modo da essere pienamente consapevole che, se un giorno dovesse comportarsi diversamente, sarà condannato da Colui del quale si fa giuoco» (cap. LVIII).

Un nesso chiaro lega la stabilitas loci alla conversione dei costumi; per i monaci era facile l’illusione che, al disagio incontrato in un certo habitat, si potesse rimediare trasferendosi altrove. Anche per gli europei moderni e anglofoni è facile la tentazione di cercare rimedio agli inconvenienti incontrati in un luogo traferendoci altrove. Benedetto sa che al disagio non si rimedia cambiando il luogo, ma soltanto cambiando i costumi. E per propiziare la conversione dei costumi risorsa preziosa è la fedeltà ai rapporti intrapresi. Attraverso tale fedeltà si costruisce la “comunità”, o addirittura la comunione, un’intesa che non si basa sulla complicità ammiccante, ma su un ethos condiviso.

Bisogna dunque istituire una scuola del servizio del Signore nella quale ci auguriamo di non prescrivere nulla di duro o di gravoso; ma se, per la correzione dei difetti o per il mantenimento della carità, dovrà introdursi una certa austerità, suggerita da motivi di giustizia, non ti far prendere dallo scoraggiamento al punto di abbandonare la via della salvezza, che in principio è necessariamente stretta e ripida. Mentre invece, man mano che si avanza nella vita monastica e nella fede, si corre per la via dei precetti divini col cuore dilatato dall'indicibile sovranità dell'amore. Così, non allontanandoci mai dagli insegnamenti di Dio e perseverando fino alla morte nel monastero in una fedele adesione alla sua dottrina, partecipiamo con la nostra sofferenza ai patimenti di Cristo per meritare di essere associati al suo regno. Amen.» (Prologo 45-49).

La tradizione monastica molto ha concorso, nella storia di Europa, alla formazione dell’uomo. Non all’ascesi, non semplicemente alla penitenza e al rinnegamento – come troppo spesso si pensa, o si dice. Quel che soprattutto manca alla formazione dell’uomo, alla forma morale della vita umana, è appunto l’assiduità dei rapporti.

Il potere di fare (la tecnica) si è enormemente accresciuto. Molto son cresciuti anche i poteri di auto manipolazione dell’uomo. Sempre minore appare invece la capacità morale dell’uomo, che è come dire la capacità di decidere di sé, di disporre di sé.

Sì, certo, molto si declama e si reclama in fatto di giustizia, di pace, di uguaglianza, di libertà, di tolleranza, di rispetto del creato, e altri “valori” del genere. «Ma questo moralismo rimane vago e scivola così, quasi inevitabilmente, nella sfera politico-partitica. Esso è anzitutto una pretesa rivolta agli altri, e troppo poco un dovere personale della nostra vita quotidiana. […] Negli ultimi decenni abbiamo visto ampiamente nelle nostre strade e sulle nostre piazze come il pacifismo possa deviare verso un anarchismo distruttivo e verso il terrorismo». Così si esprimeva nel 2005 il card. Ratzinger in una conferenza tenuta a Subiaco, che aveva per oggetto appunto il rapporto tra Benedetto ed Europa.

Il moralismo politico degli anni Settanta, le cui radici non sono affatto morte, fu un moralismo che riuscì ad affascinare anche dei giovani pieni di ideali. Ma era un moralismo con indirizzo sbagliato in quanto privo di serena razionalità, e perché, in ultima analisi, metteva l’utopia politica al di sopra della dignità del singolo uomo, mostrando persino di poter arrivare, in nome di grandi obbiettivi, a disprezzare l’uomo.

Vogliamo rivisitare la tradizione di san Benedetto per trovare documento non dei diritti dell’uomo, ma dell’uomo retto, diritto, capace di promettere e di ricordare, di rispondere di sé sempre e di fronte a tutti, di seguire un Pastore, e non arrendersi invece ad essere unico gregge senza alcun pastore.

 

programma

 

23 gennaioSanBenedetto e l’Europa di oggi secondo papa Benedetto XVI (discorso di Subiaco del 2005)

30 gennaioIl personaggio: ritratto secondo i Dialogi di san Gregorio Magno

6 febbraioLa Regola dei Monaci: quale progetto di vita?

13 febbraioIl monachesimo benedettino e la nascita della Europa cristiana

20 febbraioLe due Europe, quella illuministica e quella cristiana

RIFLESSIONI ATTUALI - AGGIORNAMENTI SULL'ATTUALITÀ (a cura di I. Mortari)

I delitti e l'orrore, la sfida di educare. Una cultura malata porta frutti avvelenati

Elisa Manna Avvenire sabato 14 gennaio 2017

Ancora una volta ci siamo ritrovati con le pagine dei giornali e i servizi dei notiziari che raccontano di un tremendo delitto familiare, con l’aggravante vertiginosa dei futili motivi.

Ancora una volta gli stessi giornali, gli stessi notiziari raccontano di una coppia di ragazzi prima felici, poi separati che conclude la crisi con l’acido sul viso bellissimo della ragazza, che rischia di perdere la vista. Provare a spiegare (attenzione, spiegare, non giustificare) la violenza intrafamiliare e nei rapporti di coppia, che ancora fortunatamente ci sconvolge nei racconti spietati dei notiziari, è un’operazione complessa, certamente non monodimensionale, ma necessaria.

Lo dobbiamo soprattutto ai tanti ragazzi, alle tante giovani che illuminano col loro sorriso le nostre vite di genitori: dobbiamo essere in grado di offrire loro una interpretazione serena, ma coraggiosa, di quello che davvero sta capitando alle nostre società, alle nostre comunità. Autorevoli psichiatri, coinvolti a caldo, nel 'subito dopo', per ottenere un barlume di interpretazione, ci dicono che i ragazzi che hanno fatto fuori i genitori ad accettate non sopportavano la benché minima frustrazione, che i ragazzi che danno fuoco alle loro fidanzate volevano distruggerle e dunque distruggere la loro immagine (perché la donna continua ad essere soprattutto immagine, bellezza) e che non tolleravano di essere lasciati perché dotati di una personalità fragile.

Tutte cose condivisibili e probabilmente vere, che però lasciano in ombra quello che a me sembra la vera origine, la matrice velenosa che sta infettando un’intera cultura, un’intera epoca, e che non può che avere questi frutti. Siamo in una foresta di cui tutti noi vediamo solo la punta degli alberi, senza nulla scorgere dell’intricatissimo viluppo di spineti e di liane scivolose, del susseguirsi di letali acquitrini che essa nasconde.

