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RIFLESSIONI ATTUALI - LA BIBBIA E I TESTIMONI DI GEOVA (a cura di Ileana Mortari)

Il nome del movimento “Testimoni di Geova” fu scelto nel 1931 e si ispira a Is.43,10, dove è detto agli ebrei del tempo: “Voi siete i miei testimoni – oracolo del Signore – miei servi, che io mi sono scelto perché mi conosciate e crediate in me e comprendiate che sono io”. “Geova” è una lettura del nome divino, che però più correttamente andrebbe pronunciato Jahveh. Anche i TdG sanno di usare una pronuncia non corretta del nome di Dio.

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La loro Bibbia è diversa da quella cattolica, perché vi mancano i 7 libri deuterocanonici dell’Antico Testamento. Da notare che essi mancano per lo stesso fatto che il fondatore dei TdG T. Russell era un Protestante che uscí da quella confessione come hanno fatto gli Evangelici.

Inoltre è una traduzione dall’inglese e non dai testi originali.

Infine il testo è manipolato in pochi, ma precisi dettagli. Un solo esempio: Mt.26,26-8 “Prendete e mangiate. Questo significa il mio corpo……” Scrivere “significa” invece di “è” cambia completamente il senso autentico dell’Eucarestia!

E poi essi usano la Bibbia con i seguenti metodi:

  • citazioni frammentarie: le citazioni sono usate come frammenti isolati per sostenere le proprie tesi

  • estrapolazione dal contesto: ogni versetto biblico è citato come suona, senza tener conto di quel che significa nel contesto

  • letteralismo biblico: il testo è interpretato senza verificare se abbia un significato simbolico. Ad esempio, in Ap.7,4 il numero 144.000 è preso rigorosamente alla lettera e non come risultato di 12x12x1.000 con evidente allusione al popolo delle 12 tribù e al suo compimento

  • interpretazione metaforica: quando fa comodo, però, il testo è usato in modo figurato. Ad esempio nella frase “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Gen.1,1) il cielo viene considerato una metafora degli angeli con a capo Lucifero, mentre la terra sempre metaforicamente indicherebbe Adamo ed Eva

  • accostamento di testi estranei: ad esempio i 3 testi di Dan.4,10-17; Ap.12,6.14 ed Ez.4,6, accostati senza fondamento tra loro e interpretati l’uno con l’altro, portano al 1914 come anno della fine del mondo

  • equiparazione tra Antico e Nuovo Testamento: non si accetta che ci sia un progresso della rivelazione tra l’A. e il N.T.. Ad esempio si nega la Trinità perché non la si trova affermata nell’Antico Testamento.



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Pur con tutta la buona volontà, è praticamente impossibile un dialogo con i Testimoni di Geova.

Anzitutto perché la loro interpretazione dei testi biblici è del tutto arbitraria e ciò rende difficile il confronto anche per chi conosce bene la Bibbia.

Soprattutto, però, il dialogo è impossibile perché essi non lo praticano: sanno già cosa rispondere ad ogni osservazione. Nel loro manuale “Ragioniamo facendo uso delle Scritture” hanno indicate le controrisposte a tutto ciò che un cattolico in genere può dire.

E’ triste dirlo, ma respingere il confronto (con gentilezza ma anche con fermezza) non è in questo caso mancanza di carità: è autodifesa per chi si troverebbe in difficoltà in un falso dialogo, e invito concreto a loro perché smettano di fare un proselitismo fondato sull’inganno.

Attenzione va riservata a quanti sono ai primi passi, o si trovano in crisi con la loro fede, o con sincerità sono animati da una reale volontà di confronto. Ma anche con costoro il dialogo è possibile e fruttuoso solo se si ha una buona conoscenza della Bibbia e un’altrettanto buona conoscenza della metodologia e delle contraddizioni interne al loro modo di interpretare il testo sacro.

