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RIFLESSIONI ATTUALI: UTERO IN AFFITTO. CHE DIRE?

NEWSLETTER  “ALLA  RICERCA  DELLA  VERITA’ “  N.22   del  21/6 /16

                                                                                                                          di  Ileana Mortari

              

                        UTERO  IN  AFFITTO:  CHE  DIRE?

 

In gergo si dice “utero in affitto”; in termini più tecnici: “maternità surrogata”; se poi vogliamo il “politically correct”, ecco la “gestazione per altri” (GPA), o “gestazione d’appoggio”. Ma la questione non cambia. Con tali termini si indica il ruolo che nella fecondazione assistita (cioè il processo col quale si attua l'unione dei gameti artificialmente) è proprio di una donna (madre portante) che si assume l'obbligo di provvedere alla gestazione e al parto per conto di una persona o una coppia sterile, o impossibilitata a generare perché omosessuale, alla quale si impegna a consegnare il nascituro. La fecondazione può essere effettuata con seme e ovuli sia della coppia sterile sia di donatori e donatrici attraverso concepimento in vitro. Questa definizione sembra asettica e indolore; ma forse è il caso di vedere che cosa avviene davvero nella realtà!

 

“Una donna contiene per nove mesi un feto che cresce fino a diventare bambino, una nuova vita che si nutre di liquido amniotico e le regala calci nella pancia, battiti del cuore. E’ qualcuno che crea il più profondo e viscerale dei legami, che ha con quella entità nuova scambi di emozioni  e sentimenti, molto interiori e fondamentali per la stessa specie umana.” (Rosanna Biffi)

 

Ora, che cosa avviene al momento in cui la gestante partorisce il neonato e, dopo pochi secondi, lo consegna al committente, nè potrà più vederlo?

 

Lo spiega molto bene il pediatra Carlo Bellieni, autore tra l’altro di un godibilissimo libretto da regalare appunto alle gestanti (“L’alba dell’io” – dolore, desideri, sogno, memoria del feto. Soc. Ed. Fiorentina).  “Ci sono argomenti basilari di puericultura che sconsigliano nel modo più assoluto la pratica dell’utero in affitto. In primo luogo la mancanza del latte materno dopo l’allontanamento: paradosso nell’epoca in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità spiega che l’allattamento materno è un diritto per la salute del bambino [NdR: vedi Newsl.N.21 sui diritti dei bambini, richiamati dalla sigla DiBa]. Senza il latte della mamma aumenta il rischio di allergie, obesità, infezioni. [NdR: vedi esperienza di Elton J. a pag.5 della Newsletter N.21]

 

Il secondo problema è che nei 9 mesi si crea un attaccamento (bonding, in inglese) del bambino con la mamma, attraverso la voce materna e le cose che la mamma mangia; alla nascita il piccolo sa orientarsi con l’olfatto, già esercitato prima di nascere, per ricercare la sorgente del latte e il calore della mamma, riconoscendone la voce e il profumo che aveva «sperimentato» per 9 mesi. Ma, se scompare la mamma, cambia l’ambiente di riferimento, l’attaccamento che si era creato entra in crisi.
Solo un barbaro ragionamento può ridurre la donna al suo utero e la gravidanza a un fatto meccanico [Marco Politi parla giustamente di “donna-forno”]

E ora guardiamo la maternità surrogata con gli occhi del bambino: senza il suo permesso viene brutalmente estraniato da sua madre, che ancora porta in sé le impronte del feto (cellule staminali fetali, cambi ormonali indotti dalla gravidanza) e che gli ha dato abbondantemente stimoli e messaggi col suo imprinting.”

 

Come ha ben osservato il giornalista Giovanni Belardelli, “essere a favore del progresso non vuol dire accettare tutto quello che la scienza consente di fare; dobbiamo interrogarci sui limiti che separano ciò che è eticamente consentito da ciò che non lo è.”  E, anche solo da queste prime righe,appaiono evidenti violazioni dell’etica.

 

Ora, nonostante  l’autorevole  parere  contrario  di medici, pediatri, psicologi, etc. questa pratica va avanti in alcuni paesi addirittura  dal  1985  (Kim Cotton fu la 1° donna, britannica, ad affittare il proprio utero), sulla  base  di  accordi  minuziosi  (onde evitare sgradevoli  sorprese!), sottoscritti e firmati  dai contraenti..

 

A mo’ di esempio, vediamo un contratto-tipo (che ho ricavato da 2 testi pubblicati dal Corriere della Sera il 29-2-16, a firma di Monica Sargentini e da Avvenire il 6-3-16, a firma di Viviana Daloisio), un accordo cheviene sottoscritto, con poche variazioni, dall'Europaagli Stati Uniti, quando qualcuno decide di farpartorire una donna al posto suo.