Tra poco più di un mese la ricorrenza celebrativa dell’8 marzo farà fioccare analisi di impostazione diversa, orientate a evidenziare il perenne latente conflitto per il potere tra maschile e femminile, che ricondurranno le devastazioni col fuoco o con l’acido dentro infelici coppie, al fatto che il maschio non può sentire di perdere il controllo sulla femmina, pena la perdita violenta e crudele dell’auto- controllo. Anche queste analisi conterranno la loro parte di verità, ma la foresta velenosa continuerà a proliferare indisturbata, a invadere con ramificazioni vigorose e letali nuovi territori. Ma di quale foresta stiamo parlando, qual è questa matrice insana che produce frutti avvelenati? Un tempo ormai lontano le persone caratterizzate da alcune perversioni (sadismo, masochismo ecc.) avevano i loro circuiti: conoscevano i posti dove guardare film, spettacoli, in cui ritrovare rappresentati i loro fantasmi. La cosa in sé era tremenda, ma minoritaria e 'confinata'.

A un certo punto qualcuno (che evidentemente non voleva sentirsi parte di una minoranza 'maledetta' e che era abbastanza potente per far sentire la sua voce) ha cominciato a dire che non stava scritto da nessuna parte che certe pratiche fossero 'malate', e che anzi andavano derubricate nei manuali di psichiatria.

Contenuti audiovisivi che rappresentano quest’immaginario malato hanno preso gradatamente spazio e diritto di cittadinanza nei circuiti di distribuzione di un immaginario di massa. Centrali ideologiche senza scrupoli, ossessionate dal loro stesso nichilismo, hanno sfondato il muro del suono di ogni etica, di ogni concetto del limite, e hanno fatto di queste 'depravazioni' un passatempo: film che mostrano donne seviziate in ogni modo, videogiochi che insegnano a far fuori le persone e i genitori, siti internet che sono una sfida a ogni sguardo, per quanto temerario.

Una ricerca nordeuropea, ad esempio, ha evidenziato tempo fa l’abitudine degli adolescenti svedesi a confrontarsi sulla propria capacità di sopportare qualunque spettacolo su Internet, anche il più violento e ributtante. A chi obiettasse che gli adolescenti hanno sempre gareggiato a voler dimostrare di essere forti di stomaco e di audacia (dopotutto, un rito d’iniziazione), si può rispondere che la gara un tempo avveniva su binari molto meno cruenti e comunque ancorati alla vita reale. Il sistema politico-istituzionale ha mostrato di voler arginare in certa misura questo profluvio di miserie umane e morali (che hanno un nome tecnico, si chiamano «contenuti gravemente nocivi») che infetta la mente di persone di tutte le età.

Ma questo sforzo si è dimostrato pura facciata, ipocrita pantomima, che ha impegnato in Italia Comitati e Commissioni rivelatesi impotenti, proprio sul piano normativo, a intervenire su questi prodotti tossici per la mente e per l’anima. La mia non è un’affermazione per sentito dire: ho fatto parte di queste Commissioni per quasi 15 anni. E i tentativi di fare muro contro quest’ondata velenosa sono falliti.

No, non sto dichiarando che bastano due ore di tv violenta più due ore di Internet violento più due ore di videogiochi violenti al giorno a inquinare una mente limpida e serena. Ma che queste 6 ore magari su una persona in difficoltà, aggressiva, conflittuale o semplicemente fortemente frustrata, un certo effetto ce l’hanno di sicuro. Lo affermano i più grandi psicologi a livello internazionale che lo stesso Barack Obama ha chiamato a consulto dopo l’ennesima strage insensata in una scuola americana. E risparmio al lettore, già affaticato, di parlare del deep Internet dove tutto avviene realmente. Che si aspetta a riprendere una seria iniziativa politico istituzionale su questo tema?

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II°

Vincere il male con il bene. La forza della evangelica «rivoluzione della tenerezza»

 

Francesco D'Agostino Avvenire domenica 15 gennaio 2017

 

Nell’editoriale pubblicato su questo giornale il 3 gennaio, Pierangelo Sequeri usa parole forti contro l’odio, ciò che «avvelena i pozzi della comunità umana», la cifra «furiosa e irrazionale», che meglio di ogni altra riassume gli anni che stiamo vivendo. «L’odio, quando è tollerato, non ascolta più ragioni né religioni». Quindi «non c’è libertà di espressione per l’odio». Quindi ancora: «Non si devono fare distinzioni con l’odio». E questo non deve essere soltanto un augurio; deve anche e soprattutto essere «una promessa forte come un giuramento davanti a Dio». Si possono usare espressioni più inequivocabili di queste? Probabilmente no.

Eppure, ancora più nitide sono le espressioni che Sequeri usa per indicare quello che deve essere il nostro modo, il modo cristiano, di opporci all’odio. Ricordando papa Francesco, egli usa un’espressione che i più (coloro cioè che hanno dimenticato o mal compreso o rimosso il messaggio evangelico) potrebbero ritenere melensa, ma che invece – proprio perché radicata nella predicazione di Gesù – possiede una forza incredibile: la «rivoluzione della tenerezza». Il male si vince non con il male, ma attraverso il bene.

Parole facili a ripetersi, ma difficilissime a comprendersi, perché il 'bene', unica arma che abbiamo per contrapporci al male, sempre più spesso oggi è banalmente inteso come 'tolleranza'. La tolleranza è una splendida pratica sociale, a condizione però che non si riveli ottusa, ingenua e irresponsabile.

Una tollerante ottusità infatti si traduce alla fin fine nell’accettazione diffusa di pratiche che corrompono non solo noi, ma, cosa ben più grave, anche e soprattutto i nostri figli. Come impedire che la tolleranza venga distorta fino a tal punto? Mantenendo una distinzione di piani che il cristianesimo ha sempre rivendicato, ma che deve anche riconquistare generazione dopo generazione: quella tra il bene sociale (garantito dal diritto) e il bene spirituale (garantito dall’etica e soprattutto dalla fede). Per il cristiano non può esserci alcun dubbio: il modo veramente radicale per combattere il male è quello spirituale, che, sempre per il cristiano, si riassume nell’imitazione di Cristo, che «oltraggiato non rispondeva con oltraggi e soffrendo non minacciava vendetta», come spiega pazientemente san Pietro ai destinatari della sua prima lettera.