(tratto da “Incontro alla Bibbia”, Ufficio catechistico CEI, pagg.105 -6)



B - I Testimoni di Geova e le trasfusioni di sangue



Un noto comportamento dei TdG è il loro rifiuto delle trasfusioni di sangue.

Intanto c’è da osservare che l’obbligo di tale rifiuto non esiste da sempre. Esso inizia con Rutheford ( =direttore della società “Torre di Guardia”) nel 1927, viene ribadito con un richiamo del 1° dicembre 1944 e imposto ufficialmente con un intervento di Knorr (3° presidente dei TdG) il 1° luglio 1945 su “La Torre di Guardia”. Viene da chiedersi se i TdG che prima non praticavano questa prescrizione si siano salvati, dato che essi ora vi annettono tanta importanza!

Per motivare tale proibizione i TdG si rifanno ad alcuni passi della Bibbia, estrapolati dal loro contesto e interpretati alla lettera, come è tipico della loro lettura fondamentalista della Scrittura.

I passi sono:

Levitico 3,17: “E’ una prescrizione rituale perenne di generazione in generazione, dovunque abiterete: non dovrete mangiare né grasso né sangue

Levitico 17,10-14 passim: “Ogni uomo …..che ha mangiato il sangue….lo eliminerò dal suo popolo. Poiché la vita della carne è nel sangue…nessuno tra voi mangerà il sangue……

Questa prescrizione di non mangiare la carne col sangue si trova in vari altri passi dell’Antico Testamento (Lv.3,26; Lv.19,26; Dt.12,16; 12,23;15,23; 1°Sam.14,34), se ne fa risalire l’origine al tempo di Noè (cfr. Gen.9,4) e, come si sa dal Levitico, la motivazione è che il sangue è sede della vita, dal momento che, perdendo il sangue, la vita se ne va; e quindi esso va riservato a Dio, datore della vita stessa; vita e sangue sono proprietà esclusiva di Dio.

Dissanguare gli animali prima di mangiarne la carne era quindi un segno con cui si riconosceva il dominio di Dio su ogni vita.

Se la proibizione di “mangiare il sangue” si riferisce al sangue degli animali, per l’uomo c’è la proibizione di “versare il sangue”, espressione che equivaleva a “togliere la vita” (cfr. Lv.19,16; Dt.27,25). Di qui la proibizione di uccidere.

Ora i TdG ritengono di osservare e mettere in pratica i suddetti versetti della Bibbia rifiutando categoricamente le trasfusioni di sangue.

Infatti, secondo loro, l’estrazione del sangue dal donatore corrisponde al biblico divieto di non versare il sangue; però – vien subito da osservare – quell’espressione nella Bibbia significa togliere la vita e il dono di qualche decilitro di sangue non è affatto un “togliere la vita” al donatore!

Così pure introdurre del sangue estraneo nel proprio organismo equivale, secondo i TdG a quel “mangiare il sangue” proibito da Lev. e altri passi dell’Antico Testamento, dove comunque si parla sempre di sangue degli animali sacrificati e non di sangue umano.

A parte le contraddizioni intrinseche già richiamate, come considerare questo atteggiamento dei TdG? È davvero conforme alla Bibbia? Assolutamente no, se si assume un’interpretazione corretta e quindi davvero fedele della Scrittura.

E’ noto che, come ribadito nel fondamentale documento della Pontificia Commissione Biblica “L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa”, l’esegesi critica è indispensabile per comprendere la Bibbia, Parola di Dio incarnata nel tempo e nello spazio, e per cogliere il suo autentico significato. Pertanto ogni lettura fondamentalista e letteralista allontana dal senso esatto dei testi biblici, come anche dalla piena accettazione delle conseguenze dell’Incarnazione.