 

Oggetto di accordo. «La madre surrogata o portatrice  si impegna: 1) a sottoporsi alla procedura d'impianto di embrione/i;  2) a gestire l'embrione specificato;  3) a partorire il figlio (figli) sviluppato dall'embrione;  4) a dare il proprio consenso alla trascrizione dei committenti in qualità di genitori nell'atto e nel certificato di nascita del figlio entro 3 giorni dalla gestazione. E naturalmente cede qualsiasi diritto sul piccolo.

Inoltre la donna deve consegnare ai committenti tutta l'informazione medica che la riguarda e che

«può influire sul figlio in gestazione». La sua vita poi deve adeguarsi al ruolo importante che ora riveste per i “committenti”: dovrà «tenere il cellulare sempre acceso e caricato», «rimanere nel luogo di residenza specificato dai contraenti», «essere sempre disponibile all'incontro con loro» (che possono recarsi da lei anche senza avvisarla in anticipo. Nel caso in cui si evidenzino patologie o malformazioni fetali, si ricorre all’aborto; questo la donna deve firmarlo.

 

C’è poi un capitolo sulle inadempienze. «Nel caso in cui il bambino nasca con malformazioni fisiche o mentali causate da un comportamento colpevole della gestante, quest'ultima decade dal proprio diritto di compensazione. Le sorti del figlio sono esclusivamente a discrezione dei committenti». Potranno deciderequalsiasi cosa, di quel figlio. Hanno persino «la facoltà di rifiutare i doveri genitoriali nel caso abbia congenite malformazioni fisiche e aberrazioni mentali» Cosa accadrà di questo disgraziato piccolo, strappato alla madre e non riconosciuto dai committenti, non è dato sapere.

Quanto al riconoscimento giuridico, chi si affida a Stati Uniti e Canada, rientrando in Italia non rischia troppe ripercussioni di carattere penale, perché i neonati hannocittadinanza e passaporto americanio canadesi. Non così, se si viene da altri paesi, dal momento che in Italia la Legge 40 (sulla procreazione medicalmente assistita) in vigore dal 2004, all’art.12, comma 6, prevede che ”chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da 3 mesi a 2 anni e con la multa da 600.000 € a 1 milione di €.”

 

Due parole sulle cifre. Fonti: articolo della Sargentini già citato; articolo di Mariangela Mianiti uscito sul “Manifesto” del 15-3-16.

 

Negli Usa, dove la pratica è legale in molti stati, il costo dell’operazione si aggira tra i 135.000 e i 170.000 €, a seconda del numero dei tentativi e delle spese mediche che, per esempio, aumentano in caso di parto gemellare. La portatrice prende un compenso ad ogni fase della gestazione e una paga mensile, che comunque rappresenta di solito l’1 o il 2% della somma complessiva richiesta.

In conclusione l’industria della fertilità in America fattura miliardi di dollari l’anno, in ciò facilitata dalla forte pressione esercitata al riguardo da potenti lobby biotecnologiche, con tanto di emissari che girano il mondo per concludere lucrosi affari, e sono forniti di adeguati dèpliants patinati e di specifici tariffari: al momento si stima che siano 2.000 i bimbi “prodotti” ogni anno.

 

Le cifre, però, cambiano a seconda dei paesi geografici: in Ucraina il costo di una maternità surrogata può andare dai 30 ai 50.000 dollari, in Russia dai 30 ai 65.000. Per offrire prezzi concorrenziali c’è chi si organizza con gli stessi criteri della movimentazione dei capitali. E allora ecco agenzie americane che ricorrono a portatrici di utero messicane, o agenzie israeliane che propongono l’inseminazione negli USA e poi trasferiscono gli embrioni congelati in Nepal, dove vengono impiantati nell’utero di donne indiane, “per risparmiare”.

 

Prosegue la Mianiti: “Chiamare la maternità surrogata una “donazione” è un eufemismo, perché in realtà si tratta di un vero e proprio mercato che ha dei tariffari, una domanda e un’offerta, dei contratti, un marketing, dei mediatori, come in qualunque scambio di merce o di prestazione  (come si evince dalle denominazioni: “Pacchetto bimbo in braccio”, “Pacchetto Surrogacy”, etc.)…..Nel 2014 è uscito “Clinical Labor” di due ricercatrici australiane (Cooper e Waldby), che analizzano a fondo il business della maternità surrogata, evidenziando quanto vi lucrano medici, cliniche, agenzie, assicurazioni, ospedali e avvocati, etc.