Ma la radicalità dell’impegno evangelico è come l’ultimo gradino di una scala che va percorsa tutta, con umiltà, a partire dal primo gradino. E il primo gradino di questa scala è rappresentato appunto dal diritto, che dice di no al male garantendo la dimensione più piccola del bene, quella che chiamiamo giustizia e che San Tommaso non a caso qualificava come un «minimo etico».

Una dimensione che in sé e per sé non ci garantisce la salvezza (perché si può rispettare la giustizia senza amore), ma che della salvezza costituisce il presupposto (non può salvarsi chi non sia giusto). La prima parola che tutti dobbiamo pronunciare contro l’odio è una parola di giustizia (difficile, ma non impossibile a pronunciarsi. L’ultima è quella dell’amore (talmente difficile a pronunciarsi, che non riesce a venirci alle labbra senza l’aiuto della grazia di Dio). Ciò significa che l’odio non va scioccamente tollerato, ma va attivamente combattuto, non con gli strumenti che dell’odio sono propri (primo tra tutti la violenza), ma con quelli che sono invece propri del diritto (la giustizia, anche e soprattutto nella sua dimensione più severa, quella penale).

Realizzata la giustizia, si apre – in particolare per i cristiani – lo spazio davvero sconfinato della «rivoluzione della tenerezza», che non ha nulla da temere dalla severità del diritto, perché questa severità non la contraddice, ma la precede e in qualche modo la prepara. La punizione (che è autentica, solo se giusta) non è un male, ci ricorda costantemente san Tommaso. E il perdono, che della «rivoluzione della tenerezza» è la prima espressione, non è negazione della punizione (ritenuta oggi improvvidamente inappropriata o peggio ancora superflua), ma il suo inveramento, per la cui autenticità è indispensabile il radicamento nell’amore.

E poiché oggi nessun paradigma è divenuto così ambiguo come quello dell’amore, non deve stupirci l’ambiguità che sta travolgendo, una dopo l’altra, categorie come appunto quella del perdono, quella della pena, quella del male e (ahimè!) quella stessa del bene.

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III°

 

UN ESEMPIO DI BENE CHE VINCE IL MALE:

 

Deradicalizzazione. L’impegno globale delle madri anti-jihad.

 

Lucia Capuzzi Avvenire, 14 gennaio 2017

 

Quando penso a mio figlio, cioè sempre, lo ricordo per il ragazzo tranquillo che era, non per gli errori che ha commesso. In una delle molte foto, Damian Clairmont, il “ragazzo tranquillo” di Calgary, in Canada, indossa un cappellino bianco e fissa l’obiettivo divertito. Si fa fatica a collegare questo adolescente dagli occhi grandi con Mustafà-al-Gharib, ucciso ad Aleppo dall’Esercito libero, il 15 gennaio di due anni fa.

 

Combattente di una guerra estranea, nelle fila di un esercito ancora più estraneo. Quello dell’allora Fronte al-Nusra, ora Fatah-al-Sham, il braccio di Al Qaeda in Siria. La madre, Christianne Boudreau, ha assistito impotente alla mutazione interiore che ha trasformata in Mustafà. Un processo perverso che gli ha tolto, appena ventiduenne, vita e affetti per dargli, in cambio, morte, altrui e propria. Una catena di errori, come la definisce Christianne.

 

“Eppure – dice ad Avvenire – lui era molto di più dei suoi sbagli. Come ogni essere umano”. Anche i foreign fighter = “combattenti stranieri”, cioè i giovani europei e americani – di origine immigrata o autoctoni come Damian – reclutati dai jihadisti come soldati. Carne da cannone nelle trincee del Medio Oriente o bombe umane per colpire in Occidente.

 

Forte di tale consapevolezza, Christianne ha creato, a febbraio 2015, “Mothers for life”, una rete internazionale di genitori impegnati nella prevenzione e nel contrasto alle strategie di radicalizzazione messe in atto dai fondamentalisti.

 

Mamme e papà anti-jihad, li chiamano. “Ho saputo della morte di Damian da un giornalista: l’aveva letta in un tweet di un altro jihadista. Il dolore è stato lancinante. Alla sofferenza si sommava lo smarrimento…….Mio figlio era stato ammazzato mentre combatteva per Al Qaeda…..Non riuscivo a parlarne. Ho cercato così su Internet qualcuno che avesse vissuto un’esperienza simile.”

 

Quando si è imbattuta nella storia di Dominique Bons, Christianne si è precipitata a Tolosa per conoscerla. Quello è stato il primo seme di Mothers for Live, creata poco dopo con la collaborazione dello studioso tedesco Daniel Khoeler, direttore dell’Istituto di studi sulla radicalizzazione e de-radicalizzazione di Berlino.

 

Ora Mothers for Live è diffusa in 11 nazioni, Italia inclusa. “Lessi un articolo dedicato a Christianne, decisi subito che dovevo mettermi in contatto con lei”, dice Carlo Delnevo, papà di Giuliano Ibrahim, ucciso in Siria nel giugno 2013. Con la rete di “Mothers” “condivido questo dolore. A christianne e alle altre mamme mi lega un sentimento molto forte e unico, un legame speciale”, prosegue il genovese.

 

Quest’ultimo, di fede islamica, rivolge un messaggio chiaro agli aspiranti foreign fighter: “A chi vuol partire direi di pensarci bene; direi che andare in Siria oggi vuol dire quasi certamente morire e che ha dei doveri nei confronti della Umma (la comunità dei credenti, ndr), ne ha anche nei confronti dei suoi genitori e dei suoi familiari. Gli direi poi che il rischio di essere strumentalizzati è altissimo.”

 

Oltre ad alleviare il dolore dei genitori, Mothers for Live cerca di aiutarli a capire se i ragazzi si stanno radicalizzando, in modo da strapparli alla propaganda jihadista prima che sia troppo tardi.

 

L’organizzazione svolga anche azioni di sensibilizzazione nelle scuole. “A volte penso che, se fosse esistita una rete così, magari avrei fermato Damian. E lui sarebbe ancora vivo….”. Il giovane invece è stato avvelenato piano piano. A 16 anni, dopo una depressione, Damian aveva trovato un po’ di pace nell’Islam. La “svolta” è avvenuta nel 2011, quando il ragazzo ha cambiato casa e moschea. Là ha conosciuto alcuni che l’hanno indirizzato vero il salafismo estremista.