Vediamo allora qual è la corretta interpretazione di Lv.17,10-14: lì si parla del comportamento da tenere circa i sacrifici di animali fatti a Jahvè e ne abbiamo spiegato il significato più sopra. Inoltre, nell’esegesi corretta, non solo ogni frase va vista nel suo contesto, ma anche tutto l’Antico Testamento va sempre visto nell’ambito di tutta la storia della salvezza e quindi in rapporto al Nuovo Testamento, da cui prende luce esignificato.

 

Il comportamento suddetto si è tenuto nel corso dell’A.T.; lo si trova anche nella primitiva comunità cristiana, non per il suo valore in se stesso, bensì per rispetto dei cristiani provenienti dal giudaismo (cfr. Atti 15,29). Ma a un certo punto i sacrifici di animali sono completamente cessati, così come sono decadute molte delle 613 leggi e prescrizioni, date da Mosè, in quanto esse erano provvisorie e legate alle concezioni e agli usi del tempo.

 

La pienezza della Rivelazione, e di conseguenza le indicazioni per il nostro comportamento, si ha solo con Gesù Cristo e il Nuovo Testamento.

Ora, “Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna.” (Ebrei 9,12). Con la redenzione di Cristo tutte le prescrizioni giuridiche della legge antica sono cadute (cfr. Ef.2,15).

Ma allora, se non è più valida la prescrizione del sangue, perché leggere ancora le pagine di Levitico? Che senso e utilità ha continuare a leggere l’Antico Testamento?

Anche se storicamente superata, ogni pagina dell’A.T. ha un valore perenne (è Parola di Dio, Sacra Scrittura), perché offre un senso, un significato, al di là della forma letterale, che va ricercato con l’aiuto del Nuovo Testamento e del mistero di Cristo.

Il “senso profondo” di Lv.17,10-14 è che Dio chiede all’uomo un totale rispetto della vita, di cui Egli è l’autore. Il senso di quel divieto di mangiare il sangue è quello di rispettare e tutelare la vita ovunque essa si presenti.

Allora, paradossalmente, proprio la trasfusione, che sembrerebbe violare il precetto biblico (letto in maniera fondamentalista), in realtà invece, lo osserva e lo pratica, specie quando la trasfusione è necessaria per evitare che il paziente muoia!

E’ noto che il comportamento cocciuto e ostinato dei TdG crea anche problemi con la giustizia; esso si configura come “omissione di soccorso” (art.593 del codice penale); spesso ne danno risonanza i mass media, che titolano: “Perché un TdG preferisce far morire la figlia”, “Impedita per fede la trasfusione. Il figlio di 2 anni è morente”. Tempo fa a Pescara una bimba di 14 mesi fu salvata solo per intervento del magistrato, che ordinò la trasfusione nonostante l’opposizione della madre. Inoltre una famiglia è stata cacciata dai TdG a causa di una trasfusione permessa.



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3°-Non sempre quello che chiediamo a Dio è il nostro vero bene 23-4-17

Quante volte si sente dire: ho tanto pregato perché Dio esaudisse un mio desiderio di bene; ma né Dio, né la Madonna, né i santi mi hanno ascoltato! Che fare? Io risponderei così: se non vediamo esaudito il desiderio di qualcosa che ci pare indispensabile, non è certo perché Dio ci castiga per i nostri peccati o perché Dio è Dio e fa quello che gli pare, ma perché nel suo progetto che è sempre di amore, ci sta preparando qualcosa di assai più grande e bello dell’oggetto del nostro desiderio. Io l’ho sperimentato più volte e ho anche letto testimonianze analoghe, come quella che vi propongo.