 

Cerchiamo di non dimenticare questi retroscena, visto che anche in Italia molti media conformisti raccontano la gioia di coppie gay diventate “genitori” di bambini comprati e tacciono delle  immani tragedie delle loro madri.

 

E’ ben difficile, anzi impossibile, sentir parlare dei rischi connessi a questa nefanda pratica.

Al riguardo esiste un interessante documentario, “Eggsploitation” (Sfruttamento di ovociti) ,vincitore del primo premio al Film festival della California e  presentato nel febbraio scorso a un convegno in Senato; ne ho tratto due esperienze esemplificative:

1°- «Una coppia cercava una donatrice che avesse le mie caratteristiche e un quoziente intellettivo

elevato - racconta Cindy, che ha acconsentito per bisogno di denaro - Dopo il pick-up ho iniziato a star male e, tornata in clinica a San Francisco, «mi hanno detto che avevo una piccola arteria bucata, dovuta all'aspirazione di ovuli, e un litro e mezzo di sangue nell'addome». Operata, intubata, sottoposta a trasfusioni, «viva per miracolo», Cindy cerca adesso di convincere le studentesse a non ripetere il suo errore. Negli Usa, infatti, per trovare ovociti, basta andare all'università, dove per 10-20mila dollari si convincono le ragazze che con il loro "dono " aiuteranno altre persone a realizzare il sogno di un figlio, ma non le si informano dei rischi.

 

2°- Così un’altra studentessa, Alexandra, che pure ha accettato per problemi finanziari, dopo nove giorni dal trattamento ha avvertito fitte crescenti: “hanno capito che una tuba si era attorcigliata, un ovaio era ormai perso e rischiavo di morire per emorragia. Dopo l'intervento e 12 kg in meno, adesso non potrò più avere figli.”

 

Inoltre Jennifer Lahl, prima americana che ha proposto una petizione globale contro l’utero in affitto, intervistata nel marzo scorso, ha parlato, per queste maternità surrogate, di un rischio più elevato di pre-eclampsia e di ipertensione arteriosa perché le donne ospitano nel grembo materiale

geneticamente estraneo che facilita reazioni di rigetto. Tali gravidanze inoltre sono spesso gemellari o trigemine: in questi casi il contratto prevede, in genere, l’aborto selettivo (!). Anche per i bambini concepiti in vitro i rischi sono alti a causa delle tecniche di fecondazione: bambini nati morti o a basso peso, complicazioni da nascita pre-termine e perfino alterazioni genetiche.

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Per problemi di spazio, mi limito a riportare, in sequenza cronologica, alcune recenti prese di posizione contro tale turpe pratica che, come osserva la giornalista Lucia Bellaspiga “ non è da meno rispetto a derive apparentemente superate come razzismo, schiavitù, tratta umana, sfruttamento della donna ed eugenetica, perché in qualche modo li comprende tutti e da questi è imprescindibile.

 

Maggio 2015. La francese Sylviane Agacinski, prima firmataria del manifesto “Stop Surrogacy” =Stop alla maternità surrogata) ha lanciato un manifesto, cui hanno aderito centinaia di intellettuali:

“Non abbiamo a che fare con gesti motivati dall’altruismo – ha sgombrato il campo da ipocrisie assolutorie, parlando con “Avvenire” – ma con un mercato globalizzato dei ventri…..Ordinare un bambino e saldarne il prezzo alla nascita significa trattarlo come un prodotto”. “Quel bambino comprato non avrà mai il diritto a una storia genetica e a genitori biologici [Ndr: vedi Newsl.21 ai punti indicati DiBa) – ha aggiunto la statunitense Kathy Sloan.

 

Alla filosofa Luisa Muraro, icona del femminismo, dobbiamo un pensiero forte e imprescindibile: il problema non è solo la mercificazione; c’è qualcosa di più che renderebbe inaccettabile la pratica, anche se fosse gratuita. “A parte che non è mai una libera scelta – ha detto la Muraro -, inoltre c’è un approfondimento che solo la vita e l’età portano, e che riguarda la riservatezza di sé, la dignità e la bellezza dei legami che attraverso il corpo si costituiscono. Primo tra tutti quello tra madre e figlio….”

Fino a tempi recentissimi, solo la Chiesa si è battuta in assoluta solitudine. Di recente anche il mondo femminista più attento ha smascherato l’inganno dell’utero in affitto come scelta libera, raccontando l’orrore e sposando le battaglie del mondo cristiano.
«Sebbene su tante cose la mia morale non coincida con quella cattolica, noi femministe dobbiamo avere il coraggio di dire che l’etica cristiana non è contro le donne. E non dobbiamo avere paura di coincidere nelle parole e nelle azioni, quando coincidono le nostre buone ragioni. Quando dalle due parti ci si comporta con lealtà e coerenza, e le posizioni sono giustificate, non fanatiche, ci si aiuta in modo importante». (cfr. le interviste pubblicate su Avvenire del 4-11-15 e del 29-5-16).