 

Il processo di radicalizzazione poi è proseguito sul Web. “Giorno dopo giorno Damian diventava sempre più taciturno, irascibile. Si isolava dalla famiglia, non mangiava nemmeno più con noi”, racconta la madre.

 

Un’involuzione simile a quella dei dipendenti da sostanze. Poi, a novembre 2013, la telefonata dal confine turco, prima di entrare in Siria. “Da lì, ogni tanto, mi chiamava. Era teso, nervoso. Cercavo di convincerlo a tornare. Non sono stata però in grado…..Ora, forse…”. Perché Christianne ne è convinta: “Dal jihad si può uscire”.

 

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IV°

 

Dov’è finito il principio di autorità, di E.Galli Della Loggia Corriere della Sera 7/1/2017

Per uscire dalla crisi in cui è sprofondata da oltre un decennio — frutto soprattutto, io credo, dei molti nodi stretti già durante la Prima Repubblica — l’Italia ha bisogno di una cosa soprattutto: che cambi il clima culturale del Paese, il suo modo di pensare. Che sgombrino il campo i pregiudizi e le idee ricevute che per almeno trent’anni hanno fin qui governato la nostra società. Per fare posto a un’esigenza ormai improcrastinabile di verità e di realismo.

Tra le molte cose che una tale esigenza impone di riscoprire metterei ai primissimi posti l’idea di autorità: il bisogno di riscoprire il suo senso, di legittimarne nuovamente la pratica. A cominciare specialmente dall’ambito pubblico. Non voglio addentrarmi nelle ragioni che da noi hanno portato al lungo oscuramento di quell’idea e di quella prassi. Voglio solo sostenere che oggi diventano sempre più evidenti nuove ragioni di segno opposto che la realtà ci obbliga ad ascoltare.

E va da sé che quando si dice autorità non può che intendersi in linea di massima (in linea di massima, sottolineo, non sempre) l’autorità di una sola persona o istituzione, un’autorità monocratica. A muoverci in questa direzione dovrebbe spingerci anche la più immediata attualità. È ammissibile ad esempio che in una situazione di palese, grave, emergenza come quella creata dalla massa di migranti in arrivo sulle nostre coste, il ministro degli Interni non abbia l’autorità per disporre la loro collocazione sul territorio come egli giudica meglio?

Cioè secondo un piano razionale, tenendo conto delle mille circostanze di cui bisogna tener conto, pronto naturalmente a rispondere di quello che fa davanti al Parlamento, ossia ai cittadini della Repubblica? È ammissibile, è nell’interesse generale del Paese, mi chiedo, che invece il suo potere, come accade oggi, debba essere limitato, condizionato, in qualche modo subordinato, a quello dei più di 8 mila sindaci che conta la Penisola, quasi che egli fosse una specie di Gengis Khan unicamente desideroso di portare lo scompiglio nel Paese? Ha senso che in tal modo, e per giunta in una questione così delicata, si crei una virtuale quanto casuale divisione a macchia di leopardo (dove tanti e dove nessuno) dello stesso Paese?

Ma il problema è ben più vasto. Infatti, in Italia, è da tempo che si è affermata dovunque nel settore pubblico la tendenza alla massima diffusione/diluizione del potere di decidere. Questa tendenza trova la sua massima espressione nella prassi della «concertazione», ormai divenuta una sorta di surrettizio principio costituzionale. La quale in moltissimi casi, del resto, è prescritta dalle stesse leggi licenziate dal Parlamento, ovvero prescritta dai famosi regolamenti attuativi delle medesime, destinati solitamente a vedere la luce a distanza di qualche anno, e spesso anch’essi redatti a loro volta in concertazione tra cinque-sei amministrazioni diverse, in una sorta di kafkiana moltiplicazione delle «concertazioni». Per l’esercizio di qualunque principio di autorità applicato all’ambito delle decisioni di carattere politico-amministrativo la «concertazione» rappresenta una modalità dalle conseguenze micidiali.

In teoria, naturalmente, nulla di meglio del fatto che decisioni di qualche importanza riguardanti più soggetti o più ambiti vengano prese, sentiti tutti i competenti e gli interessati, con il loro consenso. In teoria. Ma in pratica — e soprattutto in un Paese come il nostro dove sono tradizionalmente fortissimi gli interessi locali e settoriali, i corporativismi e le gelosie delle «competenze» — ciò significa immancabilmente riunioni su riunioni, con il conseguente allungamento spaventoso di tutti i tempi (quando non il rinvio sine die di ogni decisione), e spessissimo l’adozione di una decisione affidata a un testo lunghissimo e farraginoso, zeppo di obblighi di adempimenti vari e di trafile burocratiche infinite.

Senza contare un’altra grave conseguenza: e cioè che ogni decisione presa in questa maniera finisce facilmente per essere virtualmente figlia di nessuno. La sua paternità, infatti, può essere rimpallata con agio da uno all’altro dei molti decisori. Con tanti saluti, quindi, a quel principio di imputabilità, e quindi di responsabilità amministrativa e politica (sapere chi fa che cosa, in modo da poterlo premiare o punire con il voto), che dovrebbe costituire un caposaldo di ogni regime democratico.

Al generale declino dell’idea di autorità e della sua prassi nell’ambito pubblico ha contribuito potentemente, infine, un fenomeno specifico solo all’apparenza. Vale a dire la delegittimazione pressoché totale del giudizio del capo dell’ufficio per ciò che concerne l’avanzamento nelle carriere degli addetti e/o i connessi riconoscimenti economici. Giudizio il cui rilievo è oggi, come si sa, fortissimamente limitato se non per molti aspetti e in molti settori del tutto irrilevante.

Il fatto qui decisivo è stata la sindacalizzazione del pubblico impiego, svoltasi dalla fine degli anni Sessanta per gran parte all’insegna di una lotta incessante — coronata da un sostanziale successo — contro il principale potere in cui si sostanziava l’autorità del superiore gerarchico: quello per l’appunto di incidere sulla carriera e la retribuzione. Contro un tale potere, contro il suo carattere inevitabilmente arbitrario, si è cercato di costruire vari meccanismi alternativi di accertamento del merito, i quali potessero avere un carattere per così dire «oggettivo», fondato di volta in volta sull’automatismo dell’anzianità, sulla collegialità dell’organo giudicante, o in qualche misura, come avviene per la scuola, addirittura su una sorta di autovalutazione collettiva degli insegnanti.