Io prete disabile e quel sì a Dio che mi ha cambiato”di L.Badaracchi-Avvenire 9-4-17

Don Francesco Cristofaro fa il parroco nella comunità di Santa Maria Assunta a Simeri Crichi, in provincia di Catanzaro, e molte altre cose. Attivo sui social, in radio e in tv, s’impegna perché le buone notizie circolino.
Classe 1979, è nato con una paresi spastica alle gambe, ma la disabilità non lo ha mai fermato, nonostante le sue difficoltà nel camminare e nello stare in piedi. A passi incerti ha celebrato la sua prima Messa 11 anni fa, ma con voce sicura annuncia la gioia di donarsi a Dio con tutti i propri limiti. Per questo ha appena pubblicato Il mio sì al Signore. Testimonianze di vita sacerdotali (Tau editrice), in cui ha raccolto le esperienze di altri preti «che vivono e prestano il loro servizio e la loro missione dal Nord al Sud Italia in diversi ambiti, dalla parrocchia alle carceri, dagli ospedali alle scuole, nelle strutture di accoglienza, in radio e Tv, insomma tra la gente e con la gente, come ci ricorda anche papa Francesco».

Don Cristofaro ha pensato di scrivere il libro dopo aver saputo di altre malattie ben più gravi, quelle interiori: «A seguito di un triste episodio di pedofilia che aveva interessato un sacerdote calabrese, mi sono chiesto cosa potessi fare per mettere in luce la bellezza e la grandezza della missione sacerdotale. Anche per contrastare il male con il bene e lo scandalo con il buon esempio», spiega.
Fra le pagine, anche i suoi ricordi di bambino, quando guardava allo specchio le sue gambe «storte, fragili» e chiedeva nella preghiera di guarire. «La Madonnina, però, non mi ascoltava e i santi erano sordi con me. Pensavo di essere cattivo e di non meritare nulla, perché come può un bambino non essere ascoltato?».E aggiunge: «Forse la lotta più dura che ho dovuto affrontare nella mia vita è stata quella di sentirmi una persona completamente inutile per gli altri, per il mondo, per me stesso, per Dio. Desideravo una vita senza pietismo, senza sentirmi dire: "Poverino!", ed ero triste perché il nostro mondo è sempre più attratto dal bello, dal perfetto, da ciò che "funziona",
scartando il non bello o il non perfetto secondo le categorie mondane».

L’incontro con il Signore l’ha fatto sentire «non più periferia e scarto, ma centro del mondo, bene prezioso. So che troppi vivono il mio stesso dramma. Con la mia testimonianza vorrei aiutare chi molte volte è costretto a chiudersi nel dolore e in un silenzio senza speranza». Perché «non si può fare preferenze di persone. Il Signore mai ha fatto e mai farà differenza fra ricco o povero, malato o sano, bello o brutto, forte o debole. Siamo tutti figli suoi. Opera una sola distinzione: tra giusto e ingiusto».

Grazie alla fede, Francesco non ha più chiesto la guarigione fisica, «ma un amore grande per la vita e per le vite altrui. E questo grande miracolo il Signore me lo ha concesso. Vi sembra poco un ragazzo triste che ritrova la gioia di vivere, che passa dal dire "io non servo a nessuno" a pensarsi come uno strumento di grazia nelle mani di Dio?».

RIFLESSIONI ATTUALI - RICEVERETE LA FORZA DALLO SPIRITO SANTO (a cura di Ileana Mortari)

Se nella liturgia festiva il primo brano biblico è sempre collegato al vangelo, nella festa dell’Ascensione le due letture sono visibilmente complementari l’una all’altra e andrebbero viste in sinossi. Esse descrivono lo stesso momento della vicenda di Gesù, ma con evidenti differenze o addirittura contraddizioni. Ad esempio, come mai nel vangelo Luca pone l’ascensione di Gesù alla sera di Pasqua e in Atti invece quaranta giorni dopo? La risposta a questa domanda ci permette di cogliere quello che è il contributo più originale del terzo evangelista alla formazione del Nuovo Testamento.

 

Anzitutto è solo lui che parla diffusamente dell’ascensione di Gesù, come è solo lui che ha avvertito la necessità di non fermarsi al racconto della vita e delle opere del Nazareno, ma di proseguire con quello dei primi tempi della Chiesa. Erano gli anni 80-85 e nella sua comunità (probabilmente ad Antiochia di Siria) si riproponeva e diventava sempre più angoscioso un interrogativo: come mai la promessa seconda venuta di Cristo nella gloria (detta “parusia”) tarda tanto? Che fare nel frattempo?