 

E veniamo al17 dicembre 2015, che resterà davvero una data storica: è il giorno in cui il Parlamento Europeo ha espresso per la prima volta la sua ferma condanna della maternità surrogata.

 

All’interno del Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo – riferito al 2014 –

il paragrafo in questione (il 114) afferma che il Parlamento europeo «condanna la pratica della maternità surrogata, che mina la dignità umana della donna, visto che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usate come una merce; considera che la pratica della maternità surrogata, che implica lo sfruttamento riproduttivo e l’uso del corpo umano per profitti finanziari o di altro tipo, in particolare nel caso delle donne nei Paesi in via di sviluppo, debba esser vietata e trattata come questione di urgenza negli strumenti per i diritti umani».

Poi il 20-1-16  l’Unione Giuristi Cattolici, in un documento, a firma di 336 giuristi, dichiara che
l’utero in affitto è una delle forme contemporanee di sfruttamento e di umiliazione della donna più gravi, ostile aquel rispetto della persona che è cardine del nostro ordinamento”.

 

Su una questione così decisiva per il rispetto della persona umana, non poteva mancare la voce di papa Francesco, che infatti nell’”Amoris laetitia” (del 19-3-16) scrive: “La storia ricalca le orme degli eccessi delle culture patriarcali, dove la donna era considerata di seconda classe, ma ricordiamo anche la pratica dell’”utero in affitto” o la “strumentalizzazione e mercificazione del corpo femminile nell’attuale cultura mediatica” (Amoris laetitia n.54). “Il figlio chiede di nascere dall’amore coniugale e non in qualsiasi modo, dal momento che egli non è qualcosa di dovuto, ma un dono di tale amore. Come leggiamo in Genesi 1,27-28, il Creatore ha reso partecipi l’uomo e la donna  dell’opera della sua creazione, e li ha resi strumenti del suo amore, affidando alla loro responsabilità il futuro della vita attraverso la trasmissione della vita umana” (Am.Laet.n.81)

Facendo seguito alla condanna del Parlamento europeo del dicembre scorso, il 2 febbraio 2016 si è tenuto a Parigi un Convegno per l'abolizione universale della surrogazione di maternità, organizzato dalle associazioni femministe francesi e patrocinato dal parlamento transalpino, al quale hanno aderito ricercatrici, giuriste, medici, attiviste e attivisti per i diritti umani di tutto il mondo. A conclusione dei lavori dell'assemblea, è stata formulata la richiesta formale perché la pratica della maternità surrogata venga proibita e resa illegale in tutto il mondo, in quanto ritenuta "disumanizzante" e contraria alla dignità e ai diritti delle donne e dei neonati. L’utero in affitto va assolutamente abolito, perché – come per la prostituzione - si tratta della messa in vendita del corpo della donna e del bambino.  Inoltre 47 ONG di diverse nazioni hanno firmato un appello perché l’utero in affitto sia considerato reato universale.

CHE  CONCLUDERE ?

 

Ovviamente mi associo anch’io totalmente alle condanne di cui sopra e mi permetto di suggerire un’alternativa. Capisco bene il grande desiderio di uomini e donne senza prole di riversare il loro amore genitoriale su piccoli indifesi, ma – a parte le riserve che ho ampiamente illustrato nella Newsletter N.21 - ritengo che, sia pure con tutte le difficoltà e le fatiche richieste (che peraltro non mi sembrano certo superiori a quelle descritte per avere il “neonato su comando”), sia più sensato  e socialmente utile riversare tale amore su quelle migliaia di bimbi italiani e stranieri che si trovano in stato di abbandono, senza nessuno che badi a loro. Tale pensiero dovrebbe far superare il desiderio- pretesa di avere a tutti i costi un figlio con un “legame di sangue”, ma anche con tutte le complicazioni e derive immorali che abbiamo visto! Se, come spesso si ripete, il vero genitore non è tanto quello biologico, quanto quello che alleva ed educa i figli con amore, nulla vieta che si possa costruire un “nido” familiare in questo altro modo: lì si potrà ben vedere quanto un amore genitoriale possa essere gratuito, illimitato, creativo e generoso, e come sarà certamente corrisposto da chi, per età, sofferenza, traumi subiti, non aveva mai avuto una vera famiglia, né era stato mai veramente amato. Come dice ancora il nostra grande papa, “la scelta dell’adozione e dell’affido esprime una particolare fecondità dell’esperienza coniugale” (Amoris laetitia n.82)





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