Quanto all’effettivo accertamento del merito, il risultato è sotto gli occhi di tutti. Perché se è vero che il giudizio del singolo con la sua inevitabile soggettività poteva di certo prestarsi all’abuso e all’ingiustizia — contro la quale peraltro era sempre possibile opporre varie forme di ricorso —, è anche vero però che i nuovi criteri di giudizio, con il loro inevitabile egualitarismo che premia nella stessa misura i meritevoli e gli immeritevoli, producono un’ingiustizia certo diversa dall’altra, ma pur sempre un’ingiustizia sostanziale, contro la quale inoltre non sembrano esserci rimedi. Senza contare, il che forse non è proprio del tutto irrilevante, con maggiore danno per l’interesse generale.

 

RIFLESSIONI ATTUALI - CREDO IN DIO PADRE (a cura di I. Mortari)

CREDO IN DIO PADRE

 

Il CREDO è un breve sommario delle principali verità che il cristiano deve credere; è una sintesi che abbraccia tutta la Rivelazione. E’ articolato in 3 parti: 1°-Dio Padre e la creazione; 2° - Gesù Cristo e la redenzione; 3° - Lo Spirito Santo e la santificazione.

Inoltre vedi Newsl.N.32 pagg.1-2

 

Il 1° articolo del Credo è: “Io credo in Dio Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra”

 

I° - IO CREDO IN DIO

 

Che cosa si può dire di Dio? Ovviamente esistono una bibliografia e una saggistica teologica e laica infinite. Io ho trovato molto semplice e chiara la spiegazione del teologo e filosofo Battista Mondin, nel suo “Dizionario enciclopedico di filosofia, teologia e morale”, ediz. Massimo:

 

“Dio è il nome che nei testi sacri, in filosofia e in teologia, si dà alla realtà suprema, al principio primo e unico di ogni cosa.

 

L’idea di Dio come essere supremo, signore del mondo, dell’uomo e della storia, fu sempre viva nella coscienza e nella vita dell’umanità; è presente in tutte le culture, sia primitive che progredite, ed è il simbolo centrale e principale di ogni religione.”

 

E’ evidente che non mi attarderò a parlare di un Dio in generale, ma mi concentrerò sulla figura di Dio nella fede cristiana. E, seguendo il metodo teologico, partirò dalla Scrittura, Antico (o Primo come oggi si preferisce) e Nuovo Testamento.

 

Nell’A.T. emerge chiaramente che, a differenza di tutte le altre religioni antiche, in cui era presente la coppia di un Dio e una Dea, dalla cui unione nasceva il mondo, DIO E’ UNICO e non è un DIO MASCHIO. E’ al di sopra della distinzione sessuale, perché è la TOTALITA’, è l’AMORE stesso. E per farcelo capire, il Primo Testamento spesso paragona l’amore di Dio a quello di un padre, di una madre, di un fidanzato (cfr. ad esempio Osea 11,1-4; Is.66,13)

 

Molto significativo è il passo di Is.49,15-16: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costei si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai”.

 

Al massimo si può paragonare l’amore di Dio alle forme più alte dell’amore umano, ma Dio è molto più di un padre, di una madre, di uno sposo, di un amico.

 

 

 

II° - PADRE ONNIPOTENTE

 

Analizzerò i due termini distintamente: a) DIO E’ PADRE

 

E’ significativo che nella Scrittura il termine “Padre” attribuito a Dio ricorra ben 270 volte.

 

“In effetti – dice Papa Francesco – Dio ci tratta da figli, ci comprende, ci perdona, ci abbraccia, ci ama anche quando sbagliamo……Tuttavia questa relazione filiale con Dio non è come un tesoro che conserviamo in un angolo della nostra vita, ma deve crescere, deve essere alimentata ogni giorno con l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera, la partecipazione ai Sacramenti, specialmente della Riconciliazione e dell’Eucarestia, e la carità.

 

Può apparire paradossale, ma “la paternità di Dio è più reale della paternità umana, perché ultimamente il nostro essere lo abbiamo da Lui; perché Egli ci ha pensati e voluti fin dall’eternità; perché è Lui che ci dona l’autentica casa del Padre, quella eterna” (Papa Ratzinger, p.172 di Gesù di Nazaret, Rizzoli).

 

C’è quindi una sicurezza: nel turbinio degli eventi e degli interrogativi della storia l’uomo non è solitario e sperduto, perché Dio è presente e attento come un padre. Egli ama tutti e si china in particolare sui piccoli, i diseredati, gli emarginati, su quanti vivono senza speranza.

 

Charles de Foucault pregava così: “Padre mio…….Tu non sei un Dio lontano e straniero, ma un Padre….il tuo amore non si fonda sui nostri meriti, ma unicamente sulla tua bontà, mai stanca di ricominciare ad amare. Tu non ci ami perché siamo buoni o belli, ma ci rendi buoni e belli perchè ci ami!”

 

Non a caso la preghiera fondamentale del cristiano è il “Padre nostro”, cui ho dedicato la Newsletter n.20 del 6/6/2016

 

 

b) PADRE ONNIPOTENTE

 

Nel linguaggio comune “onnipotente” significa “che può tutto”, e nella nostra mentalità è collegato ad una idea di totalità, forza, potere, potenza fisica, militare, atomica, etc.

Ma questo termine non c’è nei testi originali della Scrittura. Nella Bibbia ebraica i 60 passi tradotti in italiano con “Dio onnipotente” in realtà parlano di “El Shaddai”, intraducibile, che ha a che fare con la potenza e l’altezza: è la capacità benedicente di Dio, che incute timore; è il “Pantokrator” greco, che compare nel Nuovo Testamento solo in 2 Cor.6,8 e 9 volte nell’Apocalisse, cioè: è solo negli ultimi tempi che si manifesterà TUTTA LA POTENZA DI DIO.

 

Ma soprattutto dalla Scrittura emerge, in una enorme quantità di passi, che Dio fondamentalmente è AMORE. Non a caso nel Credo non diciamo Dio Onnipotente, bensì PADRE ONNIPOTENTE, e ovviamente, se uniamo quanto appena detto su Dio Padre alla parola “onnipotente”, ne risulta che il Dio cristiano è ONNIPOTENTE SI’. MA NON GENERICAMENTE: EGLI E’ ONNIPOTENTE NELL’AMORE.