 

E’ proprio questo stesso interrogativo che il redattore ha posto in bocca agli apostoli in Atti 1,6: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno di Israele?” e nel seguito dell’episodio vediamo quella che era stata la risposta trovata da Luca al preoccupato interrogarsi suo e della sua comunità.

 

Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”, dice Gesù in Atti e più brevemente nel vangelo.

 

La prima parte della risposta è negativa: non può essere data alcuna soddisfazione alla pruriginosa curiosità (dei discepoli allora, ma di molti altri anche dopo e ovviamente pure oggi!) circa il momento preciso della fine del mondo e del conseguente ritorno glorioso del Cristo. Inutile pretendere di saperlo (neppure il Figlio dell’uomo lo sa! - cfr. Marco 13,32) e tanto meno almanaccarci sopra.

 

La seconda parte – positiva – parla invece del dono dello Spirito; questo dono, spesso promesso da Gesù nel corso della sua vita terrena, renderà possibile la testimonianza degli apostoli e la realizzazione delle profezie che parlavano di una estensione universale della salvezza. Ma allora non si deve neppure più attendere il giorno della restaurazione nazionale. Il momento decisivo è già arrivato e il compito dei discepoli è testimoniare la venuta del Messia predetto dai profeti, e nel suo nome annunciare la Buona Novella a tutte le genti.

 

Io ti renderò luce delle nazioni – aveva detto l’oracolo del Servo di Jahvè in Isaia 49 – perché tuporti la mia salvezza fino all’estremità della terra”. Questa profezia si realizzerà proprio grazie a coloro che sono inviati da Gesù. Il racconto degli Atti terminerà infatti con l’arrivo e la predicazione di Paolo a Roma, centro del mondo di allora, e dunque garanzia di una diffusione davvero universale della Buona Novella. Luca ha colto ed espresso la perfetta continuità tra la missione di Gesù e quella degli apostoli; e quest’ultima rientra a pieno titolo nel provvidenziale disegno del Padre.

 

E’ proprio sul crinale di queste due fasi della storia della salvezza che si colloca l’ascensione di Gesù, riportata solo dal terzo evangelista (in Marco venne aggiunta all’inizio del II° sec.d.Cr. con tutto il “blocco” di 16,9-20).

 

Al tempo di Luca già circolava nelle comunità apostoliche un antico kerygma dell’esaltazione celeste del Cristo (cfr. Fil.2,9-11 e Rom.8,34) e la tradizione biblica annoverava alcuni casi di importanti personaggi assunti in cielo come Enoch, Elia ed Eliseo. Così Luca pensò di costruire uno, anzi due racconti che in qualche modo esprimessero in termini visibili il mistero della dipartita di Gesù.

 

Nel vangelo egli vuole mostrare come l’ascensione è la realizzazione piena e definitiva della pasqua di Cristo (risorgendo, Gesù è tornato al Padre che lo ha esaltato e glorificato) e dunque la pone la sera stessa del giorno della resurrezione. All’inizio degli Atti, invece, egli introduce il periodo dei 40 giorni per sottolineare la necessità di una prolungata permanenza di Gesù tra i suoi (ed esclusivamente con i suoi!), che egli stesso prepara alla missione. Il numero 40 è evidentemente simbolico e si ritrova sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento (Mosè rimane sul Sinai 40 giorni e 40 notti, Gesù resta 40 giorni nel deserto prima di iniziare la sua predicazione): è il tempo classico di un’esperienza religiosa forte, che precede ogni missione importante.

 

In conclusione, che cosa ci dice la lettura comparata dei due testi? Un annuncio molto consolante: non ha senso stare fermi a guardare in alto in attesa della parusia (cfr. Atti 1,11), ma con la certezza che il Signore, non più visibile agli occhi, è ugualmente presente in mezzo a noi e in noi grazie al dono dello Spirito, siamo chiamati a testimoniarLo nel mondo, soprattutto con una vita di amore. E tutto questo porta con sè una grande, grandissima gioia!

RIFLESSIONI ATTUALI - SALÌ AL CIELO, SIEDE ALLA DESTRA DI DIO, PADRE ONNIPOTENTE (a cura di Ileana Mortari)

Il CREDO è un breve sommario delle principali verità che il cristiano è tenuto a credere, se vuole essere veramente tale; è una sintesi che abbraccia tutta la Rivelazione. E’ articolato in 3 parti: 1°- Dio Padre e la creazione; 2° - Gesù Cristo e la redenzione; 3° - Lo Spirito Santo e la santificazione.

Inoltre vedi Newsl.N.32 pagg.1-2

Il 6° articolo del Credo apostolico è riportato nel titolo.

1° - SALI’ AL CIELO

E’ il mistero dell’Ascensione di Gesù, che anzitutto è presente nei Vangeli (base della nostra fede, come tutta la Scrittura): ne parla diffusamente Luca, nei due testi tratti dal suo vangelo e dagli Atti degli Apostoli (che io commento nel file allegato relativo alla celebrazione dell’Ascensione).

 

  1. I dati del Vangelo di Luca 24,46-53

 

Vediamo anzitutto che cosa dice su questo testo il papa Benedetto 16° (2.009):

 

“Come siano andate le cose nei particolari non lo sappiamo. Ma la Sacra Scrittura ci dà comunque dei punti di riferimento. Luca ci racconta per esempio che Gesù, nei quaranta giorni dopo la risurrezione, si mostrò agli occhi dei discepoli e si fece udire da loro, spiegando le cose del regno di Dio. Aggiunge poi una terza espressione, che la traduzione ecumenica rende con “pasto in comune”, o meglio, stando al testo originario, aveva “mangiato il sale con loro”. E poiché il sale era il preziosissimo dono con cui si accoglievano gli ospiti, il vero senso dell’espressione è: “Egli li accolse nella sua ospitalità, in un’ospitalità che non è solo un evento esteriore, ma che significa condivisione della propria vita…………..

 

Luca prosegue: “Gesù aprì le braccia e li benedisse. Mentre li benediceva, scomparve dinanzi a loro………”

 

Le mani di Cristo sono diventate la forza che apre la porta del mondo verso l’alto. E’ benedicendoli che egli se ne va, ma vale anche il contrario: benedicendoli egli resta.

E’ questo, da allora, il suo modo di rapportarsi con il mondo e con ciascuno di noi:

 

 

 

 

Egli benedice, è divenuto lui stesso benedizione per noi……….Gli apostoli sapevano di essere stati benedetti per sempre e di trovarsi sotto quelle mani benedicenti, dovunque fossero andati.” Di conseguenza anche noi siamo perennemente sotto questa benedizione, che in tal modo ci assicura la Sua presenza di amore, benefica e consolatrice in tutti i giorni dell’esistenza.

Osserva ancora padre Giorgio Bontempi: < per certi versi, il ricordo dellascensione di Gesù al cielo ha il sapore di un abbandono. Da quel giorno, Gesù non cpiù come prima. Non lo si può più vedere, come si osservano le altre persone. Non lo si può più toccare con il tatto, né sentire con l'udito. In questo senso, la festa dell'Ascensione sa inevitabilmente di nostalgia. Ma, in realtà, la festa dell'Ascensione è la festa della presenza del Signore, non della sua assenza.

 

Difatti, soltanto così Gesù riesce ad essere ovunque noi siamo. Testimoniare che Gesù «fuelevato in alto e una nube lo sottrasse agli occhi» degli apostoli (At 1,9) si­gnifica proclamare che egli entin una condizione di vita diversa rispetto alla nostra.