 

Capisco che non è facile, ma dovremmo davvero liberarci una buona volta da un’idea di onnipotenza di Dio che non ha nulla a che vedere con il Dio rivelato da Gesù, ma appartiene piuttosto alle religioni primitive e alla filosofia; tanto per fare un esempio, il Dio in cui crediamo non è il “Motore immobile dell’universo” di Aristotele, o almeno non è solo quello!

 

Il CCC al n.272 dice: “La fede in Dio Padre onnipotente può essere messa alla prova dall’esperienza del male e della sofferenza. Talvolta Dio può sembrare assente e incapace di impedire il male.” Ma non è così. Il fatto è che i rapporti tra la potenza divina, detta amore, e la potenza del male sono asimmetrici, cioè non sono due forze uguali e contrarie.

 

Questo significa che non è possibile avere contemporaneamente e completamente la potenza, cioè un influsso plasmante e coercitivo sulla realtà (chi è potente ha certamente più chances di chi non lo è, ma a quale prezzo?) e l’amore, che è invece accoglienza disinteressata e incondizionata dell’altro, ed è rifiuto di violenza di qualsiasi tipo verso l’altro.

 

“E’ evidente che nella realtà quotidiana questo può comportare grossi problemi, perché chi agisce per amore vorrebbe avere successo, vorrebbe vincere il male, e per ottenere questi obiettivi, avrebbe bisogno di potenza.” (cfr. H. Haering, Il male nel mondo, Queriniana, p.256)

 

A volte si possono trovare compromessi ragionevoli ed equilibrati tra le parti in conflitto; ma nella maggior parte dei casi ci rendiamo conto con dolore che è possibile cancellare un’ingiustizia solo commettendone un’altra, che è possibile rimediare a una sofferenza solo provocandone altre.

 

E allora bisogna decidere se soccorrere gli oppressi, vittime di violenza, usando pure noi la violenza e dunque opprimendo a nostra volta, oppure vivere un amore “impotente”, che al momento subisce una sconfitta.

 

Gesù, di fronte alla condanna ingiusta e tremenda che l’ha colpito, non ha risposto facendo valere la potenza che pure aveva dimostrato di avere in tante occasioni (miracoli, guarigioni, azioni straordinarie), non fulmina i suoi persecutori, non scende dalla croce (come qualcuno lo invita con sarcasmo), ma subisce il male.

 

La sua forza non sta nel compiere un miracolo a suo favore, ma nel mantenere una incrollabile, salda, perfin paradossale FIDUCIA nel Padre (“Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”- Luca 23,46.)

 

Ora, guardando Gesù sulla croce, Dio sembra impotente, ma non è così, perché con il dono della sua vita Gesù ha salvato gli uomini e soprattutto perché la potenza d’amore di Dio lo ha riportato alla vita nella resurrezione (che vedremo spiegando l’art.5° del Credo).

 

Non dimentichiamo che essere cristiani è seguire e imitare Gesù e di ricordarci che per il cristiano il male si vince solo con il bene (vedi 2° articolo nel file 33-Aggiornamenti qui allegato e quello di don Patriciello in N.32 B C p.2, mandato l’8 gennaio scorso.)

 

Tanti obiettano: “Ma se Dio è Bene e Amore onnipotente, perché non interviene a impedire il male, specie quello più disumano, tragico e folle che purtroppo non manca nemmeno ai nostri giorni?

Dio non interviene perché è coerente con se stesso: ha creato l’uomo libero e rispetta sempre la sua libertà, anche quando purtroppo è usata male. Dio non è un burattinaio, né un tappabuchi, ma la vita non finisce qui e nell’aldilà ci apparirà un disegno completo e perfetto, un disegno di cui ora, come in una stoffa ricamata, vediamo solo il rovescio: un intrico confuso di fili.

 

Del resto l’esperienza storica “docet”; Gandhi e Martin Luther King non provocarono (almeno personalmente) alcuna vittima e raggiunsero i loro obiettivi (pagandoli se mai con la loro stessa vita!). Il terrorismo in Irlanda (IRA) è durato 30 anni e ha provocato 3.000 morti. Finalmente nel 1998 Blair e Bertie Ahern firmano l’accordo di pace del Venerdì Santo. La differenza tra le due situazioni è lapalissiana.

 

Per approfondire l’argomento “Dio è amore” suggerisco di riprendere l’enciclica di Benedetto XVI° “Deus caritas est”

 

 

III° - CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA

 

L’argomento è ben trattato dall’Arcivescovo emerito di Milano Card. Dionigi Tettamanzi, in “Questa è la nostra fede!”, Centro Ambrosiano, 2004, pagg.39 – 42 passim

 

“Questo stesso Dio, Padre onnipotente, è il “creatore del cielo e della terra”. Il Padre onnipotente è all’origine del dono più radicale e sorgivo, che è l’esistenza stessa dell’uomo e di tutte le cose…………Parlare di creazione significa affrontare il problema

delle origini del mondo e dell’uomo. In questo contesto non ha senso contrapporre creazione ed evoluzione, perché “non si tratta soltanto di sapere quando e come sia sorto materialmente il cosmo, né quando sia apparso l’uomo, quanto piuttosto di scoprire quale sia il senso di tale origine.” (Catech.Chiesa Cattol., n.282).

 

Come la spiegazione scientifica della nascita di un bambino non contraddice l’affermazione che egli è il frutto del libero dono d’amore dei suoi genitori, così è per la creazione del mondo e dell’uomo. Ogni seria spiegazione scientifica al riguardo non è mai in contrasto con il dato della fede, perché confessare che Dio è “creatore del cielo e della terra” significa affermare che l’origine del mondo e dell’uomo non è governata dal caso, da un destino cieco, da una necessità anonima, ma da un Essere trascendente, intelligente e buono, che è Dio………..L’esistenza del mondo è il frutto della libera decisione di Dio che, in forza del suo immenso amore, ha voluto “uscire da sé” e così ha fatto esistere tutte le creature , costituendole “buone”, perché partecipi del suo essere, della sua saggezza, della sua bontà…….La fede nel Creatore riguarda “il cielo e la terra”, cioè la totalità di ciò che esiste. “Cielo e terra” è un’espressione che significa “tutto ciò che esiste” e che indica l’intera creazione, perché “cielo e terra” costituiscono, per così dire, gli estremi in cui è contenuto tutto il mondo della nostra esperienza…..