Certo, non sappiamo nemmeno immaginare come e dove viva Gesù risorto. Ma la fede della Chiesa, saldamente fondata sulla testimonianza apostolica, ci rassicura che Gesù oravive come Dio. E proprio il fatto che egli non viva più come noi gli permette di essere ancora di più accanto a noi, anzi in noi (Gv. 17,23).

Ad esempio, per noi è impossibile, quando siamo al lavoro, essere vicini nello stesso momento a nostra madre che è a casa e a nostro figlio che è a scuola. Proprio perché siamo fatti di carne ed ossa, siamo costretti ad «abbandonare» a se stessi i nostri cari, se non altro per alcune ore della giornata.

Per Gesù questo allontanamento non è necessario, perché, in virtù della risurrezionedai morti, egli vive in un'altra dimensione. Andassimo pure in capo al mondo, anche lì potremmo percepire la sua misteriosa presenza. Del resto, ce l'aveva promesso: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20).

Direi di più: persino quando siamo noi ad allontanarci dal Signore, illudendoci di poter vivere senza di lui, Egli si fa trovare inaspettatamente anche sulle nostre strade senza uscite. Para­dossalmente, salire al cielo ha significato per il Signore risorto scendere ancor più profondamente nella realtà umana.

 

Certo, anche noi - come i primi cristiani - dovremo affrontare difficoltà non da poco per testimoniare Cristo in ambienti ormai divenuti impermeabili al suo evangelo. Anche a noi costerà tantissimo perdere la faccia davanti agli altri, pur di non rinunciare ai valori evangelici in cui crediamo……Ma, ascendendo al cielo, il Risorto ci ha fatto questa rassicurante promessa della sua permanente presenza e del suo costante aiuto a ciascuno di noi. >

 

La finale del 3° vangelo e l’inizio di Atti sono strettamente collegate dall’episodio dell’ascensione.

 

 

 

  1. I dati degli Atti degli Apostoli 1,1-11

 

Negli Atti degli Apostoli al cap.1,vv.1-11 Luca ricapitola l’ultima fase della vita di Gesù: dopo la resurrezione, Egli ha voluto manifestarsi molte volte agli apostoli per 40 giorni, facendosi vedere e parlando con loro allo scopo di confermarli nella fede.

 

L’ascensione è l’ultima sua apparizione, ed è un altro modo per esprimere la sua resurrezione, cioè la vittoria di Gesù sulla morte e la possibilità di entrare per sempre, grazie alla potenza dello Spirito Santo, nella vita divina del Padre. Infatti Gesù di Nazareth con la sua risurrezione passa dall’orizzonte spaziale e storico terreno alla pienezza della sua divinità, con tutto il suo essere anche corporeo che viene trasfigurato. Non solo, ma ci offre questa rivelazione teologica, cioè il significato che essa riveste nella nostra vita di fede: Egli porta la sua e la nostra umanità nella gloria eterna del Padre, facendo balenare davanti ai nostri occhi con la sua ascensione il destino di gloria e felicità eterna cui siamo tutti chiamati.

 

Luca dice che “Gesù venne portato su, in cielo” (24,51). Lungi dall’indicare uno spazio vago e dispersivo-disorientante, il “cielo” nel linguaggio biblico significa che la vicenda di Gesù si conclude con il pieno compimento di tutti i desideri, di tutte le promesse. Cielo è il luogo della piena comunione di vita con Dio: quel Dio che conosce i desideri del cuore dell’uomo, e sa come esaudirli.

Gesù aveva detto poco prima: “Non mi vedrete più, perché vado al Padre”; ma, nell’atto di lasciarli, Gesù promette ancora una volta di inviare il suo Spirito, dal quale gli apostoli riceveranno una forza che li renderà capaci di testimoniare. Che cosa? la persona di Gesù, la sua potenza, la sua vita, la sua capacità di costruire un’umanità nuova, di rifare un’esistenza al ladro che, sulla croce, sta per cadere nella disperazione, di ricostituire relazioni nuove, basate sul servizio, sulla gratuità, sull’amicizia. E, grazie allo Spirito, i cristiani potranno riconoscere il Cristo nella Parola, nei Sacramenti, soprattutto nell’Eucarestia, in ogni fratello che ci cammina accanto e soprattutto nei piccoli e nei poveri.

 

Inizia così il tempo della Chiesa, di cui ci parla solo Luca negli Atti. Gesù ha raggiunto la sua meta; adesso tocca alla Chiesa annunciare il Vangelo. La missione della Chiesa è una realizzazione di tutta la Trinità: punto di partenza è la volontà del Padre; tema, la testimonianza su Cristo risorto; impulso, la forza dello Spirito.

 

Allora essi (= gli apostoli) partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano” (Mc.16,20)

 

2° - SIEDE ALLA DESTRA DI DIO, PADRE ONNIPOTENTE

 

Vediamo ora la 2° parte del 6° articolo di fede.

 

All’episodio dell’Ascensione, Marco16, 19 (e altri passi del N.T.) aggiunge un particolare importante: "Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio". L’immagine è sicuramente datata, evoca consuetudini tipiche di un regno, di una monarchia, mentre quasi tutti siamo nati in un sistema politico democratico.

 

Cerchiamo allora di capire il significato dell’espressione nel contesto originario e di attualizzarla.

 

Per il 1° punto ricorro all’intramontabile biblista Gianfranco Ravasi: <In greco “dexiòs” = “destro” (che nel N.T. ricorre 42 volte) deriva dal verbo “déchomai” = prendere, afferrare, indicando la funzione operativa della destra, abitualmente attiva e quindi più agile e forte dell’altra. Si comprende, allora, perché la posizione “a destra” sia segno di onore, fortuna, felicità……

 

Sedere alla destra di Dio” è invece una locuzione riservata al re ebraico e significa la sua dignità e concretamente anche la cerimonia di incoronazione, dopo che è stato insediato alla destra dell’Arca dell’Alleanza (che ha un fondamentale significato per il popolo ebraico); e poi anche il palazzo reale si trovava alla destra del Tempio.

 

Cristo, con l’ascensione e l’intronizzazione alla destra del Padre, si rivela in pienezza come Messia e Figlio, Signore dell’universo, e la frase “assiso alla destra di Dio” (conseguenza del fatto che Dio ha resuscitato Gesù) verrà ripetuta spesso nel Nuovo Testamento come professione di fede pasquale nel Cristo.>

Ma il Regno di Cristo è tutt’altro dai regni umani! Lo spiego ampiamente nel commento al Vangelo della festa di Cristo Re, che si trova nel mio sito www.chiediloallateologa.it alla voce Vang. fest.

E’ tutt’altro, perché la Sua è anzitutto una signoria di amore, che dice una presenza e una vicinanza intense e feconde. “L’amore e il servizio ai poveri sono segno del Regno di Dio che Gesù è venuto a portare.” (papa Francesco).

E’ tutt’altro, perché non ci sono sudditi o dipendenti, gradi gerarchici che scatenano invidie e gelosie, ma tutti sono uguali in dignità e diritti, tutti sono fratelli nella fede, nessuno è nemico. Anzi, Gesù dice: “Chi tra voi è più grande diventi come il più giovane; e chi governa come colui che serve

Inoltre possiamo constatare un interessante e curioso esempio dell’universalità del Cristianesimo (che non è legato a nessuna etnia e a nessuna cultura) e soprattutto della sua capacità di inculturazione in ogni civiltà. Se per noi il posto d’onore è a destra, per i cinesi al contrario è a sinistra. Rispettando questa tradizione culturale, la Chiesa consente ai cinesi di dire nel Credo: «siede alla sinistra del Padre»!

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