 

Ma “cielo e terra” dicono anche i due poli dell’esperienza umana. La “terra” indica la parte caduca, transitoria e mortale della realtà. Il “cielo” si identifica con la parte elevata, immutabile e ordinata della medesima realtà. Quando l’uomo antico guardava il cielo, vedeva il movimento regolare e solenne degli astri e rimaneva impressionato a causa dell’armonia e dell’ordine del “mondo superiore” e spesso era portato a divinizzarlo. Ora, professare nella fede che Dio è “il creatore del cielo e della terra” significa affermare che non è così: il ”cielo”, con tutto ciò a cui esso rimanda, non è Dio e non costituisce un mondo divino. Anch’esso è “creatura”, ossia una realtà che deve a Dio la sua esistenza.”

 

Persino Voltaire, che spregiava il cattolicesimo come covo di intolleranza, disprezzava ancora di più gli atei e diceva la celebre frase: “Non è logico servirsi di un orologio e negare l’orologiaio”.

 

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L’ANGOLO DEI PICCOLI

Dal libro di Don Pino Pellegrino, Mamma e Papà – Regalatemi Dio, Astegiano Ed. scrive:

“Ci sono tre vie per parlare di Dio ai bambini: la via dei racconti, quella dei paragoni e quella della nostra vita.” Cito un esempio della seconda via:

“Se il bambino chiede: Chi è Dio?, si può rispondere:

  • Dio è come il sole: il sole c’è, anche se non si vede perché coperto dalle nuvole

  • e poi riscalda tutti, senza guardare il volto che gli si offre

  • Dio è come il distributore di benzina self-service: è aperto a tutte le ore

  • Dio è come la segreteria telefonica: basta lasciargli un messaggio e Lui ti richiama di sicuro

  • Dio è come la zolletta di zucchero: è in tutta la tazza del latte, ma non si vede

  • Dio è come il mare: regge chi gli si abbandona

Altri libri:

Anna Peiretti – B. Ferrero, Il Credo raccontato ai bambini, LDC

Massimo Diana, Dio e il bambino (psicologia ed educazione religiosa) LDC

Il Padre Nostro spiegato da Enzo Bianchi (ai bambini), ed. San Paolo

B. Ferrero, Il male e la sofferenza raccontati ai bambini. Perché?, LDC

RIFLESSIONI ATTUALI - I migranti nel bosco oltre la rete di Ceuta, porta chiusa d’Europa ( Lucia Capuzzi)

Avvenire sabato 7 gennaio 2017

 

Sono mediamente oltre 2mila i giovani che ogni anno riescono a superare la barriera e vengono poi espulsi o rimpatriati dalle autorità spagnole, altrettanti quelli che tentano la via del mare

 

«Dio, Tu sei il Signore al di qua come al di là della rete. Tu solo puoi aiutarci ora». L’hanno ripetuto una, due, mille volte. Fin quando le parole si sono conficcate in gola come spine. E la voce s’è tramutata in un tremolio delle labbra. All’unisono, Dominique, il cristiano e Abu l’islamico, hanno recitato l’improvvisata preghiera per le nove strazianti ore in cui sono rimasti lassù, in cima alla barriera. Fianco a fianco, sospesi tra l’Africa, alle spalle, e l’Europa di fronte. Con le mani aggrappate al filo spinato per non venire risucchiati dal vuoto e fare un tonfo di sei metri. Quando hanno visto la polizia portare le gru, hanno creduto che fosse finita. Ben “protetta” dietro le sue multiple barriere, la “fortezza” Ceuta, diciannove chilometri quadrati di Spagna in terra marocchina – come la “gemella” Melilla, a 400 chilometri di distanza – pareva essere riuscita a tenerli fuori. Anche stavolta.

Dei 264 migranti che lo scorso 10 settembre hanno tentato il “salto”, in 61 hanno potuto scavalcare la prima “valla” (rete) e arrampicarsi sulla seconda. Gli agenti, però, non hanno permesso loro di andare oltre. Dopo un’estenuante braccio di ferro, li hanno costretti a scendere e ricacciati indietro, in Marocco. Tutti tranne quattro, troppo malridotti per affrontare il rimpatrio. Le punte – sparse sulla recinzione – avevano lacerato carne e tendini. Dovevano essere ricoverati. «Così Abu e io siamo passati», racconta Dominique, mentre guarda con gratitudine il braccio fasciato. Forse non recupererà mai la piena funzionalità dell’arto.

Ma non gli importa. Ci ha messo sette mesi per arrivare dal Camerun a Benyunes, distesa di gole e boschi fra Tangeri e Ceuta dove i subsahariani si nascondono in attesa di provare a scavalcare. E, ora, crede di avercela fatta. «Bosa», si dice nella lingua africana fula: così gridano i migranti al toccare l’enclave spagnola.

«Bosa», ripete Dominique, 19 anni dichiarati, molti di meno a vederlo, mentre mangia riso e salsa piccante – il suo piatto preferito – insieme a Luigina, Carmen, Gloria e Paloma, le quattro Piccole sorelle di Gesù che, nel quartiere periferico di Hadu, hanno creato un’oasi per gli scartati della globalizzazione. Il loro appartamento – modesto e, al contempo, curatissimo – è aperto h24 per chi ha superato la “valla” e ancora non sa che, dopo sei-sette mesi al Centro di permanenza temporanea (Ceti) di Ceuta, avrà un biglietto per un centro di espulsione nella Penisola. Da cui, nella peggiore delle ipotesi, uscirà per essere rimpatriato. Nella migliore – cioè nel caso in cui non vi siano accordi con il Paese di provenienza – per trasformarsi in un irregolare. Uno dei tanti “corpi estranei” delle città globali. L’asilo – in una nazione che respinge il 70 per cento delle richieste – resta un miraggio. Soprattutto per gli africani, vittime di guerre invisibili o, quantomeno, dimenticate.

Proprio come invisibile e dimenticata è questa “porta” sul Vecchio Continente. Quasi un accesso di servizio rispetto alle più note e battute rotte mediterranea e balcanica. Quello riservato ai più poveri fra i poveri. A quanti non hanno nemmeno i soldi per un posto sui barconi della morte dalla Libia all’Italia. E si giocano il tutto per tutto con il “salto” della rete. O dello Stretto di Gibilterra, verso Cadice, su canotti gonfiabili. Una disperazione che nemmeno la “valla” è riuscita a contenere in 21 anni d’esistenza, al costo di 22mila euro al giorno, come ha calcolato Amnesty International. Il primo muro d’Europa, modello ideale e tecnico delle recenti barriere.

«In media, ogni anno, “filtrano” dal Marocco a Ceuta tra mille e duemila irregolari, quasi tutti subsahariani», spiega Paula Domingo, carmelitana e fondatrice dell’associazione Elín di Ceuta, scuola di spagnolo e convivenza per i migranti. Nel 2015 – ultimo anno per cui sono stati diffusi i dati – sono stati di più: hanno scavalcato in 2.255, conferma l’Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía (Apdha).

Il dato s’è mantenuto costante l’anno scorso con, in media, un “salto in massa” al mese. L’ultimo, all’alba di Capodanno: in 1.100 hanno provato a raggiungere il confine provocando una dura reazione delle autorità. Alla fine – secondo quanto denunciato dall’arcidiocesi di Tangeri – due migranti sono morti, un altro ha perso un occhio.

A questi, poi, si sommano gli arrivi via via mare o nascosti nei cofani delle auto: 1.790 nel 2015 e circa 2mila l’anno successivo. Il caso più recente è stato scoperto martedì scorso, in cui un uomo e una donna della Guinea erano stati occultati l’uno sotto il cruscotto, l’altra dietro il sedile rischiando il soffocamento. Il totale è, comunque, meno del 10 per cento di quanti ci provano. La proporzione resta costante, nonostante l’ulteriore stretta spagnola. Nel 2015, Madrid ha autorizzato i rimpatri automatici di quanti saltano la valla, violando il loro diritto a chiedere asilo.

Se si incrementano le entrate, dunque, è poiché, con il moltiplicarsi dei rischi lungo la rotta libica, la pressione su Ceuta cresce. «C’è un aumento, soprattutto di minori non accompagnati», afferma Inma Gala, delegata della diocesi di Tangeri sulle migrazioni. In pratica è il braccio destro di monsignor Santiago Agrelo, vescovo e francescano, dal 2007 in prima linea nella difesa degli irregolari di passaggio nella città-trampolino verso la Spagna.

Vestito con il semplice saio, va a prendere gli ospiti fin sulla strada, si ferma a salutare i molti africani assiepati nei paraggi, e intercala il racconto con battute e aneddoti in italiano. «Da tutta l’Africa, entrano in Marocco dal confine con la Mauritania – con il passaporto falso di una nazione che non richiede il visto – o dalla porosa frontiera algerina. A Tangeri, il flusso si divide. Le donne con i bimbi piccoli e quanti hanno ancora qualche soldo restano in città. In attesa di raggranellare il necessario per un posto in canotto», racconta monsignor Agrelo. Nei centri commerciali, le barche gonfiabili – quelle che usano i bimbi in spiaggia – costano sui 300 euro. Ma i subsahariani sanno che acquistarne uno equivale ad autodenunciarsi di fronte alle autorità marocchine. Le mafie li comprano per loro e glieli rivendono a dieci volte il prezzo di listino.

«Chi non ha più nulla, si rifugia nella boscaglia di Benyunes, non lontano dalla “valla”, per mesi, qualcuno per anni, in attesa del “momento buono” per il salto. Sono in genere maschi giovani, in grado di affrontare un simile sforzo fisico. Non solo la rete, ma la vita alla macchia. È terribile… Da qualche tempo, poi, Benyunes è piena di adolescenti», sottolinea il vescovo. Lui stesso vi si reca ogni lunedì per portare cibo, medicine, abiti al “popolo della foresta”, lontano dalla città e privo di ogni genere di servizio.

Almeno a Tangeri c’è la Delegación della diocesi che opera dietro la cattedrale, offrendo docce, consigli, aiuto per pagare gli affitti e medicine.

A Benyunes la sopravvivenza dipende dai pacchi di monsignor Agrelo e dal buon cuore di qualche cittadino. Come Reduan Mohamed Jalid, spagnolo di origine marocchina, attivista di Unadikum-Comisión Frontera Sur. Anche lui si reca a Benyunes a portare quel che rimedia da amici e conoscenti. Per questo, conosce i punti dove i ragazzi si radunano in piccoli capannelli in attesa di una mano tesa. Con un piede sull’asfalto e l’altro fra gli sterpi per sgattaiolare nella boscaglia in caso spunti una pattuglia della polizia marocchina, incaricata di tenerli lontani dalla “valla”. Una versione crudele e senza fine del gioco al gatto e al topo.

Con regole precise. A cui anche i “benefattori” devono attenersi. Primo, le auto possono fermarsi poco, in modo da non dare nell’occhio. Eppure, anche nella fretta, emergono frammenti di storie. Quella di Juede, 15 anni, partito un anno fa dalla Guinea Conakry: vorrebbe tornare a casa ma sa che non può farlo. Deve “saltare” ad ogni costo per mandare, dalla Spagna, qualche soldo a casa, con cui la famiglia riesca a ripagare il debito contratto per farlo partire. Di Samba, senegalese, che dice di avere 18 anni e ma ne dimostra 14, sta nella “foresta”, come la chiamano, da due, e nel frattempo ha visto morire tre amici, di freddo, fame e malattie. Di El Nino, 22 anni: sogna di ritrovare a Ceuta il suo amico, Alfa, partito dal Gambia l’anno scorso. El Nino sa che Alfa è arrivato a Tangeri e, da lì, è partito in canotto: essendo zoppo non avrebbe mai potuto scavalcare. Poi, però, nessuno l’ha più sentito. Scomparso. Come migliaia e migliaia di altri.

Non si saprà mai la cifra esatta: a maggio sono spariti fra le onde in 56. Lo stesso è accaduto a febbraio. Questo tratto di mare a cavallo tra Mediterraneo e Atlantico, spesso, non restituisce i corpi.

Quando accade, le vittime vengono sepolte nel cimitero cristiano di Ceuta. Senz’altra indicazione che un numero. In mancanza di documenti ufficiali, la procedura impedisce – anche in caso di riconoscimento – di mettere un nome o una lettera. Niente. Piccoli loculi, chiusi in fretta con un po’ di intonaco. Ce ne sono file intere. Migliaia di tombe senza nome, né lapide. I morti di nessuno. Eppure, di tanto in tanto, sullo zoccolo di cemento o in un bicchiere di plastica attaccato con il nastro adesivo, qualcuno lascia un fiore.

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